Convenzione di Minamata: entra in vigore il trattato che controlla l’inquinamento da mercurio

16 agosto 2017 – È entrata in vigore la Convenzione di Minamata, un trattato che impegna i governi a misure specifiche per controllare l’inquinamento artificiale da mercurio.

L’obiettivo primario della Convenzione è “proteggere la salute umana e l’ambiente” dalle emissioni di mercurio. Il trattato internazionale è stato sottoscritto da 128 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite (ONU) e ratificato da 74 paesi, che sono ora legalmente obbligati a rispettare le disposizioni. Esso contiene obblighi critici che incidono sull’uso globale, sul commercio, sulle emissioni e sullo smaltimento del mercurio. Nel breve termine, tali disposizioni includono un divieto di qualsiasi nuova miniera primaria di mercurio e la graduale eliminazione di prodotti di mercurio, entro il 2020. La Convenzione contiene quindi misure di controllo volte a limitare e ridurre in modo significativo l’offerta globale di mercurio, ad esempio le disposizioni dell’articolo 3 limitano le fonti di mercurio disponibili per l’uso e il commercio e specificano le procedure da seguire quando tale commercio è permesso. Infine, poiché i consumi di mercurio diminuiranno, attraverso le diverse disposizioni della Convenzione, diminuiranno con essi la produzione e l’esportazione di mercurio primario delle miniere.

Il protocollo è stato accolto con favore anche dal gruppo di lavoro Zero Mercury (ZMWG), una coalizione internazionale di oltre 95 organizzazioni non governative (ONG) composto da più di 50 paesi, che chiedeva un trattato giuridicamente vincolante da oltre un decennio.

Secondo ZMWG, il mercurio è un inquinante globale che percorre lunghe distanze. La sua forma più tossica – metilmercurio – si accumula nei grandi pesci predatori ed è poi assimilata dall’uomo tramite il consumo di pesce, con un impatto notevole sulle donne in gravidanza, i neonati e i bambini.

Come dichiarato da Michael Bender e Elena Lymberidi-Settimo, coordinatori di ZMWG, in un’intervista per IPS news: ”ZMWG attende l’attuazione del trattato e fornisce il sostegno, ove possibile, soprattutto ai paesi in via di sviluppo e ai paesi con economie in transizione”. Nell’intervista, riguardo al monitoraggio dell’attuazione della convezione, i coordinatori di ZMWG rispondono: “La Convenzione stabilisce requisiti di segnalazione da parte delle Parti, inoltre, entro sei anni dalla sua entrata in vigore, la Conferenza Delle Parti (COP) è incaricata a valutare l’efficacia della Convenzione. La valutazione si basa sulle relazioni disponibili e sulle informazioni di monitoraggio, sulle relazioni presentate in base alle informazioni e sulle raccomandazioni previste dal comitato di attuazione e di conformità. I requisiti di segnalazione dell’articolo 21 forniranno informazioni critiche sulla situazione globale del mercurio e sull’efficacia della Convenzione nel conseguimento delle riduzioni di mercurio e nella tutela della salute pubblica.”

di B.A.

#Breastfeeding – Un investimento intelligente

2 agosto – È iniziata ieri la Settimana Mondiale dell’allattamento al seno, che quest’anno ha come tema “Sosteniamo insieme l’allattamento al seno“, con lo scopo di rafforzare la collaborazione dei partenariati esistenti e forgiare nuovi modi di investire e sostenere l’allattamento al seno per un futuro più sostenibile.

Secondo la relazione dell’UNICEF e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in collaborazione con la Global Breastfeeding Collective, una nuova iniziativa per aumentare i tassi di allattamento a livello globale, nessun paese del mondo soddisfa pienamente gli standard raccomandati per l’allattamento al seno.

La Global Breastfeeding Scorecard, valutando 194 nazioni, ha mostrato che la percentuale di allattamento esclusivo al seno nei bambini di età inferiore ai sei mesi è del 40% e solo in 23 paesi supera il 60%.

L’allattamento al seno è una pratica con effetti benefici a livello cognitivo e di salute sia per i neonati che per le madri. È particolarmente importante durante i primi sei mesi di vita, aiutando a prevenire la diarrea e la polmonite – le due principali cause di morte nei neonati – e riducendo il rischio di cancro alle ovaie e al seno ­– le due cause principali di decesso tra le donne. Inoltre, è un fattore che consente di porre fine alla povertà, promuovere la crescita economica e ridurre le disuguaglianze.

