Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

Malaria: viaggiare informati

Nel 2015, secondo le stime elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni e hanno portato alla morte di circa 429 mila persone, principalmente tra gli abitanti delle aree tropicali del mondo, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana.

Per l’alta incidenza della patologia in queste aree geografiche-definite endemiche per malaria- e per i rischi per la salute ad essa correlati, risulta necessario che ogni viaggiatore che intenda recarsi in queste zone sia adeguatamente informato e conosca le misure preventive da attuare per ridurre il rischio di infezione.

A seconda del luogo del viaggio, della durata della permanenza, del periodo dell’anno in cui il viaggiatore si trova nella zona endemica, della sistemazione che avrà nel paese tropicale e delle condizioni di salute pre-esistenti, potrà essere definito il profilo di rischio di ogni viaggiatore, che determinerà il tipo di profilassi che dovrà mettere in atto.

L’area geografica di destinazione è uno dei maggiori determinanti di rischio. L’OMS divide i paesi tropicali in paesi ad alto, basso o minimo rischio a seconda dell’incidenza della malaria- misurata come i casi di malaria su 1000 abitanti in un anno- e del numero di viaggiatori infettati in un anno su 100.000.

Le linee guida della Società Italiana di Medicina Tropicale e salute Globale (SIMET), sottolineano che l’entità della trasmissione della malaria può essere molto variabile all’interno della stessa zona geografica o dello stesso Paese, per esempio è maggiore nelle zone rurali- solitamente più umide- che nelle aree urbane. I dati relativi alla distribuzione geografica della malaria e i profili di rischio di ogni paese possono essere reperiti sul sito web dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Un altro importante determinante di rischio è il periodo dell’anno in cui il viaggiatore si recherà nella zona endemica; infatti la stagione umida o delle piogge (periodo estivo) espone il viaggiatore a un maggior rischio di infezione poiché il clima umido è più favorevole alla riproduzione della zanzara Anopheles (vettore della malaria e responsabile dell’infezione). Anche la durata di permanenza e la sistemazione scelta dal viaggiatore incidono sul rischio di infezione: i viaggi di breve durata e la sistemazione all’interno di un albergo con aria condizionata, zanzariere impregnate al letto e zanzariere fisse, espongono il viaggiatore a un minor rischio.

Oltre ai determinanti ambientali esistono anche fattori individuali che predispongono maggiormente al rischio di infezione e di complicanze gravi e che dunque devono essere presi in considerazione. Tra le persone esposte a un rischio maggiore, le linee guida SIMET inseriscono le donne in gravidanza, i bambini, gli anziani e i portatori di patologie croniche nonché gli individui originari di zona endemica che si sono stabiliti in area non endemica; infatti “questi individui hanno perso la loro pur parziale protezione immunitaria, e possono avere minore accesso a corrette informazioni sulla prevenzione, soggiornare in sistemazioni meno protette, ed avere una ridotta percezione del rischio” [SIMET 2013].

Partendo dal profilo di rischio del viaggiatore, risulta di importanza fondamentale personalizzare la strategia di prevenzione della malaria, che, secondo l’OMS, si basa su 5 punti fondamentali: la consapevolezza del rischio, la prevenzione delle punture d’insetto, la chemioprofilassi, la diagnosi e il trattamento presuntivo di emergenza.

La consapevolezza e la prevenzione delle punture devono essere considerati indipendentemente dal rischio a cui si espone il viaggiatore; infatti la consapevolezza di soggiornare o di aver soggiornato in una zona dove la malaria è presente permette di adottare misure pratiche di prevenzione adeguate e di sospettare l’infezione nel caso di episodi febbrili e garantire una cura tempestiva, mentre la prevenzione dalle punture riduce l’esposizione al vettore infettante.

La prevenzione può essere fatta attraverso l’adozione di comportamenti atti a evitare la puntura, come la protezione durante le ore notturne nel caso in cui si trascorra del tempo all’aperto o si dorma in ambienti non protetti- indossando indumenti a maniche lunghe, calze spesse e di colore chiaro o utilizzando prodotti chimici insetto-repellenti- oppure tramite l’utilizzo di zanzariere da letto a maglie strette, zanzariere fisse alle finestre e di aria condizionata.

