Un accordo sul clima è anche un accordo per la salute

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) presenta il secondo capitolo della raccolta “Dieci anni nella salute pubblica 2007 – 2017”: OMS guardiana della salute globale: cambiamento climatico, inquinamento dell’aria, resistenza agli antibiotici.

L’OMS pone l’accento sull’importanza di riconoscere il cambiamento climatico come il maggiore problema del 21esimo secolo. E’ oramai accertato che l’impatto del cambiamento climatico ha dirette conseguenze sulla distribuzione, frequenza e severità delle patologie infettive. “Per le malattie infettive, il cambiamento climatico è una minaccia a più volti. Tocca le minacce già esistenti – dall’epidemia del colera, alla diffusione del Virus Zika a nuove aree geografiche, al peggioramento della siccità che porta malnutrizione severa – e le incrementa.”

Il resoconto ricorda il trattato sul cambiamento climatico di Parigi come un passaggio storico in cui “i paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas a effetto serra e incrementare le misure di contenimento del cambiamento climatico.” Ma subito dopo viene sottolineato come molto deve essere ancora fatto. La Dottoressa Chan, Direttore Generale dell’OMS a mandato oramai scaduto, più volte ha ricordato come il mondo sia considerevolmente in ritardo nell’accettare la gravità del problema e di prendere decisioni nel merito.

I numeri parlano chiaro. Il cambiamento climatico causa decine di migliaia di morti. Nel 2030 si stima che la mortalità causata dal cambiamento climatico salirà a 250 000 morti all’anno, le cui cause saranno riconducibili a malattie quali malaria, diarrea, dengue, colera, problemi legati alla sola malnutrizione e ai disastri ambientali. Da qui, se si riconosce che i cambiamenti climatici hanno un diretto effetto sulla morbosità e la mortalità, ma più in generale sulla salute umana globale, si può comprendere come l’accordo di Parigi non sia solo un patto sulla protezione ambientale del nostro pianeta, ma rappresenti un’alleanza globale di salute pubblica.

Nel rapporto si sottolinea che le politiche già intraprese vanno nella direzione giusta, ma anche che esse necessitano di attuazione per arginare il surriscalmento del pianeta e contrastare gli effetti che quest’ultimo ha sulla salute dell’uomo. “I ricercatori hanno stimato che agire sulle sovvenzioni energetiche globali potrebbe ridurre l’emissione di diossina di più del 20%, riducendo a più della metà i morti causati dall’inquinamento dell’aria, facendo risparmiare ai governi quasi tre mila miliardi di dollari.”

Un altro passaggio richiamato dal rapporto è la creazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici il cui scopo è quello di “indurre i ministri della salute e altri soggetti coinvolti a includere la salute nei negoziati sul clima.” Il lavoro della Commissione è finalizzato ad evidenziare quelle azioni volte ad arginare il cambiamento climatico – “la scelta di puntare verso fonti di energia più pulite, il trasporto pubblico e la promozione della bicicletta e degli spostamenti a piedi” –, le quali hanno effetti diretti e riscontrabili sulla salute dell’uomo.

In conclusione, si riaffermano gli sforzi che dovranno essere ancora affrontati. Ricordando che lavorare nella giusta direzione significa crearsi “l’opportunità di proteggere la risorsa più preziosa del pianeta, le persone. Un pianeta rovinato non può sostenere la vita umana in buona salute.”

F.O.

Nuovi casi di infezione umana dal virus A (H7N9) in Cina

Il 21 aprile 2017, la Commissione nazionale per la pianificazione e la sanità familiare della Cina (NHFPC) ha notificato all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), 28 nuovi casi di infezione da virus influenzale A (H7N9), di cui 8 decessi.

L’influenza aviaria è una malattia degli uccelli diffusa in tutto il mondo, causata da un virus dell’influenza di tipo A. Si conoscono almeno quindici sottotipi di virus influenzali infettanti, ma le epidemie ad alto interesse per la salute pubblica sono state causate dal sottotipo H5 e H7.

L’influenza aviaria A (H7N9) è un particolare sottotipo di virus influenzale trovato per la prima volta nel 2013 in Cina. Nell’uomo, l’infezione è associata ad un’esposizione a pollame vivo e ad ambienti contaminati, quali i mercati e le aziende agricole. Non è ancora stata segnalata alcuna trasmissione interumana.

