GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO – 65 milioni di persone hanno dovuto abbandonare la propria casa nel 2016

20 giugno – Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato.

Il numero di persone che nel 2016 sono state costrette ad abbandonare la propria terra rappresenta un vero e proprio record negativo: 65,6 milioni.

Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, ha chiamato la comunità internazionale ad impegnarsi attivamente per fornire supporto e solidarietà a chi, per colpa di guerre, disastri naturali e persecuzioni è costretto ad abbandonare tutto.

“Riflettiamo sul coraggio delle persone che sono dovute fuggire e sulla benevolenza di chi le accoglie” ha dichiarato Guterres.

Secondo un report rilasciato ieri dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per I Rifugiati (UNHCR), l’anno scorso, nella sola Siria 12 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni, 7,7 milioni in Colombia, 4,7 in Afghanistan, 4,2 in Iraq.

Filippo Grandi, Alto Commissario dell’UNHCR, ha affermato che questa giornata rappresenta anche un’occasione per ricordare le comunità e le persone che in tutto il mondo accolgono i rifugiati e i profughi, offrendo loro una sistemazione sicura ed aiutandoli ad inserirsi nella loro società. “La paura e l’esclusione non ci porteranno verso un mondo migliore, ma possono condurre solo a barriere, alienazione e sofferenza. […] L’inclusione rende necessaria l’apertura delle nostre menti, dei nostri cuori, delle nostre comunità” ha sottolineato Grandi.

La Giornata Mondiale del Rifugiato è quindi un momento per chiedere a noi stessi cosa possiamo fare, in prima persona, per superare l’indifferenza e la paura ed abbracciare l’idea dell’inclusione.

di L.D.

 

In Rwanda si sperimentano i droni salvavita

8 Giugno 2017, Jonathan W. Rosen riporta sul MIT technology Review la sperimentazione di droni – Zipline – per il trasporto di sacche di sangue, iniziata a fine 2016, nel Distretto Ospedaliero di Kabgayi in Rwanda.

La sperimentazione in atto, sviluppatasi grazie ad un accordo tra il governo del Rwanda e l’impresa della Silicon Valley produttrice del drone Zipline, prevede la consegna via aerea di sacche di sangue, impiegate per le trasfusioni durante operazioni chirurgiche, parti complicati o per il trattamento delle anemie gravi, comuni nelle zone malariche.

Le consegne delle sacche di sangue effettuate mediante i droni costituiscono uno dei tanti possibili impieghi di questo nuovo mezzo ad alta tecnologia, la cui produzione e commercio stanno avendo un notevole sviluppo. Dopo il loro uso per le consegne di prodotti alimentari principalmente, il mondo dei droni si è aperto all’ambito medico, promuovendo la consegna regolare di prodotti medici di emergenza, divenendo quindi utili strumenti salvavita.

I droni Zipline sono dotati di ali fisse per resistere a condizioni meteo avverse, nonché di un navigatore satellitare per dirigerlo correttamente. Accuratezza e precisione sono indispensabili, per evitare il rischio di caduta dei pacchi.

Benché la sperimentazione sia solo agli inizi i risultati sono già visibili. In passato per l’approvvigionamento delle sacche di sangue si compivano lunghi ed estenuanti viaggi di quattro ore per raggiungere Kigali, la capitale, distante circa 60 chilometri dalla sede del Distretto di Kabgayi. Ciò comportava notevoli ritardi o ancor peggio l’impossibilità di prestare assistenza sanitaria. Oggi è sufficiente che i tecnici di laboratorio effettuino un ordine con uno smartphone al centro di distribuzione di Zipline, situato a soli cinque chilometri dall’ospedale, e entro quindici minuti avviene la consegna tramite il drone.

Espori Kajibwami, chirurgo e direttore dell’Ospedale di Kabgayi si dimostra molto soddisfatto di questo efficiente metodo di consegna e dichiara: “prima dello Zipline avere disponibilità di sangue era un problema. Nei casi di emergenza infatti l’Ospedale era costretto a trasferire il paziente o nella struttura più vicina a Kigali o farlo attendere fino all’arrivo della sacca per trasfondere”.

