In Rwanda si sperimentano i droni salvavita

8 Giugno 2017, Jonathan W. Rosen riporta sul MIT technology Review la sperimentazione di droni – Zipline – per il trasporto di sacche di sangue, iniziata a fine 2016, nel Distretto Ospedaliero di Kabgayi in Rwanda.

La sperimentazione in atto, sviluppatasi grazie ad un accordo tra il governo del Rwanda e l’impresa della Silicon Valley produttrice del drone Zipline, prevede la consegna via aerea di sacche di sangue, impiegate per le trasfusioni durante operazioni chirurgiche, parti complicati o per il trattamento delle anemie gravi, comuni nelle zone malariche.

Le consegne delle sacche di sangue effettuate mediante i droni costituiscono uno dei tanti possibili impieghi di questo nuovo mezzo ad alta tecnologia, la cui produzione e commercio stanno avendo un notevole sviluppo. Dopo il loro uso per le consegne di prodotti alimentari principalmente, il mondo dei droni si è aperto all’ambito medico, promuovendo la consegna regolare di prodotti medici di emergenza, divenendo quindi utili strumenti salvavita.

I droni Zipline sono dotati di ali fisse per resistere a condizioni meteo avverse, nonché di un navigatore satellitare per dirigerlo correttamente. Accuratezza e precisione sono indispensabili, per evitare il rischio di caduta dei pacchi.

Benché la sperimentazione sia solo agli inizi i risultati sono già visibili. In passato per l’approvvigionamento delle sacche di sangue si compivano lunghi ed estenuanti viaggi di quattro ore per raggiungere Kigali, la capitale, distante circa 60 chilometri dalla sede del Distretto di Kabgayi. Ciò comportava notevoli ritardi o ancor peggio l’impossibilità di prestare assistenza sanitaria. Oggi è sufficiente che i tecnici di laboratorio effettuino un ordine con uno smartphone al centro di distribuzione di Zipline, situato a soli cinque chilometri dall’ospedale, e entro quindici minuti avviene la consegna tramite il drone.

Espori Kajibwami, chirurgo e direttore dell’Ospedale di Kabgayi si dimostra molto soddisfatto di questo efficiente metodo di consegna e dichiara: “prima dello Zipline avere disponibilità di sangue era un problema. Nei casi di emergenza infatti l’Ospedale era costretto a trasferire il paziente o nella struttura più vicina a Kigali o farlo attendere fino all’arrivo della sacca per trasfondere”.

Attraverso una rete di operatori sanitari che cooperano insieme in diverse attività – monitoraggio del drone, ricezione delle sacche di sangue e il loro impiego in sala operatoria – è possibile tracciare centinaia di emergenze sanitarie in tutto il paese. Finora riuscire a raggiungere questi pazienti ed effettuare per tempo il corretto trattamento risultava economicamente proibitivo e logisticamente impossibile. Il progetto di Zipline per il Rwanda prevede oltre alla consegna di sacche di sangue, anche quella di vaccini, di farmaci per il trattamento dell’HIV, della tubercolosi e della malaria, di contraccettivi e di kit per test diagnostici.

Di recente una lista di Governi ha espresso interesse per la tecnologia Zipline e la compagnia ha già concluso un accordo con il Ministro della Difesa e dell’Aviazione Civile della Tanzania per la promozione e il lancio del progetto.

Zipline sceglie con attenzione le future destinazioni dei suoi progetti, dando priorità ai paesi che offrano la possibilità di garantire un notevole impatto sociale, siano disposti ad effettuare i cambiamenti normativi e che possano sostenere l’impegno finanziario.

di L.G.

HAITI – L’ONU lancia l’appello: per combattere il colera bisogna aumentare le risorse

Il 14 giugno 2017 il vice segretario generale delle Nazioni Unite (ONU) Amina Mohammed ha invitato gli Stati membri a finanziare la nuova strategia per contrastare la grave epidemia di colera ad Haiti.

“Senza risorse aggiuntive, senza la volontà politica e il sostegno finanziario, abbiamo solo buone intenzioni e belle parole” ha dichiarato A. Mohammed.

“Non abbiamo fatto abbastanza e ne siamo profondamente dispiaciuti” ha affermato lo scorso dicembre l’allora segretario generale Ban Ki-moon davanti all’assemblea generale dell’ONU.