Considerato l’aumento del numero dei casi di infezione umana dal dicembre 2016, il governo cinese ha dichiarato che prenderà ulteriori misure di controllo:

  • Aumento della valutazione del rischio, della prevenzione e del controllo
  • Aumento dell’ attenzione igienica nei mercati di pollame vivo e dei trasporti transfrontalieri
  • Indagini dettagliate sulla fonte per garantire misure efficaci di prevenzione e controllo
  • Diagnosi precoce e segnalazione dei nuovi casi
  • Corretta informazione alla comunità sulla prevenzione e autoprotezione
  • Aumento della sorveglianza della virologia, per definire l’ambito di contaminazione e mutazioni del virus, al fine di fornire ulteriori indicazioni per la prevenzione e il controllo.

Secondo l’OMS, le evidenze epidemiologiche e virologiche attuali suggeriscono che il virus A (H7N9) non ha acquisito la capacità di una trasmissione continua tra gli esseri umani; pertanto, la probabilità di un’ulteriore diffusione a livello comunitario è considerata bassa.

L’OMS raccomanda ai viaggiatori, in transito nei paesi che hanno riportato episodi di influenza aviaria, di evitare, se possibile: le aziende di pollame, il contatto con animali nei mercati di volatili vivi, l’entrata in zone in cui il pollame viene macellato e il contatto con eventuali superfici contaminate da feci di pollame o di altri animali. Raccomanda inoltre al viaggiatore di lavarsi le mani con acqua e sapone e di prestare attenzione all’igiene dei prodotti alimentari. Una diagnosi di infezione da influenza aviaria dovrebbe essere presa in considerazione nei soggetti che sviluppano gravi sintomi respiratori durante il viaggio o nell’immediato ritorno.

L’OMS non ritiene però che debbano essere introdotte restrizioni di viaggio.
Incoraggia i paesi a continuare a rafforzare la sorveglianza dell’influenza, inclusa la sorveglianza delle malattie respiratorie acute e delle malattie simil-influenzali, ad esaminare attentamente le forme insolite, e assicurare sempre la segnalazione delle infezioni umane.

http://www.who.int/csr/don/01-may-2017-ah7n9-china/en/

di Beatrice Formenti

Le autorità sanitarie statunitensi inseriscono l’Italia tra i paesi a rischio di morbillo

Il 2 maggio un editoriale del New York Times titolava “Populismo, politica e morbillo”.  Ricordando che “la preoccupante epidemia di morbillo in Italia e in altri paesi europei potrebbe essere il risultato di una caduta delle vaccinazioni causata da pretestuose affermazioni, fuorvianti e senza credito, circa la loro pericolosità.”

Il 30 aprile si è conclusa la settimana europea per le vaccinazioni. Intanto il 17 aprile, il CDC (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta) aveva già inserito l’Italia nell’elenco dei Paesi “a rischio salute” per il morbillo. Ai viaggiatori americani che intendono recarsi in Italia viene raccomandato di prendere misure precauzionali quali: assicurarsi di essere vaccinati; vaccinarsi; lavarsi spesso le mani; evitare di toccarsi il volto prima di essersi lavati le mani.

In effetti in Italia, ma anche in altri paesi europei cresce la preoccupazione per l’aumento significativo di casi di morbillo. Almeno in parte, in Italia, l’aumento dei casi può essere messo in relazione con il poderoso calo delle vaccinazioni, inclusa quella contro il morbillo, che è oggetto di un intenso dibattito.

Come comunicato dall’Istituto Superiore della Sanità (ISS), dall’inizio del 2017 i nuovi casi registrati di morbillo sono 1739, a fronte di poco meno di 800 nello stesso periodo dello scorso anno. Si tratta di persone non vaccinate e di età media di 27 anni. Quattro su dieci sono stati ricoverati in ospedale e il 33% ha avuto complicanze.

Il Dr Walter Ricciardi, presidente dell’ISS, precisa che anche altri paesi europei sono sotto osservazione per lo stesso motivo. Come la Francia, il Belgio, la Svizzera e la Germania.

