Malaria: viaggiare informati

Nel 2015, secondo le stime elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni e hanno portato alla morte di circa 429 mila persone, principalmente tra gli abitanti delle aree tropicali del mondo, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana.

Per l’alta incidenza della patologia in queste aree geografiche-definite endemiche per malaria- e per i rischi per la salute ad essa correlati, risulta necessario che ogni viaggiatore che intenda recarsi in queste zone sia adeguatamente informato e conosca le misure preventive da attuare per ridurre il rischio di infezione.

A seconda del luogo del viaggio, della durata della permanenza, del periodo dell’anno in cui il viaggiatore si trova nella zona endemica, della sistemazione che avrà nel paese tropicale e delle condizioni di salute pre-esistenti, potrà essere definito il profilo di rischio di ogni viaggiatore, che determinerà il tipo di profilassi che dovrà mettere in atto.

L’area geografica di destinazione è uno dei maggiori determinanti di rischio. L’OMS divide i paesi tropicali in paesi ad alto, basso o minimo rischio a seconda dell’incidenza della malaria- misurata come i casi di malaria su 1000 abitanti in un anno- e del numero di viaggiatori infettati in un anno su 100.000.

Le linee guida della Società Italiana di Medicina Tropicale e salute Globale (SIMET), sottolineano che l’entità della trasmissione della malaria può essere molto variabile all’interno della stessa zona geografica o dello stesso Paese, per esempio è maggiore nelle zone rurali- solitamente più umide- che nelle aree urbane. I dati relativi alla distribuzione geografica della malaria e i profili di rischio di ogni paese possono essere reperiti sul sito web dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Un altro importante determinante di rischio è il periodo dell’anno in cui il viaggiatore si recherà nella zona endemica; infatti la stagione umida o delle piogge (periodo estivo) espone il viaggiatore a un maggior rischio di infezione poiché il clima umido è più favorevole alla riproduzione della zanzara Anopheles (vettore della malaria e responsabile dell’infezione). Anche la durata di permanenza e la sistemazione scelta dal viaggiatore incidono sul rischio di infezione: i viaggi di breve durata e la sistemazione all’interno di un albergo con aria condizionata, zanzariere impregnate al letto e zanzariere fisse, espongono il viaggiatore a un minor rischio.

Oltre ai determinanti ambientali esistono anche fattori individuali che predispongono maggiormente al rischio di infezione e di complicanze gravi e che dunque devono essere presi in considerazione. Tra le persone esposte a un rischio maggiore, le linee guida SIMET inseriscono le donne in gravidanza, i bambini, gli anziani e i portatori di patologie croniche nonché gli individui originari di zona endemica che si sono stabiliti in area non endemica; infatti “questi individui hanno perso la loro pur parziale protezione immunitaria, e possono avere minore accesso a corrette informazioni sulla prevenzione, soggiornare in sistemazioni meno protette, ed avere una ridotta percezione del rischio” [SIMET 2013].

Partendo dal profilo di rischio del viaggiatore, risulta di importanza fondamentale personalizzare la strategia di prevenzione della malaria, che, secondo l’OMS, si basa su 5 punti fondamentali: la consapevolezza del rischio, la prevenzione delle punture d’insetto, la chemioprofilassi, la diagnosi e il trattamento presuntivo di emergenza.

La consapevolezza e la prevenzione delle punture devono essere considerati indipendentemente dal rischio a cui si espone il viaggiatore; infatti la consapevolezza di soggiornare o di aver soggiornato in una zona dove la malaria è presente permette di adottare misure pratiche di prevenzione adeguate e di sospettare l’infezione nel caso di episodi febbrili e garantire una cura tempestiva, mentre la prevenzione dalle punture riduce l’esposizione al vettore infettante.

La prevenzione può essere fatta attraverso l’adozione di comportamenti atti a evitare la puntura, come la protezione durante le ore notturne nel caso in cui si trascorra del tempo all’aperto o si dorma in ambienti non protetti- indossando indumenti a maniche lunghe, calze spesse e di colore chiaro o utilizzando prodotti chimici insetto-repellenti- oppure tramite l’utilizzo di zanzariere da letto a maglie strette, zanzariere fisse alle finestre e di aria condizionata.

La chemioprofilassi antimalarica, la diagnosi e il trattamento presuntivo d’emergenza devono essere considerate a seconda dell’entità del rischio.

In un paese ad alto rischio le linee guida raccomandano la chemioprofilassi come prima scelta e la diagnosi o il trattamento presuntivo nel caso in cui la prima scelta non sia possibile, mentre in un paese a basso rischio viene indicata come prima scelta la diagnosi e/o il trattamento presuntivo d’emergenza. Per i viaggiatori che si recano in una zona in cui il rischio è minimo viene raccomandato solamente di rivolgersi a un presidio medico per l’eventuale diagnosi.

Nel caso in cui un viaggiatore presenti segni e sintomi compatibili con una malaria (in primis la febbre) deve farsi valutare da un medico entro 24 ore dalla loro insorgenza, anche nel caso in cui stia assumendo la chemioprofilassi antimalarica o sia tornato da meno di un anno dal viaggio.  La diagnosi deve essere effettuata in un centro in cui sia disponibile l’esame microscopico (goccia spessa) o, nel caso in cui non sia presente, un kit per il test immunologico.

