Le NCDs un potpourri di malattie che potrebbero cambiare nome

14 Giugno – ieri è stato pubblicato su The Lancet Global Health un articolo di L. Allen e A. Feigl che propone di rinominare le malattie non trasmissibili (NCDs).

In molti sostengono che contrassegnare le differenti patologie a carattere non contagioso nello stesso gruppo denominato “malattie non trasmissibili” determina confusione, allontanando gli sforzi atti a far prendere coscienza e sviluppare interventi efficaci.

A tal riguardo, è emerso globalmente come la terminologia di “malattie non trasmissibili” sia vista come impropria e fuorviante, definendola infatti come una “prolissa non definizione” che indica solo ciò che questo gruppo di malattie non include e per questo sono state avanzate richieste per rinominarle.

Le NCDs – che includono cancro, diabete, malattie polmonari croniche ostruttive, malattie cardiovascolari e malattie mentali – sono la principale causa di morte nel mondo e affliggono sproporzionatamente i paesi in via di sviluppo. Le NCDs sono costate all’economia globale 47000 miliardi di dollari negli ultimi due decenni e continuano ad indurre milioni di persone alla povertà. Inoltre, nei paesi in via di sviluppo gli interventi e gli investimenti della sanità nazionale in tale ambito sono insufficienti e questo mina i progressi verso l’assistenza sanitaria universale e il miglioramento del capitale umano. In questi termini le NCDs condividono tutte le questioni di giustizia ideologica e sociale dell’HIV, causano 30 volte più decessi, ma ricevono finanziamenti 17 volte inferiori.

I bassi livelli di attenzione nazionale e internazionale per le NCDs, in termini di piani d’azione e finanziamenti potrebbero essere in parte imputabili all’inquadramento di queste malattie. Dopotutto, chiamandole malattie non trasmesse potrebbero indurre a considerarle come un non problema.

Rinominare le NCDs non è una questione di pedanteria, ma un mezzo importante per consolidare il crescente sostegno a queste condizioni, per rilanciare il dibattito sugli interventi che hanno le migliori possibilità di ridurre la loro incidenza. In tal senso, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) hanno accresciuto l’importanza delle malattie non trasmissibili nell’Agenda globale e nei prossimi mesi la comunità sanitaria internazionale sceglierà indicatori appropriati per l’obiettivo. Se questa lunga discussione di ridenominazione venisse affrontata in modo completo, si potrebbe portare avanti un effettivo e regolare progresso in materia.

Anche se si è certi che il nome NCDs deve essere cambiato, ancora non si ha un’alternativa convincente. Le nuove denominazioni suggerite variano da “malattie a lungo termine” a “malattie insidiose” abbreviate con IKDs – dall’inglese Insidious Killer Diseases. Altro nome proposto è “Condizioni Socialmente Trasmesse”, andando a sottolineare il peso che assumono i determinanti sociali su questo gruppo di patologie e mettendo in evidenza la loro parziale o totale trasmissibilità.

Nel complesso, questo processo consultivo globale dovrebbe includere non solo la presentazione di nuovi nomi, ma anche una discussione sostanziale sulle specifiche malattie. La nuova classificazione potrebbe essere adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2020, dopo la scadenza del Piano d’Azione Globale per le NCDs.

Questa iniziativa potenzierà l’innovazione, l’azione multisettoriale e il finanziamento di queste condizioni che causano 38 milioni di morti ogni anno.

 

di B.A.

http://thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(17)30001-3/fulltext

EFSA – Le nuove linee guida tutelano ancora di più i lattanti

La European Food Safety Authority (EFSA) ha pubblicato le nuove linee guida che delineano un nuovo metodo per valutare le sostanze presenti negli alimenti destinati ai lattanti di età inferiore a 16 settimane.

Il Comitato Scientifico dell’EFSA ha sviluppato il nuovo approccio conseguentemente alla valutazione dello stato dell’arte dello sviluppo infantile, prima e dopo la nascita. Nel documento viene proposta una dettagliata descrizione di come i processi fisiologici del neonato rispondono allo stimolo di sostanze introdotte con gli alimenti.

