L’EPIDEMIA DI COLERA IN YEMEN HA RAGGIUNTO PIÙ DI MEZZO MILIONE DI CASI – AGGIORNAMENTO

14 Agosto 2017 –  Nonostante gli sforzi attuati per fronteggiare quella che ad oggi viene definita “la peggiore epidemia al mondo”, l’ultimo aggiornamento delle Nazioni Unite sull’epidemia di colera in Yemen è agghiacciante.

Più di mezzo milione sono i casi sospetti e da fine aprile sono stati registrati 2000 decessi.

Lo Yemen è oggi tra i paesi più poveri al mondo. Due anni di conflitto armato hanno acuito le preesistenti vulnerabilità del paese, portandolo al collasso. L’epidemia di colera (infezione diarroica acuta causata dall’ingestione di cibo o acqua contaminati dal batterio Vibrio cholerae) si è diffusa rapidamente a causa del deterioramento delle condizioni igienico sanitarie, dell’interruzioni dell’approvvigionamento idrico e del sovraffollamento della popolazione sfollata. Il sistema sanitario nazionale, con più della metà delle strutture distrutte e con gravi carenze di farmaci, attrezzature ed elettricità, è ormai incapace di rispondere.

“Per salvare le vite in Yemen dobbiamo sostenere il sistema sanitario, in particolare gli operatori sanitari che stanno operando in condizioni impossibili: migliaia di persone sono malate, ma non ci sono ospedali, non ci sono farmaci, non c’è acqua pulita”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’OMS e partner stanno lavorando per istituire cliniche ad hoc per il trattamento del colera, riabilitare le strutture sanitarie, fornire attrezzature mediche e sostenere lo sforzo di risposta nazionale.

“Esortiamo le autorità dello Yemen – e tutti quelli che possono svolgere un ruolo – a trovare una soluzione politica per porre fine a questo conflitto. Il popolo dello Yemen non può sopportare molto più a lungo – ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita e il proprio paese”, ha concluso A. Tedros.

Di B.F.

Venezuela – Nella drammatica crisi le cure spirituali diventano speranza di salvezza

Venezuela – In un recente reportage National Geographic descrive la drammatica situazione in corso in Venezuela e il crescente ricorso a riti spirituali per sconfiggere le malattie.

La grave crisi economica sta avendo delle inevitabili ripercussioni sull’intero sistema sociale e sanitario del Paese.

E’ in atto una vera e propria crisi umanitaria: scarseggiano infatti medicinali e generi alimentari.

I dati raccolti dall’Osservatorio venezuelano della salute sono allarmanti: dal 1998 quasi 500 mila aziende hanno chiuso; gli stipendi nel settore pubblico e privato sono tra i più bassi nell’America Latina e ciò comporta il dilagare del lavoro nero; sono 9 milioni le persone che non riescono a mangiare due pasti al giorno.

Così racconta Maria Luisa Ungreda, segretaria del Directorio Internacional dell’Associacion Damas Salesianas (ADS), un’organizzazione con sede a Caracas impegnata nell’assistenza sociale, nell’ambito educativo e formativo e in quello sanitario: «È normale vedere molte persone, specialmente bambini e anziani per la strada. Ogni giorno ci sono persone, anche famiglie o gruppi, che frugano nei rifiuti per trovare qualcosa da mangiare. Si formano lunghe file davanti ai supermercati e alle panetterie per comprare qualche prodotto a prezzo controllato, mentre altri alimenti possono essere acquistati solo a prezzi altissimi, al di fuori della portata della maggioranza delle persone».

A questa situazione va associato il gravissimo problema sanitario. Il governo Chavez  aveva aumentato considerevolmente la spesa pubblica per la sanità, l’educazione e i servizi sociali, con risultati molto significativi in termini di accesso all’assistenza sanitaria di base e di miglioramento di indicatori sanitari. Con la crisi, gli stessi indicatori sono drasticamente peggiorati e si è ormai giunti alla diffusa mancanza di medicinali, sia quelli di base che quelli specifici per la cura di malattie croniche, degenerative o il cancro, alle condizioni di assoluto degrado degli ospedali pubblici e al sovraffollamento di quelli privati. Inoltre, le politiche del governo, tese ad avere un controllo diretto sui cambi di valuta, l’acquisto di medicinali dall’estero è fortemente limitato, e nei rari casi in cui sia fattibile può avvenire solo dopo l’approvazione governativa.

