Aperti i lavori del Consiglio Esecutivo dell’OMS a Ginevra

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha avviato lunedì scorso i lavori del 134mo Consiglio Esecutivo, che si concluderà  sabato prossimo, a Ginevra.  Un Consiglio Esecutivo stipato di argomenti – 67 punti all’ordine del giorno, 17 risoluzioni; un’OMS stipata di partecipanti, stati membri e osservatori, come mai si era visto prima. L’abbondanza di tematiche e persone è un segnale tangibile del crescente interesse per la salute  e dunque di per sé una nota positiva. Ma è anche una condizione che sta mettendo a dura prova la dinamica dei lavori. Già lunedì scorso la direttora Margaret Chan, aprendo la sessione, aveva definito “una trappola” la tentazione di affrontare tutti gli argomenti in agenda, incoraggiando piuttosto gli Stati Membri a puntare su poche tematiche strategiche. Quest’anno, l’attenzione dei governi è indirizzata in particolare al tema sempre più prominente delle malattie croniche (Non Communicable Diseases), alla copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage), al processo di riforma dell’OMS iniziato esattamente tre anni fa, nel gennaio 2011.

L’indicazione di selezionare rappresenta, non c’è che dire, una sfida non banale. Le distorsioni  della globalizzazione economica impongono effetti sempre più cogenti sulla salute.  Aumenta su scala globale il carico delle malattie croniche. Pur legate agli stili di vita, queste patologie infestano ormai in misura crescente anche i paesi a basso reddito (il rapporto appena lanciato dall’Overseas Development Institute (ODI) riferisce di oltre 900 milioni di adulti sovrappeso e obesi nei paesi poveri) sono legate a doppio filo ai determinanti socio-economici e ambientali della salute;  le emissioni di CO2 sono la seconda causa di rischio per la salute dopo il fumo, tanto per fare un esempio.  I cambiamenti climatici incombono come una calamità sulla salute delle popolazioni del sud del mondo. Infine, fattori globali come l’invecchiamento della popolazione e l’inarrestabile ondata di urbanizzazione proiettano scenari impegnativi nel campo della sanità pubblica. Impegnativi per la stessa OMS.

Negli ultimi anni l’agenzia ha messo a punto diverse strategie globali, con obiettivi specifici e indicatori per singole patologie e attività, per rispondere alle nuove domande di salute. Questo apprezzabile fermento di iniziative – ha evidenziato Chan – ha prodotto nel contempo frammentazione, duplicazione di interventi, un notevole carico di lavoro per i governi, costretti a dedicare le poche strutture disponibili al monitoraggio degli indicatori fissati. Molti paesi hanno segnalato a più voci la gigantesca fatica di questi processi, nei tre giorni di discussione al Consiglio Esecutivo.  Hanno lamentato per esempio la penuria di risorse per produrre i dati sanitari richiesti per la prevenzione e il controllo delle malattie croniche, un’area di lavoro poco battuta per molti paesi del sud del mondo.  Allo stato attuale, solo 81 dei 194 stati membri dell’OMS sono in grado di fornire dati che l’agenzia è veramente in grado di utilizzare. Esigenze sempre maggiori, a fronte di limiti strutturali che si impongono con crescente evidenza nella governance della agenzia.

I lavori del Consiglio Esecutivo, diretti dall’australiana Jane Halton, hanno mantenuto finora un passo incalzante, con interventi brevi e sollecitazioni costanti a razionalizzare i tempi.  Ma il disagio serpeggia fra gli stati membri, che paventano un impoverimento della qualità del dibattito politico, imbrigliato dall’esigenza di non sollevare troppe criticità nel poco tempo a disposizione.  Le criticità però ci sono eccome, emergono via via che le diverse  questioni vengono trattate. I governi a basso e medio reddito chiedono più flessibilità nell’applicazione delle logiche di azione globale e rivendicano l’importanza di considerare la diversità dei contesti e delle origini dei problemi sanitari nei diversi paesi, tra le diverse comunità, anche alla luce di norme culturali e religiose che non possono essere omologate. Invocano un ruolo maggiore dell’OMS nel rafforzare le loro capacità tecniche. D’altro canto, mettono in evidenza gli ostacoli strutturali che spesso si frappongono a politiche nazionali volte a migliorare la salute. Sono le stesse questioni di fondo che vengono a galla,  sia che si parli di tubercolosi  o di malattie croniche, sia che si affronti la questione degli obiettivi del millennio o le malattie trasmissibili: la relativa rilevanza dei ministeri della salute a livello nazionale, la fragilità dei sistemi sanitari, la scarsa accessibilità dei farmaci e dei vaccini (questi ultimi, sempre più costosi), la dipendenza da priorità fissate perlopiù dai paesi donatori, lo scarso spazio di manovra politica lasciato ai governi,  le ritorsioni commerciali che spesso impediscono un sano esercizio di autodeterminazione.

Un caso per tutti, la questione degli accordi commerciali bilaterali, che contengono clausole capestro in materia di investimenti stranieri. L’apertura di un contenzioso da parte della Philip Morris Asia contro il governo australiano,  ai sensi dell’accordo commerciale tra Hong Kong e Australia, per la politica di quest’ultima sulla lotta al fumo (la “Plain Packaging Law” del 2011, con cui si è severamente intervenuti a scoraggiare la vendita delle sigarette), ben illustra l’onda d’urto delle clausole che autorizzano gli investitori commerciali ad impugnare in tribunale le politiche pubbliche percepite come lesive. La minaccia di queste dispute previste negli accordi commerciali bilaterali ha un effetto deterrente implacabile sui governi, quando anche fossero intenzionati a introdurre regolamentazioni efficaci contro le malattie croniche, o in altri campi della salute. Le norme contenute in questi accordi sono un’arma potente che le multinazionali non esitano a brandire, per intimidire governi come quello australiano, figuriamoci le amministrazioni dei paesi a basso e medio reddito. L’Uruguay conosce bene questa storia!

Nicoletta Dentico

Presidente Osservatorio sulla Salute Globale

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