La nuova analisi del Global Breastfeeding Scorecard dimostra come anche solo l’investimento di 4.70$ l’anno potrebbe portare al 50% entro il 2025 il tasso globale di allattamento esclusivo al seno tra i bambini al di sotto dei sei mesi. Potrebbe inoltre salvare la vita di 520.000 bambini sotto i cinque anni e potenzialmente generare 300 miliardi di dollari di risparmio economico in 10 anni, grazie alla riduzione delle malattie e dei costi di assistenza sanitaria.

“L’allattamento al seno è uno dei migliori investimenti che le nazioni possano fare per la vita e il futuro dei più piccoli – e a lungo termine per la forza delle loro società “, afferma Anthony Lake, Direttore Esecutivo UNICEF.

di B.A.

 

 

Il doppio carico d’inquinamento atmosferico e domestico. Indispensabile monitorare la situazione

Con il termine “doppio carico dell’inquinamento atmosferico” si intende l’impatto sulla salute dell’inquinamento atmosferico (AAP) e dell’inquinamento atmosferico domestico non risolto (HAP), che sta assumendo un ruolo significativo sia nei paesi ad alto reddito che nei paesi a basso e medio reddito (LMIC). L’AAP deriva principalmente dalla combustione di combustibili fossili per la produzione di energia, l’industria pesante o i veicoli mobili, mentre l’HAP si sviluppa principalmente dall’uso domestico di combustibile solido per la cottura e il riscaldamento.

Nell’ultimo studio sui rischi globali di malattia – pubblicato su The Lancet – l’inquinamento atmosferico ambientale e domestico sono stati classificati il 4° fattore di rischio di malattia (dopo la dieta, il tabacco e l’ipertensione) e nel 2015 sono stati causa di 6,5 milioni di morti premature, di cui circa il 90% si è verificato nei LMIC.

Come riportato nell’articolo pubblicato su PLOS da Ka Hung Chan, nonostante l’inquinamento atmosferico sia ormai considerato nell’agenda globale un grave problema di salute pubblica, gli studi e i dati epidemiologici sono ancora limitati ed insufficienti, soprattutto quelli dei LIMC.

Per l’AAP, i metodi convenzionali di valutazione dell’esposizione dipendono fortemente dai dati provenienti dalle stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria, che sono costosi (200.000 dollari ciascuno) e quindi impensabili in molti LIMC. Inoltre, i metodi convenzionali si basano sulla modellazione predittiva che assegna i livelli di esposizione a livello comunitario, che non rispecchia esattamente l’esposizione personale.

Per l’HAP, la misura diretta dell’esposizione è impossibile senza la distribuzione di monitor di qualità dell’aria a livello domestico o individuale. Ciò impone enormi sfide finanziarie e logistiche per valutare con precisione l’esposizione personale all’HAP su vasta scala e la disponibilità di monitor pratici e affidabili.

In questo ambito aziende specializzate hanno sviluppato dei monitor ad alta precisione che controllano la qualità dell’aria. Tuttavia, questi prodotti sono ancora costosi, di grandi dimensioni e hanno una batteria di corta durata. C’è quindi uno sforzo emergente a sviluppare monitor personali, a basso costo, leggeri e portatili, attraverso due modelli di sviluppo primario.

Un tipico modello è quello della progettazione da parte di ricercatori accademici di un dispositivo che poi verrà commercializzato, un esempio di questo è il Particle and Temperature Sensor , sviluppato presso la scuola di Sanità Pubblica dell’Università di Berkeley; mentre l’altro modello è su base commerciale, l’aumentata preoccupazione pubblica per la qualità dell’aria ha creato un fiorente mercato di prodotti personalizzati di monitoraggio, attirando così attori come Xiaomi e Huaiwei, nonché piccole start-up.

Per i limiti riscontrati in entrambi i modelli, risulta fondamentale un approccio di partnership integrativo, tra competenze di ricerca accademiche e capacità finanziarie e tecnologiche delle imprese imprenditoriali per lo sviluppo, la valutazione e l’applicazione di moderni monitor di qualità dell’aria, che potrebbero essere significativamente semplificati, garantendone la qualità. Tuttavia, tale dispositivo sarebbe un prodotto commercializzato che le popolazioni più povere non potrebbero permettersi. Per attenuare questa disuguaglianza, è necessario raggiungere un accordo tra accademici, ONG e partner commerciali per garantire un uso non commerciale in ambienti con risorse limitate a un costo accessibile.

La collaborazione costruttiva tra i vari soggetti interessati è urgente per creare una nuova era di monitoraggio dell’esposizione personale, migliorare le nostre conoscenze sull’impatto dell’inquinamento atmosferico sulla salute e mettere in atto azioni politiche per affrontare il doppio carico dell’inquinamento atmosferico.

di B.A.