Il trattamento presuntivo d’emergenza o autotrattamento, che consiste nell’assunzione di un ciclo completo di terapia, è una misura temporanea che il viaggiatore può utilizzare nel caso in cui non possa recarsi dal medico entro 24 ore dalla comparsa della febbre.

Per rendere l’aderenza effettiva tutte le misure elencate dovranno essere modellate sulle esigenze del viaggiatore.

di Sara Gaiera

ECLAC/WFP. In America Latina un “doppio carico” di denutrizione e obesità che costa miliardi

Il 24 aprile, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) e il Programma Alimentare Mondiale (WFP) hanno pubblicato i risultati della ricerca congiunta tesa a stimare le perdite di produttività, salute e istruzione in Cile, Ecuador e Messico.

Secondo la ricerca “The Cost of the Double Burden of Malnutrition: Social and Economic Impact”, l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, noto come il “doppio carico della malnutrizione”, è costato miliardi di dollari alle economie dell’America Latina.

Il rapporto evidenzia come la malnutrizione – intesa sia come denutrizione che sovrappeso/obesità -abbia un impatto negativo sulle malattie, sui tassi di mortalità, sulla produttività e sulle prestazioni educative, con enormi conseguenze economiche per i soggetti affetti, per le comunità e i paesi.

Secondo lo studio, come conseguenza della malnutrizione il prodotto interno lordo (PIL) di ciascun paese si starebbe riducendo di anno in anno, con perdite stimate a 500 milioni di dollari in Cile, 4,3 miliardi di dollari in Ecuador e 28,8 miliardi di dollari in Messico, che rappresentano rispettivamente lo 0,2%, il 4,3% e il 2,3% del PIL.

“Negli ultimi dieci anni in molti paesi a reddito medio sono stati fatti grandi progressi nella riduzione della denutrizione. Nonostante il problema persista, adesso assistiamo ad una contemporanea presenza di denutriti e di soggetti in sovrappeso all’interno delle stesse famiglie”, ha detto il Direttore Regionale del WFP, Miguel Barreto.

Le stime sono spaventose: nonostante la denutrizione sia in diminuzione, la sovranutrizione è divenuto un grande problema sociale ed economico nella regione. Tra il 2014 e il 2018 si valuta che, il sovrappeso e l’obesità, costeranno in media all’anno 1 miliardo di dollari in Cile, 3 miliardi di dollari in Ecuador e 13 miliardi di dollari in Messico.

Lo studio raccomanda misure governative di educazione alimentare e programmi di attività fisica. È necessario inoltre incoraggiare l’industria alimentare a lavorare con i governi per garantire la produzione, la disponibilità e l’accessibilità a prodotti alimentari più sani e a svolgere un ruolo positivo e responsabile nell’educare i consumatori a scelte salutari.

https://www.wfp.org/news/news-release/double-burden-undernutrition-and-obesity-cost-latin-america-billions-says-new-repo

di Benedetta Armocida

Uganda. In tribunale la salute pubblica batte gli interessi dell’industria del tabacco

Il 24 aprile il quotidiano ugandese Observer, ha messo in evidenza le strategie delle Transnazionali del tabacco per affondare la legge varata a difesa della salute pubblica, con un’interessante analisi del conflitto giudiziario tra Industria del tabacco e lo Stato in quel Paese.

Il tabacco è la causa principale di morte evitabile a livello mondiale. L’uso di tabacco è associato a un aumento del rischio di diversi tumori. Il fumo di tabacco ha causato il 27 per cento di tutte le morti per tumore nel 2015. Il fumo attivo e passivo causano ogni anno il 19 per cento di tutti i casi di cancro.

Il 21 maggio 2003, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato una Convenzione Quadro per il Controllo del Tabacco a livello internazionale (FCTC); uno degli accordi internazionali più rapidamente ratificati nella storia delle Nazioni Unite. La Convenzione Quadro (FCTC) cerca di “proteggere le generazioni attuali e future dalle conseguenze devastanti per la salute a livello sociale, ambientale ed economico del consumo di tabacco e dall’esposizione al fumo di tabacco” adottando una serie di norme universali che indicano i pericoli del tabacco e limitano il suo uso in tutte le forme, in tutto il mondo. Le disposizioni del trattato prevedono norme che regolano la produzione, la vendita, la distribuzione, la pubblicità e la tassazione del tabacco. Le norme FCTC rappresentano i requisiti minimi, ma in questo modo i firmatari sono incoraggiati a essere ancora più rigorosi nella regolamentazione del tabacco.

In questa cornice, Kenya e Uganda sono due paesi dell’Africa Orientale in cui è importante l’influenza di una delle più grandi industrie di tabacco, la British American Tobacco (BAT).

In Uganda, la BAT controlla l’85% del mercato di tabacco nel paese e tutto il sistema di coltivazione del tabacco. In Kenya la percentuale scende intorno al 70% ma rimane molto indicativa. Il Kenya ha firmato e ratificato la Convenzione Quadro sul tabacco nel 2004, mentre l’Uganda l’ha firmata nel 2004 e ratificata nel 2007. In seguito, entrambi i paesi hanno approvato e adottato una legge sul controllo del tabacco, nel 2007 e nel 2015, in cui hanno individuato alcune accortezze tra cui: un contributo annuo da parte dell’industria del tabacco per contribuire a finanziare l’istruzione, la ricerca e la cessazione del controllo del tabacco, avvisi grafici sui pacchetti, divulgazione degli elementi presenti nelle sigarette, divieto di fumo in luoghi pubblici, divulgazione delle vendite annuali del tabacco e altre divulgazioni di settore, regolamenti che limitano l’interazione tra l’industria del tabacco e gli agenti della sanità pubblica etc.

