Le NCDs un potpourri di malattie che potrebbero cambiare nome

14 Giugno – ieri è stato pubblicato su The Lancet Global Health un articolo di L. Allen e A. Feigl che propone di rinominare le malattie non trasmissibili (NCDs).

In molti sostengono che contrassegnare le differenti patologie a carattere non contagioso nello stesso gruppo denominato “malattie non trasmissibili” determina confusione, allontanando gli sforzi atti a far prendere coscienza e sviluppare interventi efficaci.

A tal riguardo, è emerso globalmente come la terminologia di “malattie non trasmissibili” sia vista come impropria e fuorviante, definendola infatti come una “prolissa non definizione” che indica solo ciò che questo gruppo di malattie non include e per questo sono state avanzate richieste per rinominarle.

Le NCDs – che includono cancro, diabete, malattie polmonari croniche ostruttive, malattie cardiovascolari e malattie mentali – sono la principale causa di morte nel mondo e affliggono sproporzionatamente i paesi in via di sviluppo. Le NCDs sono costate all’economia globale 47000 miliardi di dollari negli ultimi due decenni e continuano ad indurre milioni di persone alla povertà. Inoltre, nei paesi in via di sviluppo gli interventi e gli investimenti della sanità nazionale in tale ambito sono insufficienti e questo mina i progressi verso l’assistenza sanitaria universale e il miglioramento del capitale umano. In questi termini le NCDs condividono tutte le questioni di giustizia ideologica e sociale dell’HIV, causano 30 volte più decessi, ma ricevono finanziamenti 17 volte inferiori.

I bassi livelli di attenzione nazionale e internazionale per le NCDs, in termini di piani d’azione e finanziamenti potrebbero essere in parte imputabili all’inquadramento di queste malattie. Dopotutto, chiamandole malattie non trasmesse potrebbero indurre a considerarle come un non problema.

Rinominare le NCDs non è una questione di pedanteria, ma un mezzo importante per consolidare il crescente sostegno a queste condizioni, per rilanciare il dibattito sugli interventi che hanno le migliori possibilità di ridurre la loro incidenza. In tal senso, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) hanno accresciuto l’importanza delle malattie non trasmissibili nell’Agenda globale e nei prossimi mesi la comunità sanitaria internazionale sceglierà indicatori appropriati per l’obiettivo. Se questa lunga discussione di ridenominazione venisse affrontata in modo completo, si potrebbe portare avanti un effettivo e regolare progresso in materia.

Anche se si è certi che il nome NCDs deve essere cambiato, ancora non si ha un’alternativa convincente. Le nuove denominazioni suggerite variano da “malattie a lungo termine” a “malattie insidiose” abbreviate con IKDs – dall’inglese Insidious Killer Diseases. Altro nome proposto è “Condizioni Socialmente Trasmesse”, andando a sottolineare il peso che assumono i determinanti sociali su questo gruppo di patologie e mettendo in evidenza la loro parziale o totale trasmissibilità.

Nel complesso, questo processo consultivo globale dovrebbe includere non solo la presentazione di nuovi nomi, ma anche una discussione sostanziale sulle specifiche malattie. La nuova classificazione potrebbe essere adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2020, dopo la scadenza del Piano d’Azione Globale per le NCDs.

Questa iniziativa potenzierà l’innovazione, l’azione multisettoriale e il finanziamento di queste condizioni che causano 38 milioni di morti ogni anno.

 

di B.A.

http://thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(17)30001-3/fulltext

#HIV. La Russia è il primo paese europeo per nuove infezioni

14 giugno 2017 – è stato pubblicato nei giorni scorsi un servizio della CNN che dimostra l’inefficacia delle strategie sperimentate dal governo russo per ridurre i tassi di HIV nel paese.

Secondo il programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV (UNAIDS) la Russia è il terzo paese al mondo per numero di nuove infezioni da HIV – dopo il Sudafrica e la Nigeria. In Russia sono stati diagnosticati circa 1,1 milioni di casi di HIV e i tassi sono cresciuti di circa il 10% l’anno negli ultimi 5 anni.

Le statistiche del governo russo evidenziano che più del 50% delle nuove infezioni sono attribuibili all’utilizzo di droghe per uso endovenoso e che solamente il 33% dei russi HIV positivi riceve il trattamento antiretrovirale.

In Russia, la diffusione dell’IHV si sta accompagnando ad un forte processo di stigmatizzazione e discriminazione tant’è che numerosi medici si rifiutano di prestare cura e assistenza alle persone sieropositive.