 

 

Myanmar – L’influenza suina H1N1 causa 6 vittime a Yangon

27 luglio – Le autorità sanitarie del Myanmar hanno richiesto l’assistenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per combattere l’epidemia di influenza suina che ha suscitato allerta a Yangon.

L’influenza suina, causata dal virus H1N1, è una malattia respiratoria contratta attraverso il contatto tra umani e suini e trasmessa tra le persone per via inalatoria.

Dalla scorsa settimana 6 persone sono decedute e 30 sono stati testati positivi per H1N1, la maggior parte dei quali a Yangon. Le infezioni sono dello stesso ceppo che è stato identificato per la prima volta nel 2009, quando è scoppiata la pandemia globale.

I funzionari del governo chiedono di mantenere la calma e hanno avvertito la popolazione di evitare luoghi affollati come i centri commerciali. Il ministero della sanità ha invitato gli ospedali e le strutture sanitarie private a segnalare eventuali pazienti che mostrano segni di malattia di tipo influenzale.

Il dottor Than Hun Aung, vicedirettore generale del dipartimento di sanità pubblica ha dichiarato: “abbiamo informato l’OMS sulla situazione della malattia” e abbiamo chiesto assistenza. “Abbiamo chiesto speciali attrezzi protettivi (per i medici), farmaci per curare i pazienti e le attrezzature di laboratorio”, ha detto ieri a The Myanmar Times. “Ora non è una situazione di emergenza e se la condizione peggiora, chiederemo assistenza internazionale, ma la situazione al momento non è così grave”, ha aggiunto.

Stephan Paul Jost, rappresentante del Myanmar per l’OMS, ha dichiarato a Reuters che “è rimasto impressionato” dalla risposta iniziale di Myanmar e sotto il sistema di sorveglianza del governo “il rinvio ad un ospedale è abbastanza veloce”.

di B.A.

#MalattieNonTrasmissibili – Prevenire agendo su fattori di rischio e determinanti sociali di salute. Lo afferma il dr. Alessandro Demaio, responsabile medico dell’OMS

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Alessandro Demaio, responsabile medico del Dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il Dr. Demaio è anche il fondatore di NCDFREE, un movimento sociale globale contro le malattie non trasmissibili (NCD, Non Communicable Diseases, gruppo di patologie che comprende malattie cardiovascolari, neoplasie, patologie respiratorie croniche, malattie mentali e diabete).

 Dr. Demaio pensa che, ad oggi, sia data abbastanza attenzione alle NCDs?

Le NCD sono un complesso gruppo di malattie, che stanno assumendo rilievo solo nell’ultimo decennio. Già il nome, che inquadra un gruppo di malattie con qualcosa che non è, fa capire come negli anni passati si sia data maggiore priorità ad altre patologie, specialmente quelle infettive. Con l’allungarsi dell’aspettativa di vita e l’industrializzazione le NCD hanno cominciato ad avere un ruolo più definito. Oggi stiamo lavorando per favorire la conoscenza di questo gruppo di malattie e sono stati effettuati grandi passi in avanti grazie all’inserimento delle NCD nell’Agenda degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS). Bisogna in ogni modo incentivare la prevenzione e l’attuazione di politiche che indirizzino ad un netto miglioramento.

Vi è la necessità di dedicarsi alla diffusione e divulgazione, educando, informando e lavorando a livello nazionale e implementando il ruolo delle politiche territoriali.

È importante creare delle strutture e strategie cui i governi possano fare riferimento, bisogna rendere consapevoli le comunità e le istituzioni che le NCD sono un grande problema di salute pubblica.

Quali sono attualmente le maggiori difficoltà riscontrate nell’intervento sulle NCD?

La complessità di intervento è dovuta alla particolare interconnessione tra le NCD e i determinanti sociali. Vi è infatti una forte interconnessione tra i fattori di rischio e le patologie, e tra queste e i determinanti sociali – tra cui la povertà, l’ambiente e in associazione ad esso l’inquinamento e il cambiamento climatico, il cibo, il livello di educazione, gli standard di vita e la disoccupazione. Oltre a ciò si è visto come altri determinanti sociali della salute – la situazione politica, lo sviluppo economico e la stabilità, le risorse naturali e ambientali e il mercato – influenzino lo svilupparsi delle NCD.

Quali sono quindi gli interventi da realizzare per intervenire concretamente sulle NCD?

La risposta ancora una volta è complessa, in quanto l’argomento include un lavoro di interazione tra settore pubblico e privato. Soprattutto in ambito politico, in situazioni vulnerabili e di instabilità, come nel caso di Paesi non democratici, è molto difficile agire. Inoltre spesso c’è una connessione anche con il modello di sviluppo. Bisogna quindi condividere e guidare le politiche urbane a livello nazionale e internazionale verso piattaforme comuni atte all’investimento verso l’impostazione di un miglioramento della qualità di vita della popolazione.

