OMS: Dalle cure primarie per la salute alla copertura universale. Il sogno realizzabile – “10 anni nella sanità pubblica 2007-2017”

Dopo il lancio del rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha elaborato il primo di vari capitoli in cui si valutano i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Il primo capitolo ripercorre la strada compiuta dalle cure primarie per la salute alla copertura universale.

Nel 1978 la Dichiarazione di Alma-Ata lanciò un pensiero rivoluzionario, individuando  le cure primarie per la salute  (Primary Health Care) come la strategia per raggiungere l’obiettivo della  Salute per tutti entro il 2000, stabilito l’anno prima dalla Assemblea Mondiale della Sanità.
La conferenza internazionale sulle cure primarie per la salute, tenutasi nell’allora capitale della Repubblica socialista sovietica del Kazhakistan e che coinvolse 134 paesi e 67 organizzazioni internazionali, sollecitava un’urgente azione per assicurare a tutti le cure primarie per la salute, in ogni parte del mondo, con particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo.

Il cambio di paradigma fu da subito ostacolato e tacciato di utopistico. Poi, con l’emergere di HIV/AIDS, l’aggravarsi della tubercolosi e l’aumento dei casi di malaria, l’attenzione della salute pubblica internazionale si è andata concentrando progressivamente sulla gestione di quelle tre malattie.

Nel 2000, i capi di Stato e di Governo dei 193 stati membri delle Nazioni Unite sottoscrissero gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG), impegnandosi a raggiungere gli otto obiettivi entro il 2015.
Le iniziative sanitarie globali messe in atto  nel perseguire specificamente gli obiettivi di salute, hanno raggiunto importanti risultati, facilmente misurabili nel numero di interventi erogati, morti evitate, e prolungata aspettativa di vita.
Le strategie seguite, al fine di ottenere un impatto più rapido, invece di rafforzare i deboli sistemi sanitari di quei paesi hanno: sviluppato sistemi paralleli, prodotto un’onerosa duplicazione degli interventi, spesso erogati da enti diversi con approcci differenti, e frammentato i servizi.
Per rendere gli aiuti più efficaci si richiedeva piuttosto: il rispetto delle priorità e delle strategie fissate da ciascun Paese, l’allineamento delle iniziative internazionali con i sistemi nazionali, nonché l’armonizzazione degli interventi e delle responsabilità e il reciproco rendiconto degli attori coinvolti.
I paesi beneficiari dichiararono di aver bisogno di competenza, non di carità.
Sostenere e rafforzare i servizi nazionali è considerata la miglior strategia di assistenza allo sviluppo.

Una significativa spinta per il cambiamento arrivò nel 2008, quando il Rapporto mondiale della sanità pubblicò Primary Health Care. Now more then ever – Cure primarie per la salute. Ora più che mai, in occasione del 30° anniversario della dichiarazione di Alma-Ata. Da quel rapporto emergevano dati impietosi riguardanti l’organizzazione, l’appropriatezza e l’efficacia dei sistemi sanitari, mentre si  richiamavano le cure primarie come la miglior strada da percorrere al fine di costruire sistemi sanitari che garantissero il diritto universale alle cure.
Dal confronto tra paesi di uguale livello di sviluppo economico si evince come, quelli con il sistema sanitario organizzato in funzione ai principi di assistenza primaria, abbiano un più alto livello di salute.
La copertura sanitaria universale è dunque promossa anche come strategia per la lotta contro le disuguaglianze.
In ultima analisi, la distribuzione della salute all’interno di una popolazione è correlata all’equità assicurata dalle strategie politiche, economiche e sociali.

In quello stesso anno, con la pubblicazione dei risultati dei lavori della Commissione dell’OMS sui determinanti sociali della salute, l’accento venne posto sull’importanza dei determinanti sociali nella produzione della salute, superando una visione centrata sugli interventi medici.
Seguendo questa linea, la Commissione suggeriva sistemi di salute che agissero sui determinanti sociali della salute. In un momento di crescente allarme per l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili, la prevenzione attuata in settori non sanitari divenne un nuovo importante obiettivo.

Simultaneamente, la crisi finanziaria globale del 2008, condizionò un passaggio rapido dalla prosperità all’austerità, riportando in auge la ricerca di risultati rapidi e misurabili, propri di un approccio basato sul prodotto (il farmaco, il vaccino, etc.).