Secondo il Venezuelan Pharmaceutical Federation più dell’85% dei medicinali di base è impossibile o difficile da trovare. Nelle farmacie scaffali e ripiani sono vuoti e come riportato da un sondaggio condotto nel marzo 2017 su 92 ospedali vi è una grave situazione di penuria di medicinali. L’89% degli ospedali non è in grado di eseguire regolarmente l’RX e il 97% dei laboratori medici non sono funzionanti. A complicare ulteriormente è l’impegno limitato del governo venezuelano nel richiedere aiuti esterni, negando che la crisi sanitaria abbia assunto dimensioni tali da rendere necessaria aiuti umanitari, di fatto frenando l’iniziativa dell’Assemblea Nazionale dove l’opposizione ha la maggioranza.

In questo contesto continua a crescere il numero di venezuelani che, confidando nelle capacità salvifiche dello spirito Emeregildo, ricorrono ai guaritori spirituali (sciamani). La gente si sottopone a rituali, presso la montagna dedicata al culto di María Lionza, che prevedono l’uso di piante medicinali e del fumo di tabacco, ritenuto capace di “assorbire” la malattia. Per queste persone, come la sig.ra Díaz, di soli 28 anni e con una diagnosi di tumore al seno, la montagna di María Lionza in cui avvengono tali rituali, sembra costituire davvero l’ultima speranza di salvezza.

Come afferma lo sciamano Edward Guidice: «La montagna di María Lonza è la nostra casa, la nostra chiesa e il nostro ospedale».

di L.G.

 

#OMS. In Siria sono state donate delle cliniche mobili che assistono 4500 famiglie

Il 16 giugno l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha comunicato che l’ufficio da campo di Gaziantep ha donato 5 unità sanitarie mobili alle organizzazioni partner che offrono assistenza sanitaria nel nord della Siria. A causa della guerra in atto in questa regione molti ospedali sono stati distrutti e manca totalmente l’assistenza sanitaria.

Le cliniche mobili opereranno nella zona di Aleppo meridionale, dove sono presenti numerosi piccoli villaggi, molti sfollati e dove le persone vivono in condizione di estremo bisogno.

Come afferma il Dr. Tamer Hasan, della Sirian American Medical Society (SAMS): “la clinica ricevuta dall’OMS è stata subito utilizzata per servire la comunità. Non è la prima volta che i medici hanno a disposizione una clinica mobile, ma la nuova unità consentirà un intervento differente rispetto al passato, garantendo maggiore riservatezza e dignità alle persone”.

Attraverso le cliniche mobili vengono visitati circa 6 villaggi alla settimana e si presta assistenza a circa 4500 famiglie. In un mese sono stati visitati quasi 2000 pazienti. La popolazione ora è a conoscenza dell’unità mobile e si registra regolarmente per sottoporsi ai check-up. Le cliniche forniscono molti servizi dalle cure primarie per malattie respiratorie, cutanee o degli occhi all’esecuzione di test di laboratorio, come la glicemia o il test delle urine. Le cliniche mobili consentono di raggiungere direttamente chi ne ha bisogno e ciò risulta fondamentale in una zona dove non esistono i trasporti pubblici. 

L’acquisto da parte dell’OMS di cliniche mobili per la Siria settentrionale è stato sostenuto dalla Direzione Generale della Protezione Civile europea e delle operazioni di aiuto umanitario e dal governo norvegese.

di D.Z.

Turchia – PHM a sostegno degli accademici turchi: “non saremo parte di questo crimine”

Il 29 giugno 2017, presso la Dokuz Eylül University di Izmir, sono stati licenziati gli accademici firmatari della Petizione per la pace. Tra questi il Prof. Cem Terzi, attivista di People’s Health Movement Europe (PHM) e importante partecipante della recente conferenza di PHM Europe tenutasi a Istanbul il 24-25 giugno.