È fondamentale avere come obiettivo la riduzione delle morti per malattie prevenibili. Si stima che l’80% delle NCD siano prevenibili riducendo i fattori di rischio come il consumo di tabacco e di alcol, i grassi e il sale nella dieta, prevenendo l’obesità e promuovendo l’attività fisica, e migliorando le condizioni ambientali, come la qualità dell’aria.

Come già detto, sono un forte sostenitore dell’influenza dei determinanti sociali di salute sullo sviluppo di queste patologie. Dobbiamo concentrarci sui sistemi complessi che causano la malattia, molto prima che questa si sviluppi. Ciò significa che i professionisti sanitari e gli esperti devono lavorare con tutti i settori e in maniera tangibile. Le NCD offrono una grande piattaforma in tale contesto, perché includono una vasta gamma di patologie che hanno forti soluzioni multisettoriali. Questi includono cambiamenti nella pubblicità, nei trasporti, nel sistema alimentare. C’è quindi bisogno di un lavoro di interconnessione tra sistemi sanitari, imprese, scienza, politica e settore privato.

Si comprende quindi che non si può agire sulle NCD se non si interviene prima sui determinanti sociali di salute e sulle disuguaglianze.

intervista di Benedetta Armocida

#Nutrizione – Alimenti sani, acqua pulita e servizi sanitari accessibili a tutti sono le basi per sconfiggere la malnutrizione. Lo afferma il direttore del dipartimento per la nutrizione dell’OMS, Dr. Francesco Branca

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Francesco Branca, direttore del dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha delineato i piani dell’Organizzazione per fronteggiare le varie forme di malnutrizione e le prospettive future in ambito di nutrizione.

Dottor Branca, quale pensa sia l’impatto e il ruolo della globalizzazione e dei determinanti sociali sul double burden1 (doppio carico di malattia) in tema di malnutrizione?

Siamo passati da una situazione in cui le forme di malnutrizione erano in qualche modo polarizzate nelle diverse zone del modo – denutrizione cronica e acuta nei paesi poveri e sovrappeso e obesità in quelli ricchi – ad un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità a partire dalle prime fasi della vita anche nei paesi a medio e basso reddito. Quindi per effetto della globalizzazione abbiamo assistito ad un cambiamento dei sistemi alimentari, con il manifestarsi di una coesistenza di varie forme di malnutrizione non solo nello stesso paese, ma spesso anche nelle stesse comunità.

In passato avevamo paesi che, per motivi di reddito, di sistema produttivo e di efficienza del sistema di salute, avevano una maggiore prevalenza di forme di malnutrizione acuta (come lo stunting2, il wasting3), legate prevalentemente all’insufficienza e all’insicurezza alimentare, alle malattie trasmissibili – soprattutto quelle che provocano diarree – e ai problemi legati all’inadeguatezza delle cure parentali. Separatamente avevamo la parte di mondo ad alto reddito dove è cresciuta rapidamente la prevalenza del sovrappeso, dell’obesità e delle malattie correlate ad una dieta poco salutare.

Attualmente, per effetto della globalizzazione i sistemi alimentari si sono modificati. L’aumento dell’urbanizzazione, anche nei paesi poveri, la crescente dipendenza da alimenti trasformati industrialmente e in generale l’adozione di modelli alimentari e stili di vita più simili a quelli occidentali hanno determinato un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità anche nei paesi a medio e basso reddito.

A ciò va aggiunta la dimensione biologica. Come è emerso da diversi studi un bambino nato con basso peso – per effetto di una malnutrizione in utero – o che abbia sofferto di denutrizione cronica nei primi mesi di vita se esposto ad un ambiente alimentare più ricco di energie, in particolare di grassi e zuccheri, è più facilmente predisposto a sviluppare uno squilibrio metabolico e malattie croniche, tra cui ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e obesità.

È inoltre necessario parlare di una terza forma di malnutrizione, la carenza di vitamine e minerali – che può coesistere con gli altri due tipi. Infatti, nonostante la dieta possa essere sufficiente in termini di calorie, se poco varia e insufficiente in alimenti animali, frutta e verdura, svilupperà una malnutrizione da insufficienza di ferro, di zinco, di acido folico e dei precursori della vitamina A.

È importante quindi far passare il messaggio che attualmente nella lotta alla malnutrizione non si agisce solo sulla quantità di cibo, ma soprattutto sulla qualità.