Dopo aver cercato in tutti i modi di far saltare l’accordo internazionale, dopo la ratifica dell’FCTC e il successivo varo delle corrispondenti leggi nazionali, le grandi industrie hanno continuato ad influenzare, anche svincolandosi dai controlli. In Uganda, per esempio, la BAT ha intentato una causa legale contro la legge controllo sul tabacco finalizzata alla prevenzione e alla riduzione dell’uso del tabacco. Nel 2015, in particolare, appellandosi alla corte costituzionale in Kenya, chiedeva di dichiarare incostituzionale la legge sul controllo di tabacco. Il giudizio però, sia in prima istanza che in corte d’appello è stato a favore della salute, pubblica. Il tribunale di appello in Kenya ha discusso a lungo sull’importanza di attuare la Convenzione Quadro dell’OMS, concludendo che l’attuazione della convenzione o degli orientamenti non erano affatto in conflitto con la Costituzione.

Il tribunale, pur considerando le affermazioni della BAT, ha analizzato il contesto generale costituzionale e sociale in cui sono state fatte le accuse di violazione. Ha sottolineato la necessità di bilanciare i diritti del firmatario contro i diritti degli altri. Ha considerato i diritti di chi vuole commerciare nel tabacco, di coloro che vogliono fumare, dei consumatori di prodotti di tabacco e del pubblico generale esposto agli effetti del tabacco.

La BAT non ha potuto negare che i prodotti del tabacco abbiano effetti negativi sui consumatori e sulle persone innocenti che diventano fumatori passivi inalando il fumo di seconda mano. E la Corte ha fatto prevalere le esigenze di salute pubblica sui diritti di proprietà intellettuale dell’industria del tabacco.

Le argomentazioni dell’industria riguardo alle ingenti tasse che è tenuta a pagare, sono state ritenute inadeguate, poiché il settore sanitario spende all’incirca tre volte l’importo versato dall’industria per sovvenzionare le cure finalizzate a eliminare gli effetti negativi del fumo.

Il tribunale di appello ha affermato che la BAT è in una posizione peculiare perché i suoi prodotti sono già stati associati a una moltitudine di malattie gravi.

L’industria del tabacco non può dunque essere paragonata ai produttori di altri prodotti non nocivi. Lo Stato è tenuto a proteggere la salute dei suoi cittadini, sia consumatori sia non consumatori di tabacco.

La corte ha persino stabilito che gli effetti negativi dei prodotti del tabacco superano quelli della minaccia del terrorismo. Con la sentenza è stato lanciato un forte messaggio: non solo le affermazioni legali della BAT sono infondate, ma non sarà tollerata alcuna interferenza dell’industria di tabacco nell’applicazione delle leggi emanate con l’obiettivo di proteggere la salute pubblica.

Allo stato attuale, la Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco è stata firmata e ratificata da 180 paesi nel mondo; tra i paesi che hanno firmato, ma non ancora ratificato la Convenzione, troviamo anche Svizzera e Stati Uniti d’America.

http://allafrica.com/stories/201704240565.html

http://www.who.int/fctc/signatories_parties/en/

di Katia Bortolozzo

Lotta alla malaria: lo studio pilota sul vaccino è una notizia ottima, ma altrettanto essenziale è la lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici

In occasione della Giornata Mondiale della Malaria, abbiamo intervistato il Professor Francesco Castelli, Direttore della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali della Università di Brescia – Spedali Civili di Brescia, Past-President della Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale (SIMET) e titolare della Cattedra UNESCO “Training and empowering human resurces for health development in resource-limited countries“.

 

Professore, quale pensa sia, ad oggi, l’ostacolo maggiore, quando si parla di lotta alla malaria?

Per la lotta alla malaria, sostanzialmente, dobbiamo distinguere gli interventi da attuare in base ai diversi agenti eziologici. Nel continente africano, dove il principale agente eziologico è il Plasmodium falciparum – clinicamente più pericoloso, ma che presenta il vantaggio di non sviluppare forme epatiche e quindi recidive a distanza – i problemi principali della lotta alla malaria sono di natura logistica. La lotta si attua fornendo zanzariere impregnate di insetticida, utilizzando insetticidi ad azione residua, educando le popolazioni rurali all’utilizzo dell’uno e dell’altra, gestendo e distribuendo test rapidi e garantendo l’accesso ai farmaci di combinazione a base di artemisinina.

Per quanto riguarda le zanzariere impregnate, c’è da aggiungere che attraverso queste si proteggono i bambini fino ai 5 anni, riducendo certamente la mortalità in questa fascia di età, con qualche effetto potenzialmente negativo sullo sviluppo della immunità – meglio sarebbe parlare di semi immunità. Questo potrebbe avere l’effetto di spostare più avanti le manifestazioni cliniche che oggi si vedono nei bambini, anche se il bilancio netto sulla mortalità e morbidità è certamente a favore dell’uso delle zanzariere impregnate

Nei Paesi con maggiore presenza del Plasmodium vivax, invece, il problema della lotta alla malaria è diverso. P. vivax, pur essendo un parassita considerato causa di una malaria più benigna, è quello più difficile da eradicare, per la sua peculiarità di sviluppare forme epatiche. Queste forme ampliano il serbatoio di soggetti infetti.

