EDITORIALE – L’America Latina e la protezione sociale universale: un difficile percorso

L’America Latina ha ancora tutte le sue vene aperte. Trenta anni di applicazione corrosiva delle ricette neoliberiste pesano su questo continente. Sono la negazione strutturale della medicina sociale, come è stata concepita, e delle prospettive di costruzione di un’alternativa socio-economica per uscire dall’impoverimento che degrada milioni di persone: il 70% della società latinoamericana è costituita dal sottoproletariato. Alcuni governi stanno faticosamente sperimentando con politiche innovative una riparazione dei danni nel segno dell’universalismo che è molto dura, e piena di ostacoli. Prima di tutto perché non tutte le proposte cosiddette universaliste sono pubbliche, eque, accessibili e gratuite. Inoltre la cultura neoliberista ha scavato solchi profondi e trasversali tra le forze politiche in campo, anche tra quanti invocano strade nuove. A chi ci prova, infine, spesso si prospetta un percorso pieno di inciampi. E di cadute: il golpe parlamentare del luglio scorso in Paraguay ne è esempio paradigmatico.  Neppure nella Bolivia di Evo Morales è banale attraversare le contraddizioni.

Sezionata com’è in tanti pacchetti di servizi sanitari distribuiti a seconda della capacità di contribuzione fiscale delle persone, e  a seconda delle capacità/possibilità di copertura assicurativa, la salute resta un terreno di misurazione fondamentale delle ingiustizie sociali in America Latina. Nel capitolo salute si raccolgono le misure di lotta alla povertà (a seconda che sia relativa o estrema, secondo la classificazione della Banca Mondiale), la focalizzazione, la gestione del rischio (il nuovo slogan della Banca Mondiale). Ma dietro le anodine parole la realtà è la stessa, acuminata come uno stiletto: se sei povero e hai un cancro o un’altra patologia cronica peggio per te, anche in un paese a sistema sanitario unico come il Brasile. Tutt’al più ti diagnosticano la malattia, la cura te la puoi scordare. Troppo care le terapie antitumorali per garantire il diritto alla vita ad una persona che non ha un’occupazione stabile, magari è indigente, coperta da una protezione essenziale. Da povero, insomma. Titolo acquisito come se fosse un destino, e non una concomitanza di squilibri di convivenza.

Alla conferenza di ALAMES sulla medicina sociale, a Montevideo (Uruguay), si è ragionato a lungo sul paradigma della protezione sociale universale come il nuovo ambito semantico, politico e culturale nel quale collocare la salute: diritto che non può vivere di vita propria, isolato da tutti gli altri diritti economici e sociali.  Sulla protezione sociale universale un primo appuntamento mondiale si è tenuto in Brasile nel 2010, ed è in agenda per il Forum Sociale di Tunisi a gennaio 2013. La conferenza di Montevideo, nel segno del dialogo fra America Latina ed Europa, ha stabilito però che il modello non può venire dalla storia e dall’Europa, bensì dalla costruzione di un modello nuovo, per questa parte del mondo.

Coincidenza: la protezione sociale universale è una delle raccomandazioni inserite  anche nella Agenda Europea 2020 approvata nel marzo 2010 come roadmap per uscire dalla crisi, e di cui non si sente più parlare. In piena disconnessione tra i diversi livelli di governance europea, prevale  la somministrazione della ideologia dei tagli alla spesa sociale e dell’austerity come unica soluzione. La classica medicina che uccide il paziente: la Grecia ne sa qualcosa (ND).

L’America Latina si interroga sul significato di universalismo in salute

Oltre 2.000 operatori del settore sanitario riuniti in Uruguay, a  Montevideo, per  una settimana di serrati dibattiti, scambi e proposte sulle politiche nazionali in materia di salute grazie a  tre appuntamenti, distinti per tematiche e orizzonti geografici ma interconnessi tra loro.

I lavori si aprono con il XII Congresso latino-americano di medicina sociale e salute collettiva – un tema storicamente forte nell’agenda di salute del continente latinoamericano – seguito dalla XVIII Conferenza internazionale sulle politiche sanitarie, per convergere di nuovo in una prospettiva regionale con il VI Congresso della rete americana degli attori locali di salute (www.congresoalames-iahp-redamericas.org). Il nodo centrale della discussione – declinata in molteplici laboratori, temi, e dibattiti – verte sull’impatto che la concatenazione di crisi globali sta producendo sul diritto alla salute, e sulle strategie necessarie ad articolare e affermare una nuova cultura politica sul ruolo dello stato e la qualità della democrazia, a partire dalla salute stessa.

In questo ragionamento risulta centrale l’agenda sui determinanti sociali della salute, decisivi in questo tempo di generalizzato crollo delle certezze, persino nel mondo ricco. Questo è il continente in cui – forse più dure che altrove – si sono dispiegate le ricette delle organizzazioni finanziarie internazionali, con i loro ben visibili effetti di marginalizzazione. La Banca Mondiale e le sue ricette restano protagoniste indiscusse di ogni dibattito sulla salute in America Latina. (ND)

Per l’amministrazione Obama la Salute Globale è una priorità di politica estera

Martedi 3 luglio l’Amministrazione Obama ha annunciato la chiusura dell’ufficio della Global Health Initiative (Iniziativa per la Salute Globale) e il suo direttore esecutivo Lois Quam in un’intervista al “Global Pulse” ha detto che il compito di quell’ufficio viene “elevato”  all’ufficio del Dipartimento di Stato per la Diplomazia Globale. Una mossa che secondo l’alta funzionaria “porta la salute globale ai più alti livelli della diplomazia del governo degli Stati Uniti”.

La Salute Globale rimarrà una priorità del Governo degli Stati Uniti e funzionerà sotto la direzione congiunta delle tre agenzie governative – USAID, CDC, OGAC – per assicurare che gli obiettivi della iniziativa per la Salute Globale (lanciata da Obama all’inizio del suo mandato) siano raggiunti.

La Quam ha sottolineato che si tratta di un ampliamento di orizzonte, prima circoscritto ad una viione piuttosto interna e ora inserito nel più ampio panorama della politica estera. Riconoscere la Salute Globale come uno dei compiti della diplomazia “ci consente di lavorare con più forza con i paesi partner e gli altri donatori” ha aggiunto l’alta funzionaria (http://smtp01.kff.org/t/32074/542507/33454/0/).(EM)