 Ad oggi, qual è la preoccupazione maggiore in ambito di doppio carico di malattia riferito alla malnutrizione e dove è più difficile agire?

In primis, la comprensione del problema. Il riconoscimento del problema permette di descriverlo, soprattutto perché siamo abituati a lavorare con agenzie per lo sviluppo o con governi che si sono specializzati nel trattare una sola forma di malnutrizione, quella per difetto.

Poi è fondamentale la descrizione delle soluzioni. In una situazione in cui le risorse sono limitate c’è la tentazione di concentrarsi su un solo aspetto considerandolo il prevalente. Questo però a scapito della possibilità e dell’opportunità di lavorare sulle due forme simultaneamente – azione che in realtà sarebbe possibile intraprendere. In questo ambito vanno menzionati tutti quegli interventi che determinano e generano una sana alimentazione nei primi mesi di vita, come l’allattamento al seno – importante sia per prevenire la denutrizione acuta che l’obesità. Segue, l’adeguata alimentazione tra i 6 e i 24 mesi di vita, la cosiddetta alimentazione complementare, che deve avere un contenuto di nutrienti sufficienti a soddisfare i bisogni, senza eccedere. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza, in quanto nei paesi a medio reddito e in quelli in transizione anche l’alimentazione complementare è eccessivamente ricca in zuccheri, grassi e sale, con il conseguente rischio di compromettere lo stato nutrizionale fin dai primi anni di vita.

Inoltre, bisogna monitorare e correggere quegli interventi che erano stati concepiti per una forma di malnutrizione, ma che possono creare problemi all’altra, come quelli messi in atto in America Latina che avevano lo scopo di correggere la denutrizione, soprattutto quella moderata o cronica. Tra questi rientrava la distribuzione di alimenti ad alto contenuto energetico e ciò ha determinato facilmente l’aumento della prevalenza dell’obesità.

Altri esempi sono i programmi di distribuzione di alimenti nelle scuole primarie, realizzati per correggere il ritardo di crescita, ma che purtroppo hanno portato all’aumento del sovrappeso in quanto, in quella fascia di età, le possibilità di recupero per il ritardo di crescita sono più limitate. C’è allora la necessità di sviluppare programmi di trattamento della malnutrizione in maniera diversificata, a partire dal bisogno specifico.

È necessario lavorare sulla qualità e sul contenuto di vitamine e minerali, piuttosto che concentrarsi sull’apporto calorico e sulla composizione in macronutrienti, che ha portato a utilizzare cibi ad alta densità energetica ricchi di zuccheri e di grassi.

Un’altra considerazione riguarda il cambiamento del sistema alimentare. È necessario evitare la deriva verso un sistema alimentare che dipenda eccessivamente dagli alimenti industrialmente trasformati, con l’abbandono delle tradizioni alimentari, del consumo di alimenti freschi e di prodotti fatti in casa, come si è assistito nei paesi ad alto reddito.

In questo ambito il Brasile, ad esempio, sta attuando una politica strategica atta a ridurre la crescita della quota di alimenti ultra processati, che attualmente è pari a circa il 30%. A differenza di paesi come Regno Unito e Stati Uniti d’America in cui la percentuale si aggira al 50-60%.

Rimanendo su questo argomento quali sono le strategie che i governi stanno mettendo in atto per ridurre il doppio carico di malattia proprio della malnutrizione?

Non c’è una concreta strategia di azione sul doppio carico di malattia da parte di alcuni paesi, ma c’è una crescente consapevolezza che sia necessario agire.

Potremmo portare l’esempio del Bangladesh, dove oltre ai gravi problemi di malnutrizione cronica sono presenti anche sovrappeso e obesità e attualmente è stata capita l’importanza di agire su quest’ultime.

Per quanto concerne l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il primo problema da affrontare è stato quello di creare una visione comune sulle soluzioni da proporre. Bisognava infatti cambiare prospettiva e non parlare più soltanto di malnutrizione per difetto, ma agire su tutte le sue forme. In tal senso, un grande incentivo è stato dato nel 2012 dall’approvazione da parte dell’Assemblea Mondiale della Sanità di 6 obiettivi globali per la riduzione dello stunting, del wasting, del sovrappeso, del basso peso alla nascita, dell’anemia e dell’allattamento al seno. Successivamente, nel 2014 con la Conferenza Internazionale sulla Nutrizione i governi si sono impegnati a ridurre la malnutrizione attraverso azioni sul sistema agroalimentare, sul sistema sanitario, sulla sicurezza sociale, sull’ambiente; e nel 2015 i governi hanno inserito tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (OSS) l’eliminazione della malnutrizione in tutte le sue forme. Nel 2016 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che il 2016-2025 sara’ il Decennio di Azione per la Nutrizione, nel quale i governi e le istituzioni internazionali si impegneranno a moltiplicare le azioni e gli investimenti per eliminare la malnutrizione.