Nel suo approccio allo sviluppo di questa guida, il Comitato Scientifico  ha preso in considerazione (i) una valutazione dell’esposizione basata sulla formula infantile come unica fonte di nutrizione; ii) la conoscenza dello sviluppo dell’organismo nei neonati umani, compreso lo sviluppo delle capacità intestinali, delle capacità metaboliche ed escretorie, delle barriere cerebrali e cerebrali, del sistema immunitario, dei sistemi endocrini e riproduttivi; (iii) il profilo tossicologico complessivo della sostanza identificata attraverso i test tossicologici standard, compresi gli effetti critici; (iv) la rilevanza per il neonato umano dei modelli animali sperimentali neonatali utilizzati.

Per una corretta verifica, è necessario prendere in considerazione se la sostanza sia naturalmente presente nell’alimento, o se sia aggiunta intenzionalmente.

Si propone, in questo modo, un approccio “ad albero” che consente una valutazione dei rischi delle sostanze presenti nei prodotti alimentari destinati ai neonati di età inferiore a 16 settimane.

di A.C.

http://www.efsa.europa.eu/it/efsajournal/pub/4849
http://www.efsa.europa.eu/it/press/news/170531

G7 di Taormina: cambiamenti climatici e salute delle donne e degli adolescenti al centro dei dibattiti

28 Maggio 2017 – ha avuto luogo nei giorni scorsi, 26-27 Maggio, il G7 di Taormina. I leader si sono riuniti per determinare, in uno spirito di cooperazione, le sfide globali da affrontare, ponendosi l’obiettivo di coordinare gli sforzi verso la promozione di un ordine internazionale basato sullo sviluppo sostenibile.

Tra le tematiche trattate il cambiamento climatico riviste un ruolo importante. In questo ambito i Paesi si impegnano a rafforzare la sicurezza energetica collettiva e ad assicurare mercati globali aperti, trasparenti e sicuri per le risorse energetiche e per le tecnologie. In questo contesto sono tutti d’accordo sull’importanza di sostenere i paesi in via di sviluppo. Il Canada, la Francia, la Germania, l’Italia, il Giappone e il Regno Unito, insieme ai presidenti del Consiglio europeo e della Commissione europea, hanno ribadito il loro impegno ad applicare rapidamente l’Accordo di Parigi. Emerge invece il cambiamento di rotta degli Stati Uniti che, trovandosi in una fase di revisione delle proprie politiche sul cambiamento climatico, non aderiscono al consenso su questi temi.

In ambito di salute c’è l’impegno a promuovere la sicurezza sanitaria globale e a perseguire politiche che favoriscano il benessere fisico e psichico, fondamentale per ottenere maggiori benefici economici e sociali.

Si è inoltre parlato dell’importanza di investire sulla salute delle donne e degli adolescenti, dell’impatto dei fattori ambientali sulla salute umana e dell’impegno a rafforzare i sistemi sanitari nell’elaborazione di una risposta tempestiva, efficace e coordinata alle emergenze sanitarie e alle sfide a lungo termine.

Queste tematiche verranno trattate dai Ministri della Sanità durante il G7 di Milano del 5-6 novembre.

di B.A.

Le parole chiave per lo sviluppo sostenibile: speranza, partecipazione attiva e sviluppo umano integrale

Bari, 12 maggio 2017. A chiusura del Forum Internazionale “Economia e povertà: politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile e la salute globale” è stato promulgato il manifesto “Economia al servizio della promozione umana-Human Promoting Economy”.

La parola chiave del manifesto è speranza, fondata sulla consapevolezza dell’enorme patrimonio di idee e di energie ancora vive nel cuore della nostra Italia, nonostante lo scenario di crisi economica ed istituzionale.

Nel manifesto viene espresso l’obiettivo di dare vita a un grande patto federativo tra persone, movimenti ed associazioni, con lo scopo di rinnovare la società italiana e fondarla su una più ampia partecipazione sociale dei cittadini – con particolare riferimento a tematiche di economia, salute e ambiente. Si mira a creare un nuovo patto tra generazioni ponendo come unico fine il bene comune, riprogettando il presente e l’avvenire in un’ottica di sostenibilità.

Su questa base, tutti sono chiamati a contribuire a uno sviluppo economico che promuova la dignità e la persona, tutelando l’ambiente e la salute (articolo 4 della Costituzione). Questo può essere effettuato puntando su uno sviluppo sostenibile e rispettoso della persona, come occasione di rinascita economico culturale dell’Italia e dell’Europa.

