L’EPIDEMIA DI COLERA IN YEMEN HA RAGGIUNTO PIÙ DI MEZZO MILIONE DI CASI – AGGIORNAMENTO

14 Agosto 2017 –  Nonostante gli sforzi attuati per fronteggiare quella che ad oggi viene definita “la peggiore epidemia al mondo”, l’ultimo aggiornamento delle Nazioni Unite sull’epidemia di colera in Yemen è agghiacciante.

Più di mezzo milione sono i casi sospetti e da fine aprile sono stati registrati 2000 decessi.

Lo Yemen è oggi tra i paesi più poveri al mondo. Due anni di conflitto armato hanno acuito le preesistenti vulnerabilità del paese, portandolo al collasso. L’epidemia di colera (infezione diarroica acuta causata dall’ingestione di cibo o acqua contaminati dal batterio Vibrio cholerae) si è diffusa rapidamente a causa del deterioramento delle condizioni igienico sanitarie, dell’interruzioni dell’approvvigionamento idrico e del sovraffollamento della popolazione sfollata. Il sistema sanitario nazionale, con più della metà delle strutture distrutte e con gravi carenze di farmaci, attrezzature ed elettricità, è ormai incapace di rispondere.

“Per salvare le vite in Yemen dobbiamo sostenere il sistema sanitario, in particolare gli operatori sanitari che stanno operando in condizioni impossibili: migliaia di persone sono malate, ma non ci sono ospedali, non ci sono farmaci, non c’è acqua pulita”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’OMS e partner stanno lavorando per istituire cliniche ad hoc per il trattamento del colera, riabilitare le strutture sanitarie, fornire attrezzature mediche e sostenere lo sforzo di risposta nazionale.

“Esortiamo le autorità dello Yemen – e tutti quelli che possono svolgere un ruolo – a trovare una soluzione politica per porre fine a questo conflitto. Il popolo dello Yemen non può sopportare molto più a lungo – ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita e il proprio paese”, ha concluso A. Tedros.

Di B.F.

Philip Morris: la campagna di lotta alla povertà mondiale rende più potente l’industria del tabacco

17 luglio – Forbes pubblica un articolo in cui evidenzia come la campagna della Philip Morris di lotta alla povertà globale sia una strategia per ottenere vantaggi nel rapporto con i grandi interlocutori.

L’articolo citando il report pubblicato a inizio luglio dal sito Reuters mostra come la Philip Morris abbia cercato di sovvertire il trattato sul controllo del tabacco dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e la Convenzione quadro sul controllo del tabacco (FCTC). Lo scorso novembre un gruppo di dirigenti delle compagnie del tabacco, tra i quali Japan Tobacco International and British American Tobacco Plc (BATS.L) e Philip Morris, si è incontrato a Nuova Delhi, in attesa di ottenere le credenziali per poter entrare alla conferenza internazionale del tabacco dell’OMS. La Philip Morris e le altre aziende erano impegnate in una campagna finalizzata ad indebolire le disposizioni del trattato FCTC.

Il dottor Vera da Costa e Silva, capo del segretariato del FCTC, ha accusato le aziende del tabacco di adottare un atteggiamento cinico, con il quale fingono di essere cittadini socialmente impegnati per ottenere favori con i funzionari del governo.”Si sono mascherati da partner per programmi significativi destinati a migliorare la lotta dei più poveri e vulnerabili del mondo”, ha detto. “E si può vedere ciò che hanno guadagnato: un invito a parlare ai decisori ai più alti livelli, con un’aura di rispettabilità e rafforzando l’idea del partenariato responsabile. Egli ha inoltre aggiunto “Questa è una bugia. In realtà, queste aziende vendono prodotti tossici che uccidono 7 milioni di persone l’anno. È un’industria legata al profitto e priva di responsabilità “.
Philip Morris ha usato un vecchio trucco aziendale per cercare di eviscerare l’FCTC dichiarando pubblicamente il suo supporto al trattato. In questo modo ha guadagnato un posto al tavolo dei decisori che gli consente di ottenere vantaggi altrimenti impensabili.

Philp Morris ha inoltre cercato di rovesciare le leggi antifumo australiane e uruguaiane, che prevedevano confezioni di sigarette con uno spazio più ampio relativo alle informazioni per la salute a discapito del brand, attraverso il Settore di contestazione degli investitori e degli Stati (ISDS), incluso nella maggior parte degli accordi commerciali. I 12 paesi che hanno negoziato il partenariato Trans-Pacifico (TPP)  hanno accettato di impedire all’industria del tabacco di utilizzare ISDS nella TPP.