Una serie di articoli pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet concludevano però, ricordando ancora una volta, che le cure primarie per la salute rimanevano il modo migliore per ridurre gli sprechi e per migliorare l’efficienza nella fornitura dei servizi.

Su questa linea si va dunque affermando l’idea della copertura sanitaria universale, principio fondante delle cure sanitarie primarie e strategia correttiva potente, in grado di determinare un fondamentale riorientamento dei sistemi sanitari.

Con il Rapporto OMS sulla Salute Mondiale del 2010, Finanziamento del sistema sanitario: il percorso verso la copertura universale quell’approccio acquisì rinnovato consenso.

In un momento di aumento dei costi era fondamentale che i paesi prima di tagliare le spese sanitarie riducessero gli sprechi e le inefficienze; il rapporto stimava infatti che gli sprechi costituivano tra il 20% e il 40% di tutta la spesa sanitaria.

Tutti i paesi, qualunque fosse la loro fase di sviluppo, avrebbero potuto adottare misure immediate per procedere verso una copertura universale. Un commento su The Lancet descrive il movimento verso la copertura sanitaria universale come una “grande transizione” che sta “investendo il pianeta, cambiando il modo in cui l’assistenza sanitaria è finanziata e in cui sono organizzati i sistemi sanitari.”

Nel 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’obiettivo di copertura sanitaria universale mediante una risoluzione sponsorizzata da più di 90 paesi, di tutte le regioni del mondo.

La copertura sanitaria universale è stata definita dal premio Nobel Amartya Sen un “sogno realizzabile” anche per i paesi più poveri. In quest’ultimi l’assistenza sanitaria di base può essere fornita ad un notevole livello con costi molto bassi sempreché la società, ivi inclusa la leadership politica e intellettuale, s’impegnasse con forza in tal senso. Veniva quindi smentita l’ipotesi comune che un paese povero dovesse prima diventare ricco per sostenere i costi di assistenza sanitaria per tutti.

L’inclusione della copertura sanitaria universale come obiettivo nell’Agenda globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030 ne sintetizza lo spirito per cui: “nessuno deve essere lasciato indietro”. Viene inoltre definita come la piattaforma unificante per l’espressione di tutti gli altri obiettivi di salute. È la massima espressione di equità e uno dei più grandi equalizzatori sociali tra tutte le opzioni politiche, contribuendo alla coesione sociale e alla stabilità – in tutti i paesi.

“La copertura sanitaria universale è l’unico e il più potente strumento che la salute pubblica ha da offrire”, ha dichiarato il direttore della OMS, Margareth Chan.

In un momento storico in cui le politiche, in così tanti settori, tendono ad aumentare le disuguaglianze sociali, è particolarmente gratificante immaginare che la salute possa guidare il mondo verso una maggiore equità.

http://www.who.int/publications/10-year-review/universal-coverage/en/

di Beatrice Formenti e Benedetta Armocida

Ginevra 2006 - Riunione del Movimento dei Popoli

Giovanni Berlinguer ci ha lasciato: un maestro e un amico, per quanti di noi lo hanno conosciuto, professionalmente e umanamente.

Giovanni Berlinguer e Halfdan  Mahler
Giovanni Berlinguer e Halfdan Mahler – Ginevra 2006, Riunione del Movimento dei Popoli

La sua esistenza è stata una lunga, buona battaglia a favore della salute pubblica, combattuta nella promozione dell’interesse comune e della polis, con un’energia curiosa e un pensiero sempre capace di domande libere.

In questa ricerca, di vita e di conoscenza, non si è mai risparmiato Giovanni.

Oggi, la sua scomparsa non può che rafforzare la certezza comune di un’eredità immensa alla quale attingere nel campo della medicina, della scienza, della politica. Un’eredità lasciata al mondo, ben oltre i confini nazionali, dal momento che si è impegnato per diversi anni a formare nuove generazioni di medici e a contribuire ai sistemi e alle politiche di salute in molti paesi, in particolare dell’America Latina. Sì, perché Giovanni era “un uomo planetario”.