A differenza del continente europeo, il continente americano è stato dichiarato “libero del morbillo endemico”, come annunciato dalla Organizzazione Panamericana della Sanità a settembre 2016. La raccomandazione di vaccinazione ai turisti che si recano in Europa è dunque anche una misura di prevenzione che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto al fine di prevenire l’importanza di nuovi casi di morbillo. Certamente la discussione circa l’efficacia dei vaccini non si placherà facilmente vista la dimensione che ha assunto nel dibattito politico e nell’opinione pubblica.

di Lucrezia Gondini

 

 

 

Il primo vaccino contro la Malaria: Inizia il progetto pilota in Africa

Il 24 aprile 2017, l’Ufficio Regionale per l’Africa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS / AFRO) ha annunciato l’inizio di un ambizioso programma pilota al fine di testare il primo vaccino contro la malaria.
Ghana, Kenya e Malawi saranno i paesi che parteciperanno al progetto coordinato dall’OMS, il cui obiettivo è di rendere disponibile il vaccino nel 2018.

Secondo i dati OMS, nel 2015 i nuovi casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni, causando circa 429 mila decessi, la maggior parte dei quali bambini. Nonostante gli sforzi globali abbiano portato a una riduzione generale dell’incidenza della malattia e dei tassi di mortalità, la malaria continua ad essere oggi in Africa una delle malattie più diffuse tra gli adulti e una delle maggiori cause di morte per i bambini.

RTS,S, questo il nome del primo vaccino contro la malaria ad aver ottenuto un parere positivo dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), è stato realizzato dall’azienda farmaceutica britannica GlaxoSmithKline (GSK). Il vaccino è stato sviluppato tra il 2009 e il 2014 attraverso una partnership che ha coinvolto l’organizzazione internazionale PATH Malaria, con il sostegno della Bill & Melinda Gates Foundation, e una rete di ricerca in sette paesi africani, inclusi Ghana, Kenya e Malawi .
Il vaccino iniettabile è stato sviluppato al fine di prevenire la trasmissione della forma più mortale di malaria, causata dal Plasmodium falciparum veicolato dalle zanzare del genere Anopheles.

Il vaccino sarà somministrato ai bambini di età compresa tra i 5 e i 17 mesi tramite iniezione intramuscolare e distribuito attraverso i programmi nazionali di immunizzazione.
L’OMS sta lavorando con i tre paesi al fine di facilitare la regolamentazione del vaccino attraverso il Forum Africano per la Regolamentazione del Vaccino (AVAREF). Il programma pilota valuterà la fattibilità nel fornire le quattro dosi richieste di RTS,S, l’efficacia nella riduzione della mortalità infantile, e la sicurezza nel contesto di utilizzo.

I governi di Kenya, Ghana e Malawi decideranno autonomamente come gestire il progetto, dando priorità alle aree ad alto rischio di trasmissione. Gli studi condotti durante la sperimentazione contribuiranno ad un possibile utilizzo del vaccino su larga scala.

“La prospettiva di un vaccino contro la malaria è una grande novità. Le informazioni raccolte a seguito del programma pilota ci aiuteranno a prendere decisioni sull’uso su più larga scala di questo vaccino “, ha affermato il dottor Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa. “In combinazione con gli interventi per la prevenzione e cura della malaria già esistenti, un vaccino di questo tipo avrebbe la possibilità di salvare decine di migliaia di vite in Africa”, ha aggiunto.

http://www.afro.who.int/en/media-centre/pressreleases/item/9533-ghana-kenya-and-malawi-to-take-part-in-who-malaria-vaccine-pilot-programme.html

di Beatrice Formenti

GIORNATA MONDIALE DELLA MALARIA (WORLD MALARIA DAY): L’OMS DELINEA LE NUOVE STRATEGIE PER L’ELIMINAZIONE GLOBALE DELLA MALARIA

 

25 Aprile 2017, Giornata Mondiale della Malaria – L’Organizzazione Mondiale della Sanità insiste sulla prevenzione come strategia cruciale per ridurre l’impatto della malaria sulla salute a livello mondiale.  Il tema conduttore della giornata di quest’anno è  “Porre fine alla malaria una volta per tutte ” (“End Malaria for Good”).