La chemioprofilassi antimalarica, la diagnosi e il trattamento presuntivo d’emergenza devono essere considerate a seconda dell’entità del rischio.

In un paese ad alto rischio le linee guida raccomandano la chemioprofilassi come prima scelta e la diagnosi o il trattamento presuntivo nel caso in cui la prima scelta non sia possibile, mentre in un paese a basso rischio viene indicata come prima scelta la diagnosi e/o il trattamento presuntivo d’emergenza. Per i viaggiatori che si recano in una zona in cui il rischio è minimo viene raccomandato solamente di rivolgersi a un presidio medico per l’eventuale diagnosi.

Nel caso in cui un viaggiatore presenti segni e sintomi compatibili con una malaria (in primis la febbre) deve farsi valutare da un medico entro 24 ore dalla loro insorgenza, anche nel caso in cui stia assumendo la chemioprofilassi antimalarica o sia tornato da meno di un anno dal viaggio.  La diagnosi deve essere effettuata in un centro in cui sia disponibile l’esame microscopico (goccia spessa) o, nel caso in cui non sia presente, un kit per il test immunologico.

Il trattamento presuntivo d’emergenza o autotrattamento, che consiste nell’assunzione di un ciclo completo di terapia, è una misura temporanea che il viaggiatore può utilizzare nel caso in cui non possa recarsi dal medico entro 24 ore dalla comparsa della febbre.

Per rendere l’aderenza effettiva tutte le misure elencate dovranno essere modellate sulle esigenze del viaggiatore.

di Sara Gaiera

Lotta alla malaria: lo studio pilota sul vaccino è una notizia ottima, ma altrettanto essenziale è la lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici

In occasione della Giornata Mondiale della Malaria, abbiamo intervistato il Professor Francesco Castelli, Direttore della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali della Università di Brescia – Spedali Civili di Brescia, Past-President della Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale (SIMET) e titolare della Cattedra UNESCO “Training and empowering human resurces for health development in resource-limited countries“.

 

Professore, quale pensa sia, ad oggi, l’ostacolo maggiore, quando si parla di lotta alla malaria?

Per la lotta alla malaria, sostanzialmente, dobbiamo distinguere gli interventi da attuare in base ai diversi agenti eziologici. Nel continente africano, dove il principale agente eziologico è il Plasmodium falciparum – clinicamente più pericoloso, ma che presenta il vantaggio di non sviluppare forme epatiche e quindi recidive a distanza – i problemi principali della lotta alla malaria sono di natura logistica. La lotta si attua fornendo zanzariere impregnate di insetticida, utilizzando insetticidi ad azione residua, educando le popolazioni rurali all’utilizzo dell’uno e dell’altra, gestendo e distribuendo test rapidi e garantendo l’accesso ai farmaci di combinazione a base di artemisinina.

Per quanto riguarda le zanzariere impregnate, c’è da aggiungere che attraverso queste si proteggono i bambini fino ai 5 anni, riducendo certamente la mortalità in questa fascia di età, con qualche effetto potenzialmente negativo sullo sviluppo della immunità – meglio sarebbe parlare di semi immunità. Questo potrebbe avere l’effetto di spostare più avanti le manifestazioni cliniche che oggi si vedono nei bambini, anche se il bilancio netto sulla mortalità e morbidità è certamente a favore dell’uso delle zanzariere impregnate

Nei Paesi con maggiore presenza del Plasmodium vivax, invece, il problema della lotta alla malaria è diverso. P. vivax, pur essendo un parassita considerato causa di una malaria più benigna, è quello più difficile da eradicare, per la sua peculiarità di sviluppare forme epatiche. Queste forme ampliano il serbatoio di soggetti infetti.