Il PHM, già molto attivo nel denunciare la violazione dei diritti umani in atto in Turchia, a seguito del licenziamento del Prof. Cem Terzi, sta cercando concretamente di divulgare e condividere informazioni sulla situazione, ormai fuori controllo, che vige nel mondo accademico turco – dove dal settembre 2016 sono stati licenziati 5.295 accademici attraverso sette decreti applicati sotto lo stato di emergenza.

L’11 gennaio 2016 in due conferenze stampa tenutesi contemporaneamente ad Ankara e a Istanbul è stata resa pubblica la dichiarazione degli Accademici per la Pace (Barış İçin Akademisyenler, BAK) intitolata Non saremo parte di questo crimine“, sottoscritta da 1128 accademici, la maggioranza dei quali lavorava in istituti di istruzione superiore in Turchia. Con questa dichiarazione gli Accademici per la Pace hanno invitato lo Stato turco a porre fine alla violenza e a preparare le condizioni per la negoziazione. Nei giorni successivi alla conferenza stampa, con delle dichiarazioni pubbliche il Presidente della Repubblica, Tayyip Erdoğan, ha accusato i firmatari di essere “sostenitori del terrorismo” e “traditori”. Nonostante ciò, altri accademici si sono uniti a firmare la dichiarazione, arrivando ad un totale di 2212. Alcune delle amministrazioni universitarie hanno così avviato interrogazioni disciplinari contro i firmatari, intraprendendo azioni legali come la “sospensione preventiva” o il divieto di entrare nel campus universitario, violando così il diritto al lavoro di molti professori, associati, assistenti e ricercatori.

L’intero processo ha visto l’ulteriore deterioramento e dissoluzione della libertà di espressione, dell’autonomia accademica e della libertà in Turchia, con detenzioni, incursioni negli uffici e case e cancellazione dei passaporti, con la conseguente impossibilità di uscire dal territorio turco. I firmatari sono stati portati in tribunale ai sensi dell’articolo 7 della Legge anti terrore (Terörle Mücadele Kanunu, TMK) per “aver propagandato a favore di organizzazioni terroristiche” e/o ai sensi degli articoli 301 del codice penale turco (Türk Ceza Kanunu, TCK) per aver “offeso la Turchia”.

La situazione si è inoltre venuta ad intensificare in seguito al tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016, che anche se superato, ha visto aumentare il livello e la frequenza di violenza e instabilità, e ha sviluppato un ambiente sociale e politico che si allontana sempre più dalla pace.

Per fronteggiare questa situazione si è venuta a creare una fitta rete di solidarietà giudiziaria per quegli accademici a cui sono in corso indagini legali. Si sta cercando un forte sostegno giudiziario per monitorare attentamente le indagini disciplinari illegalmente emesse dalle presidenze universitarie e per sostenere gli accademici che hanno ricevuto o riceveranno una “sospensione condizionale” o saranno licenziati. Le campagne di solidarietà e petizioni portate avanti da molte organizzazioni accademiche e ONG non si fermano solo a livello nazionale, ma si stanno diffondendo a livello internazionale, con un numero di firme che superano ormai le decine di migliaia.

Come riportato dal PHM risulta fondamentale diffondere notizie e attuare azioni concrete per far luce su questa situazione. Viene proposto il boicottaggio delle Università turche, cercando l’appoggio di istituzioni universitarie, ONG e singoli membri. Tra queste menzioniamo l’Université Libre de Bruxelles (ULB), che ha in corso una campagna di solidarietà e che vede come attore principale il Prof. Thomas Berns.

Una prima azione concreta di PHM è la divulgazione di una lettera di solidarietà in sostegno agli Accademici per la Pace che di seguito riportiamo tradotta:

“In solidarietà con gli Accademici per la Pace e con tutti coloro che sono perseguitati in Turchia, invitiamo le università, i consigli di finanziamento e le associazioni accademiche a livello globale a tagliare tutti i legami con il Consiglio di Istruzione Superiore e con il Consiglio di ricerca scientifica e tecnologica della Turchia e con tutte le istituzioni universitarie coinvolte nella persecuzione degli accademici turchi, (The Guardian, We’ve lost democracy: 30 giugno 2017). Questo prendere di mira gli accademici turchi è iniziato nel gennaio del 2016, quando più di 2.000 accademici hanno firmato una petizione che chiedeva la fine della guerra nella regione curda e il permesso per gli osservatori internazionali di monitorare le città curde. Da allora, i firmatari hanno affrontato la diffamazione, le incursioni nelle loro case e negli uffici, la cancellazione dei passaporti, la detenzione e l’arresto. Il tutto amplificato dal colpo di stato fallito nel luglio scorso. Fino ad oggi oltre 5000 accademici sono stati licenziati e uno tra loro, il Dr Mehmet Fatih Traş, ha perso tragicamente la vita. Un boicottaggio è necessario per inviare un messaggio forte e chiaro alle istituzioni turche, evidenziando che le loro attività sono osservate in tutto il mondo e che questa persecuzione di accademici non sarà tollerata.”

di Benedetta Armocida

PHM – La salute si può raggiungere solo con la pace

People’s Health Movement (PHM), un movimento globale a tutela del diritto alla salute, gratuita e accessibile a tutti, si schiera a fianco degli amici e delle popolazioni turche, soggetti alle oppressioni del regime di Erdogan. Ribadendo il loro ruolo a difesa della salute come diritto umano fondamentale, a seguito dell’incontro del 24-25 giugno ad Istanbul, riassumono in una dichiarazione le azioni concrete da compiere per sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia.

 

Incontro europeo di People’s Health Movement (PHM)

Istanbul, 24-25 giugno 2017

Difendere i diritti umani per proteggere la salute

Nell’ultimo incontro del PHM Europa, svoltosi a Londra a Ottobre 2016, abbiamo deciso di schierarci in solidarietà con gli accademici turchi per la pace (Turkish Academics for Peace, AFP), vittime di una grave repressione da parte del regime di Erdogan per la sola ragione di essersi posti a difesa del diritto umano fondamentale alla salute. Ci riuniamo a Istanbul oggi per dire insieme che la salute si può raggiungere solo attraverso la pace. Ci opporremo sempre alle guerre che opprimono e uccidono persone innocenti.

In solidarietà con AFP, e con tutte le persone turche vittime di repressione per essersi posti a difesa dei diritti umani, facciamo appello alle realtà e alle persone singole che fanno parte del People’s Health Movement (PHM) in Europa e in tutto il mondo perché intraprendano azioni concrete volte sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia. In particolare, invitiamo a:

  • Condividere informazioni, aumentare la consapevolezza e sostenere le richieste di AFP, ovvero il ripristino delle posizioni di lavoro, dei passaporti e della libertà di movimento:
    • diffondere dichiarazioni di solidarietà e/o organizzare interviste via skype con AFP durante conferenze ed eventi accademici;
    • promuovere dichiarazioni di solidarietà da parte di università, sindacati, società scienti che e accademiche, etc.;
    • organizzare missioni ed eventi di solidarietà in Turchia;
    • supportare le richieste di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, due funzionari pubblici licenziati, che hanno cominciato lo sciopero della fame e ora sono detenuti in carcere in gravi condizioni di salute, chiedendo la loro immediata scarcerazione.
  • Offrire aiuto concreto:
    • offrire sostegno economico per chi è stato licenziato;
    • mettere a disposizione programmi di insegnamento a distanza per giovani ricercatori e ricercatrici, posizioni di insegnamento a distanza per docenti e posizioni in università straniere per coloro che possono viaggiare;
    • garantire accesso ai database scienti ci per chi è stato licenziato;
    • invitare AFP a condividere le loro ricerche in conferenze di persona o via skype.
  • Costruire alleanze nella lotta:
    • promuovere il boicottaggio delle università turche da parte di università straniere che hanno collaborazioni in atto;
    • contattare giornalisti, organizzare interviste e aumentare la copertura mediatica;
    • scrivere al commissario europeo Johannes Hahn, responsabile dei negoziati sull’allargamento dell’UE, che visiterà la Turchia il 6 luglio 2017.

