MAKE OUR PLANET GREAT AGAIN – L’impatto sulla salute delle scelte climatiche statunitensi

3 giugno 2017 – Il presidente statunitense Donald Trump ha deciso che gli Stati Uniti si ritireranno dall’Accordo di Parigi.

Quest’ultimo entrato in vigore lo scorso novembre, invita i paesi a combattere il cambiamento climatico e ad accelerare e intensificare le azioni e gli investimenti necessari per un futuro sostenibile a basse emissioni di carbonio. Mira inoltre a rafforzare la capacità dei paesi ad affrontare gli impatti del cambiamento climatico, chiedendo un ampliamento dei flussi finanziari e un rafforzamento delle azioni nei paesi in via di sviluppo.

Il ritiro statunitense dall’Accordo è una grande sconfitta per gli sforzi globali al fine di promuovere la sicurezza globale e avrà certamente un impatto sulla salute. Con la dott.ssa Maria Neira – direttore del Dipartimento di Ambiente e Determinanti Sociali all’Organizzazione Mondiale della Sanità – intervistata durante la 70ma Assemblea Mondiale della Sanità –abbiamo parlato di come il cambiamento climatico stia influenzando la salute e le conseguenze su quest’ultima della decisione statunitense.

“Il cambiamento climatico influisce notevolmente sulla salute, specialmente sulle basi che sostengono la nostra salute – l’acqua, il cibo e la localizzazione geografica in cui viviamo.” afferma la Neira, che continua: “tra le conseguenze dirette del cambiamento climatico, da associare soprattutto ai disastri naturali, troviamo la distruzione dei raccolti agricoli, con conseguenze gravi sull’alimentazione, e il limitato accesso all’acqua. Un altro importante impatto riguarda la necessità delle persone di migrare a causa dei disastri naturali e il cambiamento climatico. È emerso infatti che nei prossimi anni le cause principali degli spostamenti saranno proprio la ricerca di fonti di acqua e cibo. Inoltre il riscaldamento globale sta creando condizioni ambientali che facilitano la trasmissione di malattie trasmesse da vettori, come la malaria e la dengue, in zone che precedentemente non ne erano colpite. Bisogna inoltre menzionare l’impatto dell’inquinamento dell’aria, che si stima essere correlato con la morte di 6,5 milioni di persone l’anno.”

Alla domanda quali sono i Paesi che sono intervenuti con misure strategiche per gestire la problematica del clima, la Neira risponde che: “Gli Stati Europei si sono impegnati notevolmente in ambito ambientale e la firma dell’Accordo di Parigi è stata cruciale. Adesso è necessario vigilare perché questo accordo venga mantenuto e perché ci si impegni ad applicarlo”. Riguardo l’eventuale recessione dell’Accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti e dell’eventuale influenza di quest’ultimi su altri Paesi la dott.ssa Neira una settimana fa dichiarava: La posizione degli USA sta indubbiamente generando dibattito, ma allo stesso tempo sta creando un fronte comune tra coloro che credono che sia importante e urgente fare qualcosa per il cambiamento climatico. Penso inoltre che le idee del presidente Donald Trump non rappresentino il pensiero comune degli americani e di altri esponenti politici, che in molti casi non torneranno indietro sulle linee politiche riguardo il cambiamento climatico. In ogni modo, penso sia doveroso rimanere ottimisti e pensare che queste teorie siano principalmente questioni politiche, che mi auguro supereremo”.

La dott.ssa Neira ricorda inoltre la necessità di intervenire e di applicare misure strategiche, per evitare che il cambiamento climatico abbia un impatto negativo sulla salute. Dichiara inoltre che “dovremmo spiegare ai politici, e in questo ambito la società civile riveste un ruolo fondamentale facendo pressione politica, che è importante investire sul tema del cambiamento climatico. Nonostante l’investimento economico sia oneroso, questo produrrà un ritorno quasi quattro volte superiore all’investimento iniziale e ridurrà notevolmente il costo sanitario dell’ospedalizzazione per malattie croniche associate all’inquinamento”.