Abbiamo quindi due tipi differenti di lotta alla malaria, ed è necessario sottolineare l’importanza di investire risorse in maniera continua e duratura. Ottenere i primi successi è relativamente facile, mentre più difficile è lottare e mantenere investimenti adeguati fino all’eradicazione dell’ultimo caso. Non sarà semplice, soprattutto nelle aree rurali e per quanto concerne gli aspetti logistici.

 

Da quando ha iniziato ad occuparsi di malattie infettive, quali sono stati i principali cambiamenti a cui ha assistito per quanto riguarda la lotta alla malaria e quali sono state le strategie essenziali per raggiungere questi cambiamenti?

I momenti chiave sono stati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000. I primi trial clinici sull’uso dei derivati dell’artemisinina e la terapia di combinazione hanno cambiato prima la storia del trattamento della malaria non complicata, poi, negli anni immediatamente successivi, anche quella della malaria complicata. Questo per via dell’azione dell’artemisinina, sia curativa che anti-gametica, in grado di ridurre la possibilità che una persona guarita possa essere serbatoio per vettori.

La seconda strategia è stata l’uso delle zanzariere impregnate. Questo ha consentito una significativa riduzione dei tassi di mortalità e morbilità, soprattutto infantile, soprattutto da P. falciparum e specialmente in Africa.

La terza strategia è stata l’uso dei test rapidi e con questi la possibilità di fare diagnosi, anziché di trattare tutti gli eventi febbrili come malarici.

Queste tre strategie di prevenzione, diagnosi precoce e trattamento efficace con i derivati dell’artemisinina, sono state il fulcro del programma “Roll back Malaria” delle Nazioni Unite – lanciato nel 2006 – e di tutte le strategie successive.

E’ di ieri l’annuncio dell’avvio del progetto pilota che verrà condotto in condizioni di vita reale in 3 Paesi africani (Ghana, Kenya e Malawi) con il vaccino RTS,S che verrà somministrato in 4 dosi ai bambini di 5-17 mesi nell’ambito del normale programma di vaccinazioni dell’infanzia. Pur trattandosi di un vaccino con tasso di efficacia non elevato (diminuzione del 32% dei casi di malaria grave dopo 48 mesi di osservazione), la sua introduzione costituisce un passo importante di natura concettuale, a significare che l’unione di differenti strategie – diagnosi, terapia, prevenzione immunologica e con zanzariere impregnate – è considerata la strada maestra

 

La Strategia Globale per la Malaria 2016-2030 pone degli obiettivi ambiziosi. Tale strategia indica dei traguardi intermedi da raggiungere entro il 2020, come la riduzione dei nuovi casi del 40%, la riduzione della mortalità del 40% e l’eliminazione della malaria in almeno 10 paesi. A suo parere, questi traguardi intermedi sono raggiungibili?

Eliminare la malaria in 10 paesi è un obiettivo realizzabile, anche se eliminare non significa eradicare, ma vuol dire far sì che una specifica malattia non sia più un problema di salute pubblica. Ovviamente i 10 paesi saranno probabilmente paesi in cui l’endemia malarica è molto modesta, come si verifica in alcune zone dell’America Latina o del Medio Oriente.

Ridurre del 40% la mortalità e la morbilità mi sembra sinceramente un po’ ambizioso, se l’orizzonte temporale è il 2020. Oggi abbiamo oltre 400.000 morti stimati per malaria all’anno ed il target di riduzione del 40% della mortalità entro il 2010 mi sembra troppo ambizioso. Detto questo, gli obiettivi servono non necessariamente per essere raggiunti, ma per indirizzare il percorso da compiere. Guardando al 2030 invece, sono sicuramente obiettivi raggiungibili.

 

Quali sono le sue considerazioni a riguardo delle resistenze ai farmaci antimalarici, con particolare riferimento alle resistenze emergenti nell’area del fiume Mekong?

È stato osservato che tutte le resistenze ai farmaci della malaria sono nate in un’area compresa tra Laos, Cambogia, Tailandia e Myanmar. La causa di ciò non è nota e si possono solo fare delle ipotesi.

Un motivo potrebbe essere ricercato nella genetica dei parassiti. Si pensa che il P. falciparum di quella zona, anche sottoposti a una pressione selettiva, siano in qualche modo più propensi alle mutazioni e quindi a sviluppare una resistenza farmacologica. In queste zone è nata la resistenza a diversi farmaci antimalarici, come la clorochina, il chinino, la meflochina e, più di recente, l’artemisinina.

Una seconda osservazione, va fatta a riguardo delle caratteristiche farmacologiche dell’artemisinina. Nonostante sia un ottimo farmaco, va detto che presenta un’emivita molto breve (3-4 ore) e non può essere somministrata in monoterapia. La somministrazione in monoterapia infatti, può facilitare lo sviluppo di resistenze. Per questi motivi si cerca di associarla sempre ad un altro farmaco a lunga emivita. Nelle aree in questione, vengono consumati infusi a base di foglie contenenti artemisinina, che viene quindi assunta a dosaggi scarsamente controllabili.