Nel continente australiano, Philip Morris non ha potuto presentare la sua domanda nell’ambito dell’accordo di libero scambio USA-Australia, in quanto non dispone di un capitolo ISDS. Quindi, l’azienda ha istituito un ufficio a Hong Kong, che ha un trattato di investimento bilaterale con l’Australia – trattato che contiene ISDS – ed ha presentato la sua richiesta da lì.

Philip Morris ha perso nelle contestazioni verso Australia e Uruguay, aprendo le porte per altri paesi che vogliono emanare imballaggi semplici e altre leggi anti-fumo, come hanno già fatto Nuova Zelanda, Irlanda, Francia e Regno Unito.  Nonostante ciò il prezzo delle azioni di Philip Morris, così come delle altre aziende del tabacco, è salito in valore da $ 49 a $ 118 in 10 anni, a dimostrazione che ciò che non ti distrugge ti può rendere più forte economicamente.

 

di DZ

Medici con l’Africa Cuamm: Annual report 2016 – È la forza delle cose in cui crediamo, che cambia la realtà

14 luglio – è stato pubblicato da Medici con l’Africa Cuamm l’Annual Report 2016, in cui la prima Ong in campo sanitario riconosciuta in Italia fa un bilancio dettagliato delle attività, degli investimenti, delle tappe e degli obiettivi raggiunti.

Medici con l’Africa Cuamm è la più grande organizzazione italiana per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane. Realizza progetti a lungo termine in un’ottica di sviluppo, impegnandosi nella formazione in Italia e in Africa di personale, nella ricerca e divulgazione scientifica e nell’affermazione del diritto fondamentale della salute per tutti.

Facendo un’istantanea del 2016, Medici con l’Africa Cuamm è presente in 7 paesi africani – Angola, Etiopia, Mozambico, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda – con:

  • 19 ospedali
  • 45 distretti (attività di sanità pubblica, assistenza materno-infantile, lotta all’HIV/Aids, TB e malaria, formazione)
  • 3 Scuole per infermieri e ostetriche (Lui, Matany, Wolisso)
  • 1 Università (Beira)
  • 1.628 risorse umane di cui
  • 421 professionisti qualificati

Le aree di intervento del 2016 sono state:

  • la salute materno infantile – tra le priorità assolute dell’Ong, che ha raggiunto il risultato di 135.000 parti assistiti, numero che va oltre l’obiettivo preposto di 125.000.
  • La nutrizione – sostenendo le politiche e i programmi nazionali, promuovendo concretamente nelle comunità, nei dispensari e nei centri di salute l’educazione alimentare delle donne in gravidanza. Grande attenzione alla sensibilizzazione dell’allattamento esclusivo al seno fino ai sei mesi e al monitoraggio della crescita del bambino durante i primi anni di vita. Sono intervenuti sulla gestione dei casi di malnutrizione acuta e cronica, trattando e dimettendo 1988 pazienti affetti da malnutrizione acuta e trattandone e guarendone 1313, con un tasso di guarigione del 66%.
  • La formazione – altro ambito di investimento – con un totale di 7704 risorse umane formate, 32 medici laureati, 59 ostetriche diplomate e 23 infermieri diplomati.
  • Le malattie infettive – prevalentemente con la diagnosi e il trattamento di HIV, malaria e TB – i cui investimenti hanno portato ad assistere 12.216 persone verso la terapia antiretrovirale (ART) e 1831 nuovi pazienti dal 2016 ad iniziare il trattamento.
  • Il monitoraggio, la valutazione e la ricerca, prevalentemente sviluppato su 5 aree tematiche e che ha condotto a 19 pubblicazioni scientifiche.

Viene riportato nell’Annual Report 2016 anche il bilancio economico dell’Ong. I costi totali sono stati 23.275.897 euro, di cui l’88,6% (20.623.852 euro) è stato investito nei progetti di prevenzione, cura e formazione nei paesi di intervento. I costi di funzionamento hanno inciso per il 4,2%e comprendono i costi del personale, la gestione generale della struttura, l’acquisto di materie prime, l’ammortamenti, gli oneri diversi di gestione della struttura, oneri finanziari, imposte e tasse. Infine, i costi di comunicazione, sensibilizzazione e raccolta fondi hanno inciso per il 7,2%. 

Concludiamo con la riflessione di Don Dante Carraro: “A fare la differenza siamo noi, ciascuno di noi, con la nostra passione, dedizione, il nostro impegno tenace e quotidianoa favore e con l’Africa. È la forza delle cose in cui crediamo, che cambia la realtà. La cambia davvero! Magari non rovesceremo il mondo, ma lo possiamo cambiare, con quello che crediamo e facciamo!”.

di B.A.