Il governo ha inoltre vietato alle cliniche di distribuire metadone, farmaco assunto per via orale, utilizzato come terapia sostitutiva all’eroina. La diffusione del metadone consentirebbe di ridurre i rischi associati all’uso endovenoso della sostanza e del possibile scambio di siringhe tra i tossicodipendenti. Le politiche attualmente presenti nel paese si fondano sull’idea che la diffusione del metadone determinerebbe invece un maggiore livello di dipendenza da sostanze nella popolazione.

A livello globale si sono dimostrate valide, le politiche di riduzione del danno basate sulla distribuzione di aghi e siringhe, che determinano la diminuzione dei tassi di infezioni da HIV. A Mosca la Fondazione Rylkov Andrey gestisce l’unico programma di distribuzione di aghi, offrendo anche abiti usati e libri. Attraverso un tampone per bocca possono effettuare inoltre rapidi test per accertare la positività all’HIV. Gli operatori, ogni sera, con un piccolo autobus equipaggiato con forniture mediche e sanitarie si spostano per i quartieri della città, distribuendo siringhe, bende, pomate e naloxone, farmaco che può contrastare l’overdose da oppiacei.

Le statistiche dell’UNAIDS mostrano che il fenomeno in Russia si è diffuso oltre le categorie considerate tradizionalmente più vulnerabili come tossicodipendenti, persone dedite alla prostituzione e omosessuali. L’HIV non è più solamente un problema sanitario, ma sta iniziando a mostrare delle conseguenze demografiche sulla fertilità, sul numero di bambini nati con l’HIV e sulla produttività economica del paese.

 

di D.Z.

DONA IL SANGUE, DONALO ORA, DONALO SPESSO

14/06/2017 – Oggi è la Giornata mondiale del donatore di sangue.

I disastri naturali e gli incidenti sono eventi imprevedibili. Ogni calamità può colpire un numero più o meno elevato di persone, ma spesso, molte di queste hanno bisogno di sangue. Cosa fare?

“Non aspettare che un incidente avvenga. Dona il sangue. Donalo ora. Donalo spesso” è questo lo slogan della campagna 2017 promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in favore della donazione di sangue, incentrata sulla donazione durante le emergenze.

Il sangue è una risorsa non sostituibile e rapidamente esauribile, che continua a non essere sufficiente per le necessità di tutti i pazienti. E’ quindi fondamentale per ogni paese poter contare su una raccolta di sangue costante e regolare.

Ogni anno, nel mondo, vengono raccolte oltre 112 milioni di donazioni di sangue. Oltre la metà provengono da Paesi ad alto reddito, dove vive complessivamente solo un quinto della popolazione mondiale. Il 30% delle donazioni mondiali proviene da donne.

I donatori possono essere su base volontaria (non retribuiti), familiari o conoscenti della persona che ha bisogno del sangue, oppure donatori pagati. Un approvvigionamento adeguato e affidabile di sangue può però essere garantito solo tramite una base solida di donatori regolari, volontari, non retribuiti. Questi donatori sono anche il gruppo più sicuro, quello che porta minore rischio di infezioni post-trasfusionali.

Nel mondo 74 paesi ottengono oltre il 90% delle loro riserve di sangue tramite donazioni su base volontaria, di questi 39 sono paesi a reddito elevato, 26 paesi a medio reddito e 9 sono paesi a basso reddito. D’altra parte, sono ancora molti i paesi del mondo in cui oltre il 50% delle donazioni viene retribuita o garantita da familiari/conoscenti al momento del bisogno.

E’ importante comunque sottolineare come negli ultimi anni si stia assistendo ad un aumento globale di donatori su base volontaria e ad una riduzione dei donatori su base retribuita.

Nei paesi a reddito elevato, i pazienti trasfusi appartengono più frequentemente al gruppo degli over 65 e le trasfusioni vengono effettuate soprattutto come terapia di supporto di caso di chirurgia cardiovascolare e poli-traumi, oltre che in pazienti affetti da patologie neoplastiche. Nei paesi a basso e medio reddito invece, il sangue è utilizzato soprattutto nella gestione delle complicanze post partum e degli stati di grave anemia infantile (fino al 65% delle trasfusioni sono effettuate in bambini con meno di cinque anni).