Resistere alla commercializzazione della salute in Europa

Abbiamo deciso di continuare e di rafforzare la campagna per un’assistenza sanitaria pubblica gratuita e accessibile a tutte e tutti, che abbia al centro il 7 Aprile come giornata mondiale della salute. Il 2018 segnerà il 40° anniversario della Dichiarazione di Alma Ata, e indiremo per il 7 Aprile una giornata per la salute dei popoli, per opporci a qualsiasi tipo di commercializzazione della salute nei nostri Paesi e in tutta Europa.

I governi nazionali, così come le istituzioni europee, devono essere chiamati alle loro responsabilità. Inoltre, ra orzare la solidarietà internazionale contribuirà a sostenere le lotte nei nostri Paesi. Dobbiamo denunciare il ruolo che l’Europa svolge nel sostenere la privatizzazione dell’assistenza sanitaria nei Paesi all’interno e all’esterno dell’UE, anche attraverso nanziamenti dei programmi di riforma del settore sanitario e promozione di accordi di libero scambio.

Le seguenti decisioni informeranno la nostra campagna per la giornata per la salute dei popoli:

  • Intendiamo promuovere lo scambio di informazioni e la creazione di reti tra le mobilizzazioni locali che si oppongono alla commercializzazione della salute, per rafforzare la solidarietà internazionale.
  • Ci mobiliteremo nei nostri Paesi per sostenere le azioni locali che culmineranno il 7 aprile 2018, a partire dalla partecipazione alla consultazione online promossa dalla Rete europea contro la commercializzazione della salute per identificare i temi chiave di mobilitazione.
  • Utilizzeremo diverse forme di azione, comprese manifestazioni di piazza, costruzione di alleanze con operatori e operatrici della salute per incoraggiare chi ha responsabilità decisionali a opporsi all’agenda di privatizzazione, denuncia del ruolo predatorio svolto dalle grandi multinazionali (fornitori privati di servizi sanitari e assicurazioni sanitarie) nei nostri Paesi e dell’azione di lobby a livello europeo.
  • Cercheremo alleanze con i sindacati, le organizzazioni e le reti che condividono la nostra piattaforma d’azione.
  • Rafforzeremo i legami con le mobilizzazioni nei Paesi della regione mediterranea.

     

    Proteggere la salute delle persone immigrate e rifugiate

    Abbiamo ricevuto aggiornamenti dal PHM Turchia in merito alla situazione delle persone immigrate e rifugiate, aggravata dai con itti in corso nella regione e dalla mancanza di politiche adeguate dell’Unione Europea. Come denunciato da tempo, l’accordo UE-Turchia è una politica dannosa che ha trasformato la Turchia in una prigione a cielo aperto per le persone rifugiate, a ttata dall’UE. A quattro milioni di persone in Turchia non vengono garantiti tutti i diritti. La maggior parte di loro vive in condizioni compromesse per quanto riguarda i determinanti sociali della salute e ha limitato accesso all’assistenza sanitaria. La situazione delle persone immigrate prive di documenti, il cui numero è in rapida crescita, è ancora peggiore in termini di accesso alle cure, per l’applicazione di onerosi “ticket turistici” anche per ricevere cure urgenti ed essenziali.

    La situazione in altri Paesi come Belgio, Francia, Germania, Italia e Regno Unito presenta caratteristiche comuni in termini di discriminazione, xenofobia, disuguaglianze nell’ambito dei determinanti sociali della salute e dell’accesso all’assistenza sanitaria.

    Come PHM Europa:

  • Denunciamo l’approccio che informa le politiche migratorie nella nostra regione, costruito su misure di emergenza, una visione capitalistica delle persone immigrate come lavoratori e lavoratrici a basso costo, e la tendenziosa associazione tra migrazione e terrorismo che alimenta paura e xenofobia.
  • Ci opponiamo ai centri di detenzione per chi è senza documenti, sempre più   frequentemente gestiti da società for pro t come G4S, dove le persone vengono illegalmente private dei propri diritti.
  • Chiediamo che vengano a rontate le cause alla radice della migrazione (politiche commerciali ingiuste, cambiamento climatico, insicurezza alimentare, conflitti …)
  • Ci impegniamo a continuare a monitorare e informare sulla situazione dei diritti delle persone immigrate e rifugiate.
  • Rafforzeremo lo scambio di pratiche ed esperienze sul coinvolgimento della società civile nella protezione e nella promozione della salute delle persone immigrate e rifugiate, con azioni di solidarietà, difesa, resistenza e protesta.