Il nuovo approccio presentato dalle Nazioni Unite consta di due fasi:

  • l’intensificazione degli sforzi al fine di ridurre la trasmissione dell’agente patogeno (il vibrione del colera), migliorando l’accesso alle cure sanitarie e all’acqua potabile;
  • l’assistenza e supporto alle comunità.

Il colera è un’infezione enterica acuta causata dall’ingestione del batterio Vibrio cholerae presente in acque o alimenti contaminati da materiale fecale.
Nella sua forma più grave, l’infezione è caratterizzata da un’improvvisa insorgenza di diarrea acquosa acuta che può portare alla morte per grave disidratazione.

Ad Haiti, uno dei paesi più poveri al mondo, la devastante epidemia di colera si diffuse in seguito al tragico terremoto del 2010. Per un’ironia della sorte, l’agente patogeno venne importato da alcuni componenti dei Caschi Blu provenienti dal Nepal – Paese dove il colera è endemico. Il contagio fu rapido e oltre mezzo milione di haitiani contrassero l’infezione.

Successivamente al catastrofico uragano Matthew, che nel 2016 piegò ulteriormente il paese caraibico, il numero di casi sospetti di colera aumentò nuovamente. Tuttavia, dal 27 maggio di quest’anno, il ministero della salute di Haiti ha riferito 6.762 casi sospetti, rispetto ai 16.822 allo stesso tempo dello scorso anno.

La campagna di vaccinazione che è stata condotta dalla Pan American Health Organization (PAHO) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha ottenuto ottimi risultati e dovrebbe raggiungere l’85% del target – circa 700.000 persone entro la fine di questo mese. La prossima campagna, prevista per l’ultimo trimestre del 2017, mira a vaccinare 2.6 milioni di persone nelle aree più vulnerabili del paese.

Non si può combattere una battaglia senza disporre dei mezzi appropriati. C’è la necessità di sviluppare una strategia globale di raccolta fondi per ricercare ulteriori contributi volontari da parte degli Stati membri.

di B.F.

L’OMS lancia l’allarme: diffusi e in aumento gli abusi agli anziani

15 Giugno 2017 – Oggi è la Giornata Mondiale di Sensibilizzazione sugli abusi agli anziani.

In un mondo che continua ad invecchiare, circa 1 anziano su 6 sperimenta una qualche forma di abuso, cifra in crescita rispetto a quanto stimato e previsto in precedenza.

In un nuovo studio, sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e pubblicato su The Lancet Global Health, è emerso che quasi il 16% degli over 60 anni sono soggetti ad abusi psicologici (11,6%), abusi finanziari (6,8%), stato di abbandono (4,2%), abuso fisico (2,6%) o abuso sessuale (0,9%). La ricerca raccoglie i dati da 52 studi di 28 Paesi, di cui 12 sono Paesi a basso e medio reddito.

“L’abuso di persone anziane è in aumento, questo ha gravi costi individuali e sociali per i 141 milioni di anziani in tutto il mondo”, afferma Alana Officer, consulente di salute dell’OMS. “Dobbiamo fare molto di più per prevenire e rispondere all’aumento delle diverse forme di abuso”, che hanno un impatto sulla salute e il benessere dell’anziano. Sottolineando che “Nonostante la frequenza e le gravi conseguenze sanitarie, l’abuso degli anziani rimane uno dei tipi di violenza meno studiati ed affrontati nelle indagini e nei piani nazionali”.

Vi è quindi la necessità di informare e sensibilizzare su questo argomento, considerato finora un tabù.

Secondo le stime, entro il 2050, nel mondo il numero di persone ultra 60enni raddoppierà, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, raggiungendo i 2 miliardi. Se la percentuale di anziani vittima di abusi rimanesse costante, il numero di persone interessate aumenterà rapidamente a causa dell’invecchiamento della popolazione, crescendo a 320 milioni di vittime entro il 2050.

Il Dr Etienne Krug, direttore del Dipartimento di gestione delle malattie non comunicabili, disabilità, violenza e prevenzione delle lesioni dell’OMS dichiara che “i governi devono proteggere tutte le persone dalla violenza. Dobbiamo lavorare per mettere in evidenza questa sfida sociale e per attuare le necessarie misure preventive”.