Si vuole quindi sostenere una società rappresentativa e fondata sull’interconnessione fra persone e sul reciproco scambio di valori e beni immateriali dove ciascuno contribuisca a fare in modo che “la Repubblica rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3 della Costituzione Italiana).

Viene inoltre riportato come sia fondamentale promuovere uno sviluppo umano integrale, cioè l’allargamento dello spazio di dignità e di libertà delle persone. L’idea di base è che la libertà sia interconnessa con la responsabilità di proteggere il bene comune e promuovere la dignità, la libertà e il benessere degli altri, tanto da raggiungere i poveri, gli esclusi e le generazioni future.

Vengono sintetizzati in 3 punti le modalità con cui realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile:

  • Creare innovazione in campo economico, sociale e ambientale nel quadro di un nuovo modello di Società Sostenibile. L’innovazione sostenibile infatti è l’unico modo per superare l’attuale crisi economica e sociale che sta investendo il Paese. “La sostenibilità nelle sue dimensioni inscindibili – quella economica e quella sociale (che include la tutela dell’ambiente, la promozione della salute e della dignità della persona) – è la grande sfida del XXI secolo”. Lo scopo è quello di sviluppare una vera Green economy per fermare il consumo del territorio, per difendere l’ambiente e per aumentare i livelli di salute e di qualità di vita (che non sono misurabili in termini di PIL).
  • Promuovere la cultura della sostenibilità. “In tal senso è necessario sostenere il mondo della scuola a trovare percorsi d’innovazione; promuovere la cultura, intesa come sviluppo di nuove competenze, diffusione delle conoscenze e delle buone pratiche”. Fondamentale è promuovere la cultura della sostenibilità tra i cittadini, in tutti gli strati sociali, con un approccio interdisciplinare, soffermandosi sui temi della salute e dell’ambiente.
  • Favorire in ogni modo la partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali. Come enunciato dall’articolo 118 della nostra Costituzione, la Repubblica in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche deve “favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Bisogna quindi creare una cittadinanza attiva, immaginando una Repubblica di cittadini, in cui non sia possibile prescindere dal coinvolgimento della popolazione in ogni decisione, specialmente in materia di tutela della salute e dell’ambiente.

L’obiettivo per il quale si deve lottare è quindi il “Rinnovare la società ripartendo dalla cittadinanza attiva in un’ottica di sostenibilità”.

di Benedetta Armocida

#G7 finanziario. Un forum su economia e povertà sfida il G7 sui temi dello sviluppo sostenibile e della salute globale

Bari, 12 maggio 2017. Si svolge quest’oggi nella capitale pugliese il Forum internazionale “Economia e povertà: politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile e la salute globale”;  apre i lavori il presidente della regione Puglia Michele Emiliano che in conferenza stampa ha presentato l’incontro come un evento totalmente scientifico che intende indurre il G7 a ragionamenti di alto profilo politico, come l’eliminazione delle diseguaglianze nel mondo, rispettando ambiente, diritti e giustizia: aspetti che spesso vengono trascurati rispetto alla contabilità generale degli Stati”.

Il forum è stato pensato al fine di cogliere l’opportunità offerta dal G7 Finanziario per porre l’attenzione dei governatori locali e nazionali sull’Economia reale dell’Italia, dell’Europa e del Mondo.

Si è voluto inserire dunque, all’interno dell’evento economico, una riflessione su fenomeni diventati sempre più attuali quali disagio e povertà, così da far emergere prospettive e proposte di nuovi modelli economici e di welfare e attuare politiche pubbliche che promuovano uno sviluppo rispettoso delle persone e dell’ambiente.

I lavori del forum si compongono di due sessioni, la prima affronta il tema dell’economia e della povertà, la seconda quello dello sviluppo sostenibile e salute globale. Particolarmente atteso è l’intervento dell’economista James Kenneth Galbraith, della Lyndon Johnson School of public affairs, presidente di “Economists for Peace and security” e direttore del “Joint Economy Committee” del Congresso Usa. Nella sessione che intende mettere in relazione salute globale e sviluppo sostenibile, intervengono tra gli altri Maria Neira, direttrice del dipartimento di salute e ambiente della Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e Eduardo Missoni, uno dei massimi esperti del settore.