L’OMS raccomanda che il sangue proveniente da ogni donazione sia controllato per escludere la presenza di infezioni prima dell’uso. Lo screening per HIV, epatite B e C e sifilide dovrebbe essere ovunque obbligatorio. Tra i paesi che forniscono dati in merito, ve ne sono ancora 13 che non effettuano i test per 1 o più delle condizioni sopra elencate.

Hai tra i 18 e I 60 anni? Recati al centro trasfusionale più vicino a casa tua. Verrai sottoposto ad una visita per accertare il tuo stato di salute e la tua idoneità alla donazione.
“Dona il sangue, donalo ora, donalo spesso”.

 

                                                                                                                                                                          di L.D.

La salute da diritto a profitto? La privatizzazione strisciante dei servizi sanitari in Europa

Corporate Europe ha appena pubblicato “Creeping Privatisation of Health Care in the European Union” una attenta analisi dei meccanismi politici e di mercato  che stanno accrescendo le disuguaglianze e conducndo alla privatizzazione delle cure di base.

Tra le questioni più dibattute in tema di salute vi è quella relativa al progressivo processo di trasformazione dei sistemi sanitari in seguito alla promozione e alla successiva implementazione di politiche cosiddette neoliberiste o neomanageriali, le quali si basano sui seguenti capisaldi: privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione.

Tali politiche, che si rifanno all’approccio del New Management, si fondano sul principio secondo cui “il privato è meglio”. Con questa teoria stanno “colpendo” numerosi settori del sistema dei servizi pubblici (oltre alla sanità, pensiamo per esempio al sistema dei trasporti, all’assistenza sociale, per arrivare addirittura all’istruzione) mirando a indebolire e confinare il potere dello Stato, finora riconosciuto come principale soggetto garante di protezione sociale nonché promotore di servizi per i cittadini.

Efficienza, efficacia, economicità sono divenute le tre parole chiave che guidano il complesso sistema che va dalla costruzione di strutture, alla fornitura di servizi, passando per la progettazione e successiva implementazione di progetti ed interventi.

All’interno dell’Unione Europea i paesi membri differiscono per la configurazione dei loro sistemi sanitari e si distinguono tra quelli basati sugli schemi di assicurazione sanitaria e quelli definiti universalistici, ossia finanziati dalla fiscalità generale. Entrambi sono stati oggetto di politiche e pressioni politiche a livello europeo che hanno creato le condizioni favorevoli per una progressiva affermazione e dominio nel settore sanitario di imprese del settore privato.

La tendenza comune sembra dunque essere un orientamento verso la privatizzazione dell’assistenza sanitaria, realizzato prima di tutto mediante il processo di “mercatizzazione” (“marketisation”) dei servizi, con il potere sempre più influente detenuto dalle lobby del mercato sanitario, nonché attraverso la configurazione di partenariati pubblico-privati (i cosiddetti PPP).

Il processo di “mercatizzazione” consiste nella creazione di mercati interni in materia di salute a livello nazionale o nell’ambito del mercato unico UE. Esso comprende l’outsourcing, ovvero l’esternalizzazione di servizi e la concorrenza tra i vari fornitori dei servizi.

I PPP riguardano invece delle vere e proprie collaborazioni, alleanze tra il settore pubblico e le aziende private promosse con l’intenzione dichiarata di tagliare la spesa pubblica per la sanità e aumentare la qualità dei servizi forniti, fondate sull’idea secondo la quale “il business sa e sa fare meglio”.

Quale ruolo riveste l’Unione Europea in tale contesto economico-politico? Ma soprattutto quali sono gli effetti, le conseguenze che tale profondo cambiamento in atto ha comportato e sta comportando?

Con riferimento alla prima questione l’aspetto problematico che sta alla base riguarda la duplice accezione attribuibile alla sanità, la quale si può definire sia come garanzia di promozione del diritto alla salute, sia come una vera e propria attività economica a tutti gli effetti: comporta un profitto, ed è soggetta, al pari di ogni altra attività economica alle norme europee che disciplinano il mercato interno (libera circolazione, delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi). È proprio su questa sua “natura” di attività economica che le imprese del settore privato fanno leva, sentendosi libere e legittimate ad intervenire, aprendo un annoso dibattito che riguarda l’attribuzione della competenza in materia di sanità: nazionale, europea o dei privati.