In questi termini, nel maggio del 2016 – durante l’Assemblea Mondiale della Sanità – i ministri della sanità hanno promosso il piano d’azione dell’OMS per l’Invecchiamento e la Salute.

La strategia comprende il miglioramento degli studi epidemiologici, in particolare nei paesi a basso e medio reddito, dove i dati sono ancora scarsi e lo sviluppo di azioni preventive per rispondere efficacemente a questa tematica.

di B.A.

DONA IL SANGUE, DONALO ORA, DONALO SPESSO

14/06/2017 – Oggi è la Giornata mondiale del donatore di sangue.

I disastri naturali e gli incidenti sono eventi imprevedibili. Ogni calamità può colpire un numero più o meno elevato di persone, ma spesso, molte di queste hanno bisogno di sangue. Cosa fare?

“Non aspettare che un incidente avvenga. Dona il sangue. Donalo ora. Donalo spesso” è questo lo slogan della campagna 2017 promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in favore della donazione di sangue, incentrata sulla donazione durante le emergenze.

Il sangue è una risorsa non sostituibile e rapidamente esauribile, che continua a non essere sufficiente per le necessità di tutti i pazienti. E’ quindi fondamentale per ogni paese poter contare su una raccolta di sangue costante e regolare.

Ogni anno, nel mondo, vengono raccolte oltre 112 milioni di donazioni di sangue. Oltre la metà provengono da Paesi ad alto reddito, dove vive complessivamente solo un quinto della popolazione mondiale. Il 30% delle donazioni mondiali proviene da donne.

I donatori possono essere su base volontaria (non retribuiti), familiari o conoscenti della persona che ha bisogno del sangue, oppure donatori pagati. Un approvvigionamento adeguato e affidabile di sangue può però essere garantito solo tramite una base solida di donatori regolari, volontari, non retribuiti. Questi donatori sono anche il gruppo più sicuro, quello che porta minore rischio di infezioni post-trasfusionali.

Nel mondo 74 paesi ottengono oltre il 90% delle loro riserve di sangue tramite donazioni su base volontaria, di questi 39 sono paesi a reddito elevato, 26 paesi a medio reddito e 9 sono paesi a basso reddito. D’altra parte, sono ancora molti i paesi del mondo in cui oltre il 50% delle donazioni viene retribuita o garantita da familiari/conoscenti al momento del bisogno.

E’ importante comunque sottolineare come negli ultimi anni si stia assistendo ad un aumento globale di donatori su base volontaria e ad una riduzione dei donatori su base retribuita.

Nei paesi a reddito elevato, i pazienti trasfusi appartengono più frequentemente al gruppo degli over 65 e le trasfusioni vengono effettuate soprattutto come terapia di supporto di caso di chirurgia cardiovascolare e poli-traumi, oltre che in pazienti affetti da patologie neoplastiche. Nei paesi a basso e medio reddito invece, il sangue è utilizzato soprattutto nella gestione delle complicanze post partum e degli stati di grave anemia infantile (fino al 65% delle trasfusioni sono effettuate in bambini con meno di cinque anni).

L’OMS raccomanda che il sangue proveniente da ogni donazione sia controllato per escludere la presenza di infezioni prima dell’uso. Lo screening per HIV, epatite B e C e sifilide dovrebbe essere ovunque obbligatorio. Tra i paesi che forniscono dati in merito, ve ne sono ancora 13 che non effettuano i test per 1 o più delle condizioni sopra elencate.

Hai tra i 18 e I 60 anni? Recati al centro trasfusionale più vicino a casa tua. Verrai sottoposto ad una visita per accertare il tuo stato di salute e la tua idoneità alla donazione.
“Dona il sangue, donalo ora, donalo spesso”.

 

                                                                                                                                                                          di L.D.

Avvelenamento alimentare colpisce 800 sfollati in un campo profughi di Mosul

13 giugno 2017 – In un campo per sfollati presso la città irachena di Mosul, centinaia di persone sono state intossicate e un bambino è morto a causa di un sospetto avvelenamento alimentare. I sintomi, quali vomito e disidratazione, sono accorsi al termine della cena consumata dopo la giornata di digiuno per il Ramadan.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), ha dichiarato circa 800 casi registrati, 200 dei quali sono stati portati in ospedale.