Ha fondato insieme a noi nel 2001 l’Osservatorio sulla Salute Globale, partecipando attivamente finché gli è stato possibile e coinvolgendoci, in Italia e in Europa, con passione. Dell’Osservatorio è sempre stato riferimento spirituale, oltre che scientifico. Per tutte e tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di riflettere e lavorare con lui, Giovanni Berlinguer ha operato senza mai dar nulla per scontato, con grande integrità intellettuale, rigore etico e impegno civile.

Per questo vogliamo esprimerti tutta la gratitudine di cui siamo capaci, Giovanni.

Il tuo protagonismo mai narcisista, la tua amicizia di lavoro e di vita, restano per noi un impareggiabile dono.

E continueremo a volerti bene; consapevoli – tutte e tutti – che ti dobbiamo molto.

Di intelligenze come la tua, oggi più che mai, c’è sconfinato bisogno.

MESSAGGI DI SALUTO A GIOVANNI BERLINGUER DA TUTTO IL MONDO

 – Messaggio di saluto di Michael Marmot

– Omaggio a Giovanni Berlinguer da Mauricio Torres-Tovar, Presidente de la Asociación Internacional de Políticas de Salud

– Da Vicente Navarro

Saluti dal Brasile, dal e Cebes al Ministero delle salute

– Da Adriano Cattaneo, Presidente Oisg

– Lo scienziato combattente – Il Manifesto

La Commissione sui determinanti sociali della salute

salute5_bassadi Chiara Bodini e Ardigò Martino

Lanciata nel maggio 2005 dall’allora Direttore generale (DG) dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) Lee Jong-Wook, prematuramente scomparso a un anno di distanza quando i lavori erano da poco iniziati, la Commissione sui determinanti sociali della salute (Commission on Social Determinants of Health, CSDH) si è riunita per tre anni fino alla pubblicazione, nel 2008, dell’ormai famoso rapporto conclusivo dal titolo Closing the gap in a generation: tackling health inequalities through action on the social determinants of health.1 La decisione di dedicare tempo e risorse all’approfondimento di tale tema era stata salutata con particolare favore da quella parte di società civile che segue con attenzione i lavori dell’OMS e la loro coerenza con il mandato co-stituzionale dell’organizzazione, ancora scottata e delusa dalle analisi di una precedente Commissione su macroeconomia e salute che – ignorando completamente la nozione di salute come diritto umano e come prodotto di determinanti politici ed economici – le aveva attribuito valore solo in quanto strumentale alla crescita economica.2 La speranza era dunque che la CSDH potesse riportare al centro delle analisi e delle politiche dell’OMS quei determinanti sociali, politici ed economici troppo spesso negletti in favore di un’attenzione diretta quasi esclusivamente alla lotta contro le malattie e al funzionamento dei sistemi sanitari…… Leggi il seguito

Scarica l’unidicesimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “Le malattie non trasmissibili tra salute pubblica e interessi privati: l’affermarsi del modello multistakeholder”

La crisi globale delle risorse umane in sanità e il Codice di condotta dell’OMS sul reclutamento internazionale del personale sanitario

salute5_bassadi Giulia de Ponte e Carlo Resti

La carenza di personale sanitario è un fenomeno globale, di lunga durata e non facile soluzione, che si manifesta in forme drammatiche in molti Paesi, ad alto e a basso reddito. Mancano all’appello nel mondo circa 4,3 milioni di medici, infermieri e operatori sanitari, con una carenza particolarmente marcata in Africa Subsahariana dove si registra il 24 per cento del carico di malattia mondiale, con solo il 3 per cento della forza lavoro in sanità. Il bisogno di operatori sanitari, tuttavia, è in aumento anche nei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), a causa dell’invecchiamento della popolazione, di un aumentato bisogno di cure per patologie croniche e del prossimo pensionamento di un gran numero di operatori sanitari. Questa carenza di operatori rappresenta uno dei maggiori ostacoli in tutto il mondo all’erogazione di servizi essenziali come le vaccinazioni nell’infanzia e come la prevenzione e il trattamento dell’HIV/AIDS…… Leggi il seguito

Scarica l’ottavo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “La convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco”

Calano i fondi destinati al controllo delle malattie neglette della povertà

Hookworm La Ricerca e Sviluppo (R&S) di nuovi strumenti diagnostici e terapeutici per le malattie neglette legate alla povertà (PRMN) è in sofferenza per la sensibile tendenza al ribasso dei finanziamenti.

