NOVARTIS – La battaglia arriva sui nostri mercati

NovartisOccorre chiarire subito alcune questioni. La sentenza di centododici pagine con cui la Corte Suprema dell’India ha respinto il ricorso di Novartis in reazione alla mancata assegnazione del brevetto alla forma beta cristallina del suo farmaco anti-leucemico Gleevec segna un precedente decisivo per l’affermazione del diritto alla salute a livello globale. Anche per questo la notizia ha fatto il giro del mondo.  Ancora: malgrado i triti commenti dell’industria svizzera, la decisione indiana di non assegnare il brevetto non è un attacco contro la innovazione biomedica, né un’azione offensiva contro i brevetti.

Come scriveva ieri The Economic Times, Novartis ha perso la causa per motivazioni tecniche. La multinazionale non è riuscita a dimostrare – dati clinici alla mano – in che modo la versione beta cristallina del principio attivo imanitib mesilato (la molecola del farmaco Gleevec) potesse determinare un’efficacia terapeutica superiore rispetto alla base libera dello stesso principio attivo, prodotta in India in versione generica equivalente da diverse aziende. Sicché il brevetto, se fosse stato concesso, avrebbe semplicemente rinnovato la posizione di monopolio della Novartis in India, con l’esito di immettere sul mercato un farmaco ben più costoso di quelli già disponibili, senza beneficio alcuno per i pazienti affetti dal tumore in grado di pagarsi una confezione di Gleevec a 2600 dollari!

Una pratica diffusa, quella di rinverdire i monopoli brevettuali, nella quale si cimentano con dovizia di creatività le grandi industrie farmaceutiche. Un fenomeno oggi finalmente riconosciuto nei circuiti accademici come frivolous patenting, una deriva che ha banalizzato i tre requisiti fondamentali per conseguire un brevetto secondo l’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC): invenzione, innovatività, e applicazione industriale (Art. 27.1 dell’accordo TRIPS).

Con la nuova legge sulla proprietà intellettuale del 2005, l’India ha invece preso i brevetti molto sul serio. Ha inserito nella norma, questa volta estesa anche ai prodotti farmaceutici – dal 1970 l’India escludeva i brevetti sui medicinali, una scelta che le ha permesso di sviluppare una vibrante industria farmaceutica nazionale, oggi settore trainante dell’economia – rigide clausole di salvaguardia, come il comma 3d. In nome dell’interesse pubblico, esso stabilisce criteri severi per la brevettabilità, e misure contro il prolungamento fittizio dei monopoli industriali. Una pietra d’inciampo insopportabile per le multinazionali. Novartis ci si scagliò contro per prima, nel 2006, con una dura azione legale che accusava il governo di New Delhi di violazione degli accordi mondiali. Nel 2009 arrivò la prima sonora sconfitta per il gigante svizzero.

La battaglia è politica, filosofica ed economica, commentava giustamente Piero Bianucci su La Stampa di ieri. L’India combatte anche per salvaguardare il suo modello imprenditoriale ed il ruolo che si è conquistata come farmacia di qualità per i paesi del sud del mondo. Nuove prospettive inoltre si aprono verso i mercati occidentali, visto che sono in scadenza brevetti che hanno garantito a big pharma negli anni passati redditi stratosferici. E’ il caso del brevetto Pfizer sull’anti-colesterolico Lipitor; a novembre 2012 l’indiana Ranbaxy è stata autorizzata da Food and Drug Administration (FDA) a vendere l’equivalente generico negli USA.

Ma è troppo presto per cantar vittoria.  Da anni l’India è sotto torchio per via di uno spinoso negoziato commerciale bilaterale con l’Unione Europea, che si trascina sul fil di lama. Il pericolo maggiore viene dal capitolo sulla proprietà intellettuale e sugli investimenti, che rischia di strangolare ogni ulteriore sviluppo dell’industria nazionale, compresa quella farmaceutica. Il 15 aprile il prossimo appuntamento a Bruxelles. Difficile immaginare l’impatto della sentenza Novartis su questa partita commerciale, molto più vasta e insidiosa. La guerra continua. (ND)

Editoriale apparso su: il manifesto 2013.04.03

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