New York Times: Allevamenti intensivi, una mission per il nuovo direttore generale dell’OMS

 

21 maggio 2017 – L’Assemblea mondiale della sanità ha appena eletto il nuovo direttore generale e dalle pagine del New York Times un gruppo di studiosi propone una nuova sfida per l’OMS: occuparsi degli allevamenti intensivi e del loro impatto sulla salute e sull’ambiente.

La questione non è nuova per l’OMS infatti, l’ex direttore  M. Chan, già lo scorso anno, aveva posto l’attenzione su tali aspetti, definendo il progressivo  diffondersi della resistenza dei mircorganismi agli antibiotici, i cambiamenti climatici e le malattie croniche come lenti disastri per la salute globale.

Dopo la seconda guerra mondiale infatti, su scala mondiale è aumentato drasticamente il numero di animali (mucche, polli e maiali) destinati alla macellazione, con il conseguente aumento del consumo di carne nella dieta. A livello mondiale, negli ultimi dieci anni, il consumo è incrementato del 20 %.

L’assunzione di carne e prodotti caseari a basso costo ha contribuito all’incremento dell’incidenza delle malattie croniche. Questa connessione è comprovata dall’oltre mezzo milione di morti avvenute nel 2015 per cause connesse al consumo di carni lavorate o rosse, definite dall’OMS come cancerogene o potenzialmente cancerogene. L’incremento di malattie croniche ha importanti conseguenze anche sui sistemi sanitari dei diversi paesi sia in termini di costi che di organizzazione.

Altrettanto problematici sono i microrganismi patogeni resistenti agli antibiotici, che proliferano tra gli animali allevati intensivamente. Circa il 75% degli antibiotici presenti negli USA e in Europa sono somministrati a scopo preventivo agli animali da allevamento e vengono dunque inconsapevolmente assunti, in dosi basse, dagli esseri umani attraverso il consumo alimentare di carne e acqua, le cui falde sono spesso inquinate da rifiuti animali. Se i batteri sviluppano resistenza agli antibiotici il rischio per l’uomo è che quei farmaci diventino progressivamente inefficaci per malattie come la polmonite o le infezioni urinarie.

Preoccupante è l’impatto degli allevamenti intensivi sull’ambiente poiché determinano una maggiore emissione di gas serra, con un conseguente aumento della temperatura mondiale.

Una lettera aperta, scritta nei giorni scorsi da scienziati ed esperti di politica sanitaria, chiede all’OMS di riconoscere l’agricoltura e l’allevamento intensivo come sfida per la salute globale, fornendo ai paesi membri precise indicazioni per ridurne l’impatto.

di Debora Zucca

Le autorità sanitarie statunitensi inseriscono l’Italia tra i paesi a rischio di morbillo

Il 2 maggio un editoriale del New York Times titolava “Populismo, politica e morbillo”.  Ricordando che “la preoccupante epidemia di morbillo in Italia e in altri paesi europei potrebbe essere il risultato di una caduta delle vaccinazioni causata da pretestuose affermazioni, fuorvianti e senza credito, circa la loro pericolosità.”

Il 30 aprile si è conclusa la settimana europea per le vaccinazioni. Intanto il 17 aprile, il CDC (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie di Atlanta) aveva già inserito l’Italia nell’elenco dei Paesi “a rischio salute” per il morbillo. Ai viaggiatori americani che intendono recarsi in Italia viene raccomandato di prendere misure precauzionali quali: assicurarsi di essere vaccinati; vaccinarsi; lavarsi spesso le mani; evitare di toccarsi il volto prima di essersi lavati le mani.