Nel contesto contemporaneo di forte crisi economica si è modificata radicalmente la natura dell’intervento dell’Unione Europea nell’ambito delle riforme del settore sanitario: come evidenziato da molti commentatori e studiosi si è passati da una soft law di semplici “consigli” e raccomandazioni per promuovere pratiche di condivisione, a vere e proprie “istruzioni” e al ruolo sempre più determinante delle riforme sanitarie imposte ai singoli stati membri per tagliare la spesa pubblica, vincolate alla concessione di fondi strutturali e di investimento.

Per quanto concerne l’insieme degli effetti che conseguono al processo di trasformazione della sanità si possono fare le seguenti considerazioni.

Anzitutto i primi “segni” di tale cambiamento sono visibili nelle condizioni di lavoro di professionisti e operatori sanitari: si registrano infatti una notevole riduzione e a volte veri e propri tagli al personale, carichi di lavoro maggiori, riduzione delle retribuzioni, nonché maggior condizioni di stress che incidono in modo negativo sulla qualità della cura fornita.

Gli effetti più consistenti riguardano l’aumento della diseguaglianza tra i pazienti rispetto alla possibilità di cura, nell’accesso alle cure e in generale l’erosione della natura pubblica delle cure sanitarie.

Si sta assistendo ad un meccanismo profondamente ingiusto per cui hanno meno possibilità di curarsi i pazienti a più alto rischio o che necessitano di cure di emergenza e poveri (solitamente sono anziani, o persone molto giovani, persone con malattie mentali o malati cronici). Questi sono inoltre meno propensi (in quanto non dotati di risorse sufficienti) a ricorrere all’assistenza sanitaria transfrontaliera, garantita e promossa dalle condizioni e dalle regole di libero mercato esistenti.

A fronte della prospettiva di creazione di un mercato unico dei servizi sanitari profondamente concorrenziale e per evitare la progressiva configurazione di un sistema che pone i profitti prima dei pazienti, e la concorrenza prima della cooperazione, a scapito della cura delle persone è necessario quindi salvaguardare e promuovere la salute come diritto universale e non come una merce per il business e il mercato da cui trarre profitto.

A questo proposito sembra esserci a livello globale qualche movimento di resistenza: il 7 aprile 2017 in occasione della Giornata Mondiale della Salute si sono tenute numerose mobilitazioni promosse dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale.

I principali messaggi veicolati sono stati: “la nostra salute non è in vendita” e “la salute è per tutti e non soltanto di coloro che possono pagare”.

Oltre ai messaggi sono state rivendicate le seguenti esigenze: fine delle politiche di austerità, finanziamento pubblico e collettivo dei servizi sanitari, promozione di investimenti nella sanità pubblica, esclusione dei servizi pubblici (come la sanità) dalla liberalizzazione.

La speranza è che tali esigenze trovino in qualche modo ascolto, rispetto, riscontro e risposta nel complesso panorama politico-economico europeo e mondiale, o il rischio di un disfacimento della sanità pubblica potrebbe diventare sempre più alto.

Tale disfacimento infatti sembra essere molto “semplice” da realizzare, come spiegato da Noam Chomsky, “la tecnica standard per la privatizzazione della sanità è: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente e la consegnerai al capitale privato”.

di L.G.

OMS: vecchie e nuove sfide per Tedros

Si è conclusa il 31 maggio a Ginevra la 70ma Assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), storica perché segnata dall’elezione del nuovo direttore generale, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, il primo africano a guidare l’agenzia internazionale. Il candidato etiope ha stracciato i suoi avversari, vincendo con il netto distacco di 133 voti (su 193 stati membri), contro i 50 voti a favore dell’inglese David Nabarro (uomo dell’Onu per la lotta all’Ebola e per il negoziato sui Sustainable Development Goals), e i 38 di Sania Nishtar, la candidata dal Pakistan, eliminata nel primo passaggio elettorale della settimana. Già ministro della salute in Etiopia dal 2005 al 2012, e poi ministro degli esteri dal 2012 al 2016, Tedros Adhanom Ghebreyesus è uomo di mondo, saldamente affermato nel circuito della diplomazia internazionale che si occupa di rapporti nord-sud.  In un tempo in cui l’agenda della salute globale ha sempre più voce in capitolo nella politica internazionale, il prestigio di Tedros (così ormai lo chiamano tutti) attinge prima di tutto alle riforme sanitarie introdotte nel suo paese a favore delle fasce più vulnerabili e soprattutto dei bambini, poi al fatto di aver presieduto il board del Fondo Globale contro l’AIDS, la tubercolosi e la malaria. In qualità di ministro degli esteri ha esercitato un ruolo decisivo nel negoziato internazionale noto come Addis Abeba Action Agenda, il faticoso round che nel 2015 ha anticipato di poche settimane l’accordo sugli obiettivi dello sviluppo sostenibile, con l’intento di blindare un piano di impegno globale per il finanziamento, appunto,  dello sviluppo sostenibile fino al 2030.  