 

Contatti: Chiara Bodini (chiara@phmovement.org), portavoce PHM Europa

 

GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO – 65 milioni di persone hanno dovuto abbandonare la propria casa nel 2016

20 giugno – Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato.

Il numero di persone che nel 2016 sono state costrette ad abbandonare la propria terra rappresenta un vero e proprio record negativo: 65,6 milioni.

Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, ha chiamato la comunità internazionale ad impegnarsi attivamente per fornire supporto e solidarietà a chi, per colpa di guerre, disastri naturali e persecuzioni è costretto ad abbandonare tutto.

“Riflettiamo sul coraggio delle persone che sono dovute fuggire e sulla benevolenza di chi le accoglie” ha dichiarato Guterres.

Secondo un report rilasciato ieri dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per I Rifugiati (UNHCR), l’anno scorso, nella sola Siria 12 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, 7,7 milioni in Colombia, 4,7 in Afghanistan, 4,2 in Iraq.

Filippo Grandi, Alto Commissario dell’UNHCR, ha affermato che questa giornata rappresenta anche un’occasione per ricordare le comunità e le persone che in tutto il mondo accolgono i rifugiati e i profughi, offrendo loro una sistemazione sicura ed aiutandoli ad inserirsi nella loro società. “La paura e l’esclusione non ci porteranno verso un mondo migliore, ma possono condurre solo a barriere, alienazione e sofferenza. […] L’inclusione rende necessaria l’apertura delle nostre menti, dei nostri cuori, delle nostre comunità” ha sottolineato Grandi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è quindi un momento per chiedere a noi stessi cosa possiamo fare, in prima persona, per superare l’indifferenza e la paura ed abbracciare l’idea dell’inclusione.

di L.D.

 

Avvelenamento alimentare colpisce 800 sfollati in un campo profughi di Mosul

13 giugno 2017 – In un campo per sfollati presso la città irachena di Mosul, centinaia di persone sono state intossicate e un bambino è morto a causa di un sospetto avvelenamento alimentare. I sintomi, quali vomito e disidratazione, sono accorsi al termine della cena consumata dopo la giornata di digiuno per il Ramadan.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), ha dichiarato circa 800 casi registrati, 200 dei quali sono stati portati in ospedale.

“Abbiamo sentito forti dolori allo stomaco non appena abbiamo mangiato, ci mancava il respiro e poi abbiamo visto che anche tutti i nostri vicini erano sofferenti allo stesso modo” ha testimoniato una donna del campo.

L’UNHCR ha dichiarato di essere estremamente preoccupato. “Il personale sta lavorando per coordinare la risposta con altre agenzie e le autorità competenti al fine di assicurare un trattamento sanitario rapido,” ha affermato.

Il cibo consumato in quell’occasione, contenente fagioli, pollo e yogurt, è stato preparato in un ristorante di Irbil e portato in campo da una organizzazione benefica del Qatar, ha specificato l’agenzia di stampa Rudaw. Il proprietario del ristorante è stato arrestato.

Il campo è uno dei 13 costruiti dall’UNHCR nella zona di Mosul per far fronte alle persone che fuggono dalle città e dai villaggi circostanti, attualmente ospita 6.235 persone.

Siria: riportati nuovi casi di Poliomielite

Un focolaio di Poliomielite è stato confermato in Siria, nell’area di Deir al-Zor, in parte sotto il controllo dello Stato Islamico. Si tratta dei primi casi segnalati in Siria dal 2014, come dichiarato giovedì 8 giugno da un portavoce dell’Iniziativa Globale per l’Eradicazione della Poliomielite e dall’OMS.

Si tratta di una notizia che colpisce duramente le speranze di giungere in tempi brevi all’eradicazione della malattia a livello globale.

La poliomielite è una grave patologia virale che colpisce il sistema nervoso centrale, in particolare i motoneuroni del midollo spinale, e può causare paralisi irreversibile nel giro di poche ore.