Come appena riferito da Policy Cures:  “….Con 3 miliardi di dollari destinati nel 2011, i fondi per la ricerca globale nel settore superano oggi di circa 440 milioni di dollari gli stanziamenti del 2007, ma sono inferiori ai fondi del 2009, e simili a quelli del 2010…”. In questa stagnazione, l’assenza di una agenda operativa condivisa su scala mondiale rende ragione di un quadro generale frammentato, con sovrapposizione e duplicazione di iniziative.

E mentre gli Stati Uniti continuano a detenere un ruolo leader, l’impegno dell’Unione Europea (UE) in R&S per PRMN  non è distribuito  uniformemente fra gli Stati Membri e rappresenta solo lo 0.0024% del PIL combinato UE.

Nel contempo, la spesa estera in R&S per PRMN da parte dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), soprattutto in termini di cooperazione Sud-Sud, è in lievitante ascesa, e gli Stati del Golfo, Turchia, Indonesia, Argentina, Messico e Corea del Sud sono protesi allo sviluppo di tecnologie per la salute in grado di coniugare innovazione, qualità e basso costo. (DD)

EDITORIALE – L’America Latina e la protezione sociale universale: un difficile percorso

L’America Latina ha ancora tutte le sue vene aperte. Trenta anni di applicazione corrosiva delle ricette neoliberiste pesano su questo continente. Sono la negazione strutturale della medicina sociale, come è stata concepita, e delle prospettive di costruzione di un’alternativa socio-economica per uscire dall’impoverimento che degrada milioni di persone: il 70% della società latinoamericana è costituita dal sottoproletariato. Alcuni governi stanno faticosamente sperimentando con politiche innovative una riparazione dei danni nel segno dell’universalismo che è molto dura, e piena di ostacoli. Prima di tutto perché non tutte le proposte cosiddette universaliste sono pubbliche, eque, accessibili e gratuite. Inoltre la cultura neoliberista ha scavato solchi profondi e trasversali tra le forze politiche in campo, anche tra quanti invocano strade nuove. A chi ci prova, infine, spesso si prospetta un percorso pieno di inciampi. E di cadute: il golpe parlamentare del luglio scorso in Paraguay ne è esempio paradigmatico.  Neppure nella Bolivia di Evo Morales è banale attraversare le contraddizioni.

Sezionata com’è in tanti pacchetti di servizi sanitari distribuiti a seconda della capacità di contribuzione fiscale delle persone, e  a seconda delle capacità/possibilità di copertura assicurativa, la salute resta un terreno di misurazione fondamentale delle ingiustizie sociali in America Latina. Nel capitolo salute si raccolgono le misure di lotta alla povertà (a seconda che sia relativa o estrema, secondo la classificazione della Banca Mondiale), la focalizzazione, la gestione del rischio (il nuovo slogan della Banca Mondiale). Ma dietro le anodine parole la realtà è la stessa, acuminata come uno stiletto: se sei povero e hai un cancro o un’altra patologia cronica peggio per te, anche in un paese a sistema sanitario unico come il Brasile. Tutt’al più ti diagnosticano la malattia, la cura te la puoi scordare. Troppo care le terapie antitumorali per garantire il diritto alla vita ad una persona che non ha un’occupazione stabile, magari è indigente, coperta da una protezione essenziale. Da povero, insomma. Titolo acquisito come se fosse un destino, e non una concomitanza di squilibri di convivenza.

Alla conferenza di ALAMES sulla medicina sociale, a Montevideo (Uruguay), si è ragionato a lungo sul paradigma della protezione sociale universale come il nuovo ambito semantico, politico e culturale nel quale collocare la salute: diritto che non può vivere di vita propria, isolato da tutti gli altri diritti economici e sociali.  Sulla protezione sociale universale un primo appuntamento mondiale si è tenuto in Brasile nel 2010, ed è in agenda per il Forum Sociale di Tunisi a gennaio 2013. La conferenza di Montevideo, nel segno del dialogo fra America Latina ed Europa, ha stabilito però che il modello non può venire dalla storia e dall’Europa, bensì dalla costruzione di un modello nuovo, per questa parte del mondo.