Abbiamo quindi due tipi differenti di lotta alla malaria, ed è necessario sottolineare l’importanza di investire risorse in maniera continua e duratura. Ottenere i primi successi è relativamente facile, mentre più difficile è lottare e mantenere investimenti adeguati fino all’eradicazione dell’ultimo caso. Non sarà semplice, soprattutto nelle aree rurali e per quanto concerne gli aspetti logistici.

 

Da quando ha iniziato ad occuparsi di malattie infettive, quali sono stati i principali cambiamenti a cui ha assistito per quanto riguarda la lotta alla malaria e quali sono state le strategie essenziali per raggiungere questi cambiamenti?

I momenti chiave sono stati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000. I primi trial clinici sull’uso dei derivati dell’artemisinina e la terapia di combinazione hanno cambiato prima la storia del trattamento della malaria non complicata, poi, negli anni immediatamente successivi, anche quella della malaria complicata. Questo per via dell’azione dell’artemisinina, sia curativa che anti-gametica, in grado di ridurre la possibilità che una persona guarita possa essere serbatoio per vettori.

La seconda strategia è stata l’uso delle zanzariere impregnate. Questo ha consentito una significativa riduzione dei tassi di mortalità e morbilità, soprattutto infantile, soprattutto da P. falciparum e specialmente in Africa.

La terza strategia è stata l’uso dei test rapidi e con questi la possibilità di fare diagnosi, anziché di trattare tutti gli eventi febbrili come malarici.

Queste tre strategie di prevenzione, diagnosi precoce e trattamento efficace con i derivati dell’artemisinina, sono state il fulcro del programma “Roll back Malaria” delle Nazioni Unite – lanciato nel 2006 – e di tutte le strategie successive.

E’ di ieri l’annuncio dell’avvio del progetto pilota che verrà condotto in condizioni di vita reale in 3 Paesi africani (Ghana, Kenya e Malawi) con il vaccino RTS,S che verrà somministrato in 4 dosi ai bambini di 5-17 mesi nell’ambito del normale programma di vaccinazioni dell’infanzia. Pur trattandosi di un vaccino con tasso di efficacia non elevato (diminuzione del 32% dei casi di malaria grave dopo 48 mesi di osservazione), la sua introduzione costituisce un passo importante di natura concettuale, a significare che l’unione di differenti strategie – diagnosi, terapia, prevenzione immunologica e con zanzariere impregnate – è considerata la strada maestra

 

La Strategia Globale per la Malaria 2016-2030 pone degli obiettivi ambiziosi. Tale strategia indica dei traguardi intermedi da raggiungere entro il 2020, come la riduzione dei nuovi casi del 40%, la riduzione della mortalità del 40% e l’eliminazione della malaria in almeno 10 paesi. A suo parere, questi traguardi intermedi sono raggiungibili?

Eliminare la malaria in 10 paesi è un obiettivo realizzabile, anche se eliminare non significa eradicare, ma vuol dire far sì che una specifica malattia non sia più un problema di salute pubblica. Ovviamente i 10 paesi saranno probabilmente paesi in cui l’endemia malarica è molto modesta, come si verifica in alcune zone dell’America Latina o del Medio Oriente.

Ridurre del 40% la mortalità e la morbilità mi sembra sinceramente un po’ ambizioso, se l’orizzonte temporale è il 2020. Oggi abbiamo oltre 400.000 morti stimati per malaria all’anno ed il target di riduzione del 40% della mortalità entro il 2010 mi sembra troppo ambizioso. Detto questo, gli obiettivi servono non necessariamente per essere raggiunti, ma per indirizzare il percorso da compiere. Guardando al 2030 invece, sono sicuramente obiettivi raggiungibili.

 

Quali sono le sue considerazioni a riguardo delle resistenze ai farmaci antimalarici, con particolare riferimento alle resistenze emergenti nell’area del fiume Mekong?

È stato osservato che tutte le resistenze ai farmaci della malaria sono nate in un’area compresa tra Laos, Cambogia, Tailandia e Myanmar. La causa di ciò non è nota e si possono solo fare delle ipotesi.