“Abbiamo sentito forti dolori allo stomaco non appena abbiamo mangiato, ci mancava il respiro e poi abbiamo visto che anche tutti i nostri vicini erano sofferenti allo stesso modo” ha testimoniato una donna del campo.

L’UNHCR ha dichiarato di essere estremamente preoccupato. “Il personale sta lavorando per coordinare la risposta con altre agenzie e le autorità competenti al fine di assicurare un trattamento sanitario rapido,” ha affermato.

Il cibo consumato in quell’occasione, contenente fagioli, pollo e yogurt, è stato preparato in un ristorante di Irbil e portato in campo da una organizzazione benefica del Qatar, ha specificato l’agenzia di stampa Rudaw. Il proprietario del ristorante è stato arrestato.

Il campo è uno dei 13 costruiti dall’UNHCR nella zona di Mosul per far fronte alle persone che fuggono dalle città e dai villaggi circostanti, attualmente ospita 6.235 persone.

NUOVA LISTA FARMACI ESSENZIALI OMS: novità importanti per gli antibiotici

Trenta nuovi farmaci sono stati aggiunti alla lista dei farmaci essenziali per gli adulti -giunta alla ventesima versione – e venticinque sono stati aggiunti alla lista pediatrica – giunta alla sesta edizione.

Alcune importanti aggiunte includono antibiotici (tra cui cefalosporine di quarta e quinta generazione), due trattamenti  per leucemia da assumere per via orale, una nuova combinazione a dose fissa per l’epatite C, un nuovo trattamento per l’HIV l’associazione Atazanavir + ritonavir) e un farmaco più antico, il tenofovir, che può essere assunto per prevenire l’infezione da HIV in persone ad alto rischio. Inoltre vengono aggiunte nuove formulazioni pediatriche di medicinali per la tubercolosi e due farmaci da usare nella terapia del dolore in caso di cancro.

La novità più importante riguarda gli antibiotici, che in questa nuova edizione compaiono classificati in tre diverse categorie di nuova creazione al fine di attuare una gestione più consapevole e di ridurre la resistenza antimicrobica:

  • “ACCESS” – antibiotici di prima e seconda scelta per il trattamento empirico delle più comuni sindromi infettive;
  • “WATCH” – antibiotici con potenzialità di resistenza più elevata, il cui utilizzo come prima e seconda scelta terapeutica dovrebbe essere limitato e
  • “RISERVA” – antibiotici da utilizzare principalmente come opzioni di trattamento in extrema ratio.

di A.C.

Siria: riportati nuovi casi di Poliomielite

Un focolaio di Poliomielite è stato confermato in Siria, nell’area di Deir al-Zor, in parte sotto il controllo dello Stato Islamico. Si tratta dei primi casi segnalati in Siria dal 2014, come dichiarato giovedì 8 giugno da un portavoce dell’Iniziativa Globale per l’Eradicazione della Poliomielite e dall’OMS.

Si tratta di una notizia che colpisce duramente le speranze di giungere in tempi brevi all’eradicazione della malattia a livello globale.

La poliomielite è una grave patologia virale che colpisce il sistema nervoso centrale, in particolare i motoneuroni del midollo spinale, e può causare paralisi irreversibile nel giro di poche ore.

L’iniziativa Globale di Eradicazione della Polio è stata lanciata nel 1988, anno in cui furono registrati circa 350 000 casi di polio, in oltre 125 paesi del mondo. Da allora, molti sforzi sono stati compiuti per portare il numero dei casi a zero. Nel 2001 sono 20 i paesi polio-endemici, mentre, ad oggi, il virus selvaggio circola solo in due paesi: Pakistan e Afghanistan. Tuttavia, in aree di guerra dove sono indeboliti i servizi di prevenzione e in aree dove la copertura sanitaria è comunque scarsa possono emergere casi di polio da vaccino, dato che le feci delle persone vaccinate possono infettare soggetti non vaccinati.

Il virus è stato trovato nelle feci di due persone che avevano iniziato a mostrare segni di paralisi e in quelle di un bambino sano.

Nei mesi di marzo ed aprile erano state condotte due campagne vaccinali proprio nella zona di Deir al-Zor, ma la copertura era stata limitata, a causa dei problemi di sicurezza dell’area.

di L.d.M.