Attraverso una rete di operatori sanitari che cooperano insieme in diverse attività – monitoraggio del drone, ricezione delle sacche di sangue e il loro impiego in sala operatoria – è possibile tracciare centinaia di emergenze sanitarie in tutto il paese. Finora riuscire a raggiungere questi pazienti ed effettuare per tempo il corretto trattamento risultava economicamente proibitivo e logisticamente impossibile. Il progetto di Zipline per il Rwanda prevede oltre alla consegna di sacche di sangue, anche quella di vaccini, di farmaci per il trattamento dell’HIV, della tubercolosi e della malaria, di contraccettivi e di kit per test diagnostici.

Di recente una lista di Governi ha espresso interesse per la tecnologia Zipline e la compagnia ha già concluso un accordo con il Ministro della Difesa e dell’Aviazione Civile della Tanzania per la promozione e il lancio del progetto.

Zipline sceglie con attenzione le future destinazioni dei suoi progetti, dando priorità ai paesi che offrano la possibilità di garantire un notevole impatto sociale, siano disposti ad effettuare i cambiamenti normativi e che possano sostenere l’impegno finanziario.

di L.G.

HAITI – L’ONU lancia l’appello: per combattere il colera bisogna aumentare le risorse

Il 14 giugno 2017 il vice segretario generale delle Nazioni Unite (ONU) Amina Mohammed ha invitato gli Stati membri a finanziare la nuova strategia per contrastare la grave epidemia di colera ad Haiti.

“Senza risorse aggiuntive, senza la volontà politica e il sostegno finanziario, abbiamo solo buone intenzioni e belle parole” ha dichiarato A. Mohammed.

“Non abbiamo fatto abbastanza e ne siamo profondamente dispiaciuti” ha affermato lo scorso dicembre l’allora segretario generale Ban Ki-moon davanti all’assemblea generale dell’ONU.

Il nuovo approccio presentato dalle Nazioni Unite consta di due fasi:

  • l’intensificazione degli sforzi al fine di ridurre la trasmissione dell’agente patogeno (il vibrione del colera), migliorando l’accesso alle cure sanitarie e all’acqua potabile;
  • l’assistenza e supporto alle comunità.

Il colera è un’infezione enterica acuta causata dall’ingestione del batterio Vibrio cholerae presente in acque o alimenti contaminati da materiale fecale.
Nella sua forma più grave, l’infezione è caratterizzata da un’improvvisa insorgenza di diarrea acquosa acuta che può portare alla morte per grave disidratazione.

Ad Haiti, uno dei paesi più poveri al mondo, la devastante epidemia di colera si diffuse in seguito al tragico terremoto del 2010. Per un’ironia della sorte, l’agente patogeno venne importato da alcuni componenti dei Caschi Blu provenienti dal Nepal – Paese dove il colera è endemico. Il contagio fu rapido e oltre mezzo milione di haitiani contrassero l’infezione.

Successivamente al catastrofico uragano Matthew, che nel 2016 piegò ulteriormente il paese caraibico, il numero di casi sospetti di colera aumentò nuovamente. Tuttavia, dal 27 maggio di quest’anno, il ministero della salute di Haiti ha riferito 6.762 casi sospetti, rispetto ai 16.822 allo stesso tempo dello scorso anno.

La campagna di vaccinazione che è stata condotta dalla Pan American Health Organization (PAHO) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha ottenuto ottimi risultati e dovrebbe raggiungere l’85% del target – circa 700.000 persone entro la fine di questo mese. La prossima campagna, prevista per l’ultimo trimestre del 2017, mira a vaccinare 2.6 milioni di persone nelle aree più vulnerabili del paese.

Non si può combattere una battaglia senza disporre dei mezzi appropriati. C’è la necessità di sviluppare una strategia globale di raccolta fondi per ricercare ulteriori contributi volontari da parte degli Stati membri.

di B.F.

Avvelenamento alimentare colpisce 800 sfollati in un campo profughi di Mosul

13 giugno 2017 – In un campo per sfollati presso la città irachena di Mosul, centinaia di persone sono state intossicate e un bambino è morto a causa di un sospetto avvelenamento alimentare. I sintomi, quali vomito e disidratazione, sono accorsi al termine della cena consumata dopo la giornata di digiuno per il Ramadan.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), ha dichiarato circa 800 casi registrati, 200 dei quali sono stati portati in ospedale.