Un motivo potrebbe essere ricercato nella genetica dei parassiti. Si pensa che il P. falciparum di quella zona, anche sottoposti a una pressione selettiva, siano in qualche modo più propensi alle mutazioni e quindi a sviluppare una resistenza farmacologica. In queste zone è nata la resistenza a diversi farmaci antimalarici, come la clorochina, il chinino, la meflochina e, più di recente, l’artemisinina.

Una seconda osservazione, va fatta a riguardo delle caratteristiche farmacologiche dell’artemisinina. Nonostante sia un ottimo farmaco, va detto che presenta un’emivita molto breve (3-4 ore) e non può essere somministrata in monoterapia. La somministrazione in monoterapia infatti, può facilitare lo sviluppo di resistenze. Per questi motivi si cerca di associarla sempre ad un altro farmaco a lunga emivita. Nelle aree in questione, vengono consumati infusi a base di foglie contenenti artemisinina, che viene quindi assunta a dosaggi scarsamente controllabili.

 

Quali sono le principali sfide della lotta alla malaria da affrontare nei prossimi anni?

Ritengo che, per eradicare la malaria nel lungo periodo sia necessario agire attraverso tre strade: l’elaborazione di un vaccino più efficace, la lotta al riscaldamento climatico e la lotta alla povertà.

Per quanto diagnosi e cura – elementi portanti del programma Roll Back Malaria – siano essenziali per ridurre la mortalità, nel lungo termine sarà necessaria lo sviluppo di un vaccino. Infatti, combinare le terapie con un vaccino efficace è essenziale per eradicare una malattia infettiva (ne è l’esempio il vaiolo).

La seconda sfida, seppure indiretta, è la lotta ai cambiamenti climatici, ai fini di ostacolare la diffusione di tutte le malattie vettoriali.

La terza sfida è la lotta alla povertà, che è, tra l’altro, uno degli Obiettivo di Sviluppo Sostenibile. Infatti la diffusione della malaria – come avviene per la tubercolosi, l’AIDS e molte altre malattie infettive – è intimamente legata alle condizioni socioeconomiche. La povertà e tutto ciò che ne consegue, rende l’ambiente più favorevole alla persistenza dei vettori e, di conseguenza, alla diffusione della malaria.

di Giulia Ambrosi, Benedetta Armocida, Lorenzo De Min

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida

 

7 fatti sorprendenti e preoccupanti per la salute globale

Esperti e specialisti di salute globale si sono riuniti lo scorso weekend a Washington D.C. per la conferenza annuale Consortium of Universities for Global Health.

La conferenza, che ha analizzato diverse tematiche di salute globale, è stata un momento di importante condivisione di conoscenze, dati epidemiologici e notizie. Tra questi “7 fatti sorprendenti e preoccupanti” sono stati messi in evidenza da Brian W. Simpson e Dayna Kerecman Myers su Global Health NOW:

  1. Le malattie infettive rimangono le grandi killers: sono infatti responsabili di quasi 9 milioni di morti l’anno, il 16% dei circa 56 milioni di decessi totali nel mondo in un anno.
  2. Le lesioni e la violenza sono cause importanti ma neglette di morte; causano 5 milioni di morti l’anno.
  3. Le malattie cardiache, il cui tasso di mortalità negli Stati Uniti si è ridotto del 70% dalla metà del XX secolo, grazie alla migliore conoscenza dei fattori di rischio e alle campagne di prevenzione, sono invece in aumento nei paesi in via di sviluppo. Come stimato in un report della Columbia University infatti, tra il 1990 e il 2020, ci si aspetta in questi paesi un incremento delle patologie coronariche del 120% nelle donne e del 137% negli uomini.
  4. La salute globale è un mondo maschile. Nei 194 stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), solo il 28% dei funzionari ai vertici delle istituzioni sanitarie sono donne.
  5. Il cambiamento climatico sta assumendo un ruolo importante sulla salute. Con l’innalzamento della temperatura del mare, ad esempio, il vibrione del colera, tradizionalmente diffuso solo in climi caldi, è ormai capace di proliferare e vivere nei molluschi in Alaska e causare infezioni delle ferite tra i pescatori.
  6. Il tasso di violenza coniugale è preoccupante. L’OMS informa che a livello globale il 35.6% delle donne è stata vittima di violenza fisica o sessuale. In Mozambico si tratta di più della metà delle donne, dice Ana Baptista, che lavora per la Johns Hopkins Program for International Education in Gynecology and Obstetrics.
  7. La storia dimostra che non è mai facile fare pronostici e quandanche il problema appaia impossibile da risolvere si può spesso trovare una soluzione. È l’opinione di Bruce Friedrich, direttore del The Good Food Istitute, che per sostenere il concetto spiega come nel tardo XIX secolo a New York ogni mese si accumulavano 50,000 tonnellate di letame di cavallo sulle strade. Le strade erano invase da mosche, erano congeste e presentavano un elevato rischio di incidenti. Allora gli esperti consideravano questo problema impossibile da risolvere, poi però Henry Ford ha introdotto l’automobile, relegando le carrozze trainate da cavalli ad attrazione turistica.