La salute da diritto a profitto? La privatizzazione strisciante dei servizi sanitari in Europa

Corporate Europe ha appena pubblicato “Creeping Privatisation of Health Care in the European Union” una attenta analisi dei meccanismi politici e di mercato  che stanno accrescendo le disuguaglianze e conducndo alla privatizzazione delle cure di base.

Tra le questioni più dibattute in tema di salute vi è quella relativa al progressivo processo di trasformazione dei sistemi sanitari in seguito alla promozione e alla successiva implementazione di politiche cosiddette neoliberiste o neomanageriali, le quali si basano sui seguenti capisaldi: privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione.

Tali politiche, che si rifanno all’approccio del New Management, si fondano sul principio secondo cui “il privato è meglio”. Con questa teoria stanno “colpendo” numerosi settori del sistema dei servizi pubblici (oltre alla sanità, pensiamo per esempio al sistema dei trasporti, all’assistenza sociale, per arrivare addirittura all’istruzione) mirando a indebolire e confinare il potere dello Stato, finora riconosciuto come principale soggetto garante di protezione sociale nonché promotore di servizi per i cittadini.

Efficienza, efficacia, economicità sono divenute le tre parole chiave che guidano il complesso sistema che va dalla costruzione di strutture, alla fornitura di servizi, passando per la progettazione e successiva implementazione di progetti ed interventi.

All’interno dell’Unione Europea i paesi membri differiscono per la configurazione dei loro sistemi sanitari e si distinguono tra quelli basati sugli schemi di assicurazione sanitaria e quelli definiti universalistici, ossia finanziati dalla fiscalità generale. Entrambi sono stati oggetto di politiche e pressioni politiche a livello europeo che hanno creato le condizioni favorevoli per una progressiva affermazione e dominio nel settore sanitario di imprese del settore privato.

La tendenza comune sembra dunque essere un orientamento verso la privatizzazione dell’assistenza sanitaria, realizzato prima di tutto mediante il processo di “mercatizzazione” (“marketisation”) dei servizi, con il potere sempre più influente detenuto dalle lobby del mercato sanitario, nonché attraverso la configurazione di partenariati pubblico-privati (i cosiddetti PPP).

Il processo di “mercatizzazione” consiste nella creazione di mercati interni in materia di salute a livello nazionale o nell’ambito del mercato unico UE. Esso comprende l’outsourcing, ovvero l’esternalizzazione di servizi e la concorrenza tra i vari fornitori dei servizi.

I PPP riguardano invece delle vere e proprie collaborazioni, alleanze tra il settore pubblico e le aziende private promosse con l’intenzione dichiarata di tagliare la spesa pubblica per la sanità e aumentare la qualità dei servizi forniti, fondate sull’idea secondo la quale “il business sa e sa fare meglio”.

Quale ruolo riveste l’Unione Europea in tale contesto economico-politico? Ma soprattutto quali sono gli effetti, le conseguenze che tale profondo cambiamento in atto ha comportato e sta comportando?

Con riferimento alla prima questione l’aspetto problematico che sta alla base riguarda la duplice accezione attribuibile alla sanità, la quale si può definire sia come garanzia di promozione del diritto alla salute, sia come una vera e propria attività economica a tutti gli effetti: comporta un profitto, ed è soggetta, al pari di ogni altra attività economica alle norme europee che disciplinano il mercato interno (libera circolazione, delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi). È proprio su questa sua “natura” di attività economica che le imprese del settore privato fanno leva, sentendosi libere e legittimate ad intervenire, aprendo un annoso dibattito che riguarda l’attribuzione della competenza in materia di sanità: nazionale, europea o dei privati.

Nel contesto contemporaneo di forte crisi economica si è modificata radicalmente la natura dell’intervento dell’Unione Europea nell’ambito delle riforme del settore sanitario: come evidenziato da molti commentatori e studiosi si è passati da una soft law di semplici “consigli” e raccomandazioni per promuovere pratiche di condivisione, a vere e proprie “istruzioni” e al ruolo sempre più determinante delle riforme sanitarie imposte ai singoli stati membri per tagliare la spesa pubblica, vincolate alla concessione di fondi strutturali e di investimento.

Per quanto concerne l’insieme degli effetti che conseguono al processo di trasformazione della sanità si possono fare le seguenti considerazioni.