La malaria è una malattia infettiva provocata da protozoi del genere Plasmodium, trasmessa da persona a persona attraverso la puntura di zanzare del genere Anophele . E’ la più diffusa fra tutte le parassitosi, con segni di gravità diversa a seconda della specie del Plasmodio infettante.

Solo nel 2015 sono stati stimati 212 milioni di casi di malaria, la maggior parte dei quali registrati prevalentemente in Africa Sub-Sahariana (90%) e nella regione del sud est asiatico (7%). È una malattia potenzialmente letale, con un tasso di mortalità del 29% . Solo nel 2015 nella regione africana sono state stimate 429 000 morti correlate alla malaria, corrispondenti al 90% delle morti totali da malaria.

La Strategia Globale per la Malaria 2016-2030 è stata adottata dall’Assemblea Mondiale della Sanità a maggio 2015, a seguito di un ampio processo di consultazione con più di 400 esperti provenienti da 70 Stati membri. Essa fornisce un quadro di riferimento per tutti i paesi che lavorano per controllare ed eliminare la malaria, con approcci che sono flessibili e su misura per contesti locali. La strategia fissa obiettivi ambiziosi ma raggiungibili per il 2030, indicando traguardi intermedi per monitorarne i progressi. Le tappe a breve termine per il 2020 sono: ridurre l’incidenza di nuovi casi di malaria del 40%, ridurre la mortalità per malaria del 40%, eliminare la malaria in almeno 10 Paesi e prevenire il ritorno della malaria in paesi in cui la patologia è già stata eliminata.

“A framework for Malaria Elimination”, un piano strategico per l’eliminazione della malaria, è stato presentato al meeting del Malaria Policy Advisory Committee (MPAC), tenutosi a Ginevra tra il 22 e il 24 marzo 2017. Nell’ambito di quel Piano strategico, i Paesi partecipanti si sono dati come obiettivo l’eliminazione della malaria entro il 2020. Rispetto al programma precedente sono molte le novità. Il Dr. Pedro Alonso, direttore del Programma Mondiale per l’Eliminazione della Malaria, afferma: “ci sono nuove strategie e nuovi strumenti che dieci anni fa non erano ancora disponibili. Molti Paesi stanno già eliminando la malaria o sono sulla buona strada per il conseguimento dell’obiettivo e tutti questi progressi richiamano l’attenzione sull’esigenza di adeguare le nostre strategie alla situazione attuale”.

Nel 2007 ci si rivolgeva solo ai Paesi in cui l’incidenza di malaria era più bassa, oggi il piano si rivolge a tutti i Paesi in cui è una patologia endemica. Quindi, si prefigge un’azione decisamente più ampia allo scopo di conseguire l’obiettivo di eliminare la malaria in almeno 35 paesi entro il 2030″.

Nel nuovo piano strategico, i Paesi a cui l’azione è rivolta sono suddivisi in base all’incidenza e la prevalenza della malattia, ovvero al numero di nuovi casi e alla sua diffusione (alta, moderata, bassa o molto bassa).  Il programma dell’OMS delinea delle strategie valide globalmente che tuttavia andranno adattate alle diversità dei contesti locali.

http://who.int/malaria/news/2017/new-guidance-on-elimination/en/

http://www.who.int/campaigns/malaria-day/2017/en/

di Andrea Casale e Silvia Coffaro

United Nations Population Award a Hans Rosling

L’annuncio dell’assegnazione dell’United Nations Population Award di quest’anno – premio delle Nazioni Unite che conferisce alti meriti a personalità ed organizzazioni nel campo della salute globale – offre l’opportunità di ricordare, a tre mesi dalla sua scomparsa, Hans Rosling.

Più che medico, accademico, statistico, epidemiologo e celebre divulgatore, Hans Rosling si definiva un “possibilista”. Sono note le numerose apparizioni in pubblico e i video pubblicati in cui Rosling mostrava come per la maggior parte delle persone la percezione dello stato di salute del mondo passi attraverso una visione negativa di quest’ultimo. Armandosi di numerosi se pur accessibili dati statistici e di una creativa rappresentazione di essi, disarmava con una sfacciata semplicità alcuni preconcetti e mostrava che enormi problemi di salute globale hanno soluzioni concrete, se letti dal giusto punto di vista.