Coincidenza: la protezione sociale universale è una delle raccomandazioni inserite  anche nella Agenda Europea 2020 approvata nel marzo 2010 come roadmap per uscire dalla crisi, e di cui non si sente più parlare. In piena disconnessione tra i diversi livelli di governance europea, prevale  la somministrazione della ideologia dei tagli alla spesa sociale e dell’austerity come unica soluzione. La classica medicina che uccide il paziente: la Grecia ne sa qualcosa (ND).

L’America Latina si interroga sul significato di universalismo in salute

Oltre 2.000 operatori del settore sanitario riuniti in Uruguay, a  Montevideo, per  una settimana di serrati dibattiti, scambi e proposte sulle politiche nazionali in materia di salute grazie a  tre appuntamenti, distinti per tematiche e orizzonti geografici ma interconnessi tra loro.

I lavori si aprono con il XII Congresso latino-americano di medicina sociale e salute collettiva – un tema storicamente forte nell’agenda di salute del continente latinoamericano – seguito dalla XVIII Conferenza internazionale sulle politiche sanitarie, per convergere di nuovo in una prospettiva regionale con il VI Congresso della rete americana degli attori locali di salute (www.congresoalames-iahp-redamericas.org). Il nodo centrale della discussione – declinata in molteplici laboratori, temi, e dibattiti – verte sull’impatto che la concatenazione di crisi globali sta producendo sul diritto alla salute, e sulle strategie necessarie ad articolare e affermare una nuova cultura politica sul ruolo dello stato e la qualità della democrazia, a partire dalla salute stessa.

In questo ragionamento risulta centrale l’agenda sui determinanti sociali della salute, decisivi in questo tempo di generalizzato crollo delle certezze, persino nel mondo ricco. Questo è il continente in cui – forse più dure che altrove – si sono dispiegate le ricette delle organizzazioni finanziarie internazionali, con i loro ben visibili effetti di marginalizzazione. La Banca Mondiale e le sue ricette restano protagoniste indiscusse di ogni dibattito sulla salute in America Latina. (ND)

L’OMS cerca nuove regole d’ingaggio per la società civile

WHOL’OMS rilancia il dialogo con la società civile e cerca nuove regole di interazione con il complesso mondo delle organizzazioni non governative (ONG) dopo anni di acuminate resistenze, incidenti di percorso, progressiva riduzione degli spazi di parola imposta a suon di regole non scritte, volte a delimitare la voce critica nei confronti dell’agenzia e dei suoi stati membri.

La novità di dialogo, che ha registrato un primo appuntamento formale il 18 ottobre scorso a Ginevra alla presenza della direttrice Margaret Chan, si inquadra nel faticoso cammino di riforma che l’OMS ha avviato  nel 2011, e dà attuazione agli indirizzi della 65ma Assemblea Mondiale della Salute, con cui gli stati membri hanno chiesto al segretariato la messa a punto di una nuova “policy” per regolare la collaborazione del’OMS con la società civile. Un tentativo simile era stato perseguito con la “Civil Society Initiative” nei primi anni del 2000, ma era abortito nel 2004 per via della resistenza di alcuni paesi che non vedevano di buon occhio un allargamento del ruolo delle ONG nelle dinamiche diplomatiche dell’organizzazione.

Oggi le cose sono cambiate, dicono al segretariato dell’OMS, e vale la pena riprendere il discorso laddove si era interrotto nel 2004, con tutti gli aggiornamenti del caso. Va detto peraltro che questa virata di atteggiamento deriva in buona misura dal lavoro di pressione che il gruppo della società civile più impegnato sulla riforma dell’OMS, Democratising Global Health for the WHO Reform (DGH), ha portato avanti per oltre un anno con il segretariato ed alcuni stati membri. Uno dei capitoli più significativi della riforma dell’OMS in senso democratico ha decisamente a che fare con l’allargamento delle maglie di un’interazione tra OMS e ONG assai asfittica, poco proficua, sostanzialmente avvelenata da un clima di ostilità non riscontrabile in altre agenzie delle Nazioni Unite. Il documento di lavoro con cui il Segretariato ha preparato l’incontro del 18 ottobre, cui hanno partecipato una cinquantina di organizzazioni presenti a Ginevra e una decina in streaming, segnala il recepimento delle proposte delle ONG di interesse pubblico (PINGOs), a partire dal riconoscimento del ruolo che le ONG giocano nell’arena della salute globale, sia sul piano nazionale che internazionale, ivi inclusi i movimenti sociali ed i vari networks che perseguono il diritto alla salute.