Anzitutto i primi “segni” di tale cambiamento sono visibili nelle condizioni di lavoro di professionisti e operatori sanitari: si registrano infatti una notevole riduzione e a volte veri e propri tagli al personale, carichi di lavoro maggiori, riduzione delle retribuzioni, nonché maggior condizioni di stress che incidono in modo negativo sulla qualità della cura fornita.

Gli effetti più consistenti riguardano l’aumento della diseguaglianza tra i pazienti rispetto alla possibilità di cura, nell’accesso alle cure e in generale l’erosione della natura pubblica delle cure sanitarie.

Si sta assistendo ad un meccanismo profondamente ingiusto per cui hanno meno possibilità di curarsi i pazienti a più alto rischio o che necessitano di cure di emergenza e poveri (solitamente sono anziani, o persone molto giovani, persone con malattie mentali o malati cronici). Questi sono inoltre meno propensi (in quanto non dotati di risorse sufficienti) a ricorrere all’assistenza sanitaria transfrontaliera, garantita e promossa dalle condizioni e dalle regole di libero mercato esistenti.

A fronte della prospettiva di creazione di un mercato unico dei servizi sanitari profondamente concorrenziale e per evitare la progressiva configurazione di un sistema che pone i profitti prima dei pazienti, e la concorrenza prima della cooperazione, a scapito della cura delle persone è necessario quindi salvaguardare e promuovere la salute come diritto universale e non come una merce per il business e il mercato da cui trarre profitto.

A questo proposito sembra esserci a livello globale qualche movimento di resistenza: il 7 aprile 2017 in occasione della Giornata Mondiale della Salute si sono tenute numerose mobilitazioni promosse dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale.

I principali messaggi veicolati sono stati: “la nostra salute non è in vendita” e “la salute è per tutti e non soltanto di coloro che possono pagare”.

Oltre ai messaggi sono state rivendicate le seguenti esigenze: fine delle politiche di austerità, finanziamento pubblico e collettivo dei servizi sanitari, promozione di investimenti nella sanità pubblica, esclusione dei servizi pubblici (come la sanità) dalla liberalizzazione.

La speranza è che tali esigenze trovino in qualche modo ascolto, rispetto, riscontro e risposta nel complesso panorama politico-economico europeo e mondiale, o il rischio di un disfacimento della sanità pubblica potrebbe diventare sempre più alto.

Tale disfacimento infatti sembra essere molto “semplice” da realizzare, come spiegato da Noam Chomsky, “la tecnica standard per la privatizzazione della sanità è: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente e la consegnerai al capitale privato”.

di L.G.

La pillola: sessant’anni di lotta e le conseguenze della “gag rule”

Il 5 giugno ricadeva il 60esimo anniversario dell’approvazione della pillola per il trattamento dei disturbi mestruali da parte della Food and Drug Administration, degli Stati Uniti d’America.

Un anniversario importante che permette di riflettere sui progressi e sui benefici, ma anche sulla continua battaglia per l’accesso ai contraccettivi – farmaci che nell’uso comune hanno assunto la denominazione di “pillola”.

La pillola, fu creata inizialmente per trattare disturbi mestruali, ma presto si vide  che poteva essere utilizzata anche come contraccettivo.  Questo uso però rimase a lungo un tabù. Trascorsero tre anni prima che i medici potessero prescriverla come contraccettivo e un decennio perché le donne la potessero ottenere prima del matrimonio.

La pillola ha assunto e assume un’importanza rilevante nel mondo, considerando che il mercato di farmaci contraccettivi nel 2015 ha fatturato più di 6,1 miliardi di dollari a livello globale e soprattutto osservando la trasformazione apportata alle società, almeno in quelle in cui il farmaco è accessibile. Ad esempio è stato dimostrato un aumento dell’istruzione e dei guadagni per le donne negli Stati Uniti e in Europa occidentale. In un rapporto del 2007 che analizzava i dati degli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti, è emerso un aumento del 17% delle donne iscritte all’università negli Stati dove la pillola veniva prescritta a 18 anni rispetto a quelli in cui era proibita fino ai 21 anni. Altro interessante cambiamento è stato il rallentamento della crescita della popolazione, esempio emblematico è il Bangladesh dove nel 1970 la media di figli per donna era pari a sette, mentre oggi è due.