Al termine dei lavori è prevista la promulgazione del Manifesto di Bari, per un’economia al servizio della promozione umana, con l’adesione di comuni, scuole, imprese, enti di ricerca, cittadinanza attiva e terzo settore.

http://www.affaritaliani.it/puglia/g7-finanze-galbraith-al-vertice-di-br-emiliano-su-economia-poverta-477758.html?refresh_ce

di Debora Zucca

#LeaveNoOneBehind. Assemblea Mondiale della Sanità: niente invito (ancora) per Taiwan

L’8 maggio 2017 scadeva il termine per la registrazione all’Assemblea Mondiale della Sanità (AMS) e Taiwan non ha ancora ricevuto un invito ufficiale di partecipazione.

Nel 2009, dopo aver ottenuto un enorme sostegno internazionale, Taiwan è stato invitato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) a partecipare alla 62° AMS in qualità di osservatore. In quell’occasione, Taiwan partecipò sotto la denominazione di Cina Taipei, in virtù di un accordo tra l’allora governo amministrativo di Kuomintang, il governo di Pechino e l’OMS.

Da allora, la partecipazione attiva di Taiwan all’AMS e agli incontri tecnici dell’OMS ha migliorato tra l’altro il controllo delle malattie all’interno del Paese e ha contribuito a migliorare la situazione in tutto il mondo.

Nel maggio 2016, dopo che, in diverse occasioni, la presidente taiwanese Tsai Ing-wen si è rifiutata di riconoscere esplicitamente il “consenso del 1992” – che stabilisce che c’è “una sola Cina” – i rapporti tra il governo taiwanese e quello cinese si sono raffreddati.

Questa resistenza ha messo fortemente in discussione la partecipazione di Taiwan a livello internazionale, tant’è che lo scorso anno Taiwan ha ricevuto l’invito a partecipare all’AMS solo il giorno prima della chiusura della registrazione. L’invito menzionava esplicitamente il principio di “una sola Cina” e la risoluzione ONU n. 2758 del 1971, nella quale la Repubblica Popolare Cinese rappresentata da Pechino, prese il posto della Repubblica Cinese rappresentata da Taipei in tutte le organizzazioni ONU, compresa l’OMS.

La portavoce dell’OMS Fedela Chaib ha affermato che “l’organizzazione comprende che vi sia preoccupazione per la partecipazione di Taiwan all’assemblea di quest’anno”, senza entrare nello specifico della natura di tale preoccupazione o di chi l’abbia espressa.

Il contribuito di Taiwan nella salute globale è importante e la sua assenza nell’OMS creerebbe una grave spaccatura, determinando rischi di diffusione di epidemie e alla sicurezza alimentare.

Taiwan infatti, amministrando le informazioni di volo della Regione di Taipei e ricevendo 60 milioni di passeggeri in entrata e in uscita l’anno, è un punto di trasporto nevralgico dove si potrebbero amplificare il rischio di trasmissione di malattie infettive, come MERS, Ebola o Zika.

L’esclusione di Taiwan dagli organismi internazionali determinerebbe anche rischi a livello alimentare, essendo il 17° più grande esportatore mondiale e il 18° più grande importatore di merci, secondo i dati del 2015.

Il Ministro della Salute e del Welfare Chen Shih-chung ha indetto una conferenza stampa, in cui il governo annuncerà le misure da adottare nel caso in cui Taiwan non ricevesse l’invito.

La presidente Tsai ha scritto un messaggio su Twitter, accompagnato da un video, affinchè Taiwan possa partecipare all’AMS, inserendo l’hashtag #LeaveNoOneBehind.  Nel tweet la Tsai, facendo un richiamo agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, sottolinea come un governo autonomo e democratico meriti l’inclusione nelle istituzioni internazionali.

Diversi politici stranieri, come la congressista della Florida Ileana Ros-Lehtinen, hanno risposto all’appello sostenendo la partecipazione di Taiwan e hanno sottolineato come l’esclusione risulterebbe controproducente.

Mentre il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Geng Shuang ha sottolineato che il contributo di Taiwan nelle organizzazioni internazionali deve seguire il principio “una sola Cina”, rivendicando la sovranità della Cina su Taiwan, insistendo che Pechino, Taiwan e la Cina continentale facciano parte di una sola nazione cinese.

