ECLAC/WFP. In America Latina un “doppio carico” di denutrizione e obesità che costa miliardi

Il 24 aprile, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) e il Programma Alimentare Mondiale (WFP) hanno pubblicato i risultati della ricerca congiunta tesa a stimare le perdite di produttività, salute e istruzione in Cile, Ecuador e Messico.

Secondo la ricerca “The Cost of the Double Burden of Malnutrition: Social and Economic Impact”, l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, noto come il “doppio carico della malnutrizione”, è costato miliardi di dollari alle economie dell’America Latina.

Il rapporto evidenzia come la malnutrizione – intesa sia come denutrizione che sovrappeso/obesità -abbia un impatto negativo sulle malattie, sui tassi di mortalità, sulla produttività e sulle prestazioni educative, con enormi conseguenze economiche per i soggetti affetti, per le comunità e i paesi.

Secondo lo studio, come conseguenza della malnutrizione il prodotto interno lordo (PIL) di ciascun paese si starebbe riducendo di anno in anno, con perdite stimate a 500 milioni di dollari in Cile, 4,3 miliardi di dollari in Ecuador e 28,8 miliardi di dollari in Messico, che rappresentano rispettivamente lo 0,2%, il 4,3% e il 2,3% del PIL.

“Negli ultimi dieci anni in molti paesi a reddito medio sono stati fatti grandi progressi nella riduzione della denutrizione. Nonostante il problema persista, adesso assistiamo ad una contemporanea presenza di denutriti e di soggetti in sovrappeso all’interno delle stesse famiglie”, ha detto il Direttore Regionale del WFP, Miguel Barreto.

Le stime sono spaventose: nonostante la denutrizione sia in diminuzione, la sovranutrizione è divenuto un grande problema sociale ed economico nella regione. Tra il 2014 e il 2018 si valuta che, il sovrappeso e l’obesità, costeranno in media all’anno 1 miliardo di dollari in Cile, 3 miliardi di dollari in Ecuador e 13 miliardi di dollari in Messico.

Lo studio raccomanda misure governative di educazione alimentare e programmi di attività fisica. È necessario inoltre incoraggiare l’industria alimentare a lavorare con i governi per garantire la produzione, la disponibilità e l’accessibilità a prodotti alimentari più sani e a svolgere un ruolo positivo e responsabile nell’educare i consumatori a scelte salutari.

https://www.wfp.org/news/news-release/double-burden-undernutrition-and-obesity-cost-latin-america-billions-says-new-repo

di Benedetta Armocida

Una nuova epidemia? Per prevenirla bastano igiene e un paio di scarpe

Il 10 aprile 2017 sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene è stato pubblicato uno studio sulla misteriosa epidemia di elefantiasi sviluppatasi nel distretto di Kamwenge, in Uganda occidentale. Lì dove si era sospettato un evento epidemico ed improvviso di elefantiasi parassitaria, si è invece diagnosticata la podoconiosi, forma rara di elefantiasi non infettiva. Ma non chiamatela “tropicale”!

Non ha infatti nulla a che vedere con la latitudine la podoconiosi, dal greco “podos” e “konos” che significa “piede” e “polvere”, una malattia invalidante però negletta, su base non infettiva, determinata dalla prolungata esposizione dei piedi nudi ad irritanti minerali del suolo vulcanico.

I minuscoli cristalli minerali appuntiti, contenuti nel suolo vulcanico, possono infatti penetrare nella cute dei piedi e in alcune persone attivare un processo infiammatorio, che a lungo termine produce un accumulo di tessuto cicatriziale, che a sua volta va a bloccare i vasi linfatici e determina linfedema severo e ulcere agli arti inferiori. È una patologia cronica con maggiore prevalenza in alcune zone dell’Uganda orientale, ma soprattutto in Etiopia, dove, come stima l’OMS, si contano almeno 1 milione di persone affette.

Quando nel 2015 è stata annunciata la possibilità di un’epidemia di elefantiasi, nel Kamwenge, un team del ministero, dell’ufficio regionale dell’OMS e l’Università di Makerere hanno iniziato ad indagare.

Nonostante le persone affette presentassero edema dolente agli arti inferiori e ulcere, segni tipici di filariasi, non vi erano evidenze microscopiche di parassitosi. Dopo aver esaminato la storia medica di 52 soggetti, identificati come casi sospetti, gli scienziati sono giunti alla conclusione che si trattava di una forma di elefantiasi cronica su base non infettiva, escludendo la possibilità di un’epidemia acuta.

“Le persone possono soffrire di podoconiosi, una malattia non infettiva, per decenni prima che diventi ovvia l’evoluzione in elefantiasi,” ha detto Christine Kihembo, epidemiologa del Ministero della Sanità ugandese e principale autore dello studio. “Molte persone affette in Uganda occidentale probabilmente soffrivano silenziosamente senza chiedere alcun aiuto per più di 30 anni.”

Gli scienziati hanno concluso che “è stata scoperta una patologia cronica negletta che negli ultimi 30 anni aveva assunto un’incidenza annua relativamente stabile”.

In accordo con lo studio, l’età media alla diagnosi era 48 anni, ma essendo una patologia ad andamento progressivo, l’esposizione inizia sin dalla giovane età.

Dati hanno dimostrato che il modo migliore e semplice per prevenire la podoconiosi sia curare l’igiene personale e indossare scarpe durante il lavoro nei campi – 93% dei soggetti in esame lavorava scalzo. Di conseguenza, nella regione, è iniziata una campagna educativa di sanità pubblica, per informare la comunità sulle cause di sviluppo della malattia e come prevenirla.