 

https://www.globalhealthnow.org/2017-04/cugh2017

di Benedetta Armocida

 

Health4all: la salute non si vende si difende.

Oggi 7 aprile, giornata mondiale della salute, viene lanciata la mobilizzazione europea #health4all, organizzata dallo Europe Health Network per la difesa dei sistemi sanitari in Europa. Sarà una giornata di rivendicazione dell’universalità di accesso alle cure e una lotta contro la commercializzazione e privatizzazione della salute.

Il 7 aprile del 1948 entrava in vigore la Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che stabilisce che “il godimento del più alto livello di salute che sia possibile raggiungere è uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano”.

In quello spirito, la giornata che prenderà luogo in numerosi paesi europei viene sostenuta in Italia dalla Rete Sostenibilità e Salute (RSS), che aderisce alla mobilitazione mediante la costituzione di un fronte comune che:

  • “contrasti la volontà politica di ridimensionamento della sanità pubblica,
  • favorisca la promozione della salute agendo sul territorio e sui determinanti sociali e ambientali,
  • costruisca una società più equa.”

Le mobilitazioni prenderanno luogo in diverse città italiane tra quali: Firenze, Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, Ferarra, Lamezia Terme, Campobasso, Oristano ed Arezzo,  attraverso flashmob, conferenze ed assemblee, con l’intento di informare e difendere il nostro sistema sanitario e il diritto alla salute.

A quasi 70 anni dall’affermazione del diritto fondamentale alla salute e quasi 40 anni dalla conferenza di Alma Ata, che impegnava al raggiungimento della “salute per tutti entro l’anno 2000”, il concetto di salute universale resta ancora un’utopia e oggi si scontra con una pericolosa regressione del diritto alla salute di fronte a politiche economiche di stampo neoliberale che, anche con la privatizzazione dei servizi continuano ad accentuare  disuguaglianze ed iniquità, non più solo tra Nord e Sud del mondo, ma anche all’interno di ogni  società stessa.

Di qui, la mobilizzazione Health4all a difesa dei sistemi sanitari nazionali, contro la svendita e la commercializzazione della sanità, sempre meno equa.

Gli slogan della RSS “la salute non è una merce” e “la salute non si compra”  intendono sottolineare il diritto universale alla salute sancito anche  nell’articolo 32 della Costituzione italiana.

L’Italia in questo è sempre stata un esempio di democrazia sanitaria e come richiamato nel manifesto del RSS per giornata di mobilitazione:

            Secondo le valutazioni dell’OMS degli ultimi dieci anni, gli indicatori di salute dimostrano che il sistema sanitario in Italia è stato efficace e meno costoso che nella maggior parte dei Paesi occidentali ad alta industrializzazione.

Le varie forme assicurative integrative o sostitutive, invece, rischiano di produrre livelli differenti di copertura sanitaria che colpirebbero profondamente il solidarismo del sistema sanitario basato sulla fiscalità generale, con aumento del consumismo sanitario e riduzione dell’appropriatezza degl’interventi.