“Abbiamo sentito forti dolori allo stomaco non appena abbiamo mangiato, ci mancava il respiro e poi abbiamo visto che anche tutti i nostri vicini erano sofferenti allo stesso modo” ha testimoniato una donna del campo.

L’UNHCR ha dichiarato di essere estremamente preoccupato. “Il personale sta lavorando per coordinare la risposta con altre agenzie e le autorità competenti al fine di assicurare un trattamento sanitario rapido,” ha affermato.

Il cibo consumato in quell’occasione, contenente fagioli, pollo e yogurt, è stato preparato in un ristorante di Irbil e portato in campo da una organizzazione benefica del Qatar, ha specificato l’agenzia di stampa Rudaw. Il proprietario del ristorante è stato arrestato.

Il campo è uno dei 13 costruiti dall’UNHCR nella zona di Mosul per far fronte alle persone che fuggono dalle città e dai villaggi circostanti, attualmente ospita 6.235 persone.

Siria: riportati nuovi casi di Poliomielite

Un focolaio di Poliomielite è stato confermato in Siria, nell’area di Deir al-Zor, in parte sotto il controllo dello Stato Islamico. Si tratta dei primi casi segnalati in Siria dal 2014, come dichiarato giovedì 8 giugno da un portavoce dell’Iniziativa Globale per l’Eradicazione della Poliomielite e dall’OMS.

Si tratta di una notizia che colpisce duramente le speranze di giungere in tempi brevi all’eradicazione della malattia a livello globale.

La poliomielite è una grave patologia virale che colpisce il sistema nervoso centrale, in particolare i motoneuroni del midollo spinale, e può causare paralisi irreversibile nel giro di poche ore.

L’iniziativa Globale di Eradicazione della Polio è stata lanciata nel 1988, anno in cui furono registrati circa 350 000 casi di polio, in oltre 125 paesi del mondo. Da allora, molti sforzi sono stati compiuti per portare il numero dei casi a zero. Nel 2001 sono 20 i paesi polio-endemici, mentre, ad oggi, il virus selvaggio circola solo in due paesi: Pakistan e Afghanistan. Tuttavia, in aree di guerra dove sono indeboliti i servizi di prevenzione e in aree dove la copertura sanitaria è comunque scarsa possono emergere casi di polio da vaccino, dato che le feci delle persone vaccinate possono infettare soggetti non vaccinati.

Il virus è stato trovato nelle feci di due persone che avevano iniziato a mostrare segni di paralisi e in quelle di un bambino sano.

Nei mesi di marzo ed aprile erano state condotte due campagne vaccinali proprio nella zona di Deir al-Zor, ma la copertura era stata limitata, a causa dei problemi di sicurezza dell’area.

di L.d.M.

MAKE OUR PLANET GREAT AGAIN – L’impatto sulla salute delle scelte climatiche statunitensi

3 giugno 2017 – Il presidente statunitense Donald Trump ha deciso che gli Stati Uniti si ritireranno dall’Accordo di Parigi.

Quest’ultimo entrato in vigore lo scorso novembre, invita i paesi a combattere il cambiamento climatico e ad accelerare e intensificare le azioni e gli investimenti necessari per un futuro sostenibile a basse emissioni di carbonio. Mira inoltre a rafforzare la capacità dei paesi ad affrontare gli impatti del cambiamento climatico, chiedendo un ampliamento dei flussi finanziari e un rafforzamento delle azioni nei paesi in via di sviluppo.

Il ritiro statunitense dall’Accordo è una grande sconfitta per gli sforzi globali al fine di promuovere la sicurezza globale e avrà certamente un impatto sulla salute. Con la dott.ssa Maria Neira – direttore del Dipartimento di Ambiente e Determinanti Sociali all’Organizzazione Mondiale della Sanità – intervistata durante la 70ma Assemblea Mondiale della Sanità –abbiamo parlato di come il cambiamento climatico stia influenzando la salute e le conseguenze su quest’ultima della decisione statunitense.