“È sicuramente una sfida far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’igiene dei piedi tra persone di una comunità povera e rurale, dove ci sono molti disagi e andare a piedi nudi non è generalmente uno tra questi” dice Kihembo; ribadendo la necessità di una diagnosi precoce per evitare di raggiungere un “punto di non ritorno” in cui l’edema non può più essere invertito e “le persone finiscono per essere isolate e stigmatizzate per la malattia e possono sviluppare infezioni secondarie a causa delle ulcere cutanee, le quali causano un ulteriore deperimento nella salute e nelle loro capacità di essere membri produttivi della comunità”.

http://www.ajtmh.org/content/journals/10.4269/ajtmh.16-0932

di Benedetta Armocida

Le malattie non trasmissibili tra salute pubblica e interessi privati: l’affermarsi del modello multistakeholder

salute5_bassaChiara Di Girolamo, Alice Fabbri

“Preferirei essere malato di AIDS piuttosto che di diabete”. Con queste sconvolgenti parole pronunciate da un uomo cambogiano Deborah Co- hen, editor del British Medical Journal, apre un articolo sul tema delle malattie non trasmissibili svelando il paradosso che le caratterizza. Se da un lato tali patologie rappresentano ormai il principale carico di ma- lattia a livello globale e sono largamente responsabili delle crescenti disuguaglianze in salute, dall’altro ricevono ancora limitata attenzione e scarsi finanziamenti – soprattutto nei Paesi a risorse limitate – rispet- to alle più famose big three: AIDS, malaria e tubercolosi. Dai dati del Global Status Report on Non-Communicable Diseases si apprende in- fatti che “dei 57 milioni di decessi che si sono verificati a livello mon- diale nel 2008, 36 milioni – quasi due terzi – erano dovuti a malattie non trasmissibili, principalmente patologie cardiovascolari, tumori, diabete e malattie polmonari croniche”. Il rapporto sottolinea inoltre come il carico di malattie non trasmissibili stia crescendo più veloce- mente tra i Paesi a basso reddito; significativo in questo senso il fatto che in Africa Subsahariana le donne hanno una probabilità di morire o andare incontro a disabilità a causa di malattie non trasmissibili quattro volte maggiore rispetto alle donne che vivono in Paesi ad alto reddito.3
Questi dati contribuiscono a scardinare il luogo comune secondo il quale le malattie croniche sono tipiche dei Paesi ricchi e legate all’opu- lenza e al benessere, e richiamano l’attenzione sul fatto che i Paesi a basso reddito si trovano oggi ad affrontare il cosiddetto “doppio carico di malattia”, rappresentato da una critica combinazione di malattie tra- smissibili e non trasmissibili……. Leggi il seguito

Scarica il dodicesimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “La Commissione su macroeconomia e salute”

8th Global Conference on Health Promotion

HinallPSi è da poco conclusa a Helsinki, Finlandia, l’ottava Global Conference on Health Promotion (giugno 10-14 2013), appuntamento che muove i propri passi dalla storica Conferenza di Ottawa del 1986.

La Conferenza ha voluto essere la piattaforma per scambiare esperienze al fine di promuovere la Health in All Policies, identificare opportunità e barriere a questo obiettivo, confermare la diretta relazione tra salute e sviluppo, la necessità di tradurre in buone pratiche la Dichiarazione di Rio sui Determinanti Sociali di salute.

Margaret Chan, Director General dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo discorso di apertura ha lanciato un chiaro messaggio, ribadendo come il potere delle multinazionali sia uno dei maggiori ostacoli agli obiettivi di salute globale: non solamente l’industria del tabacco; “la sanità pubblica deve contendere anche con le Big Food, Big Soda, e Big Alcohol. Tutte loro temono le regolamentazioni […] …nessun paese è riuscito a invertire il trend dell’epidemia di obesità in tutti i gruppi di età. Ma questo non è un fallimento della volontà individuale. È un fallimento della volontà politica di affrontare le sfide piu grandi”.

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Globalmente è allarme obesità

0001UBL’obesità ha raggiunto livelli allarmanti, superando il peso della fame in termini di salute globale. Le malattie non trasmissibili – di cui l’obesità rappresenta la manifestazione più visibile – costituiscono ormai la principale causa di morte e disabilità nel mondo. E’ quanto si apprende dal Global Burden of Disease Study 2010,  pubblicato giovedì 13 Dicembre sulla pretigiosa rivista medica inglese The Lancet. Il rapporto, che la rivista descrive come il più grande sforzo mai fatto per descrivere sistematicamente la distribuzione globale delle cause di malattia, è stato ripreso immediatamente dalla CNN e dai maggiori media mondiali. Salvo per l’Africa Sub-Sahariana – dove la crescente obesità degli adulti si affianca ancora spesso a preoccupanti livelli di denutrizione soprattutto dei bambini – tutti i paesi del mondo sono alle prese con allarmanti tassi di obesità, il cui aumento a livello globale è stato dell’82% negli ultimi due decenni; e persino superiore al 100% in Medioriente. La causa è lo “Stile di vita occidentale”, diffusosi in tutto il mondo con le medesime conseguenze: se da un lato la vita media si è allungata, la qualità della stessa negli ultimi anni non è delle migliori. Date le proporzioni epidemiche delle malattie non trasmissibili il tema si è imposto anche all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come non accadeva dai tempi dell’allarme AIDS. Anche l’impatto economico delle malattie non trasmisibili è devastante: si stima che nei prossimi 20 anni esse graveranno sull’economia globale per 30 trilioni di dollari USA, senza considerare i 16 trilioni per la cura di problemi di salute mentale. In tempi di crisi un dato da non trascurare, che impone politiche adeguate di prevenzione (TT/EM)