Il direttore dell’Ufficio di cooperazione internazionale per il Dipartimento di Salute di Taiwan Hsu Ming-hui­ ha promesso di continuare a fare pressioni, per ricevere un invito, fino a quando l’assemblea si riunirà a Ginevra il 22 maggio, affermando che Taiwan invierà una delegazione a prescindere.

http://www.chinapost.com.tw/taiwan/national/national-news/2017/05/08/496960/p1/Still-no.htm

https://www.eureporter.co/frontpage/2017/05/05/leaving-no-one-behind-taiwan-participation-in-world-health-assembly/

  di Debora Zucca e Benedetta Armocida

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida

 

7 fatti sorprendenti e preoccupanti per la salute globale

Esperti e specialisti di salute globale si sono riuniti lo scorso weekend a Washington D.C. per la conferenza annuale Consortium of Universities for Global Health.

La conferenza, che ha analizzato diverse tematiche di salute globale, è stata un momento di importante condivisione di conoscenze, dati epidemiologici e notizie. Tra questi “7 fatti sorprendenti e preoccupanti” sono stati messi in evidenza da Brian W. Simpson e Dayna Kerecman Myers su Global Health NOW:

  1. Le malattie infettive rimangono le grandi killers: sono infatti responsabili di quasi 9 milioni di morti l’anno, il 16% dei circa 56 milioni di decessi totali nel mondo in un anno.
  2. Le lesioni e la violenza sono cause importanti ma neglette di morte; causano 5 milioni di morti l’anno.
  3. Le malattie cardiache, il cui tasso di mortalità negli Stati Uniti si è ridotto del 70% dalla metà del XX secolo, grazie alla migliore conoscenza dei fattori di rischio e alle campagne di prevenzione, sono invece in aumento nei paesi in via di sviluppo. Come stimato in un report della Columbia University infatti, tra il 1990 e il 2020, ci si aspetta in questi paesi un incremento delle patologie coronariche del 120% nelle donne e del 137% negli uomini.
  4. La salute globale è un mondo maschile. Nei 194 stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), solo il 28% dei funzionari ai vertici delle istituzioni sanitarie sono donne.
  5. Il cambiamento climatico sta assumendo un ruolo importante sulla salute. Con l’innalzamento della temperatura del mare, ad esempio, il vibrione del colera, tradizionalmente diffuso solo in climi caldi, è ormai capace di proliferare e vivere nei molluschi in Alaska e causare infezioni delle ferite tra i pescatori.
  6. Il tasso di violenza coniugale è preoccupante. L’OMS informa che a livello globale il 35.6% delle donne è stata vittima di violenza fisica o sessuale. In Mozambico si tratta di più della metà delle donne, dice Ana Baptista, che lavora per la Johns Hopkins Program for International Education in Gynecology and Obstetrics.
  7. La storia dimostra che non è mai facile fare pronostici e quandanche il problema appaia impossibile da risolvere si può spesso trovare una soluzione. È l’opinione di Bruce Friedrich, direttore del The Good Food Istitute, che per sostenere il concetto spiega come nel tardo XIX secolo a New York ogni mese si accumulavano 50,000 tonnellate di letame di cavallo sulle strade. Le strade erano invase da mosche, erano congeste e presentavano un elevato rischio di incidenti. Allora gli esperti consideravano questo problema impossibile da risolvere, poi però Henry Ford ha introdotto l’automobile, relegando le carrozze trainate da cavalli ad attrazione turistica.

 

https://www.globalhealthnow.org/2017-04/cugh2017

di Benedetta Armocida

 

OMS: I governi non si facciano intimidire dalle case farmaceutiche

pills-drugs-perscription-healthcare-health-doctors-sick-medicineE’ la storia che si ripete, come spesso succede. La tensione astiosa tra diritto alla salute e regole del commercio che ha assunto i contorni di una guerra. Di una guerra senza tregua.