“Il cambiamento climatico influisce notevolmente sulla salute, specialmente sulle basi che sostengono la nostra salute – l’acqua, il cibo e la localizzazione geografica in cui viviamo.” afferma la Neira, che continua: “tra le conseguenze dirette del cambiamento climatico, da associare soprattutto ai disastri naturali, troviamo la distruzione dei raccolti agricoli, con conseguenze gravi sull’alimentazione, e il limitato accesso all’acqua. Un altro importante impatto riguarda la necessità delle persone di migrare a causa dei disastri naturali e il cambiamento climatico. È emerso infatti che nei prossimi anni le cause principali degli spostamenti saranno proprio la ricerca di fonti di acqua e cibo. Inoltre il riscaldamento globale sta creando condizioni ambientali che facilitano la trasmissione di malattie trasmesse da vettori, come la malaria e la dengue, in zone che precedentemente non ne erano colpite. Bisogna inoltre menzionare l’impatto dell’inquinamento dell’aria, che si stima essere correlato con la morte di 6,5 milioni di persone l’anno.”

Alla domanda quali sono i Paesi che sono intervenuti con misure strategiche per gestire la problematica del clima, la Neira risponde che: “Gli Stati Europei si sono impegnati notevolmente in ambito ambientale e la firma dell’Accordo di Parigi è stata cruciale. Adesso è necessario vigilare perché questo accordo venga mantenuto e perché ci si impegni ad applicarlo”. Riguardo l’eventuale recessione dell’Accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti e dell’eventuale influenza di quest’ultimi su altri Paesi la dott.ssa Neira una settimana fa dichiarava: La posizione degli USA sta indubbiamente generando dibattito, ma allo stesso tempo sta creando un fronte comune tra coloro che credono che sia importante e urgente fare qualcosa per il cambiamento climatico. Penso inoltre che le idee del presidente Donald Trump non rappresentino il pensiero comune degli americani e di altri esponenti politici, che in molti casi non torneranno indietro sulle linee politiche riguardo il cambiamento climatico. In ogni modo, penso sia doveroso rimanere ottimisti e pensare che queste teorie siano principalmente questioni politiche, che mi auguro supereremo”.

La dott.ssa Neira ricorda inoltre la necessità di intervenire e di applicare misure strategiche, per evitare che il cambiamento climatico abbia un impatto negativo sulla salute. Dichiara inoltre che “dovremmo spiegare ai politici, e in questo ambito la società civile riveste un ruolo fondamentale facendo pressione politica, che è importante investire sul tema del cambiamento climatico. Nonostante l’investimento economico sia oneroso, questo produrrà un ritorno quasi quattro volte superiore all’investimento iniziale e ridurrà notevolmente il costo sanitario dell’ospedalizzazione per malattie croniche associate all’inquinamento”.

LA RD del Congo approva il protocollo vaccinale contro l’Ebola

30 maggio 2017 – Per contenere l’ultima epidemia del virus Ebola, nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), il Fondo per i bambini delle Nazioni Unite (UNICEF) ha fornito assistenza tecnica a 145 volontari della Croce Rossa congolese e a degli operatori sanitari comunitari, al fine di diffondere informazioni sulla prevenzione alle popolazioni che vivono in località remote.

“Lavorare in stretta collaborazione con gli operatori sanitari e le comunità è stato il modo migliore per informare rapidamente la popolazione sulle misure di protezione contro il virus Ebola e per prevenire la propagazione della malattia”, ha dichiarato Christophe Boulierac, portavoce dell’UNICEF, durante un briefing a Ginevra.

Nell’ambito del coordinamento delle autorità sanitarie nazionali e in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’UNICEF ha insegnato come clorare l’acqua e disinfettare le case per evitare la diffusione della malattia, ha ribadito l’importanza del lavaggio delle mani e ha indicato le modalità di sepoltura per ridurre i rischi di contaminazione.

Il governo della RDC rende gratuitamente disponibili i servizi sanitari nella zona interessata di Likati, incoraggiando in questo modo la comunità a recarsi al centro sanitario locale in caso di sintomi. Inoltre, un volo finanziato dall’Unione Europea ha aiutato l’UNICEF a inviare le forniture di medicinali alle strutture sanitarie della zona.

“A partire dal 29 maggio 2017 si sono verificati 19 casi di Ebola, di cui due sono stati confermati in laboratorio, quattro sono probabili e 13 sospetti”, ha detto il portavoce dell’OMS Christian Lindmeier. “Su quei 19 casi, ci sono stati 4 morti, di cui solo 1 confermato e 1 probabile”.