 

Venezuela – Nella drammatica crisi le cure spirituali diventano speranza di salvezza

Venezuela – In un recente reportage National Geographic descrive la drammatica situazione in corso in Venezuela e il crescente ricorso a riti spirituali per sconfiggere le malattie.

La grave crisi economica sta avendo delle inevitabili ripercussioni sull’intero sistema sociale e sanitario del Paese.

E’ in atto una vera e propria crisi umanitaria: scarseggiano infatti medicinali e generi alimentari.

I dati raccolti dall’Osservatorio venezuelano della salute sono allarmanti: dal 1998 quasi 500 mila aziende hanno chiuso; gli stipendi nel settore pubblico e privato sono tra i più bassi nell’America Latina e ciò comporta il dilagare del lavoro nero; sono 9 milioni le persone che non riescono a mangiare due pasti al giorno.

Così racconta Maria Luisa Ungreda, segretaria del Directorio Internacional dell’Associacion Damas Salesianas (ADS), un’organizzazione con sede a Caracas impegnata nell’assistenza sociale, nell’ambito educativo e formativo e in quello sanitario: «È normale vedere molte persone, specialmente bambini e anziani per la strada. Ogni giorno ci sono persone, anche famiglie o gruppi, che frugano nei rifiuti per trovare qualcosa da mangiare. Si formano lunghe file davanti ai supermercati e alle panetterie per comprare qualche prodotto a prezzo controllato, mentre altri alimenti possono essere acquistati solo a prezzi altissimi, al di fuori della portata della maggioranza delle persone».

A questa situazione va associato il gravissimo problema sanitario. Il governo Chavez  aveva aumentato considerevolmente la spesa pubblica per la sanità, l’educazione e i servizi sociali, con risultati molto significativi in termini di accesso all’assistenza sanitaria di base e di miglioramento di indicatori sanitari. Con la crisi, gli stessi indicatori sono drasticamente peggiorati e si è ormai giunti alla diffusa mancanza di medicinali, sia quelli di base che quelli specifici per la cura di malattie croniche, degenerative o il cancro, alle condizioni di assoluto degrado degli ospedali pubblici e al sovraffollamento di quelli privati. Inoltre, le politiche del governo, tese ad avere un controllo diretto sui cambi di valuta, l’acquisto di medicinali dall’estero è fortemente limitato, e nei rari casi in cui sia fattibile può avvenire solo dopo l’approvazione governativa.

Secondo il Venezuelan Pharmaceutical Federation più dell’85% dei medicinali di base è impossibile o difficile da trovare. Nelle farmacie scaffali e ripiani sono vuoti e come riportato da un sondaggio condotto nel marzo 2017 su 92 ospedali vi è una grave situazione di penuria di medicinali. L’89% degli ospedali non è in grado di eseguire regolarmente l’RX e il 97% dei laboratori medici non sono funzionanti. A complicare ulteriormente è l’impegno limitato del governo venezuelano nel richiedere aiuti esterni, negando che la crisi sanitaria abbia assunto dimensioni tali da rendere necessaria aiuti umanitari, di fatto frenando l’iniziativa dell’Assemblea Nazionale dove l’opposizione ha la maggioranza.

In questo contesto continua a crescere il numero di venezuelani che, confidando nelle capacità salvifiche dello spirito Emeregildo, ricorrono ai guaritori spirituali (sciamani). La gente si sottopone a rituali, presso la montagna dedicata al culto di María Lionza, che prevedono l’uso di piante medicinali e del fumo di tabacco, ritenuto capace di “assorbire” la malattia. Per queste persone, come la sig.ra Díaz, di soli 28 anni e con una diagnosi di tumore al seno, la montagna di María Lionza in cui avvengono tali rituali, sembra costituire davvero l’ultima speranza di salvezza.

Come afferma lo sciamano Edward Guidice: «La montagna di María Lonza è la nostra casa, la nostra chiesa e il nostro ospedale».

di L.G.

 

OMS – Copertura sanitaria universale e salute come diritto umano fondamentale, le sfide del nuovo Direttore Generale

3 luglio 2017 – Il Dr Tedros Adhanom Ghebreyesus inizia l’incarico da Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e nel discorso d’insediamento afferma: “il compito dell’OMS è di essere al servizio delle persone, essere al servizio dell’umanità. Si tratta di operare per le persone a prescindere dal luogo in cui vivono, sia questo un paese in via di sviluppo, o sviluppato, piccole isole o grandi nazioni, ambienti urbani o rurali. Si tratta di essere al servizio delle persone indipendentemente da chi esse siano. Poveri o ricchi, sfollati o disabili, anziani o giovani. Soprattutto, si tratta di combattere per garantire la salute delle persone come diritto umano fondamentale”.