La salute non equivale alla quantità di prestazioni erogate: pertanto bisogna favorire l’informazione perché i cittadini non credano che il mantenimento della salute dipenda dal numero di visite specialistiche ed esami diagnostici effettuati o dal consumo di farmaci. Un sistema sanitario sostenibile persegue il fine di determinare la migliore e più adatta risposta ai differenti bisogni di ciascuno, considerando criteri di documentata efficacia.

Tutti possono partecipare a questa giornata di azione del #7aprile appendendo un lenzuolo bianco alla finestra di casa/luogo di lavoro con una frase contro la commercializzazione della salute, scattando e condividendo foto, inserendo l’hashtag #health4all. Rilanciando: “la salute non si vende, si difende”.

 http://setteaprile.altervista.org/sottoscrivi-lappello/

di Benedetta Armocida

Una nuova “partnership” per migliorare l’assistenza materno-infantile nei paesi poveri e un’altra per globalizzare gli americani

L’UNICEF ha accolto con grande favore la dichiarazione congiunta fatta da  “due società multinazionali, del Governo Americano, di quello canadese e di organizzazioni leader nella salute globale per la crescita della terapia per la diarrea e la polmonite infantile, due dei principali killer dei bambini sotto I cinque anni di età” (Unicef).  La dichiarazione è stata fatta nel corso di una due giorni di Appello all’Azione per la Sopravvivenza Infantile (Child Survival Call to Action), tenutasi a Washington giovedì 14 giugno. La Zinc Alliance for Child Health, una partnership che include la multinazionale Teck Resources Ltd., la Micronutrient Initiative e l’agenzia di sviluppo internazionale canadese (CIDA), si è impegnata per 15 milioni di dollari per sostenere l’uso di zinco e di soluzioni di reidratazione orale, per prevenire la mortalità da diarrea.  Dal canto suo la McCann Health, una multinazionale del marketing, contribuirà all’iniziativa con servizi e assistenza tecnica per 5 milioni di dollari.

Parallelamente, nella stessa occasione, il Segretario di Stato U.S.A., Hillary  Clinton, ha celebrato la costituzione di un’altra nuova alleanza globale – ma tutta americana – per lo sviluppo, Survive and Thrive (Sopravvivere e prosperare), nata con l’obiettivo di massimizzare le risorse e l’esperienza di associazioni professionali, del settore private e del Governo Americano per servire meglio madri e bambini fino ai cinque anni nei paesi a basso reddito. (Prnewswire) “Salvare la vita dei bambini non può essere un compito esclusivo dei Governi” avrebbe detto la Clinton – secondo quanto riportato dal Washington Post –  nell’evento in cui sono intervenuti circa 80 rappresentanti del governo, della società civile e del comunità del business, nonché – immancabile ormai nel jet set delle alleanze globali – una celebrità del mondo dello spettacolo, in questo caso la superstar di Hollywood, Ben Affleck.

Le multinazionali Johnson & Johnson e Laerdal Global Health, si sono impegante a versare ciascuna un milione di dollari nei prossimi tre anni a favore di Survive & Thrive, somme che si aggiungono all’iniziale  milione e mezzo di dollari versato dalla Agenzia di Cooperazione del Governo Americano USAID. L’Alleanza sottoscritta anche dale associazione professionali americane dei pediatri (American Academy of Pediatrics), degli infermieri (American College of Nurse-Midwives) e dei ginecologi (American College of Obstetricians and Gynecologists), nonché dalla ONG Save the Children, ha lanciato un appello affinché molte alter organizzazioni vi partecipino.

Obiettivo di Survive and Thrive è quello di formare esperti volontari americani, internazionali e dei paesi “partner” nella promozione di programmi di salute materno-infantile nei paesi a medio e basso reddito. Non mancheranno nemmeno borse di studio per permetter a giovani studenti di medicina americani di divenire buoni clinici attraverso esperienze di “partnership” nei paesi poveri (prnewswire).  (EM).