“Un certo numero di malattie potrebbero essere responsabili, come l’epatite B, l’epatite C, l’epatite E, la febbre gialla, la shigellosi, il tifo, la dengue e la salmonella. I singoli casi nei vari villaggi potrebbero avere diversi agenti patogeni “, ha spiegato.

Alla domanda sulla vaccinazione, il signor Lindmeier ha dichiarato che il protocollo per la possibile vaccinazione è stato formalmente approvato dalle autorità nazionali di regolamentazione e dal governo della RDC insieme a Medici Senza Frontiere (MSF) e al sostegno dell’OMS.

 

di B.F.

Rete Sostenibilità e Salute – COMUNICATO STAMPA DEL 29 MAGGIO 2017. Vaccini: una discussione oltre le ideologie

Rete Sostenibilità e Salute – un insieme di associazioni che da anni si impegnano in maniera critica per proteggere, promuovere e tutelare la salute – si inserisce nel dibatto sui vaccini, esprimendo la sua posizione nel Comunicato stampa del 29 Maggio 2017 – Vaccini: una discussione oltre le ideologie – che riportiamo di seguito.

“Ci troviamo oggi di fronte a una vera battaglia sul tema delle vaccinazioni, in un contesto ideologizzato in cui sembra impossibile rimanere estranei agli schieramenti del tutto a favore o tutto contro “i vaccini” (“pro-vax” vs “no-vax”). La Rete Sostenibilità e Salute (RSS), che al suo interno raccoglie 25 associazioni (composte da medici, operatori sanitari e cittadini) che si occupano di salute da molto tempo, ritiene che per affrontare un tema complesso come quello dei vaccini sia necessario uscire dalla sfera ideologica e avviare una seria riflessione collettiva a partire dalle prove scientifiche disponibili e senza forzature.

Di seguito, trovate allegato il documento dove presentiamo la posizione della RSS (“Vaccini: una discussione oltre le ideologie La posizione della Rete Sostenibilità e Salute”), un primo caso di concreta esemplificazione (“Scheda esemplificativa: la vaccinazione antimeningococco B”) e vari documenti a supporto di quanto affermato.

È assodato che molti vaccini hanno rappresentato per la salute dell’Umanità un passo avanti enorme. Tuttavia, pur con l’ovvia adesione al concetto di “vaccinazione”, riteniamo che non abbia senso discutere di “vaccini”, come qualcosa da “prendere o lasciare” in blocco. Ogni vaccino ha un peculiare profilo di efficacia, effetti collaterali, costi e va dunque valutato in modo specifico. In un dibattito scientifico non si potrebbe né asserire che tutti i vaccini esistenti abbiano prove altrettanto solide di efficacia, sicurezza e favorevole rapporto rischi e costi/benefici, né tanto meno il contrario. Dovrebbe invece essere possibile esprimersi su ogni singolo vaccino e su ogni strategia vaccinale, come si fa per farmaci differenti, sia pure accomunati da meccanismi d’azione simili.

Riteniamo che, oggi, sia quanto mai urgente avviare un serio dibattito all’interno della comunità scientifica sul tema dei vaccini, che consenta di superare contrapposizioni ideologiche e di presentare alla popolazione informazioni complete basate sulle migliori prove disponibili e indipendenti da interessi commerciali.

Non ci risultano, inoltre, prove comparative che la coercizione ottenga risultati migliori di altre misure di informazione credibile e ricerca del consenso e responsabilizzazione sociale. Siamo, dunque, convinti che si possa promuovere la salute, così come un’offerta vaccinale con altissima adesione, solo se la cittadinanza sarà informata in modo credibile e adeguato, e sarà attiva e consapevole.” La Rete Sostenibilità e Salute

 

 

New York Times: Allevamenti intensivi, una mission per il nuovo direttore generale dell’OMS

 

21 maggio 2017 – L’Assemblea mondiale della sanità ha appena eletto il nuovo direttore generale e dalle pagine del New York Times un gruppo di studiosi propone una nuova sfida per l’OMS: occuparsi degli allevamenti intensivi e del loro impatto sulla salute e sull’ambiente.

La questione non è nuova per l’OMS infatti, l’ex direttore  M. Chan, già lo scorso anno, aveva posto l’attenzione su tali aspetti, definendo il progressivo  diffondersi della resistenza dei mircorganismi agli antibiotici, i cambiamenti climatici e le malattie croniche come lenti disastri per la salute globale.