Correva l’anno 2000 quando la comunità internazionale riunita a Ginevra nella sala del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la stessa in cui questa settimana è convocata una porzione non irrilevante di paesi, prendeva posizione a sostegno del Sudafrica di Nelson Mandela. Una brutta storia.  139 case farmaceutiche si erano associate in un micidiale cartello per sfidare il governo sudafricano impugnando in tribunale il Medicines Act  del 1997, ovvero la legge con cui il Sudafrica – in quel momento la nazione al mondo più colpita dall’HIV/AIDS e dalla tubercolosi – intendeva assicurare maggiore accesso per i pazienti alle terapie salvavita, e controllare così gli effetti dirompenti le sue emergenze sanitarie.  Lo faceva con una legge che, pionieristicamente, dava piena attuazione a tutte le clausole di salvaguardia adottate solo due anni prima in seno all’Organizzazione del Commercio, con l’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale, a parziale difesa di alcuni fondamentali diritti umani, salute inclusa. Il costo di una terapia antiretrovirale, nel 2000, era di oltre 10.000 dollari all’anno per paziente.  A partire da quella prima vicenda di scontro fra profitto e diritto alla salute, il movimento globale per l’accesso ai farmaci essenziali prese il via, nel 1999. Solo alla fine del 2001 il cartello delle industrie, sotto pressione da parte della Corte Suprema sudafricana, decisero di ritirarsi dall’azione legale. Fu quello, anche, l’inizio della guerra fra i portatori degli interessi collettivi – professionisti della salute, associazioni nazionali, gruppi di pazienti, organizzazioni non governative – e i titolari d’interessi commerciali.

Quindici anni sono passati, e ci risiamo. Nel settembre 2013, il ministero del commercio sudafricano ha aperto una consultazione pubblica su un disegno di legge  contenente nuove norme in materia di proprietà intellettuale (i brevetti). La nuova proposta legislativa include una ampia gamma di clausole compatibili con il quadro normativo internazionale (accordo TRIPs) volte ad evitare quello che in termini tecnici va sotto il nome di frivolous patenting, cioè la brevettazione di processi o prodotti che innovativi non sono: l’introduzione della possibilità di impugnare una applicazione brevettuale prima o dopo il suo esame (pre-grant e post-grant patent opposition); alti standard di brevettabilità per premiare l’innovazione ed limitare il prolungamento dei lunghi monopoli brevettuali (evergreening); limitazione del brevetto ad un massimo di 20 anni, senza eccezione; no all’esclusività dei dati clinici; la semplificazione dei meccanismi di importazione parallela e licenza obbligatoria previsti dai TRIPs; un meccanismo di cautela per scongiurare il coinvolgimento del Sudafrica in qualunque accordo commerciale e sugli investimenti bilaterale che limiti il ricorso alle norme di flessibilità contenute nei trattati multilaterali (la UE preme per un accordo bilaterale con Angola, Botswana, Lesotho, Mozambico, Namibia, Swaziland e Sudafrica, come Southern African Development Community).

L’industria farmaceutica non si è fatta attendere, con una strategia di deragliamento del piano di governo che il ministro della salute sudafricano, Aaron Motsoaledi, non ha esitato a qualificare “genocidio”, “cospirazione di magnitudine satanica”. I primi dettagli sono emersi dalla stampa sudafricana, l’autorevole Mail and Guardian, il 17 gennaio. A questi si sono aggiunti i dettagli di un documento fatto pervenire a Knoweledge Ecology International (KEI), ad oggi di dominio pubblico, in cui si descrive come la farmindustria sudafricana (Innovative Pharmaceutical Association of South Africa, IPASA) e l’omologa associazione americana PhRAMA (Pharmaceutical Researchers & Manufacturers of America) abbiano commissionato ad un’agenzia di consulenza “di alto calibro” con sede negli Stati Uniti, la Public Affairs Engagement (PAE) il compito di sovvertire il percorso del disegno di legge.  Il piano consiste in un investimento di 600.000 dollari (ripartiti fra farmaceutiche americane e sudafricane) destinati a una campagna volta a “mobilitare le voci nazionali ed internazionali” in un unico messaggio: la riforma della proprietà intellettuale è una svolta pericolosa per la più grande economia dell’Africa. L’iniziativa spauracchio, breve ed “energica”, è stata congegnata nel solco della campagna politica per le elezioni in Sudafrica, con l’intento appunto di ritardare l’approvazione del disegno di legge almeno fino a dopo il voto, previsto a maggio. Nell’analizzare i contenuti della corrispondenza fra IPASA e PhRMA, il prof. Brook Baker della associazione americana Health GAP, ha confermato che sotto l’accattivante titolo di “Forward South Africa”, la campagna pilotata oltre oceano da un ex funzionario del governo americano, uomini dell’imprenditoria e del mondo accademico, garantiva un rigoroso scrutinio di tutte le attività di ricerca e di comunicazione sull’argomento della riforma sudafricana.