L’elezione del nuovo direttore generale demarca una novità procedurale, che è uno degli esiti positivi del processo di riforma dell’Oms. Per la prima volta, in settanta anni di storia, l’intera assemblea generale degli stati membri ha partecipato con voto segreto all’elezione della leadership dell’organizzazione. Fino all’elezione di Margaret Chan, dieci anni fa, solo i 33 membri del Consiglio Esecutivo erano delegati a questa responsabilità. Il margine amplissimo di vittoria di Tedros si presta a diverse e inedite letture, ma rimanda con forte probabilità alla convergenza di tutti i governi del sud del mondo sul candidato africano. Una sorta di alleanza transcontinentale del sud del mondo che nessun analista aveva previsto o in qualche modo anticipato. Forse, una indicazione neppure troppo obliqua di una reazione alle insistenti, prolungate e non sempre eleganti incursioni dei pochi paesi donatori (generalmente dell’emisfero nord) nelle dinamiche geopolitiche e nella definizione delle priorità dell’Oms.

Il combinato disposto della riforma manageriale dell’Oms (ancora in atto dal 2011), della devastante epidemia di Ebola in Africa occidentale (2014-2015)  e del pericoloso virus Zika che dall’ America Latina è risalito fino ai paesi dell’America Centrale e agli Stati Uniti (2015-2016), ha fortemente contribuito a rimodulare negli ultimi anni la strategia dell’Oms. Più volte la capacità d’impatto dell’agenzia è stata messa in discussione in particolar modo dai paesi donatori, alle cui scelte programmatiche tuttavia è vincolato l’80% del finanziamento dell’Oms, a discapito di attività rispondenti al mandato normativo, vitali per l’ autorevolezza e la rilevanza dell’organizzazione.

I numerosi errori e ritardi nella gestione dell’Ebola hanno dato all’agenzia il colpo di grazia. A onor del vero, il fallimento è stato più volte conclamato dalla stessa ex direttrice Margaret Chan, incluso nel suo ultimo intervento alla 70ma assemblea il 22 maggio. Solo in parte però sono state chiamate per nome le ragioni distali che hanno determinato l’inerzia dell’Oms, tra priorità di ricerca trascurate in passato ed esiguità di risorse e di personale competente – lo staff dell’agenzia dal 2011 ha subito ridimensionamenti fino al 40%.  Come un personaggio in cerca di autore, l’Oms oggi si dimena in cerca di una nuova appetibilità che le porti prestigio di risposte misurabili nel breve tempo e, così, fondi per colmare il buco finanziario che la depotenzia (500 milioni di dollari solo nel 2017). Non sorprende pertanto che la narrazione intergovernativa sulle priorità di salute globale veda affermarsi sempre di più la cultura della sicurezza sanitaria (health security) e della preparazione agli interventi di emergenza (emergency preparedness) come forma di rassicurazione per gli stati membri, malgrado il rischio per l’Oms di dover riorientare tratti del mandato e delle scelte organizzative.

Molti delegati hanno inasprito l’apprensione diplomatica rispetto alle conseguenze sanitarie della globalizzazione, come si è visto a più riprese nel corso dei dibattiti di Ginevra. Nuove crisi sanitarie potrebbero maturare in tempi non troppo lontani, è sotto gli occhi di tutti. Che l’amministrazione Trump lo riconosca oppure no, gli effetti dei cambiamenti climatici sono destinati ad aggravare l’ascesa già incontrollata delle malattie non trasmissibili, e ad accanirsi sulle fasce più a rischio della popolazione come i bambini, le persone anziane, le donne in gravidanza, le persone economicamente più vulnerabili. Gli studiosi americani stanno conducendo ricerche molto qualificate in merito. D’altro canto, gli inarrestabili flussi migratori già oggi determinati dai fenomeni del riscaldamento globale contribuiscono a favorire in molti governi la logica del cordone sanitario come altro muro di protezione necessaria, rispetto ai nuovi rischi all’orizzonte.