Oltre alle priorità di gestione, quali misurazione dei risultati, efficienza e valorizzazione di talento, motivazione e impegno del personale, il nuovo Direttore Generale concentrerà il lavoro sul rafforzamento delle risposte alle emergenze sanitarie, ricordando l’immediata e concreta reazione dell’OMS alla recente epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Altri due punti fondamentali saranno la salute delle donne, dei bambini e degli adolescenti, offrendo qualità, equità e dignità nei servizi assistenziali e l’impatto del cambiamento climatico e ambientale sulla salute. Parla della copertura sanitaria universale, punto convergente di tutte le priorità. Ribadisce come sia inaccettabile che ad oggi circa 400 milioni di persone non abbiano accesso all’assistenza sanitaria di base e molti di coloro che ne hanno accesso, vadano incontro a difficoltà finanziarie a causa dei costi dei servizi. Afferma quindi che si sta esaminando come attivarsi per raggiungere la copertura sanitaria universale, indicata come  la meta principale dell’obiettivo per lo sviluppo sostenibile per la salute. Quel risultato dovrà includere la protezione del rischio finanziario, l’accesso ai servizi sanitari essenziali e l’accesso a farmaci essenziali sicuri, efficaci, di qualità e accessibili, come anche i vaccini per tutti.

Nel suo discorso il Direttore Generale riafferma il ruolo dell’OMS come piattaforma mondiale per la salute globale e la sua funzione di guida nella governance globale, definendo l’Organizzazione come l’infrastruttura della salute globale e del bene pubblico globale.

Conclude dicendo “abbiamo un’occasione storica per attuare una profonda trasformazione per il miglioramento della salute mondiale. Facciamolo. Facciamolo per ogni donna e bambino che sono morti quando non avrebbero dovuto. Per ogni bambino che non è riuscito a raggiungere il suo pieno potenziale. Per ogni vittima di un’epidemia, per ogni piccola isola che si trova di fronte alla minaccia del cambiamento climatico. Dedichiamoci a loro. Uniamoci per un mondo più sano”.

di B.A.

#OMS. In Siria sono state donate delle cliniche mobili che assistono 4500 famiglie

Il 16 giugno l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha comunicato che l’ufficio da campo di Gaziantep ha donato 5 unità sanitarie mobili alle organizzazioni partner che offrono assistenza sanitaria nel nord della Siria. A causa della guerra in atto in questa regione molti ospedali sono stati distrutti e manca totalmente l’assistenza sanitaria.

Le cliniche mobili opereranno nella zona di Aleppo meridionale, dove sono presenti numerosi piccoli villaggi, molti sfollati e dove le persone vivono in condizione di estremo bisogno.

Come afferma il Dr. Tamer Hasan, della Sirian American Medical Society (SAMS): “la clinica ricevuta dall’OMS è stata subito utilizzata per servire la comunità. Non è la prima volta che i medici hanno a disposizione una clinica mobile, ma la nuova unità consentirà un intervento differente rispetto al passato, garantendo maggiore riservatezza e dignità alle persone”.

Attraverso le cliniche mobili vengono visitati circa 6 villaggi alla settimana e si presta assistenza a circa 4500 famiglie. In un mese sono stati visitati quasi 2000 pazienti. La popolazione ora è a conoscenza dell’unità mobile e si registra regolarmente per sottoporsi ai check-up. Le cliniche forniscono molti servizi dalle cure primarie per malattie respiratorie, cutanee o degli occhi all’esecuzione di test di laboratorio, come la glicemia o il test delle urine. Le cliniche mobili consentono di raggiungere direttamente chi ne ha bisogno e ciò risulta fondamentale in una zona dove non esistono i trasporti pubblici. 

L’acquisto da parte dell’OMS di cliniche mobili per la Siria settentrionale è stato sostenuto dalla Direzione Generale della Protezione Civile europea e delle operazioni di aiuto umanitario e dal governo norvegese.

di D.Z.

Turchia – PHM a sostegno degli accademici turchi: “non saremo parte di questo crimine”

Il 29 giugno 2017, presso la Dokuz Eylül University di Izmir, sono stati licenziati gli accademici firmatari della Petizione per la pace. Tra questi il Prof. Cem Terzi, attivista di People’s Health Movement Europe (PHM) e importante partecipante della recente conferenza di PHM Europe tenutasi a Istanbul il 24-25 giugno.

Il PHM, già molto attivo nel denunciare la violazione dei diritti umani in atto in Turchia, a seguito del licenziamento del Prof. Cem Terzi, sta cercando concretamente di divulgare e condividere informazioni sulla situazione, ormai fuori controllo, che vige nel mondo accademico turco – dove dal settembre 2016 sono stati licenziati 5.295 accademici attraverso sette decreti applicati sotto lo stato di emergenza.