 

Quali sono le principali sfide della lotta alla malaria da affrontare nei prossimi anni?

Ritengo che, per eradicare la malaria nel lungo periodo sia necessario agire attraverso tre strade: l’elaborazione di un vaccino più efficace, la lotta al riscaldamento climatico e la lotta alla povertà.

Per quanto diagnosi e cura – elementi portanti del programma Roll Back Malaria – siano essenziali per ridurre la mortalità, nel lungo termine sarà necessaria lo sviluppo di un vaccino. Infatti, combinare le terapie con un vaccino efficace è essenziale per eradicare una malattia infettiva (ne è l’esempio il vaiolo).

La seconda sfida, seppure indiretta, è la lotta ai cambiamenti climatici, ai fini di ostacolare la diffusione di tutte le malattie vettoriali.

La terza sfida è la lotta alla povertà, che è, tra l’altro, uno degli Obiettivo di Sviluppo Sostenibile. Infatti la diffusione della malaria – come avviene per la tubercolosi, l’AIDS e molte altre malattie infettive – è intimamente legata alle condizioni socioeconomiche. La povertà e tutto ciò che ne consegue, rende l’ambiente più favorevole alla persistenza dei vettori e, di conseguenza, alla diffusione della malaria.

di Giulia Ambrosi, Benedetta Armocida, Lorenzo De Min

OMS: 325 milioni di persone hanno l’epatite. Le cure ci sono, la sfida è garantire l’accesso

Ginevra, 21 aprile – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato nuovi dati sull’epatite, stimando che circa 325 milioni di persone in tutto il mondo convivono con l’infezione del virus dell’epatite B (HBV) o con quello dell’epatite C (HCV) ed indicando che la grande maggioranza di queste persone non ha accesso a test e trattamenti curativi.

Di conseguenza, milioni di persone rischiano una progressione verso malattie croniche epatiche, cancro e morte.

L’epatite B e C sono responsabili del 96% della mortalità epatica globale.

“L’epatite virale è una grande sfida per la salute pubblica e richiede una risposta urgente”, ha affermato Margaret Chan, direttore generale dell’OMS. “I vaccini e i farmaci per combattere l’epatite esistono e l’OMS si impegna a garantire che questi strumenti raggiungano tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il rapporto suggerisce 5 direzioni strategiche: informazione, interventi, equità, finanziamento e innovazione. Sono questi i pilastri della Strategia globale del settore sanitario (GHSS) per facilitare il monitoraggio dei progressi nei paesi, nelle regioni e globalmente e per misurare l’impatto degli interventi sulla riduzione delle nuove infezioni e salvare vite tra il 2015 e il 2030.

Nel 2015 sono stati registrati 1.34 milioni di morti per epatite virale, un numero paragonabile a quelli causati dalla tubercolosi e dall’HIV e, mentre la mortalità per quest’ultime si sta riducendo, le morti per epatite sono in aumento. È stato stimato che circa 1.75 milioni di persone hanno contratto il virus dell’epatite C nel 2015, portando a 71 milioni il numero totale di persone che ne sono affette.

Nonostante le morti complessive per epatite siano in aumento, le nuove infezioni da HBV sono in diminuzione, grazie ad una maggiore copertura vaccinale nei bambini. Globalmente l’84% dei bambini nati nel 2015 ha ricevuto le 3 dosi raccomandate di vaccino contro l’epatite B. Tra l’epoca pre-vaccino (che secondo l’anno di introduzione può variare dagli anni ’80 agli inizi del 2000) e il 2015 la percentuale di bambini sotto i 5 anni con nuove infezioni è scesa dal 4,7% all’1,3%. La Cina, nel 2015, ha ottenuto un’elevata copertura (96%) per la dose tempestiva di vaccino HBV alla nascita e ha raggiunto l’obiettivo di controllo dell’epatite B, con una prevalenza di HBV di meno dell’1% nei bambini al di sotto dei 5 anni.

La relazione rileva inoltre che nel 2015 sono state diagnosticate solo il 9% di tutte le infezioni da HBV e il 20% di quelle da HCV. Soltanto l’8% dei diagnosticati con infezione da HBV (1,7 milioni di persone) erano in trattamento e il 7% di quelli con infezione da HCV (1,1 milioni di persone) avevano iniziato il trattamento curativo durante quell’anno.

L’infezione da HBV richiede un trattamento permanente e l’OMS attualmente raccomanda il farmaco Tenofovir, già ampiamente utilizzato nel trattamento dell’HIV. L’epatite C può essere curata in un tempo relativamente breve utilizzando gli antivirali ad azione diretta ad alta efficacia. L’attuale accesso alla cura dell’epatite C ha ricevuto una spinta alla fine di marzo 2017, quando l’OMS ha pre-qualificato l’ingrediente farmaceutico attivo generico Sofosbuvir. Questo passo permetterà a più paesi di produrre medicinali a prezzo accessibile.

In Egitto, la concorrenza dei prodotti generici ha ridotto il prezzo della cura trimestrale per l’epatite C da 900 dollari nel 2015, a meno di 200 dollari nel 2016. Oggi in Pakistan, lo stesso percorso di trattamento costa poco più di 100 dollari.

La strategia globale dell’OMS in merito all’epatite virale mira a testare il 90% e a trattare l’80% delle persone con HBV e HCV entro il 2030.

