Whatsapp consente di monitorare gli attacchi agli operatori sanitari in Siria

In Siria il servizio di messaggistica WhatsApp viene utilizzato per aiutare a monitorare e raccogliere dati riguardanti attacchi a personale sanitario ed infrastrutture ospedaliere. Tale utilizzo sta fornendo importanti prove che possono essere di supporto per individuare e processare i responsabili di tali attacchi, secondo uno studio recentemente pubblicato su The Lancet.

I dati emersi parlano di 402 attacchi tra novembre 2015 e dicembre 2016. Durante questo periodo quasi la metà degli ospedali situati nelle aree non controllate dal governo sono stati attaccati e quasi un terzo sono stati colpiti più di una volta.

In Siria il numero di attacchi mirati nei confronti di ospedali e personale sanitario ha raggiunto livelli senza precedenti. Raccogliere dati di questo tipo, robusti e affidabili, è importante per poter avere prove solide nei confronti dei responsabili e per supportare la promozione di misure di protezione a livello della comunità internazionale .

Tale strategia è stata sviluppata grazie all’impegno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in seguito ad una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU risalente al 2010.

In caso di attacco, un messaggio viene inviato su un gruppo WhatsApp di cui fanno parte 293 operatori internazionali residenti in territorio siriano. Viene quindi richiesto a tutte le persone che siano state dirette testimoni dell’attacco di completare un modulo online (in maniera anonima e confidenziale), dando informazioni inerenti al tipo di attacco, all’entità del danno, alle persone e alle strutture coinvolte.

Entro 24 ore, il team che coordina il progetto, che fa base in Turchia, gira le informazioni a OMS, Nazioni Unite e donatori. Ogni mese, le informazioni vengono  incrociate con report esterni e verificate.

Dei 402 attacchi descritti nel periodo considerato, 158 sono stati verificati. Un totale di 938 persone sono state ferite, un quarto delle quali costituito da personale sanitario. Dai dati si evince che i centri traumatologici sono un bersaglio più frequente rispetto ad altre postazioni mediche e che i bombardamenti aerei sono stati l’arma più utilizzata.

Il Dr Alaa Abou Zeid, tra gli autori dello studio, ha affermato: “Ogni giorno, siamo stati testimoni degli sforzi messi in campo dai nostri partner per mantenere attivi i centri di assistenza. Questo ha talvolta richiesto la divisione di strutture come sale operatorie e terapie intensive in luoghi diversi, per fare in modo di poter restare operativi anche in caso di attacco ad uno dei centri. Alcune strutture sono state addirittura trasferite sottoterra. Ora la nostra sfida è convincere i nostri colleghi a continuare a raccogliere e verificare i dati, nonostante non ci sia ancora stata una effettiva diminuzione degli attacchi. Invitiamo la comunità internazionale ad applicare senza esitazione la Convenzione di Ginevra per proteggere efficacemente i servizi di assistenza sanitaria nelle aree di conflitto”.

Si stima che nel mondo circa 172 milioni di persone vivano in zone interessate da conflitti armati. 59 milioni sono gli sfollati per cause belliche, il numero più alto dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Circa 175 milioni sono invece le persone colpite ogni anno da calamità naturali.

                                                                                                                                                    di L.D.

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