L’11 gennaio 2016 in due conferenze stampa tenutesi contemporaneamente ad Ankara e a Istanbul è stata resa pubblica la dichiarazione degli Accademici per la Pace (Barış İçin Akademisyenler, BAK) intitolata Non saremo parte di questo crimine“, sottoscritta da 1128 accademici, la maggioranza dei quali lavorava in istituti di istruzione superiore in Turchia. Con questa dichiarazione gli Accademici per la Pace hanno invitato lo Stato turco a porre fine alla violenza e a preparare le condizioni per la negoziazione. Nei giorni successivi alla conferenza stampa, con delle dichiarazioni pubbliche il Presidente della Repubblica, Tayyip Erdoğan, ha accusato i firmatari di essere “sostenitori del terrorismo” e “traditori”. Nonostante ciò, altri accademici si sono uniti a firmare la dichiarazione, arrivando ad un totale di 2212. Alcune delle amministrazioni universitarie hanno così avviato interrogazioni disciplinari contro i firmatari, intraprendendo azioni legali come la “sospensione preventiva” o il divieto di entrare nel campus universitario, violando così il diritto al lavoro di molti professori, associati, assistenti e ricercatori.

L’intero processo ha visto l’ulteriore deterioramento e dissoluzione della libertà di espressione, dell’autonomia accademica e della libertà in Turchia, con detenzioni, incursioni negli uffici e case e cancellazione dei passaporti, con la conseguente impossibilità di uscire dal territorio turco. I firmatari sono stati portati in tribunale ai sensi dell’articolo 7 della Legge anti terrore (Terörle Mücadele Kanunu, TMK) per “aver propagandato a favore di organizzazioni terroristiche” e/o ai sensi degli articoli 301 del codice penale turco (Türk Ceza Kanunu, TCK) per aver “offeso la Turchia”.

La situazione si è inoltre venuta ad intensificare in seguito al tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016, che anche se superato, ha visto aumentare il livello e la frequenza di violenza e instabilità, e ha sviluppato un ambiente sociale e politico che si allontana sempre più dalla pace.

Per fronteggiare questa situazione si è venuta a creare una fitta rete di solidarietà giudiziaria per quegli accademici a cui sono in corso indagini legali. Si sta cercando un forte sostegno giudiziario per monitorare attentamente le indagini disciplinari illegalmente emesse dalle presidenze universitarie e per sostenere gli accademici che hanno ricevuto o riceveranno una “sospensione condizionale” o saranno licenziati. Le campagne di solidarietà e petizioni portate avanti da molte organizzazioni accademiche e ONG non si fermano solo a livello nazionale, ma si stanno diffondendo a livello internazionale, con un numero di firme che superano ormai le decine di migliaia.

Come riportato dal PHM risulta fondamentale diffondere notizie e attuare azioni concrete per far luce su questa situazione. Viene proposto il boicottaggio delle Università turche, cercando l’appoggio di istituzioni universitarie, ONG e singoli membri. Tra queste menzioniamo l’Université Libre de Bruxelles (ULB), che ha in corso una campagna di solidarietà e che vede come attore principale il Prof. Thomas Berns.

Una prima azione concreta di PHM è la divulgazione di una lettera di solidarietà in sostegno agli Accademici per la Pace che di seguito riportiamo tradotta:

“In solidarietà con gli Accademici per la Pace e con tutti coloro che sono perseguitati in Turchia, invitiamo le università, i consigli di finanziamento e le associazioni accademiche a livello globale a tagliare tutti i legami con il Consiglio di Istruzione Superiore e con il Consiglio di ricerca scientifica e tecnologica della Turchia e con tutte le istituzioni universitarie coinvolte nella persecuzione degli accademici turchi, (The Guardian, We’ve lost democracy: 30 giugno 2017). Questo prendere di mira gli accademici turchi è iniziato nel gennaio del 2016, quando più di 2.000 accademici hanno firmato una petizione che chiedeva la fine della guerra nella regione curda e il permesso per gli osservatori internazionali di monitorare le città curde. Da allora, i firmatari hanno affrontato la diffamazione, le incursioni nelle loro case e negli uffici, la cancellazione dei passaporti, la detenzione e l’arresto. Il tutto amplificato dal colpo di stato fallito nel luglio scorso. Fino ad oggi oltre 5000 accademici sono stati licenziati e uno tra loro, il Dr Mehmet Fatih Traş, ha perso tragicamente la vita. Un boicottaggio è necessario per inviare un messaggio forte e chiaro alle istituzioni turche, evidenziando che le loro attività sono osservate in tutto il mondo e che questa persecuzione di accademici non sarà tollerata.”

di Benedetta Armocida

PHM – La salute si può raggiungere solo con la pace

People’s Health Movement (PHM), un movimento globale a tutela del diritto alla salute, gratuita e accessibile a tutti, si schiera a fianco degli amici e delle popolazioni turche, soggetti alle oppressioni del regime di Erdogan. Ribadendo il loro ruolo a difesa della salute come diritto umano fondamentale, a seguito dell’incontro del 24-25 giugno ad Istanbul, riassumono in una dichiarazione le azioni concrete da compiere per sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia.