L’iniziativa Globale di Eradicazione della Polio è stata lanciata nel 1988, anno in cui furono registrati circa 350 000 casi di polio, in oltre 125 paesi del mondo. Da allora, molti sforzi sono stati compiuti per portare il numero dei casi a zero. Nel 2001 sono 20 i paesi polio-endemici, mentre, ad oggi, il virus selvaggio circola solo in due paesi: Pakistan e Afghanistan. Tuttavia, in aree di guerra dove sono indeboliti i servizi di prevenzione e in aree dove la copertura sanitaria è comunque scarsa possono emergere casi di polio da vaccino, dato che le feci delle persone vaccinate possono infettare soggetti non vaccinati.

Il virus è stato trovato nelle feci di due persone che avevano iniziato a mostrare segni di paralisi e in quelle di un bambino sano.

Nei mesi di marzo ed aprile erano state condotte due campagne vaccinali proprio nella zona di Deir al-Zor, ma la copertura era stata limitata, a causa dei problemi di sicurezza dell’area.

di L.d.M.

9.000 bambini scappati dalla RDC necessitano di assistenza

6 giugno 2017 – Più di 9.000 bambini provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo (RDC) e arrivati ​​in due centri di accoglienza temporanei in una città dell’Angola, necessitano urgentemente di aiuto, ha dichiarato il Fondo delle Nazioni Unite per i bambini (UNICEF).

“Le azioni immediate per l’UNICEF sono state la protezione dei minori, un’adeguata nutrizione, l’accesso all’acqua potabile e la fornitura dell’assistenza sanitaria necessaria”, ha dichiarato Abubacar Sultan, rappresentante dell’UNICEF Angola.

UNICEF, autorità provinciali e altri partner stanno fornendo assistenza ai bambini e alle loro famiglie, arrivati dopo giorni o spesso settimane, di cammino. Ad oggi, più di 25.000 persone sono giunte in Angola, scappate dalla violenza nella provincia di Kasai in RDC.

In Yemen è in corso un’epidemia di Colera senza precedenti

31 Maggio 2017- In un paese esanime dopo due anni di conflitto, in cui le strutture sanitarie sono state distrutte, il Fondo per le Nazioni Unite per i Bambini (UNICEF) sta aumentando gli interventi di risposta, ma ha avvertito che “il tempo sta per scadere”.

“Ogni giorno, in Yemen, sempre più bambini muoiono per cause prevenibili come la malnutrizione e l’infezione da colera”, ha dichiarato Geert Cappelaere, direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il colera è un’infezione enterica acuta causata dall’ingestione del batterio Vibrio cholerae presente in acque o alimenti contaminati da materiale fecale.
Nella sua forma più grave, l’infezione è caratterizzata da un improvvisa insorgenza di diarrea acquosa acuta che può portare alla morte per grave disidratazione.
Legata all’accesso insufficiente all’acqua sicura e alla sanità adeguata, l’impatto dell’epidemia può essere ancora più drammatico in aree in cui le infrastrutture sanitarie sono state distrutte. Il conflitto ha causato il totale crollo dei servizi sanitari, solo il 45% delle infrastrutture del paese è funzionante, ma vulnerabile alle gravi carenze di medicinali, attrezzature e personale. Un ulteriore fattore di rischio è il sovraffollamento, conseguente lo spostamento massiccio di comunità sfollate in ricerca di riparo.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, nel paese sono stati segnalati più di 65.000 casi sospetti, di cui circa 10.000 sono stati segnalati solo nelle ultime 72 ore.
Il numero dei casi è destinato ad aumentare.

Per trattare più di 50.000 persone, l’UNICEF sta inviando tre aeromobili che trasportano materiale di salvataggio, tra cui medicinali, sali di reidratazione orale (ORS) e liquidi per la reidratazione endovenosa. Inoltre, è attivo in programmi di fornitura d’acqua potabile clorata.

“Per controllare l’epidemia, non basta semplicemente trattare coloro che raggiungono le strutture mediche. Dobbiamo affrontare la fonte della malattia, migliorando l’accesso all’acqua pulita e la sanità” ha affermato Ghassan Abou Chaar di MSF in Yemen.

di B.F.