“Siamo ancora in una fase iniziale della lotta all’epatite virale, ma la via da seguire sembra promettente”, ha dichiarato il dottor Gottfried Hirnschall, direttore del Dipartimento dell’HIV dell’OMS e del programma globale sull’epatite. “Più Paesi stanno rendendo accessibili i servizi per l’epatite alle persone che ne necessitano, un test diagnostico costa meno di 1 dollaro e la cura per l’epatite C può essere inferiore a 200 dollari, ma i dati evidenziano chiaramente l’urgenza con cui dobbiamo affrontare le lacune rimanenti nello screening e nel trattamento”.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/global-hepatitis-report/en/

di Giulia Ambrosi

OMS: “I dieci anni di Margaret Chan”

A metà maggio l’Organizzazione Mondale della Sanità (OMS) eleggerà il suo nuovo direttore generale. In vista del passaggio del testimone, il 13 aprile 2017 l’OMS ha pubblicato il rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017” che analizza l’evoluzione della salute globale nel decennio che ha visto la Dr.ssa Margaret Chan alla guida dell’Organizzazione.

Il rapporto si svilupperà in una serie di capitoli, che verranno pubblicati nel corso delle prossime sei settimane, valutando i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Nella lettera con cui introduce il rapporto la Dr.ssa Chan ricorda: “Insieme abbiamo fatto enormi progressi. La salute e l’aspettativa di vita sono migliorate un po’ ovunque. Milioni di vite sono state salvate. Il numero di morti per malaria ed HIV è stato dimezzato. Gli sforzi dell’OMS per fermare la tubercolosi hanno salvato 49 milioni di vite dall’inizio di questo secolo. Nel 2015, il numero di decessi infantili è sceso sotto 6 milioni all’anno per la prima volta, una diminuzione del 50% dei decessi annuali dal 1990. Ogni giorno muoiono 19’000 bambini in meno. Siamo in grado di contare questi numeri grazie alla cultura della misurazione e della responsabilità instillato nell’OMS.”

Chan segnala anche le sfide per la salute che caratterizzano il XXI secolo; senza precedenti per la complessità e per l’universalità del loro impatto. Eppure, è possibile fronteggiarle, come nel caso dell’epidemia di Ebola del 2014, che si è riuscita ad affrontare e superare nonostante l’eccezionale complessità, portando allo sviluppo di un programma di Emergenze, che consentirà una risposta più veloce ed efficace alle epidemie e alle emergenze.

Il rapporto rivela poi l’altra fondamentale priorità dell’OMS: l’equità nell’accesso alle cure come imperativo etico. A nessuno dovrebbe essere negato l’accesso alle cure salva-vita o ad interventi di promozione della salute, come invece avviene a causa delle ingiustizie economiche o sociali che continuano a caratterizzare le nostre società.

Il principio di equità è riaffermato dal lavoro dell’OMS per la copertura sanitaria universale, indicata come la massima espressione di equità sociale e che sarà il tema preso in esame nel primo capitolo del rapporto.

“In un mondo di fronte a profonde incertezze, lo sviluppo della salute internazionale è una forza unificante – ed edificante – per il bene dell’umanità. Sono orgogliosa di aver assistito a questo suggestivo spirito di collaborazione e solidarietà globale.” dice la Chan.

http://www.who.int/publications/10-year-review/dg-letter/en/

di Benedetta Armocida

7 fatti sorprendenti e preoccupanti per la salute globale

Esperti e specialisti di salute globale si sono riuniti lo scorso weekend a Washington D.C. per la conferenza annuale Consortium of Universities for Global Health.

La conferenza, che ha analizzato diverse tematiche di salute globale, è stata un momento di importante condivisione di conoscenze, dati epidemiologici e notizie. Tra questi “7 fatti sorprendenti e preoccupanti” sono stati messi in evidenza da Brian W. Simpson e Dayna Kerecman Myers su Global Health NOW:

  1. Le malattie infettive rimangono le grandi killers: sono infatti responsabili di quasi 9 milioni di morti l’anno, il 16% dei circa 56 milioni di decessi totali nel mondo in un anno.
  2. Le lesioni e la violenza sono cause importanti ma neglette di morte; causano 5 milioni di morti l’anno.
  3. Le malattie cardiache, il cui tasso di mortalità negli Stati Uniti si è ridotto del 70% dalla metà del XX secolo, grazie alla migliore conoscenza dei fattori di rischio e alle campagne di prevenzione, sono invece in aumento nei paesi in via di sviluppo. Come stimato in un report della Columbia University infatti, tra il 1990 e il 2020, ci si aspetta in questi paesi un incremento delle patologie coronariche del 120% nelle donne e del 137% negli uomini.
  4. La salute globale è un mondo maschile. Nei 194 stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), solo il 28% dei funzionari ai vertici delle istituzioni sanitarie sono donne.
  5. Il cambiamento climatico sta assumendo un ruolo importante sulla salute. Con l’innalzamento della temperatura del mare, ad esempio, il vibrione del colera, tradizionalmente diffuso solo in climi caldi, è ormai capace di proliferare e vivere nei molluschi in Alaska e causare infezioni delle ferite tra i pescatori.
  6. Il tasso di violenza coniugale è preoccupante. L’OMS informa che a livello globale il 35.6% delle donne è stata vittima di violenza fisica o sessuale. In Mozambico si tratta di più della metà delle donne, dice Ana Baptista, che lavora per la Johns Hopkins Program for International Education in Gynecology and Obstetrics.
  7. La storia dimostra che non è mai facile fare pronostici e quandanche il problema appaia impossibile da risolvere si può spesso trovare una soluzione. È l’opinione di Bruce Friedrich, direttore del The Good Food Istitute, che per sostenere il concetto spiega come nel tardo XIX secolo a New York ogni mese si accumulavano 50,000 tonnellate di letame di cavallo sulle strade. Le strade erano invase da mosche, erano congeste e presentavano un elevato rischio di incidenti. Allora gli esperti consideravano questo problema impossibile da risolvere, poi però Henry Ford ha introdotto l’automobile, relegando le carrozze trainate da cavalli ad attrazione turistica.