Oltre al legame fra ambiente e salute, una delle priorità della 70ma assemblea ha riguardato la resistenza dei virus ai farmaci antibiotici (antimicrobial resistance, AMR), un fenomeno complesso che colpisce inesorabilmente, seppure con dinamiche diverse, il nord e il sud del pianeta. L’azione su AMR richiede interventi urgenti di natura politica, oltre che tecnico-scientifica, su più fronti. Ci sono le 700.000 persone che muoiono ogni anno a causa dell’insorgenza di ceppi virali sempre più impertinenti e resistenti (se ne prevedono 10 milioni nel 2050), e dell’inefficacia degli antibiotici dovuta anche a cattive pratiche di somministrazione, certo. Ma ancora più cogenti solo le implicazioni legate all’uso parossistico di antibiotici nell’allevamento industriale degli animali, che poggia sui profitti delle grandi multinazionali, non solo quelle farmaceutiche.  A meno di un drastico cambio di rotta, il mondo potrebbe ritrovarsi catapultato in un’era pre-antibiotica, nei prossimi 20-30 anni.

Il nuovo direttore dovrà cimentarsi sul difficile terreno di queste vecchie e nuove sfide, nella declinazione di un mandato oggettivamente ostico – un mix funambolico di capacità diplomatica, coraggio politico e sapienza gestionale – e per di più in un organismo davvero complesso che abbraccia uffici regionali nei cinque continenti. Alcuni delicati dossier hanno esasperato i rapporti di forza dentro l’organizzazione. Ad esempio il tema che potremmo definire dei determinanti commerciali della salute e la crescente prevalenza su scala globale di malattie croniche come il diabete e l’obesità, e quello tutto da verificare dei rapporti fra Oms e attori non statali – il mondo del settore corporate globale e i potenti attori del filantrocapitalismo (Bill Gates e non solo). Per non parlare della vecchia e sempre spinosa questione dell’accesso ai farmaci essenziali: una liturgia di risoluzioni e raccomandazioni che ancora oggi, dopo venti anni, il Segretariato dell’Oms spinge sotto il tappeto come la polvere, per non irritare sensibilità di paesi influenti.  Intanto, il prezzo dei nuovi farmaci svetta sempre più in alto, e le condizioni dell’accesso si restringono, questa volta anche nei paesi ricchi.

E’ un caso che la prima dichiarazione di impegno politico di Tedros sia stata quella di portare finalmente anche dentro l’Oms la discussione sul rapporto dell’High Level Panel del Segretario Generale dell’ONU, proprio sul tema dell’accesso ai farmaci?  Forse l’elezione del nuovo direttore dell’Oms sottende all’attesa di nuovi equilibri da mettere in campo. Chissà. Con l’aria che tira nei circuiti ristretti della diplomazia mondiale resta difficile prefigurare se la nuova leadership africana sarà in grado di incarnare la discontinuità necessaria, alla luce del sorprendente e fragoroso risultato elettorale. Anche l’effettiva tenuta della presunta e inedita unità transcontinentale dal sud del mondo è tutta da verificare, nel momento in cui gli stati membri dell’Oms si troveranno a duellare per l’ennesima volta intorno alle questioni dirimenti in agenda. Su cui, come sempre avviene, si giocano partite che riguardano solo marginalmente la salute.

di Nicoletta Dentico

Nicoletta Dentico – autrice di questo articolo – in occasione dell’Assemblea Mondiale della Sanità, è intervenuta in una trasmissione della televisione svizzera, parlando di questi temi e del finanziamento dell’OMS.

https://www.rts.ch/play/tv/toutes-taxes-comprises/video/le-financement-de-loms?id=8660588

WHA70 – Nuove strategie per porre fine all’obesità infantile

Ginevra, 31 Maggio 2017 – L’Assemblea Mondiale della Sanità ha accolto ieri con favore il piano per l’attuazione delle strategie per porre fine all’obesità infantile. Le raccomandazioni mirano ad invertire il trend che vede in continua crescita il numero di bambini e adolescenti in sovrappeso e obesi.

Al fine di ottenere un impatto su tutto il corso della vita, il piano si concentra sulla prevenzione dell’obesità in età infantile.

Le strategie mirano ad aiutare i Paesi a rispettare gli impegni per affrontare il problema dell’obesità seguendo il Piano d’Azione Mondiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’ambito dell’Agenda del 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Il piano di attuazione sottolinea l’incoraggiamento a scegliere alimenti sani e di qualità attraverso politiche e interventi di supporto – tra cui la tassazione, la commercializzazione e l’etichettatura – e si concentra sulla costruzione di abitudini sane sin dalla giovane età, sottolineando la necessità di modellare ambienti scolastici e comunitari a sostegno di stili di vita salutari, promuovendo l’educazione alimentare e dell’attività fisica.

di B.A.