L’eredità di Hans Rosling passa attraverso la Fondazione Gapminder con la creazione di un software – Gapminder – per rappresentare banche di dati statistici ed epidemiologici (ora chiamato Trendalyzer dopo l’acquisto da parte della Google), un metodo lucido ed ironico di divulgazione dei dati e soprattutto un messaggio possibilistico per uno sviluppo sostenibile.

http://www.gapminder.org/videos/will-saving-poor-children-lead-to-overpopulation/

http://www.gapminder.org/videos/dont-panic-end-poverty/

di Federico Olivo

 

Una nuova epidemia? Per prevenirla bastano igiene e un paio di scarpe

Il 10 aprile 2017 sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene è stato pubblicato uno studio sulla misteriosa epidemia di elefantiasi sviluppatasi nel distretto di Kamwenge, in Uganda occidentale. Lì dove si era sospettato un evento epidemico ed improvviso di elefantiasi parassitaria, si è invece diagnosticata la podoconiosi, forma rara di elefantiasi non infettiva. Ma non chiamatela “tropicale”!

Non ha infatti nulla a che vedere con la latitudine la podoconiosi, dal greco “podos” e “konos” che significa “piede” e “polvere”, una malattia invalidante però negletta, su base non infettiva, determinata dalla prolungata esposizione dei piedi nudi ad irritanti minerali del suolo vulcanico.

I minuscoli cristalli minerali appuntiti, contenuti nel suolo vulcanico, possono infatti penetrare nella cute dei piedi e in alcune persone attivare un processo infiammatorio, che a lungo termine produce un accumulo di tessuto cicatriziale, che a sua volta va a bloccare i vasi linfatici e determina linfedema severo e ulcere agli arti inferiori. È una patologia cronica con maggiore prevalenza in alcune zone dell’Uganda orientale, ma soprattutto in Etiopia, dove, come stima l’OMS, si contano almeno 1 milione di persone affette.

Quando nel 2015 è stata annunciata la possibilità di un’epidemia di elefantiasi, nel Kamwenge, un team del ministero, dell’ufficio regionale dell’OMS e l’Università di Makerere hanno iniziato ad indagare.

Nonostante le persone affette presentassero edema dolente agli arti inferiori e ulcere, segni tipici di filariasi, non vi erano evidenze microscopiche di parassitosi. Dopo aver esaminato la storia medica di 52 soggetti, identificati come casi sospetti, gli scienziati sono giunti alla conclusione che si trattava di una forma di elefantiasi cronica su base non infettiva, escludendo la possibilità di un’epidemia acuta.

“Le persone possono soffrire di podoconiosi, una malattia non infettiva, per decenni prima che diventi ovvia l’evoluzione in elefantiasi,” ha detto Christine Kihembo, epidemiologa del Ministero della Sanità ugandese e principale autore dello studio. “Molte persone affette in Uganda occidentale probabilmente soffrivano silenziosamente senza chiedere alcun aiuto per più di 30 anni.”

Gli scienziati hanno concluso che “è stata scoperta una patologia cronica negletta che negli ultimi 30 anni aveva assunto un’incidenza annua relativamente stabile”.

In accordo con lo studio, l’età media alla diagnosi era 48 anni, ma essendo una patologia ad andamento progressivo, l’esposizione inizia sin dalla giovane età.

Dati hanno dimostrato che il modo migliore e semplice per prevenire la podoconiosi sia curare l’igiene personale e indossare scarpe durante il lavoro nei campi – 93% dei soggetti in esame lavorava scalzo. Di conseguenza, nella regione, è iniziata una campagna educativa di sanità pubblica, per informare la comunità sulle cause di sviluppo della malattia e come prevenirla.