 

https://www.globalhealthnow.org/2017-04/cugh2017

di Benedetta Armocida

 

Summit mondiale sulla salute. Nasce anche la Federazione Mondiale delle Istituzioni Accademiche per la Salute Globale

WHS2013Berlino, 22 ottobre – Si conclude oggi a Berlino il quinto World Health Summit evento che si tiene annualmente nella capitale tedesca sotto gli auspici e con il supporto finanziario (non esclusivo) di quel governo, ma originato e sostenuto sul piano tecnico  da una rete di sedici istituzioni accademiche di tutti i continenti autonominate M8Alliance, dal numero originario dei suoi membri (concettualmente speculare all’idea del G8).   “Voglio discutere di economia come se le persone contino qualcosa” ha sottolineato  Sir Michael Marmot, Direttore dell’Istituto per l’equità in salute, dell’universtà di Londra, dirigendosi al pubblico nella seduta inaugurale del Summit. Denunciando le iniquità del sistema globale, Marmot ha anche attaccato i promotori delle misure di austerity, indicandoli tra le cause della crisi finnaziaria globale. Alla cerimonia inaugurale conclusa dall’intervento di José Manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea, Annette Grüters-Kieslich,  presidente di Charité Berlin, il più grande ospedale pubblico tedesco che continua ad esserne la principale delle istituzioni promotrici, ha fatto un emozionato rierimento anche Lampedusa e il dramma dei migranti che trovano la morte nel Mediterraneo sollecitando la coscienza e la responsabilità di tutti gli europei sul fatto che “Lampedusa è la porta d’Europa”. Tra le molte conferenze, seminari e tavole rotonde della tre giorni di Berlino, una sessione è stata dedicata anche alla costituzione della Federazione Mondiale delle Istituzioni Accademiche per la Salute Globale (World Federation of Academic Institutions for Global Health – WOFAIGH) volta a collegare le reti accademiche continentali e nazionali di Salute Globali già esistenti. Con l’occasione è stata segnalata ai convenuti la Rete Italiana per l’Insegnamento della Salute Globale (RIISG), uno dei pochi esempi di reti nazionali (cui aderisce anche l’OISG). (EM)

Oms in pericolo: Il nuovo rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale

Comunicato Stampa

Oms in pericolo: Il nuovo rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG)

Presentazione del 5° rapporto
dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG)

18 luglio, h 17 – Camera dei Deputati (Sala Del Cenacolo, Vicolo Valdina 3)

Intervengono:
Ignazio Marino (sindaco di Roma, ex Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale)
Nicoletta Dentico (presidente dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale)
Federica Mogherini (membro della Comissione Affari Esteri della Camera)
Nerina Dirindin (membro della commissione Sanità del Senato)
Daniel Lopez Acuna (Ufficio del Direttore Generale dell’Oms, Ginevra)
Luigi Ferrajoli (giurista ed esperto i diritti umani)
Eduardo Missoni (vice-presidente Osservatorio Italiano sulla Salute Globale)
Modera Anna Maria Giordano, giornalista di Radio 3 Mondo

I rischi di un silenzioso ma incontrastato processo di privatizzazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e gli orientamenti del progetto per la sua riforma sono i temi al centro del 5° rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG) intitolato Oms e diritto alla salute: Quale futuro che sarà presentato il 18 luglio alla Camera dei Deputati (h 17.00, Sala Del Cenacolo, Vicolo Valdina 3). Interverranno: Nicoletta Dentico (presidente dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale), Federica Mogherini (deputata, responsabile globalizzazione del PD), Nerina Dirindin (senatrice, capogruppo del PD in Commissione Sanità), Ignazio Marino (sindaco di Roma, ex Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale), Daniel Lopez Acuna (Ufficio del Direttore Generale dell’Oms, Ginevra), Eduardo Missoni (vice-presidente Osservatorio Italiano sulla Salute Globale). Modera il dibattito Anna Maria Giordano, giornalista di Radio 3 Mondo. Per partecipare inviare comunicazione scritta a redazioneOISG@gmail.com   (per gli uomini la giacca è obbligatoria).

Nel momento in cui la crisi economico-finanziaria si abbatte sui paesi e sul settore pubblico con nuove ricette di austerità e riduzione dell’investimento nazionale sulla sanità, il rapporto “Oms e diritto alla salute: Quale futuro”, evidenzia i rischi ma anche la rilevanza del processo in corso per la riforma dell’Oms, unica istituzione intergovernativa con il compito di conseguire il più alto livello di salute per la popolazione del pianeta. Il volume racconta i successi e le battaglie dell’Oms nei decenni scorsi – in particolare la “Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del tabacco” (2003), il “Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno” (1981) e la “Lista dei Farmaci Essenziali” (1977) – realizzati vincendo le resistenze di un settore privato sempre più pervasivo nel tempo della globalizzazione.