LA RD del Congo approva il protocollo vaccinale contro l’Ebola

30 maggio 2017 – Per contenere l’ultima epidemia del virus Ebola, nella Repubblica Democratica del Congo (DRC), il Fondo per i bambini delle Nazioni Unite (UNICEF) ha fornito assistenza tecnica a 145 volontari della Croce Rossa congolese e a degli operatori sanitari comunitari, al fine di diffondere informazioni sulla prevenzione alle popolazioni che vivono in località remote.

“Lavorare in stretta collaborazione con gli operatori sanitari e le comunità è stato il modo migliore per informare rapidamente la popolazione sulle misure di protezione contro il virus Ebola e per prevenire la propagazione della malattia”, ha dichiarato Christophe Boulierac, portavoce dell’UNICEF, durante un briefing a Ginevra.

Nell’ambito del coordinamento delle autorità sanitarie nazionali e in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’UNICEF ha insegnato come clorare l’acqua e disinfettare le case per evitare la diffusione della malattia, ha ribadito l’importanza del lavaggio delle mani e ha indicato le modalità di sepoltura per ridurre i rischi di contaminazione.

Il governo della RDC rende gratuitamente disponibili i servizi sanitari nella zona interessata di Likati, incoraggiando in questo modo la comunità a recarsi al centro sanitario locale in caso di sintomi. Inoltre, un volo finanziato dall’Unione Europea ha aiutato l’UNICEF a inviare le forniture di medicinali alle strutture sanitarie della zona.

“A partire dal 29 maggio 2017 si sono verificati 19 casi di Ebola, di cui due sono stati confermati in laboratorio, quattro sono probabili e 13 sospetti”, ha detto il portavoce dell’OMS Christian Lindmeier. “Su quei 19 casi, ci sono stati 4 morti, di cui solo 1 confermato e 1 probabile”.

“Un certo numero di malattie potrebbero essere responsabili, come l’epatite B, l’epatite C, l’epatite E, la febbre gialla, la shigellosi, il tifo, la dengue e la salmonella. I singoli casi nei vari villaggi potrebbero avere diversi agenti patogeni “, ha spiegato.

Alla domanda sulla vaccinazione, il signor Lindmeier ha dichiarato che il protocollo per la possibile vaccinazione è stato formalmente approvato dalle autorità nazionali di regolamentazione e dal governo della RDC insieme a Medici Senza Frontiere (MSF) e al sostegno dell’OMS.

 

di B.F.

WHA70 – NCDs: è necessario attuare misure per ridurre l’esposizione ai fattori di rischio

Ginevra, 31 Maggio 2017 – L’Assemblea Mondiale della Sanità ha dibattuto ieri di malattie non trasmissibili (NCDs). I delegati hanno approvato una serie aggiornata di strategie e di interventi politici per aiutare i Paesi a raggiungere gli obiettivi globali per la prevenzione e il controllo delle NCDs, introducendo 16 interventi noti come “best buys” nel Piano d’Azione Globale 2013-2020 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Particolare attenzione è stata posta sulle misure volte a ridurre l’esposizione ai fattori di rischio per le NCDs – ad esempio la tassazione delle bevande zuccherate e del tabacco, il divieto di pubblicizzare il tabacco e la riformulazione di prodotti alimentari con un ridotto contenuto di sale. Altri interventi per migliorare la gestione e il controllo delle NCDs includono la terapia farmacologica per il diabete e l’ipertensione, la consulenza post infarto o ictus e lo screening del cancro alla cervice per le donne.

I delegati hanno riportato il lavoro dell’OMS per promuovere l’agenda delle NCDs, includendo i preparativi in ​​corso per la terza riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà nel 2018.

di B.A.

WHA 70 – Vige la necessità di promuovere la salute dei rifugiati e dei migranti. L’accesso alla cura è un diritto, ed è un dovere garantirlo.