APPUNTAMENTI – SUMMER SCHOOL 2012 – Salute e/è diritto. Popolazioni invisibli, competenze, networking

Giovedì 31 maggio 2012 ad AVIGLIANA (TO) – Certosa del Gruppo Abele, si svolgerà la Summer School 2012 “Salute e/è diritto. Popolazioni invisibli, competenze, networking” un laboratorio di ricerca e innovazione, rivolto ad operatori sanitari, sociali e della giustizia, in quanto attori e strumenti del diritto alla salute. Mette a disposizione un metodo con cui realizzare percorsi di ricerca locali che diano visibilità alle persone più fragili e vulnerabili che rischiano di vedere negato il proprio diritto alla salute. Il filo conduttore del percorso è la possibilità di concepire e riconoscere i “luoghi di servizio” come “laboratori di diritti”. Molti sostengono che non basta sviluppare “offerta”, che è necessario essere capaci di riconoscere i bisogni inevasi: la summer school vuole dimostrare che questo si può fare nell’ordinarietà del proprio lavoro.

La summer school è preparata da alcuni seminari propedeutici, che si svilupperanno tra febbraio e maggio 2012, finalizzati a raccogliere gli interrogativi che attraversano le realtà interessate e gli operatori che vi operano, per costruire in modo partecipato il percorso.

Seminari Preparatori:
1- Marginalità grave ed esclusione
2- Minori migranti e di migranti
3- Non Autosufficienza. La non autosufficienza vista da sud
4- Immigrati e discriminazioni
5- Minori in affido
6- Epidemiologia e diritti degli utenti nei servizi demiciliari e residenziali
7- Stili di vita e rischi sociali e sanitari

Per saperne di più e per iscrizioni visitare il sito: http://lec.negrisud.it/

OMS a rischio credibilità, pesa conflitto di interessi

La crisi dell’organizzazione al centro del dibattito dell’Osservatorio Italiano Sulla Salute Globale.

(DIRE – Notiziario Sanita’) Roma, 5 mar.
– C’e’ urgente bisogno di una riforma che riporti ai governi nazionali il protagonismo nella definizione delle priorita’ dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’, attualmente finanziata per l’80% da contributi volontari pubblici e di fondazioni private – in particolare la Bill & Melinda Gates Foundation – e solo per il 20% dai contributi obbligatori dei 193 Stati membri. E’ quanto e’ emerso dal dibattito ‘Salviamo l’Oms!’ Una riforma per rendere piu’ democratica la salute globale” organizzato dall’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale a Roma. Il conflitto di interessi in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanita’ e’ stato illustrato dal Senatore Ignazio Marino, che ha partecipato all’incontro come presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale: “L’allarme planetario della pandemia H1N1 ha portato la perdita di credibilita’ dell’Oms”. Il Senatore ha sottolineato che nel 2010 a causa dell’allarme “solo in Italia sono stati spesi 180 milioni di euro per dosi di vaccino, prodotte da Big Pharma che non sono state mai utilizzate”. Le fondazioni legate a Big Pharma sono oggi un importante finanziatore dell’Oms come mostrano le cifre pubblicate dal Sole 24 Ore Sanita’ sui principali donatori privati nel 2010: dopo la Bill & Melinda Gates Foundation che ha elargito 219.785.313 dollari, troviamo la Gavi Alliance con 39.106.302 dollari, la Bloomberg Family Foundation con 15.400.000 dollari, la Sanofi Aventis con 4.417.959 euro, la Wyeth Pharmaceuticals con 1.895.000, a seguire la Ely Lily Foundation (1.496.000 dollari), la Bayer (560.500), la GlaxoSmithKline (523.844) e persino la Novartis (500.000) e la Pfitzer (200.000). Daniel Lopez Acuna, dell’Ufficio del Direttore Generale dell’Oms a Ginevra, ha affermato che la riforma che serve dovrebbe, da un lato “fare si’ che le priorita’ dell’Oms siano stabilite dalla legittimita’ dei governi e non dal potere dei soldi”, ma dall’altro “rafforzare le partnership pubblico-privato che forniscono i finanziamenti necessari all’organizzazione”. Di fronte ai partecipanti al dibattito che hanno messo in dubbio la legittimita’ della partecipazione dei privati al finanziamento nell’Oms, Lopez Acuna ha risposto: “Gli Stati membri chiedono all’Oms di realizzare programmi per 4 miliardi di dollari, ma mettono a disposizione solo 1 miliardo.