La vicenda ha suscitato non poca fibrillazione nella comunità delle ONG, ed è scoppiata giovedì pomeriggio nel consiglio esecutivo dell’OMS, in margine al dibattito sull’accesso ai farmaci. Prendendo la parola, la direttora del Ministero della Salute Precious Matsoso, ex coordinatrice del dipartimento OMS-Salute Pubblica, Innovazione e Proprietà Intellettuale (PHI), ha ricordato non senza emozione gli attacchi senza scrupoli di Big Pharma negli anni passati, in un Sudafrica devastato dalla co-infezione HIV e tubercolosi. Spiegando le ragioni di questa riforma, che si ispira ai modelli di Stati Uniti, Europa, Brasile e India, Matsoso ha contestato che “la nuova politica sui brevetti intende modernizzare il Sudafrica e allineare il paese alle norme internazionali, fissando un esempio per  gli altri paesi africani impegnati nella riforma del regime brevettuale”. Si tratta appunto di promuovere la salute pubblica e nel contempo premiare l’innovatività delle imprese sudafricane. “Il Sudafrica brevetta ciecamente senza esaminare la qualità dei prodotti industriali, e somministra più brevetti nel campo farmaceutico di Stati Uniti e Europa; per questo i farmaci generici non sono disponibili nel mio paese (se non contro l’HIV/Aids). Per il farmaco antitumorale Imatinib, il Sudafrica paga 35 volte di più degli altri paesi, in cui la concorrenza dei farmaci equivalenti è un dato di mercato acquisito”.

Alle sue parole è seguito un lungo applauso, ma in plenaria solo i paesi del sud hanno sostenuto Pretoria apertamente, pronti ad appoggiare iniziative contro l’indebita influenza del settore privato nelle politiche di un governo sovrano. Margaret Chan, che non ha voluto prendere posizione contro Big Pharma apertamente, si è limitata al generico commento che “nessun governo dovrebbe essere intimidito dai portatori di interessi per il fatto di fare la cosa giusta in salute” .

Un silenzio rumoroso, invece, dai paesi industrializzati.  Dopo anni di dibattiti, iniziative, dichiarazioni, la storia non si ripete soltanto. Marcia a ritroso.

Nicoletta Dentico

Presidente Osservatorio sulla Salute Globale

Le riforme dei sistemi sanitari e la crisi finanziaria

salute5_bassaSara Barsanti, Gavino Maciocco

Negli ultimi settant’anni, a partire dal dopoguerra a oggi, si sono suc- cedute tre differenti stagioni di riforme sanitarie, fortemente influenza- te dal contesto politico, economico e sociale.
La stagione dei diritti
La prima, che potremmo definire “la stagione dei diritti”, è quella che prende l’avvio con l’istituzione del National Health Service (NHS) in Gran Bretagna (1948), un sistema sanitario universalistico, finanziato attraverso la fiscalità generale e gestito quasi unicamente da strutture pubbliche. La nozione che l’accesso ai servizi ritenuti socialmente in- dispensabili debba essere garantito a tutti viene incorporata nella Di- chiarazione universale dei diritti umani (Nazioni unite, Parigi 10 dicembre 1948). Il principio della salute come diritto si diffonde rapidamente e diventa elemento fondante di numerose costituzioni, come nel caso della Costituzione Italiana (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, Art. 32). Dal 1948 al 1978 l’espansione del welfare in senso universalistico diventa un tratto comune dei governi di quasi tutti i paesi industrializzati parte dei quali (per esempio, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Giappone) adottano il modello “Bismarck”, basato sulle assi- curazioni sociali ma rafforzato da un intervento sostanzioso dello stato per la copertura assicurativa dei gruppi più vulnerabili (disoccupati, disabili, pensionati, eccetera.), mentre altri (per esempio, Paesi scandi- navi, Canada, Australia, Nuova Zelanda) optano per la soluzione britannica del modello “Beveridge”. Anche negli USA l’assoluta ostilità verso ogni intervento dello stato nel campo dell’assistenza sanitaria viene in parte superata con l’istituzione, nel 1965, di due programmi assicurativi pubblici, Medicare (assistenza agli anziani) e Medicaid (assistenza ad alcune categorie di poveri). In Italia, il passaggio verso la forma più integrale di assistenza universalistica (modello “Beveridge”) avviene il 23 dicembre 1978, con l’approvazione della legge 833. Si tratta della piena applicazione del principio della salute come diritto, come sancito dal citato articolo 32 della Costituzione…. Leggi il seguito

Scarica il ventitresimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!