L’altro aspetto era comprendere se ci fossero delle risposte possibili e quindi dimostrare che si possono sviluppare progetti in maniera diversa. In questo ambito, l’OMS insieme ad altre Organizzazioni delle Nazioni Unite, come il Programma Alimentare Mondiale (PAM), stanno lavorando per formulare diversamente i programmi di alimentazione nelle scuole.

Per quanto concerne i Paesi si sta assistendo ad un aumento del controllo del sistema alimentare. Fino a poco tempo fa vigeva l’idea che il sistema alimentare dovesse essere regolato dalle leggi di mercato e non si dovesse intervenire direttamente, mentre oggi c’è una maggiore consapevolezza della necessità di un intervento, ad esempio ci sono oltre 20 paesi che hanno stabilito forme di tassazione su bevande e cibi. Altre metodiche attuate e che possono essere ulteriormente sviluppate si basano sui controlli della pubblicità e dell’etichettatura dei prodotti. Risulta fondamentale informare il consumatore, non solo dando dei messaggi generici, ma fornendo il messaggio giusto nel momento in cui si compiono le scelte. Diversi paesi tra cui l’Ecuador, l’Iran, il Cile, la Gran Bretagna stanno lavorando in questi ambiti.

Inoltre è emersa l’idea che attraverso la riformulazione dei prodotti si possa avere una dieta sana, ad esempio ci sono state diverse esperienze sulla riduzione del sale, degli acidi grassi trans e recentemente dello zucchero aggiunto, ma c’è ancora moltissimo da fare.

intervista di Benedetta Armocida

  1. Double burden della malnutrizione: è l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, o altre malattie associate alla dieta, tra individui, all’interno di famiglie e nelle popolazioni.
  2. Stunting: ridotta crescita in altezza per l’età. Questo riflette un processo di mancato raggiungimento del potenziale di crescita lineare a causa di condizioni di salute e/o nutrizionali non ottimali. Secondo gli standard di crescita del bambino dell’OMS ci si riferisce ai bambini di età compresa tra 0 e 59 mesi, la cui altezza per età è inferiore a due deviazioni standard (moderata e grave) e meno di tre deviazioni standard (grave) rispetto la mediana.
  3. Wasting: ridotto peso per l’altezza. Il wasting indica nella maggior parte dei casi un recente e grave processo di perdita di peso, spesso associato alla carestia o a gravi malattie.

 

 

OMS – Il costo globale della sanità entro il 2030 potrebbe raggiungere i 371 miliardi di dollari l’anno

17 luglio – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che per il raggiungimento dei target sanitari globali che rientrano negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) entro il 2030 potrebbero essere necessari investimenti da donatori e governi nazionali fino a 58 dollari per persona all’anno, ovvero 371 miliardi di dollari l’anno.

Il The Lancet Global Health Journal pubblica un rapporto dal titolo “SDG Health Price Tag” in cui stima i costi di espansione dei servizi sanitari per raggiungere i target sanitari dei 16 OSS in 67 paesi a basso e medio reddito, che rappresentano il 95% della popolazione nei suddetti paesi e il 75% della popolazione mondiale.

Il modello “SDG Health Tag” sviluppa due scenari: uno scenario A “ambizioso” in cui gli investimenti sono sufficienti per i paesi per raggiungere gli obiettivi sanitari degli OSS entro il 2030 e uno scenario B “in progressione” in cui i paesi raggiungono due terzi o più degli obiettivi.

Lo scenario “ambizioso” richiede per il raggiungimento degli obiettivi sanitari OSS che gli investimenti crescano nel tempo da 134 miliardi di dollari all’anno a 371 miliardi di dollari, o 58 dollari a persona, entro il 2030. L’analisi mostra che l’85% di questi costi può essere raggiunto con risorse nazionali, anche se ben 32 dei paesi più poveri del mondo affrontano un divario annuo di 54 miliardi di dollari e continueranno ad avere bisogno di assistenza esterna. Lo scenario A prevede inoltre l’aggiunta di oltre 23 milioni di operatori sanitari e la costruzione di oltre 415.000 nuovi servizi sanitari, nel 91% dei casi  si tratterebbe di un centro sanitario per le cure primarie.

Anche se questo piano “ambizioso” aumenterebbe la spesa sanitaria in percentuale del prodotto interno lordo (PIL) in tutti i 67 paesi, passando da una media del 5,6% al 7,5%, questa rimarrebbe ancora inferiore alla media mondiale per la spesa sanitaria del 9,9% il PIL.