E’ chiaro che, o si diminuisce il lavoro dell’Oms oppure si trovano i fondi altrove”. Il funzionario si e’ comunque augurato una maggiore partecipazione, sia finanziaria, sia politica dell’Italia e degli altri Stati membri nell’Organizzazione.

Francesco Cicogna, della Direzione generale Relazioni Internazionali del ministero della Salute ha ricordato l’esigenza di migliorare la trasparenza dei conti e il sistema di valutazione dell’Oms in funzione dei risultati, in modo che possa attrarre maggiormente i donatori. Nicoletta Dentico, vice-presidente Osservatorio Italiano Salute Globale ha sottolineato l’importanza di “tornare alla Costituzione dell’Oms che afferma il diritto universale alla salute e associa la salute e alla pace”, attraverso la partecipazione della societa’ civile e dei Governi, al percorso di riforma dell’Organizzazione. Anche in considerazione del fatto che “la salute e’ il secondo business mondiale dopo quello delle armi”, Dentico ha ribadito l’esigenza che “l’Oms gestisca il suo conflitto d’interesse”, esprimendo preoccupazione per l’attuale anomalia dell’organizzazione in cui “il direttore di ricerca e sviluppo della Novartis, Paul Hearling, e’ oggi a capo del Consultative Expert Working Group dell’Oms per gli incentivi alla ricerca farmaceutica per le malattie dei Paesi poveri”.

Fonte: DireNews

«Media distratti e poco autonomi» Un federalismo di sola “cassa” tradisce il cittadino

L’attenzione dei mass media ai temi della salute nel mondo è il tema dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio italiano sulla salute globale (Oisg), appena uscito con il titolo InFormAzione: escamotage comunicativo per segnalare l’inestricabile legame tra buona informazione, necessità di qualità formativa e iniziative che le professioni competenti e i cittadini possono mettere in campo per tutelare il bene comune della salute. Il rapporto declina i tre concetti – informazione, formazione, azione – analizzando quello che in Italia si racconta, o non si racconta, sui temi della salute pubblica; valutando quello che in ambito sanitario si propone o si ignora del tutto nella formazione universitaria e professionale; condividendo quello che le istituzioni e la società nel suo insieme fanno, non fanno, o non riescono a fare, per realizzare appieno il diritto alla salute. Un diritto, recita la nostra Costituzione, che vale per le persone, ben oltre i titoli di cittadinanza. I recenti allarmi sull’influenza pandemica hanno dimostrato che in un mondo globalizzato è impossibile ormai concepire le sfide della salute in un’ottica puramente localistica. I determinanti della salute, e specialmente quelli economici, sociali e ambientali, accomunano Paesi ricchi e poveri molto più di quanto si possa intuire con fenomeni di crescenti disuguaglianze, di interessi economici, di inesorabile riduzione della salute a mero prodotto, bene di consumo. La salute del mondo richiede cittadini informati, attenti, e attivi. Perciò occorre chiedersi: i media fungono da autorevole bussola informativa per il cittadino, o rispondono perlopiù a interessi di parte senza che il cittadino se ne renda conto? La ricerca Oisg dimostra, in sintonia con uno studio internazionale condotto dalla Kaiser Family Foundation, che si assottigliano gli spazi narrativi sulla salute globale, che il lavoro giornalistico sul campo è ormai un miraggio per riduzione dei fondi, che la stessa indipendenza di osservazione è messa a dura prova. Sono i colossi del farmaco, le fondazioni private, le organizzazioni non governative a promuovere i servizi giornalistici sulla salute del mondo e le sue soluzioni. Serve altro, visto che si tratta del diritto alla vita di milioni di persone.

Nicoletta Dentico, Vice-presidente Oisg

(L’articolo è stato pubblicato nell’inserto “Sanità” de Il Sole 24 Ore, 31 mag.-6 giu. 2011)