 

Incontro europeo di People’s Health Movement (PHM)

Istanbul, 24-25 giugno 2017

Difendere i diritti umani per proteggere la salute

Nell’ultimo incontro del PHM Europa, svoltosi a Londra a Ottobre 2016, abbiamo deciso di schierarci in solidarietà con gli accademici turchi per la pace (Turkish Academics for Peace, AFP), vittime di una grave repressione da parte del regime di Erdogan per la sola ragione di essersi posti a difesa del diritto umano fondamentale alla salute. Ci riuniamo a Istanbul oggi per dire insieme che la salute si può raggiungere solo attraverso la pace. Ci opporremo sempre alle guerre che opprimono e uccidono persone innocenti.

In solidarietà con AFP, e con tutte le persone turche vittime di repressione per essersi posti a difesa dei diritti umani, facciamo appello alle realtà e alle persone singole che fanno parte del People’s Health Movement (PHM) in Europa e in tutto il mondo perché intraprendano azioni concrete volte sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia. In particolare, invitiamo a:

  • Condividere informazioni, aumentare la consapevolezza e sostenere le richieste di AFP, ovvero il ripristino delle posizioni di lavoro, dei passaporti e della libertà di movimento:
    • diffondere dichiarazioni di solidarietà e/o organizzare interviste via skype con AFP durante conferenze ed eventi accademici;
    • promuovere dichiarazioni di solidarietà da parte di università, sindacati, società scienti che e accademiche, etc.;
    • organizzare missioni ed eventi di solidarietà in Turchia;
    • supportare le richieste di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, due funzionari pubblici licenziati, che hanno cominciato lo sciopero della fame e ora sono detenuti in carcere in gravi condizioni di salute, chiedendo la loro immediata scarcerazione.
  • Offrire aiuto concreto:
    • offrire sostegno economico per chi è stato licenziato;
    • mettere a disposizione programmi di insegnamento a distanza per giovani ricercatori e ricercatrici, posizioni di insegnamento a distanza per docenti e posizioni in università straniere per coloro che possono viaggiare;
    • garantire accesso ai database scienti ci per chi è stato licenziato;
    • invitare AFP a condividere le loro ricerche in conferenze di persona o via skype.
  • Costruire alleanze nella lotta:
    • promuovere il boicottaggio delle università turche da parte di università straniere che hanno collaborazioni in atto;
    • contattare giornalisti, organizzare interviste e aumentare la copertura mediatica;
    • scrivere al commissario europeo Johannes Hahn, responsabile dei negoziati sull’allargamento dell’UE, che visiterà la Turchia il 6 luglio 2017.

Resistere alla commercializzazione della salute in Europa

Abbiamo deciso di continuare e di rafforzare la campagna per un’assistenza sanitaria pubblica gratuita e accessibile a tutte e tutti, che abbia al centro il 7 Aprile come giornata mondiale della salute. Il 2018 segnerà il 40° anniversario della Dichiarazione di Alma Ata, e indiremo per il 7 Aprile una giornata per la salute dei popoli, per opporci a qualsiasi tipo di commercializzazione della salute nei nostri Paesi e in tutta Europa.

I governi nazionali, così come le istituzioni europee, devono essere chiamati alle loro responsabilità. Inoltre, ra orzare la solidarietà internazionale contribuirà a sostenere le lotte nei nostri Paesi. Dobbiamo denunciare il ruolo che l’Europa svolge nel sostenere la privatizzazione dell’assistenza sanitaria nei Paesi all’interno e all’esterno dell’UE, anche attraverso nanziamenti dei programmi di riforma del settore sanitario e promozione di accordi di libero scambio.