“È sicuramente una sfida far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’igiene dei piedi tra persone di una comunità povera e rurale, dove ci sono molti disagi e andare a piedi nudi non è generalmente uno tra questi” dice Kihembo; ribadendo la necessità di una diagnosi precoce per evitare di raggiungere un “punto di non ritorno” in cui l’edema non può più essere invertito e “le persone finiscono per essere isolate e stigmatizzate per la malattia e possono sviluppare infezioni secondarie a causa delle ulcere cutanee, le quali causano un ulteriore deperimento nella salute e nelle loro capacità di essere membri produttivi della comunità”.

http://www.ajtmh.org/content/journals/10.4269/ajtmh.16-0932

di Benedetta Armocida

In Yemen si combatte anche contro la polio

Il 10 aprile 2017–nel devastato Yemen, UNICEF, OMS e partners, hanno portato a termine una vasta campagna vaccinale contro la poliomielite. Da febbraio, sono stati vaccinati circa 5 milioni di bambini al di sotto del quinto anno d’età.

I due anni di conflitto hanno quasi distrutto il sistema sanitario del paese, tra cui il programma di immunizzazione nazionale per proteggere tutti i bambini da malattie prevenibili. OMS e l’UNICEF hanno fornito continuo supporto, insieme ad altri servizi sanitari essenziali per i bambini, tra cui:

  • fornire carburante, generatori e frigoriferi ad energia solare per mantenere i vaccini a temperatura fredda costante.
  • Supporto per il trasferimento dei vaccini da celle frigorifere nazionali e governative a strutture sanitarie locali e a team di vaccinazione.

“Ogni minuto la situazione dei bambini in Yemen peggiora […]. Negli ultimi due anni, sono più i bambini morti a causa di malattie prevenibili che quelli uccisi dalla violenza,” dichiara Meritxell Relaño, rappresentate UNICEF in Yemen. “È per questo che la campagna vaccinale è cruciale nel salvare i bambini e assicurare loro un futuro.”

La vaccinazione è uno degli interventi più sicuri ed efficaci per proteggere i bambini da malattie potenzialmente fatali e debilitanti. Per questo, 40,000 operatori sanitari hanno attraversato il paese raggiungendo le zone più isolate a causa dei conflitti, somministrando il vaccino contro la polio e il supplemento di vitamina A.
Attraverso la campagna, nel violento governato del Sa’ada, più di 369,000 bambini tra i sei mesi e i 15 anni di età sono stati vaccinati anche contro il morbillo – altamente contagioso e potenzialmente fatale.

L’UNICEF lancia un importante allarme dichiarando il critico stato di acuta e severa malnutrizione.
“I bambini stanno morendo a causa del conflitto che non permette loro di accedere alle cure sanitarie e nutrizionali di cui hanno urgentemente bisogno. Il loro sistema immunitario è reso debole da mesi di carestia,” afferma Dr. Relaño, richiamando tutte le parti in conflitto al fine di trovare una soluzione alla crisi.

http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=56320#.WOu5pojyjic

http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=56531#.WOusvojyjic

di Beatrice Formenti

UNICEF: 200,000 bambini in Ucraina orientale necessitano di supporto urgente per superare il trauma del conflitto

Il 7 aprile 2017 l’UNICEF ha riportato che più di 200,000 bambini, 1 su 4, nelle due regioni di Donetsk e Luhansk, zone più colpite dal conflitto in corso in Ucraina orientale, necessitano di un sostegno psico-sociale urgente e sostenuto per affrontare il trauma di vivere da più di tre anni in un contesto di violenza.

Il mondo ha dimenticato questa crisi invisibile in Ucraina orientale, ma centinaia di migliaia di bambini stanno pagando un prezzo pesante, che potrebbe durare una vita senza un sostegno adeguato,” ha detto in un comunicato stampa la rappresentante UNICEF Ucraina Giovanna Barberis, sottolineando la necessità urgente di un finanziamento.

Questi bambini vivono nella paura cronica e nell’incertezza, a causa di bombardamenti sporadici, combattimenti imprevedibili e pericoli di mine ed altri ordigni inesplosi. Sono stati osservati cambiamenti di comportamento nei bambini dai tre anni di età, con sintomi quali grave ansia, enuresi notturna, incubi e comportamenti aggressivi.

Molti per ricevere un’istruzione mettono a rischio la loro sicurezza. Sette scuole sono state danneggiate durante la più recente escalation di violenza tra febbraio e marzo 2017, e più di 740 scuole – 1 su 5 – in Ucraina orientale sono state danneggiate o distrutte dall’inizio del conflitto nel 2014.