L’investimento permetterebbe di prevenire 97 milioni di morti premature, tra cui oltre 50 milioni di morti alla nascita o prima dei 5 anni, 20 milioni di morti per malattie non trasmissibili – cardiovascolari, diabete e cancro – e l’aspettativa di vita nei 67 paesi interessati aumenterebbe di 8,4 anni.

Lo scenario “in progressione”, invece richiederebbe un aumento di nuovi investimenti da 104 miliardi di dollari l’anno a 274 miliardi di dollari, o 41 dollari per persona entro il 2030.

Questo piano potrebbe impedire circa 71 milioni di morti premature e aumentare la spesa sanitaria in percentuale del PIL portandola in in media al 6,5%. Aggiungerebbe 14 milioni di operatori sanitari e costruirà 378.000 nuovi servizi sanitari, il 93% dei quali sarebbero centri sanitari per le cure primarie.

Il “SDG Health Price Tag” è inteso come uno strumento per informare ed elaborare ulteriori ricerche. Inoltre, sottolinea che il raggiungimento della copertura sanitaria universale e gli altri obiettivi sanitari impongono non solo il finanziamento, ma la volontà politica e il rispetto dei diritti umani.

“La copertura sanitaria universale è in ultima analisi una scelta politica. È responsabilità di ogni paese e governo nazionale perseguirla”, come dichiara il nuovo direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, in un commento che accompagna il documento in The Lancet Global Health.

di B.A.

Le azioni di maggiore impatto per salvare il pianeta: ridurre i viaggi in aereo, vivere senza macchina e non avere troppi figli

12 luglio – The Telegraph riporta in un articolo di Sarah Knapton, i modi più efficaci per salvare il pianeta dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici.

Si fa riferimento ad un nuovo studio dell’Università svedese di Lund, che ha dimostrato come viaggiare in aereo elimini i vantaggi di 20 anni di riciclaggio in termini di riscaldamento globale e che nonostante siamo incentivati a riciclare questo avrà un impatto molto inferiore rispetto al ridurre i voli aerei, al passare ad una dieta vegetariana e al vivere senza automobile.

Lo studio pubblicato su Environmental Research Letters, sostiene che i governi e le scuole debbano comunicare in maniera più efficace i modi migliori per ridurre l’impatto dei gas serra, piuttosto che concentrarsi su pratiche poco utili; le persone devono sapere quali azioni hanno il massimo impatto sull’inquinamento e il cambiamento climatico.

Aggiungendo che invece di incoraggiare il riciclaggio dei rifiuti o il passaggio a lampadine a risparmio energetico, si dovrebbe consigliare di evitare viaggi aerei, vivere senza auto, passare ad una dieta su base vegetale e avere famiglie meno numerose. Vivere senza auto infatti consente di risparmiare circa 2,4 tonnellate di anidride carbonica all’anno, mentre passare ad una dieta vegetale salva 0,8 tonnellate, queste azioni hanno un potenziale molto maggiore di riduzione delle emissioni rispetto alle strategie comunemente promosse come il riciclaggio globale e l’uso di lampadine domestiche che sono quattro e otto volte rispettivamente meno efficaci del cambiamento verso una dieta a base vegetale. Anche avere una famiglia numerosa si è dimostrato di grande impatto sul clima, creando quasi 60 tonnellate di C02 ogni anno per ogni bambino. Evitare un volo transatlantico di sola andata potrebbe risparmiare invece circa 1,6 tonnellate di emissioni di anidride carbonica e stendere i vestiti all’aperto, invece di utilizzare un’asciugatrice, consente di risparmiare 200 kg all’anno, a differenza dell’uso di lampadine a risparmio energetico, molto pubblicizzato, che riduce solo 100 kg di CO2 ogni anno.

Hannah Martin, capo dell’energia e clima di Greenpeace ha dichiarato: “è sempre più importante fare scelte informate, sia che si tratti dell’auto che guidiamo, che del trasporto che prendiamo, che del cibo che consumiamo o dei prodotti che acquistiamo”.

I ricercatori comprendono che consigliare di cambiare modo di mangiare o di avere meno figli possa sembrare controverso, ma è fondamentale per il futuro del pianeta.

Il co-autore di studio Kimberly Nicholas, dell’Università di Lund, ha dichiarato: “Riconosciamo che queste sono scelte profondamente personali, ma non possiamo ignorare l’effetto climatico che ha il nostro stile di vita. È particolarmente importante per i giovani stabilire modelli a lungo termine per essere consapevoli di quali scelte abbiano il maggior impatto sull’ambiente”.