Ginevra, 30 Maggio 2017 – è stata dibattuta ieri, durante l’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA), l’importanza e l’urgenza di promuovere la salute dei rifugiati e dei migranti. Al fine di garantire una migrazione sicura, ordinata e regolare, gli Stati Membri sono stati incoraggiati ad adottare le linee guida, per la promozione della salute dei rifugiati e dei migranti, sviluppate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (IOM) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Attualmente ci sono circa 1 miliardo di migranti – 1/7 della popolazione mondiale.
Questo rapido aumento del movimento della popolazione ha importanti implicazioni per la salute pubblica e richiede quindi una risposta adeguata.
Nonostante siano vigenti norme e convenzioni internazionali per la protezione dei diritti dei migranti e dei rifugiati – compreso il diritto alla salute –  spesso, quest’ultimi non hanno accesso ai servizi sanitari e alla protezione finanziaria della salute.

Tra i problemi di salute più comunemente riscontrati troviamo:
lesioni accidentali, ipotermia, ustioni, eventi cardiovascolari, gravidanza e le relative complicazioni.
Le donne sono tra i soggetti più vulnerabili, in quanto necessitano di assistenza materna e neonatale. I bambini sviluppano invece infezioni acute, come infezioni respiratorie e diarrea, a causa delle difficili condizioni di vita. Inoltre, alto è il rischio di sviluppo di disturbi psicosociali e di abuso di alcol e droghe.
Le persone affette da patologie croniche, non avendo accesso a un sistema di assistenza, hanno un più elevato rischio di incorrere a complicazioni.

L’accesso alla cura è un diritto per ogni individuo, ed è un dovere garantirlo.

di B.F.

Rete Sostenibilità e Salute – COMUNICATO STAMPA DEL 29 MAGGIO 2017. Vaccini: una discussione oltre le ideologie

Rete Sostenibilità e Salute – un insieme di associazioni che da anni si impegnano in maniera critica per proteggere, promuovere e tutelare la salute – si inserisce nel dibatto sui vaccini, esprimendo la sua posizione nel Comunicato stampa del 29 Maggio 2017 – Vaccini: una discussione oltre le ideologie – che riportiamo di seguito.

“Ci troviamo oggi di fronte a una vera battaglia sul tema delle vaccinazioni, in un contesto ideologizzato in cui sembra impossibile rimanere estranei agli schieramenti del tutto a favore o tutto contro “i vaccini” (“pro-vax” vs “no-vax”). La Rete Sostenibilità e Salute (RSS), che al suo interno raccoglie 25 associazioni (composte da medici, operatori sanitari e cittadini) che si occupano di salute da molto tempo, ritiene che per affrontare un tema complesso come quello dei vaccini sia necessario uscire dalla sfera ideologica e avviare una seria riflessione collettiva a partire dalle prove scientifiche disponibili e senza forzature.

Di seguito, trovate allegato il documento dove presentiamo la posizione della RSS (“Vaccini: una discussione oltre le ideologie La posizione della Rete Sostenibilità e Salute”), un primo caso di concreta esemplificazione (“Scheda esemplificativa: la vaccinazione antimeningococco B”) e vari documenti a supporto di quanto affermato.

È assodato che molti vaccini hanno rappresentato per la salute dell’Umanità un passo avanti enorme. Tuttavia, pur con l’ovvia adesione al concetto di “vaccinazione”, riteniamo che non abbia senso discutere di “vaccini”, come qualcosa da “prendere o lasciare” in blocco. Ogni vaccino ha un peculiare profilo di efficacia, effetti collaterali, costi e va dunque valutato in modo specifico. In un dibattito scientifico non si potrebbe né asserire che tutti i vaccini esistenti abbiano prove altrettanto solide di efficacia, sicurezza e favorevole rapporto rischi e costi/benefici, né tanto meno il contrario. Dovrebbe invece essere possibile esprimersi su ogni singolo vaccino e su ogni strategia vaccinale, come si fa per farmaci differenti, sia pure accomunati da meccanismi d’azione simili.

Riteniamo che, oggi, sia quanto mai urgente avviare un serio dibattito all’interno della comunità scientifica sul tema dei vaccini, che consenta di superare contrapposizioni ideologiche e di presentare alla popolazione informazioni complete basate sulle migliori prove disponibili e indipendenti da interessi commerciali.

Non ci risultano, inoltre, prove comparative che la coercizione ottenga risultati migliori di altre misure di informazione credibile e ricerca del consenso e responsabilizzazione sociale. Siamo, dunque, convinti che si possa promuovere la salute, così come un’offerta vaccinale con altissima adesione, solo se la cittadinanza sarà informata in modo credibile e adeguato, e sarà attiva e consapevole.” La Rete Sostenibilità e Salute