La maggior parte dei 200,000 bambini non riceve cure adeguate nonostante la presenza di assistenti sociali, psicologi ed insegnanti; a causa del persistere del conflitto, ulteriori e urgenti investimenti sono quindi necessari per garantire loro un sostegno solido in nome del diritto alla salute.

A questo scopo l’UNICEF ha lanciato un appello di $31.2 milioni per sostenere i bambini e le famiglie colpite dal conflitto.

I bambini non dovrebbero vivere con le cicatrici emotive di un conflitto di cui non hanno avuto alcuna parte nella creazione. Ulteriore supporto è ora necessario, in modo che i giovani a Donetsk e Luhansk possano crescere come adulti sani e ricostruire le loro comunità”, ha detto Barberis invitando tutte le parti del conflitto ad impegnarsi nuovamente nel cessare il fuoco e porre fine a questa violenza insensata.

https://www.unicef.org/media/media_95531.html

di Benedetta Armocida

 

 

L’OMS DICE STOP AGLI ERRORI DI PRESCRIZIONE E SOMMINISTRAZIONE DEI FARMACI

Il 29 marzo 2017, a Bonn, l’OMS ha lanciato la nuova “sfida” globale per la sicurezza del paziente.

Dopo la “Clean Care is Safer Care” del 2005 e “Safe Surgery Saves Lives” del 2008, il nuovo Global Patient Safety Challenge è sulla sicurezza del farmaco.

Lo scopo della “Medication Safety”, sul quale l’OMS ha prodotto una guida a fine 2016, è quello di ridurre del 50% nei prossimi 5 anni le associazioni errate di medicinali in tutti i Paesi. Altro obiettivo è quello di identificare le debolezze nei sistemi sanitari, per ridurre gli errori nelle prescrizioni mediche e quindi il danno iatrogeno che ne consegue.

È stato stimato che gli errori nelle prescrizioni di farmaci causano almeno una morte al giorno e approssimativamente danni a 1.3 milioni di persone/anno nei soli Stati Uniti. Mentre globalmente, è stato calcolato un costo associato a questi errori di circa 42 miliardi di dollari annui o quasi l’1% della spesa sanitaria globale.

Inoltre, anche se è stata stimata una percentuale simile di eventi avversi farmaco-correlati tra paesi ad alto reddito e quelli a basso-medio reddito, in questi ultimi l’impatto in termini di numero di anni di vita in buona salute persi è circa il doppio.

Come spiega Margaret Chan, direttore Generale dell’Oms: “Noi ci aspettiamo di essere aiutati quando assumiamo farmaci, non danneggiati. Tralasciando il costo umano, gli errori terapeutici pongono un enorme e non necessario sforzo sul bilancio sanitario. Prevenire gli errori salva soldi e vite.”

La prospettiva di prevenire errori potenzialmente evitabili richiede sistemi e procedure per garantire che il paziente riceva il trattamento appropriato, alla giusta dose, nel giusto momento e attraverso la più corretta via di somministrazione.

Per realizzare ciò, le azioni pianificate dal Global Challenge si focalizzeranno su 4 aree: pazienti e pubblico; professionisti sanitari; medicine come prodotti; sistemi e pratiche della prescrizione.

L’obiettivo è quello di migliorare ogni stadio del processo di uso dei farmaci, inclusi: la prescrizione, l’erogazione, l’amministrazione, il monitoraggio e l’utilizzo.
L’OMS si impegnerà quindi a fare da guida per lo sviluppo di strategie, piani e strumenti e per garantire che la terapia, nel suo completo processo, sia sicura per tutti i pazienti in tutte le strutture sanitarie del mondo.

Come detto da Sir Liam Donaldson, delegato Oms per la sicurezza dei pazienti: “Nel corso degli anni, ho parlato con molte persone che hanno perso i propri cari per errori terapeutici. Le loro storie mi hanno profondamente commosso e colpito ed è anche per rispetto di tutti coloro che sono morti per questi errori che la sfida deve essere lanciata e vinta”.

http://www.who.int/patientsafety/en/

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/medication-related-errors/en/?utm_source=WHO+List&utm_campaign=315b493577-EMAIL_CAMPAIGN_2017_03_29&utm_medium=email&utm_term=0_823e9e35c1-315b493577-257110669

di Benedetta Armocida