L’incontro del 18 ottobre ha cominciato a definire i nodi da affrontare. Primo tra tutti la classificazione della galassia del non governativo a seconda degli interessi diversi, e divergenti, che i vari attori della società civile perseguono. Accanto alle PINGOs infatti sedevano le ONG nate a tutela del settore corporate privato (BINGOs), in parte preoccupate per le inattese aperture del documento di lavoro dell’OMS, e le reti di associazioni dei pazienti di malattie croniche nate negli ultimi decenni e prevalentemente finanziate dalle case farmaceutiche. Ma la classificazione della società civile, include molte altre categorie, e la definizione di criteri condivisi da tutti: esercizio arduo e rischioso per tutti. Altra questione cruciale attiene al conflitto di interessi, ambito assai poco regolamentato in seno all’OMS, e radice di recenti inciampi dell’organizzazione, a detrimento della sua stessa credibilità (un caso per tutti, la gestione della influenza pandemica H1N1).

Il segretariato ha promesso trasparenza nella messa a punto della nuova policy sulle ONG. Incluse nuove consultazioni aperte, anche on line. Intanto, serve sapere che un percorso parallelo è stato messo a punto per l’interazione dell’OMS con il settore privato, e molto probabilmente una politica specifica verrà definita anche per regolamentare il ruolo del settore della filantropia non profit. Eppure, malgrado tutto, forse qualcosa finalmente si muove. (ND)

Giornata Umanitaria Mondiale

WHO, Yemen, 2009

Nella giornata umanitaria mondiale, l’OMS ricorda che la salute è una delle tante dimensioni critiche della risposta umanitaria e degli interventi per restituire una vita normale alle persone colpite. Ogni anno il 19 agosto, la Giornata Umanitaria Mondiale rende merito a coloro che affrontano pericoli e avversità per aiutare gli altri. In questa data ricorre l’anniversario del bombardamento che nel 2003 colpì il Quartier generale delle Nazioni Unite a Baghdad in Iraq uccidendo 22 persone. Più di un miliardo e mezzo di persone – quasi un quarto della popolazione mondiale – vivono in paesi colpiti da conflitti violenti. Negli ultimi dieci anni è stata registrata una media annuale di 700 disastri naturali e tecnologici, di cui hanno fatto le spese 270 milioni di persone. Tre quarti dei 20 paesi con il più alto tasso di mortalità infantile al mondo sono interessati da conflitti violenti. La salute è uno degli aspetti più importanti della risposta umanitaria. L’OMS registra 23 paesi che hanno sofferto crisi violente negli ultimi anni e sono stati oggetto dell’azione umanitaria dell’Organizzazione mondiale, in coordinamento con il resto del sistema delle Nazioni Unite di cui coordina il cluster sanitario negli interventi umanitari. (EM)

 

 

Federalismo all’italiana: ma la salute non ha confini!

A metà del 2013 entrerà in vigore in tutti i paesi dell’Unione Europea una nuova Direttiva sui diritti dei pazienti nelle cure transfrontaliere. Si tratta di una assoluta novità perché il testo prende le mosse da alcune sentenze della Corte di Giustizia Europea che riconoscono ad alcuni cittadini comunitari (quelli che avevano fatto ricorso) il diritto ad essere rimborsati dal proprio paese in caso di cure all’estero. In pratica l’Europa, partendo dal basso, vale a dire da una azione giuridica intentata dai cittadini, prende atto che non è possibile violare il diritto alla mobilità e alla libera scelta degli individui di ricevere trattamenti sanitari in ognuno degli Stati membri. Addirittura la libertà di movimento non riguarda solo le persone, ma anche i prodotti e i trattamenti, tanto che un cittadino potrà avere accesso a farmaci non ancora distribuiti nel proprio paese e, qualora sia il medico ad indicarne la necessità,  pagare secondo le modalità previste nel proprio paese di origine. (TP) Articolo completo su Civicolab.