Le seguenti decisioni informeranno la nostra campagna per la giornata per la salute dei popoli:

  • Intendiamo promuovere lo scambio di informazioni e la creazione di reti tra le mobilizzazioni locali che si oppongono alla commercializzazione della salute, per rafforzare la solidarietà internazionale.
  • Ci mobiliteremo nei nostri Paesi per sostenere le azioni locali che culmineranno il 7 aprile 2018, a partire dalla partecipazione alla consultazione online promossa dalla Rete europea contro la commercializzazione della salute per identificare i temi chiave di mobilitazione.
  • Utilizzeremo diverse forme di azione, comprese manifestazioni di piazza, costruzione di alleanze con operatori e operatrici della salute per incoraggiare chi ha responsabilità decisionali a opporsi all’agenda di privatizzazione, denuncia del ruolo predatorio svolto dalle grandi multinazionali (fornitori privati di servizi sanitari e assicurazioni sanitarie) nei nostri Paesi e dell’azione di lobby a livello europeo.
  • Cercheremo alleanze con i sindacati, le organizzazioni e le reti che condividono la nostra piattaforma d’azione.
  • Rafforzeremo i legami con le mobilizzazioni nei Paesi della regione mediterranea.

     

    Proteggere la salute delle persone immigrate e rifugiate

    Abbiamo ricevuto aggiornamenti dal PHM Turchia in merito alla situazione delle persone immigrate e rifugiate, aggravata dai con itti in corso nella regione e dalla mancanza di politiche adeguate dell’Unione Europea. Come denunciato da tempo, l’accordo UE-Turchia è una politica dannosa che ha trasformato la Turchia in una prigione a cielo aperto per le persone rifugiate, a ttata dall’UE. A quattro milioni di persone in Turchia non vengono garantiti tutti i diritti. La maggior parte di loro vive in condizioni compromesse per quanto riguarda i determinanti sociali della salute e ha limitato accesso all’assistenza sanitaria. La situazione delle persone immigrate prive di documenti, il cui numero è in rapida crescita, è ancora peggiore in termini di accesso alle cure, per l’applicazione di onerosi “ticket turistici” anche per ricevere cure urgenti ed essenziali.

    La situazione in altri Paesi come Belgio, Francia, Germania, Italia e Regno Unito presenta caratteristiche comuni in termini di discriminazione, xenofobia, disuguaglianze nell’ambito dei determinanti sociali della salute e dell’accesso all’assistenza sanitaria.

    Come PHM Europa:

  • Denunciamo l’approccio che informa le politiche migratorie nella nostra regione, costruito su misure di emergenza, una visione capitalistica delle persone immigrate come lavoratori e lavoratrici a basso costo, e la tendenziosa associazione tra migrazione e terrorismo che alimenta paura e xenofobia.
  • Ci opponiamo ai centri di detenzione per chi è senza documenti, sempre più   frequentemente gestiti da società for pro t come G4S, dove le persone vengono illegalmente private dei propri diritti.
  • Chiediamo che vengano a rontate le cause alla radice della migrazione (politiche commerciali ingiuste, cambiamento climatico, insicurezza alimentare, conflitti …)
  • Ci impegniamo a continuare a monitorare e informare sulla situazione dei diritti delle persone immigrate e rifugiate.
  • Rafforzeremo lo scambio di pratiche ed esperienze sul coinvolgimento della società civile nella protezione e nella promozione della salute delle persone immigrate e rifugiate, con azioni di solidarietà, difesa, resistenza e protesta.

 

Contatti: Chiara Bodini (chiara@phmovement.org), portavoce PHM Europa

 

In Rwanda si sperimentano i droni salvavita

8 Giugno 2017, Jonathan W. Rosen riporta sul MIT technology Review la sperimentazione di droni – Zipline – per il trasporto di sacche di sangue, iniziata a fine 2016, nel Distretto Ospedaliero di Kabgayi in Rwanda.

La sperimentazione in atto, sviluppatasi grazie ad un accordo tra il governo del Rwanda e l’impresa della Silicon Valley produttrice del drone Zipline, prevede la consegna via aerea di sacche di sangue, impiegate per le trasfusioni durante operazioni chirurgiche, parti complicati o per il trattamento delle anemie gravi, comuni nelle zone malariche.

Le consegne delle sacche di sangue effettuate mediante i droni costituiscono uno dei tanti possibili impieghi di questo nuovo mezzo ad alta tecnologia, la cui produzione e commercio stanno avendo un notevole sviluppo. Dopo il loro uso per le consegne di prodotti alimentari principalmente, il mondo dei droni si è aperto all’ambito medico, promuovendo la consegna regolare di prodotti medici di emergenza, divenendo quindi utili strumenti salvavita.

I droni Zipline sono dotati di ali fisse per resistere a condizioni meteo avverse, nonché di un navigatore satellitare per dirigerlo correttamente. Accuratezza e precisione sono indispensabili, per evitare il rischio di caduta dei pacchi.