Con un’analisi puntuale delle principali sfide politiche dell’Oms – la salute materno-infantile, le malattie croniche, il rapporto con gli attori non statali, i determinanti sociali della salute, etc. – il rapporto dell’Oisg mette in evidenza come, oggi, i contributi volontari al bilancio dell’agenzia – che si aggiungono ai contributi regolari erogati dagli Stati membri e dal 2010 rappresentano circa l’80% del bilancio totale dell’organizzazione – provengono per quasi la metà (46% ) da aziende e donatori privati. Tra questi, la Bill&Melinda Gates Foundation ha versato nel biennio 2010-2011 oltre 446 milioni di dollari, più di ogni altro contribuente dopo gli Stati Uniti. Questa situazione è stata definita come preoccupante dall’attuale direttore generale dell’Oms Margareth Chan, che alla fine del 2012 ha affermato “le attuali politiche di finanziamento fanno dell’Oms un’organizzazione basata sulle risorse e non sui risultati”. Soluzioni e proposte per una riforma dell’Oms che tuteli la credibilità e la autorevolezza dell’organizzazione sono approfondite nella pubblicazione, nella convinzione che in tempi di crisi economica le politiche pubbliche in campo socio-sanitario sono il migliore investimento per la tenuta della società.

Per informazioni e interviste:
Nicoletta Dentico – nicolettadentico@libero.it – 338 5346853

Ufficio Stampa:
Ludovica Jona – ludovica_jona@yahoo.it – 338 8786870

Nutrizione. Se gli insegnanti li forma l’industria alimentare

Affrontando il tema della promozione di una sana alimentazione occorre partire da un dato di fatto. I bisogni alimentari dell’umanità continuano a non essere soddisfatte: circa un miliardo di persone su questo pianeta soffre la fame mentre circa due miliardi sono in sovrappeso. In entrambi questi casi si registra un trend in crescita. I due problemi di malnutrizione, cosi diversi per quanto riguarda gli effetti, hanno però in comune un fattore causale fondamentale: la mancanza di controllo da parte delle popolazioni sulle condizioni socioeconomiche nelle quali si vive e si mangia. Analizzando la mortalità per fame dal secondo dopoguerra, Amartya Sen (1) ha dimostrato che la causa della fame in verità non è la mancanza di cibo (che solitamente si trova anche nelle aree colpite da carestia), ma la mancanza del diritto all’accesso al cibo disponibile. Analogamente anche nel caso dell’obesità la mancanza di controllo su un contesto economico e sociale obesogenico deve essere considerato alla base dell’epidemia registrata negli ultimi decenni. “L’obesità risulta dalla reazione normale delle persone agli stimoli derivanti dall’ambiente obesogenico” determinato dalla “fornitura progressivamente crescente di alimenti gustosi, ipercalorici e a basso costo; sistemi di distribuzione commerciale efficienti che rendono questi alimenti più accessibili e metodi di marketing convincenti e pervasivi”(2). Esistono ovviamente altri co-fattori in grado di modificare l’effetto di questi determinanti: aspetti legati alla genetica, la motorizzazione del movimento e la conseguente sedentarietà, fattori socioeconomici e culturali. Infatti anche in Italia il gradiente sociale nella distribuzione del sovrappeso è notevole (3): a essere colpiti sono soprattutto le persone meno istruite e con più difficoltà economiche , cioè appunto quelle con meno potere e mezzi di controllo rispetto al contesto in cui vivono.
Il potere di fare delle scelte informate della popolazione non aumenterà di certo grazie al recente protocollo d’intesa tra Ministero dell’istruzione, università e ricerca (MIUR) e Federalimentare (4) che per rafforzare la diffusione dell’educazione alimentare nelle scuole prevede una maggiore interazione tra mondo scolastico e industria alimentare a cui viene dato il mandato di occuparsi della formazione del personale scolastico in tema di nutrizione e stili di vita . Una iniziativa che non può essere considerata appropriata per promuovere una sana alimentazione, anzi ne rappresenta un ostacolo, a causa delle informazioni fuorvianti che veicola (si veda il sito vetrina “il gusto fa scuola”), per i gravi conflitti di interesse esistenti e per la confusione dei ruoli tra enti pubblici e aziende private (PFM).
Per maggiori informazioni e un appello per una educazione alimentare indipendente si veda: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/promozione-di-sana-alimentazione-0#appello

Bibliografia
 
1) A. Sen, Poverty and famines. An essay on entitlement and deprivation, New York, Oxford University Press, citato in Rajeev C.Patel, Food Sovereignity: Poer, Gender, and the Right to Food, PloS Medicine, Vol 9, Issue 6, June 2012
 
2) Boyd A Swinburn et al., The global obesity pandemic: shaped by global drivers and local envionments, The Lancet, Vol 378, Augus 27, 2011
 
3) Rapporto nazionale Passi 2011: sovrappeso e obesità, http://www.epicentro.iss.it/passi/rapporto2011/EccessoPonderale.asp4) Comunicato stampa MIUR, Roma, 24 luglio 2012, http://www.istruzione.it/web/ministero/cs240712