Quindi, nonostante la responsabilità più grande alla sfida del cambiamento climatico debba venire dall’industria e dai governi, il cambiamento di stile di vita del singolo soggetto e la conoscenza delle scelte che compiamo può condurre a piccoli, ma sostanziali cambiamenti per salvare il pianeta.

di B.A.

Gambia – L’ultimo miglio verso il traguardo dell’eliminazione della malaria

15 luglio 2017 – Secondo quanto riportato dalla Thomson Reuters Foundation il Gambia, paese africano con quasi due milioni di abitanti, potrebbe candidarsi ad essere il primo paese dell’Africa Sub-Sahariana a riuscire a vincere la terribile lotta contro la malaria, da decenni la principale causa di morte soprattutto in età infantile.

Tale miglioramento è emerso dai dati statistici raccolti dal National Malaria Control Programme (NMCP): l’incidenza del Plasmodium, parassita della malaria, nei bambini al di sotto dei cinque anni è scesa sotto il 0,2% partendo dal 4% del 2011; il numero totale di nuovi casi di malaria si è ridotto notevolmente passando da 262.000 nel 2011 a 155.450 lo scorso anno.

É stato possibile raggiungere tali risultati grazie alle misure di controllo adottate, come per esempio l’uso di farmaci antimalarici, le zanzariere trattate con insetticida e gli interventi di bonifica; oltre a queste, come sostiene Carla Fajardo dell’agenzia Catholic Relief Services (CRS), il Gambia ha saputo avvalersi della tecnologia per combattere la malaria, ricorrendo a dispositivi elettronici, piattaforme online e GPS è stata possibile una maggior accessibilità e diffusione dei medicinali.

Nonostante i numerosi risultati positivi ottenuti non si può tuttavia dichiarare la definitiva eliminazione della malaria. Sembra infatti mancare un “ultimo miglio” rappresentato da un incremento dei fondi da parte dei donatori, per raggiungere il traguardo.

Questa fase è la più delicata da affrontare come afferma Balla Kandeh: “Questo ultimo miglio è la parte più difficile: abbiamo bisogno di maggiore collaborazione da parte dei donatori per sostenere i risultati. Spesso proprio in questa fase i donatori rivolgono la loro attenzione altrove”.

Il Gambia è determinato a raggiungere il traguardo di zero nuovi casi di malaria entro il 2020 e ciò potrebbe essere favorito dal cambiamento socio-politico avvenuto in seguito all’elezione del nuovo Presidente Adama Barrow, dopo il ventennale regime dittatoriale di Yahya Jammeh, durante il quale i fondi dai donatori sono stati notevolmente ridotti.

Con meno vincoli e meno incertezza politica, quindi, il Gambia potrebbe riuscire a raggiungere con successo l’obiettivo.

Rielaborazione dell’articolo redatto da Kieran Guilbert e pubblicato da Belinda Goldsmith

L.G.

AperiCUAMM – Raccolta fondi per l’emergenza fame in Sud Sudan

Martedì 18 luglio, ore 18,00 si terrà presso FAUNO 3.0 AperiCUAMM, l’aperitivo solidale di Medici con l’Africa CUAMM.

L’aperitivo sarà l’occasione per conoscere le attività, i progetti in Africa e in Italia dell’Ong e i membri del comitato CUAMM di Roma, ma soprattutto servirà per la raccolta fondi destinata all’emergenza fame in Sud Sudan.  

Il Sud Sudan è uno Stato fragile, fra i più poveri al mondo, nel quale coesistono e si alimentano reciprocamente guerra, epidemia e carestia. Sono 6 milioni le persone che riescono a fatica a trovare cibo a sufficienza ogni giorno. Il paese più giovane al mondo è dilaniato dalla guerra civile, iniziata nel 2013, tra i sostenitori del presidente Salva Kiir di etnia dinka e quelli dell’ex vice presidente Riech Machar di etnia neur, cacciato dal governo. La perpetua guerra e le scarse risorse alimentari hanno ridotto la popolazione allo stremo, tanto che, nel febbraio scorso, il governo ha dichiarato la carestia nella zona dell’ex Stato di Unity: le contee di Koch, Mayendit e Leer sono così pericolose da essere inaccessibili anche agli aiuti umanitari.

Il CUAMM ha operato e sta operando per rafforzare il sistema sanitario e rendere le comunità capaci di rispondere alle numerose necessità, garantendo interventi sul territorio, trasporto per emergenze e supporto a oltre 80 strutture, tra ospedali e centri periferici. Grandi sforzi sono stati effettuati per il trattamento della malnutrizione acuta in 13 di questi centri e a livello ospedaliero.