Nonostante questi miglioramenti tangibili, rimangono grandi lacune nell’accesso, associate al sessismo, alla povertà, ai tabù culturali e attualmente anche alla politica.

In Sudafrica ad esempio, i contraccettivi sono legalizzati da lungo tempo, ma le giovani donne si lamentano della difficoltà nel parlare di sessualità da parte delle infermiere nelle cliniche di salute riproduttiva. Sempre in Sudafrica le gravidanze in età adolescenziale sono pari al 4,4%, dato associato all’elevata incidenza di HIV, una tra le più alte al mondo. Proprio per questo motivo i laboratori per HIV offrono spesso anche assistenza alla salute riproduttiva.

La difficoltà all’accesso è stata accentuata anche dalla recente “gag rule” messa in atto dal presidente statunitense Donald Trump, ovvero una regola che limita o proibisce di trattare alcuni argomenti da parte di organi legislativi o di governo. Il ripristino di questa politica conservativa fa sì che i fondi statunitensi per lo Sviluppo Internazionale non vengano più investiti in nessuna organizzazione che lavori all’estero e che tratti di aborto.

I tagli di bilancio proposti al Dipartimento di Stato e all’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale riducono i fondi ai servizi che forniscono contraccettivi per le donne nei paesi in via di sviluppo di circa 523 milioni di dollari. Una relazione dell’Istituto Guttmacher, stima che per ogni 10 milioni di dollari non investiti sulla pianificazione familiare, 433.000 donne in meno riceveranno contraccettivi, ciò provocherà 128.000 gravidanze non intenzionali. Studi hanno dimostrato che il risultato di questa politica si tradurrà nell’aumento della pratica di aborti, che spesso essendo inaccessibili vengono effettuati illegalmente.

Chissà se oggi l’infermiera Margaret Sanger – fondatrice della Planned Parenthood – sarebbe più orgogliosa del miglioramento apportato alla vita di milioni di donne dalla pianificazione familiare, o sarebbe profondamente delusa nel sapere che, dopo un secolo, milioni di donne non hanno ancora accesso ai contraccettivi per mancanza di volontà politica.

di B.A.

In Yemen è in corso un’epidemia di Colera senza precedenti

31 Maggio 2017- In un paese esanime dopo due anni di conflitto, in cui le strutture sanitarie sono state distrutte, il Fondo per le Nazioni Unite per i Bambini (UNICEF) sta aumentando gli interventi di risposta, ma ha avvertito che “il tempo sta per scadere”.

“Ogni giorno, in Yemen, sempre più bambini muoiono per cause prevenibili come la malnutrizione e l’infezione da colera”, ha dichiarato Geert Cappelaere, direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il colera è un’infezione enterica acuta causata dall’ingestione del batterio Vibrio cholerae presente in acque o alimenti contaminati da materiale fecale.
Nella sua forma più grave, l’infezione è caratterizzata da un improvvisa insorgenza di diarrea acquosa acuta che può portare alla morte per grave disidratazione.
Legata all’accesso insufficiente all’acqua sicura e alla sanità adeguata, l’impatto dell’epidemia può essere ancora più drammatico in aree in cui le infrastrutture sanitarie sono state distrutte. Il conflitto ha causato il totale crollo dei servizi sanitari, solo il 45% delle infrastrutture del paese è funzionante, ma vulnerabile alle gravi carenze di medicinali, attrezzature e personale. Un ulteriore fattore di rischio è il sovraffollamento, conseguente lo spostamento massiccio di comunità sfollate in ricerca di riparo.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, nel paese sono stati segnalati più di 65.000 casi sospetti, di cui circa 10.000 sono stati segnalati solo nelle ultime 72 ore.
Il numero dei casi è destinato ad aumentare.

Per trattare più di 50.000 persone, l’UNICEF sta inviando tre aeromobili che trasportano materiale di salvataggio, tra cui medicinali, sali di reidratazione orale (ORS) e liquidi per la reidratazione endovenosa. Inoltre, è attivo in programmi di fornitura d’acqua potabile clorata.

“Per controllare l’epidemia, non basta semplicemente trattare coloro che raggiungono le strutture mediche. Dobbiamo affrontare la fonte della malattia, migliorando l’accesso all’acqua pulita e la sanità” ha affermato Ghassan Abou Chaar di MSF in Yemen.

di B.F.