Dopo la seconda guerra mondiale infatti, su scala mondiale è aumentato drasticamente il numero di animali (mucche, polli e maiali) destinati alla macellazione, con il conseguente aumento del consumo di carne nella dieta. A livello mondiale, negli ultimi dieci anni, il consumo è incrementato del 20 %.

L’assunzione di carne e prodotti caseari a basso costo ha contribuito all’incremento dell’incidenza delle malattie croniche. Questa connessione è comprovata dall’oltre mezzo milione di morti avvenute nel 2015 per cause connesse al consumo di carni lavorate o rosse, definite dall’OMS come cancerogene o potenzialmente cancerogene. L’incremento di malattie croniche ha importanti conseguenze anche sui sistemi sanitari dei diversi paesi sia in termini di costi che di organizzazione.

Altrettanto problematici sono i microrganismi patogeni resistenti agli antibiotici, che proliferano tra gli animali allevati intensivamente. Circa il 75% degli antibiotici presenti negli USA e in Europa sono somministrati a scopo preventivo agli animali da allevamento e vengono dunque inconsapevolmente assunti, in dosi basse, dagli esseri umani attraverso il consumo alimentare di carne e acqua, le cui falde sono spesso inquinate da rifiuti animali. Se i batteri sviluppano resistenza agli antibiotici il rischio per l’uomo è che quei farmaci diventino progressivamente inefficaci per malattie come la polmonite o le infezioni urinarie.

Preoccupante è l’impatto degli allevamenti intensivi sull’ambiente poiché determinano una maggiore emissione di gas serra, con un conseguente aumento della temperatura mondiale.

Una lettera aperta, scritta nei giorni scorsi da scienziati ed esperti di politica sanitaria, chiede all’OMS di riconoscere l’agricoltura e l’allevamento intensivo come sfida per la salute globale, fornendo ai paesi membri precise indicazioni per ridurne l’impatto.

di Debora Zucca

Le autorità sanitarie statunitensi inseriscono l’Italia tra i paesi a rischio di morbillo

Il 2 maggio un editoriale del New York Times titolava “Populismo, politica e morbillo”.  Ricordando che “la preoccupante epidemia di morbillo in Italia e in altri paesi europei potrebbe essere il risultato di una caduta delle vaccinazioni causata da pretestuose affermazioni, fuorvianti e senza credito, circa la loro pericolosità.”

Il 30 aprile si è conclusa la settimana europea per le vaccinazioni. Intanto il 17 aprile, il CDC (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta) aveva già inserito l’Italia nell’elenco dei Paesi “a rischio salute” per il morbillo. Ai viaggiatori americani che intendono recarsi in Italia viene raccomandato di prendere misure precauzionali quali: assicurarsi di essere vaccinati; vaccinarsi; lavarsi spesso le mani; evitare di toccarsi il volto prima di essersi lavati le mani.

In effetti in Italia, ma anche in altri paesi europei cresce la preoccupazione per l’aumento significativo di casi di morbillo. Almeno in parte, in Italia, l’aumento dei casi può essere messo in relazione con il poderoso calo delle vaccinazioni, inclusa quella contro il morbillo, che è oggetto di un intenso dibattito.

Come comunicato dall’Istituto Superiore della Sanità (ISS), dall’inizio del 2017 i nuovi casi registrati di morbillo sono 1739, a fronte di poco meno di 800 nello stesso periodo dello scorso anno. Si tratta di persone non vaccinate e di età media di 27 anni. Quattro su dieci sono stati ricoverati in ospedale e il 33% ha avuto complicanze.

Il Dr Walter Ricciardi, presidente dell’ISS, precisa che anche altri paesi europei sono sotto osservazione per lo stesso motivo. Come la Francia, il Belgio, la Svizzera e la Germania.

A differenza del continente europeo, il continente americano è stato dichiarato “libero del morbillo endemico”, come annunciato dalla Organizzazione Panamericana della Sanità a settembre 2016. La raccomandazione di vaccinazione ai turisti che si recano in Europa è dunque anche una misura di prevenzione che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto al fine di prevenire l’importanza di nuovi casi di morbillo. Certamente la discussione circa l’efficacia dei vaccini non si placherà facilmente vista la dimensione che ha assunto nel dibattito politico e nell’opinione pubblica.

di Lucrezia Gondini