L’Oms sta cambiando pelle ma serve un nuovo accordo sui finanziamenti

Si è conclusa a Ginevra la 68ma Assemblea mondiale della Sanità, con un’Organizzazione mondiale (Oms) visibilmente ammaccata e confusa da un lato, in via di trasformazione dall’altro. Il 2015 non è un anno qualunque, segna un tempo di demarcazione nell’ agenda per lo sviluppo globale. Si chiude quest’anno il ciclo degli obiettivi del millennio e si apre quello degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile, attraverso la tappa intermedia della conferenza di Addis Abeba sul finanziamento per lo sviluppo e poi l’Assemblea generale delle Nazioni unite, a inaugurare il nuovo round. Questo percorso emerge in lacerante contraddizione con il fallimento del Doha round, venti anni dopo l’entrata in scena dell’Organizzazione mondiale del Commercio, con il lascito passato e le proiezioni future di effetti negativi sull’agenda dei diritti e della sostenibilità. Il 2015, infine, è l’anno della conferenza di Parigi sul clima, tema che rimanda alla molto attesa enciclica di Papa Francesco.

Le sfide raccolte dall’Oms
Francamente non sembra di poter dire che l’assemblea dell’Oms sia stata all’altezza di questo passaggio. Scriveva alcuni mesi fa Richard Horton su The Lancet che il 2015 doveva rappresentare l’anno di ricostruzione dell’Oms, dopo la tardiva e inadeguata performance contro l’epidemia dell’Ebola, nel segno di un impegno pubblico di reinvestimento e di rilancio dell’agenzia. Il discorso di apertura della direttrice Margaret Chan ha siglato forse l’ultimo tornante della bruciante auto-critica dell’Oms rispetto all’inefficace gestione di Ebola, insieme alla promessa di un’accelerazione del processo di riforma dell’agenzia. E’ evidente che la crisi sanitaria abbia fornito il volano a diversi paesi per imprimere una spinta alla ristrutturazione dell’Oms. Il corroborante intervento dell’invitata speciale Angela Merkel, il suo appello a sostanziali cambiamenti organizzativi e al decisionismo manageriale in seno all’agenzia, lasciano intendere come il presidio dei paesi industrializzati stia definendo un netto indirizzo di marcia. Il virus dell’Ebola peraltro non è ancora stato sconfitto; solo il 24% dei fondi richiesti dall’Oms per il periodo Marzo-Dicembre 2015 è stato erogato finora.

Un fondo per la lotta all’emergenza Ebola
L’assemblea però ha lanciato il Fondo di 100 milioni di dollari che servirà a finanziare operazioni sul campo fino a tre mesi, con una netta accentuazione della vocazione emergenziale dell’Oms, e in linea con l’aspirazione a una capacità di intervento tecnico più riconoscibile. In quest’ottica devono interpretarsi le alleanze più strutturate con i grandi protagonisti dell’azione umanitaria (come Medici senza frontiere), e con l’industria farmaceutica per la ricerca e sviluppo di nuovi vaccini, farmaci e diagnostici.
Una ridefinizione così accentuata delle priorità anche di leadership sul versante dell’emergenza è comprensibile dopo il “bagno di vergogna” evocato dal Consiglio esecutivo di gennaio, ma non appare troppo rassicurante in un’ottica di sostenibilità sanitaria. Ben altre risorse sono da mettere in campo per prevenire possibili epidemie, è stato ribadito a più voci nel corso del dibattito tra i governi, ben altre politiche di rafforzamento dei sistemi di salute nei singoli paesi sono necessarie per superare lo stato di disuguaglianza sanitaria in cui versa il mondo. Un divario che continua a crescere, come la stessa OMS denuncia nel suo rapporto del 2015.

La carenza dei fondi strutturali
Ma non per questo i governi sembrano intenzionati a erogare più fondi strutturali. La dialettica avviata da Margaret Chan con la richiesta di incrementare del 5% i contributi obbligatori dei 194 stati membri ha avuto, ben oltre l’irrisoria percentuale, il rilievo storico di spezzare il muro di silenzio sul congelamento dei fondi all’organizzazione, una ricetta draconiana introdotta nei lontani anni ’80 in risposta ad una percepita politicizzazione dell’OMS, poi ulteriormente inasprita nel 1993. Che nel 2015 si sia discusso della crescita zero è forse la sola novità della 68ma assemblea. Peccato che la Chan abbia ricevuto un fuoco di fila di dinieghi sulla richiesta, i governi non ci stanno a investire di più in tempi di tagli alla spesa. Così la “mediazione” si chiude con l’approvazione di un incremento dell’8% dei contributi volontari, una decisione che lascia del tutto immutata l’incapacità dell’OMS di controllare il proprio budget, lasciando invece aperta la totale discrezionalità dei paesi a scegliere che cosa vogliono finanziare, e come. Niente di nuovo sotto il sole.

Il rapporto dell’Oms con gli attori «privati»
Nessuna conclusione, dopo frenetiche giornate di negoziato, neppure sull’altro contenzioso aperto, quello dell’interazione dell’Oms con gli attori non statali. Un capitolo della riforma che si trascina con diversi colpi di scena e molte divergenze fra gli stati membri, e che ruota intorno alla necessità di preservare l’autorevolezza della funzione normativa dell’Oms, nella chiara gestione del conflitto di interessi e della prevenzione dell’indebita influenza del settore privato sugli orientamenti regolatori dell’Oms. La società civile si è giocata il tutto e per tutto su questa partita, anche perché nel frattempo la presenza del corporate dentro l’Oms si sta facendo più intrusiva, nella totale assenza di regole del gioco chiare. Ne sa qualcosa l’Italia, che solo qualche mese fa annoverava nella propria delegazione ufficiale un rappresentante al soldo della Ferrero. Un caso studio di revolving doors ancora ampiamente discusso a Ginevra. Una circostanza che non depone benissimo per la salvaguardia del nostro diritto alla salute!

di Nicoletta Dentico (Vice-presidente, Osservatorio italiano sulla Salute globale)

Link articolo Sanità24: http://bit.ly/1QBDLIh

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