Benché la sperimentazione sia solo agli inizi i risultati sono già visibili. In passato per l’approvvigionamento delle sacche di sangue si compivano lunghi ed estenuanti viaggi di quattro ore per raggiungere Kigali, la capitale, distante circa 60 chilometri dalla sede del Distretto di Kabgayi. Ciò comportava notevoli ritardi o ancor peggio l’impossibilità di prestare assistenza sanitaria. Oggi è sufficiente che i tecnici di laboratorio effettuino un ordine con uno smartphone al centro di distribuzione di Zipline, situato a soli cinque chilometri dall’ospedale, e entro quindici minuti avviene la consegna tramite il drone.

Espori Kajibwami, chirurgo e direttore dell’Ospedale di Kabgayi si dimostra molto soddisfatto di questo efficiente metodo di consegna e dichiara: “prima dello Zipline avere disponibilità di sangue era un problema. Nei casi di emergenza infatti l’Ospedale era costretto a trasferire il paziente o nella struttura più vicina a Kigali o farlo attendere fino all’arrivo della sacca per trasfondere”.

Attraverso una rete di operatori sanitari che cooperano insieme in diverse attività – monitoraggio del drone, ricezione delle sacche di sangue e il loro impiego in sala operatoria – è possibile tracciare centinaia di emergenze sanitarie in tutto il paese. Finora riuscire a raggiungere questi pazienti ed effettuare per tempo il corretto trattamento risultava economicamente proibitivo e logisticamente impossibile. Il progetto di Zipline per il Rwanda prevede oltre alla consegna di sacche di sangue, anche quella di vaccini, di farmaci per il trattamento dell’HIV, della tubercolosi e della malaria, di contraccettivi e di kit per test diagnostici.

Di recente una lista di Governi ha espresso interesse per la tecnologia Zipline e la compagnia ha già concluso un accordo con il Ministro della Difesa e dell’Aviazione Civile della Tanzania per la promozione e il lancio del progetto.

Zipline sceglie con attenzione le future destinazioni dei suoi progetti, dando priorità ai paesi che offrano la possibilità di garantire un notevole impatto sociale, siano disposti ad effettuare i cambiamenti normativi e che possano sostenere l’impegno finanziario.

di L.G.

HAITI – L’ONU lancia l’appello: per combattere il colera bisogna aumentare le risorse

Il 14 giugno 2017 il vice segretario generale delle Nazioni Unite (ONU) Amina Mohammed ha invitato gli Stati membri a finanziare la nuova strategia per contrastare la grave epidemia di colera ad Haiti.

“Senza risorse aggiuntive, senza la volontà politica e il sostegno finanziario, abbiamo solo buone intenzioni e belle parole” ha dichiarato A. Mohammed.

“Non abbiamo fatto abbastanza e ne siamo profondamente dispiaciuti” ha affermato lo scorso dicembre l’allora segretario generale Ban Ki-moon davanti all’assemblea generale dell’ONU.

Il nuovo approccio presentato dalle Nazioni Unite consta di due fasi:

  • l’intensificazione degli sforzi al fine di ridurre la trasmissione dell’agente patogeno (il vibrione del colera), migliorando l’accesso alle cure sanitarie e all’acqua potabile;
  • l’assistenza e supporto alle comunità.

Il colera è un’infezione enterica acuta causata dall’ingestione del batterio Vibrio cholerae presente in acque o alimenti contaminati da materiale fecale.
Nella sua forma più grave, l’infezione è caratterizzata da un’improvvisa insorgenza di diarrea acquosa acuta che può portare alla morte per grave disidratazione.

Ad Haiti, uno dei paesi più poveri al mondo, la devastante epidemia di colera si diffuse in seguito al tragico terremoto del 2010. Per un’ironia della sorte, l’agente patogeno venne importato da alcuni componenti dei Caschi Blu provenienti dal Nepal – Paese dove il colera è endemico. Il contagio fu rapido e oltre mezzo milione di haitiani contrassero l’infezione.

Successivamente al catastrofico uragano Matthew, che nel 2016 piegò ulteriormente il paese caraibico, il numero di casi sospetti di colera aumentò nuovamente. Tuttavia, dal 27 maggio di quest’anno, il ministero della salute di Haiti ha riferito 6.762 casi sospetti, rispetto ai 16.822 allo stesso tempo dello scorso anno.

La campagna di vaccinazione che è stata condotta dalla Pan American Health Organization (PAHO) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha ottenuto ottimi risultati e dovrebbe raggiungere l’85% del target – circa 700.000 persone entro la fine di questo mese. La prossima campagna, prevista per l’ultimo trimestre del 2017, mira a vaccinare 2.6 milioni di persone nelle aree più vulnerabili del paese.

Non si può combattere una battaglia senza disporre dei mezzi appropriati. C’è la necessità di sviluppare una strategia globale di raccolta fondi per ricercare ulteriori contributi volontari da parte degli Stati membri.

di B.F.