In effetti in Italia, ma anche in altri paesi europei cresce la preoccupazione per l’aumento significativo di casi di morbillo. Almeno in parte, in Italia, l’aumento dei casi può essere messo in relazione con il poderoso calo delle vaccinazioni, inclusa quella contro il morbillo, che è oggetto di un intenso dibattito.

Come comunicato dall’Istituto Superiore della Sanità (ISS), dall’inizio del 2017 i nuovi casi registrati di morbillo sono 1739, a fronte di poco meno di 800 nello stesso periodo dello scorso anno. Si tratta di persone non vaccinate e di età media di 27 anni. Quattro su dieci sono stati ricoverati in ospedale e il 33% ha avuto complicanze.

Il Dr Walter Ricciardi, presidente dell’ISS, precisa che anche altri paesi europei sono sotto osservazione per lo stesso motivo. Come la Francia, il Belgio, la Svizzera e la Germania.

A differenza del continente europeo, il continente americano è stato dichiarato “libero del morbillo endemico”, come annunciato dalla Organizzazione Panamericana della Sanità a settembre 2016. La raccomandazione di vaccinazione ai turisti che si recano in Europa è dunque anche una misura di prevenzione che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto al fine di prevenire l’importanza di nuovi casi di morbillo. Certamente la discussione circa l’efficacia dei vaccini non si placherà facilmente vista la dimensione che ha assunto nel dibattito politico e nell’opinione pubblica.

di Lucrezia Gondini

 

 

 

EDITORIALE – L’America Latina e la protezione sociale universale: un difficile percorso

L’America Latina ha ancora tutte le sue vene aperte. Trenta anni di applicazione corrosiva delle ricette neoliberiste pesano su questo continente. Sono la negazione strutturale della medicina sociale, come è stata concepita, e delle prospettive di costruzione di un’alternativa socio-economica per uscire dall’impoverimento che degrada milioni di persone: il 70% della società latinoamericana è costituita dal sottoproletariato. Alcuni governi stanno faticosamente sperimentando con politiche innovative una riparazione dei danni nel segno dell’universalismo che è molto dura, e piena di ostacoli. Prima di tutto perché non tutte le proposte cosiddette universaliste sono pubbliche, eque, accessibili e gratuite. Inoltre la cultura neoliberista ha scavato solchi profondi e trasversali tra le forze politiche in campo, anche tra quanti invocano strade nuove. A chi ci prova, infine, spesso si prospetta un percorso pieno di inciampi. E di cadute: il golpe parlamentare del luglio scorso in Paraguay ne è esempio paradigmatico.  Neppure nella Bolivia di Evo Morales è banale attraversare le contraddizioni.

Sezionata com’è in tanti pacchetti di servizi sanitari distribuiti a seconda della capacità di contribuzione fiscale delle persone, e  a seconda delle capacità/possibilità di copertura assicurativa, la salute resta un terreno di misurazione fondamentale delle ingiustizie sociali in America Latina. Nel capitolo salute si raccolgono le misure di lotta alla povertà (a seconda che sia relativa o estrema, secondo la classificazione della Banca Mondiale), la focalizzazione, la gestione del rischio (il nuovo slogan della Banca Mondiale). Ma dietro le anodine parole la realtà è la stessa, acuminata come uno stiletto: se sei povero e hai un cancro o un’altra patologia cronica peggio per te, anche in un paese a sistema sanitario unico come il Brasile. Tutt’al più ti diagnosticano la malattia, la cura te la puoi scordare. Troppo care le terapie antitumorali per garantire il diritto alla vita ad una persona che non ha un’occupazione stabile, magari è indigente, coperta da una protezione essenziale. Da povero, insomma. Titolo acquisito come se fosse un destino, e non una concomitanza di squilibri di convivenza.

Alla conferenza di ALAMES sulla medicina sociale, a Montevideo (Uruguay), si è ragionato a lungo sul paradigma della protezione sociale universale come il nuovo ambito semantico, politico e culturale nel quale collocare la salute: diritto che non può vivere di vita propria, isolato da tutti gli altri diritti economici e sociali.  Sulla protezione sociale universale un primo appuntamento mondiale si è tenuto in Brasile nel 2010, ed è in agenda per il Forum Sociale di Tunisi a gennaio 2013. La conferenza di Montevideo, nel segno del dialogo fra America Latina ed Europa, ha stabilito però che il modello non può venire dalla storia e dall’Europa, bensì dalla costruzione di un modello nuovo, per questa parte del mondo.

Coincidenza: la protezione sociale universale è una delle raccomandazioni inserite  anche nella Agenda Europea 2020 approvata nel marzo 2010 come roadmap per uscire dalla crisi, e di cui non si sente più parlare. In piena disconnessione tra i diversi livelli di governance europea, prevale  la somministrazione della ideologia dei tagli alla spesa sociale e dell’austerity come unica soluzione. La classica medicina che uccide il paziente: la Grecia ne sa qualcosa (ND).

L’America Latina si interroga sul significato di universalismo in salute

Oltre 2.000 operatori del settore sanitario riuniti in Uruguay, a  Montevideo, per  una settimana di serrati dibattiti, scambi e proposte sulle politiche nazionali in materia di salute grazie a  tre appuntamenti, distinti per tematiche e orizzonti geografici ma interconnessi tra loro.

I lavori si aprono con il XII Congresso latino-americano di medicina sociale e salute collettiva – un tema storicamente forte nell’agenda di salute del continente latinoamericano – seguito dalla XVIII Conferenza internazionale sulle politiche sanitarie, per convergere di nuovo in una prospettiva regionale con il VI Congresso della rete americana degli attori locali di salute (www.congresoalames-iahp-redamericas.org). Il nodo centrale della discussione – declinata in molteplici laboratori, temi, e dibattiti – verte sull’impatto che la concatenazione di crisi globali sta producendo sul diritto alla salute, e sulle strategie necessarie ad articolare e affermare una nuova cultura politica sul ruolo dello stato e la qualità della democrazia, a partire dalla salute stessa.

In questo ragionamento risulta centrale l’agenda sui determinanti sociali della salute, decisivi in questo tempo di generalizzato crollo delle certezze, persino nel mondo ricco. Questo è il continente in cui – forse più dure che altrove – si sono dispiegate le ricette delle organizzazioni finanziarie internazionali, con i loro ben visibili effetti di marginalizzazione. La Banca Mondiale e le sue ricette restano protagoniste indiscusse di ogni dibattito sulla salute in America Latina. (ND)

Per l’amministrazione Obama la Salute Globale è una priorità di politica estera

Martedi 3 luglio l’Amministrazione Obama ha annunciato la chiusura dell’ufficio della Global Health Initiative (Iniziativa per la Salute Globale) e il suo direttore esecutivo Lois Quam in un’intervista al “Global Pulse” ha detto che il compito di quell’ufficio viene “elevato”  all’ufficio del Dipartimento di Stato per la Diplomazia Globale. Una mossa che secondo l’alta funzionaria “porta la salute globale ai più alti livelli della diplomazia del governo degli Stati Uniti”.

La Salute Globale rimarrà una priorità del Governo degli Stati Uniti e funzionerà sotto la direzione congiunta delle tre agenzie governative – USAID, CDC, OGAC – per assicurare che gli obiettivi della iniziativa per la Salute Globale (lanciata da Obama all’inizio del suo mandato) siano raggiunti.

La Quam ha sottolineato che si tratta di un ampliamento di orizzonte, prima circoscritto ad una viione piuttosto interna e ora inserito nel più ampio panorama della politica estera. Riconoscere la Salute Globale come uno dei compiti della diplomazia “ci consente di lavorare con più forza con i paesi partner e gli altri donatori” ha aggiunto l’alta funzionaria (http://smtp01.kff.org/t/32074/542507/33454/0/).(EM)