#MalattieNonTrasmissibili – Prevenire agendo su fattori di rischio e determinanti sociali di salute. Lo afferma il dr. Alessandro Demaio, responsabile medico dell’OMS

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Alessandro Demaio, responsabile medico del Dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il Dr. Demaio è anche il fondatore di NCDFREE, un movimento sociale globale contro le malattie non trasmissibili (NCD, Non Communicable Diseases, gruppo di patologie che comprende malattie cardiovascolari, neoplasie, patologie respiratorie croniche, malattie mentali e diabete).

 Dr. Demaio pensa che, ad oggi, sia data abbastanza attenzione alle NCDs?

Le NCD sono un complesso gruppo di malattie, che stanno assumendo rilievo solo nell’ultimo decennio. Già il nome, che inquadra un gruppo di malattie con qualcosa che non è, fa capire come negli anni passati si sia data maggiore priorità ad altre patologie, specialmente quelle infettive. Con l’allungarsi dell’aspettativa di vita e l’industrializzazione le NCD hanno cominciato ad avere un ruolo più definito. Oggi stiamo lavorando per favorire la conoscenza di questo gruppo di malattie e sono stati effettuati grandi passi in avanti grazie all’inserimento delle NCD nell’Agenda degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS). Bisogna in ogni modo incentivare la prevenzione e l’attuazione di politiche che indirizzino ad un netto miglioramento.

Vi è la necessità di dedicarsi alla diffusione e divulgazione, educando, informando e lavorando a livello nazionale e implementando il ruolo delle politiche territoriali.

È importante creare delle strutture e strategie cui i governi possano fare riferimento, bisogna rendere consapevoli le comunità e le istituzioni che le NCD sono un grande problema di salute pubblica.

Quali sono attualmente le maggiori difficoltà riscontrate nell’intervento sulle NCD?

La complessità di intervento è dovuta alla particolare interconnessione tra le NCD e i determinanti sociali. Vi è infatti una forte interconnessione tra i fattori di rischio e le patologie, e tra queste e i determinanti sociali – tra cui la povertà, l’ambiente e in associazione ad esso l’inquinamento e il cambiamento climatico, il cibo, il livello di educazione, gli standard di vita e la disoccupazione. Oltre a ciò si è visto come altri determinanti sociali della salute – la situazione politica, lo sviluppo economico e la stabilità, le risorse naturali e ambientali e il mercato – influenzino lo svilupparsi delle NCD.

Quali sono quindi gli interventi da realizzare per intervenire concretamente sulle NCD?

La risposta ancora una volta è complessa, in quanto l’argomento include un lavoro di interazione tra settore pubblico e privato. Soprattutto in ambito politico, in situazioni vulnerabili e di instabilità, come nel caso di Paesi non democratici, è molto difficile agire. Inoltre spesso c’è una connessione anche con il modello di sviluppo. Bisogna quindi condividere e guidare le politiche urbane a livello nazionale e internazionale verso piattaforme comuni atte all’investimento verso l’impostazione di un miglioramento della qualità di vita della popolazione.

È fondamentale avere come obiettivo la riduzione delle morti per malattie prevenibili. Si stima che l’80% delle NCD siano prevenibili riducendo i fattori di rischio come il consumo di tabacco e di alcol, i grassi e il sale nella dieta, prevenendo l’obesità e promuovendo l’attività fisica, e migliorando le condizioni ambientali, come la qualità dell’aria.

Come già detto, sono un forte sostenitore dell’influenza dei determinanti sociali di salute sullo sviluppo di queste patologie. Dobbiamo concentrarci sui sistemi complessi che causano la malattia, molto prima che questa si sviluppi. Ciò significa che i professionisti sanitari e gli esperti devono lavorare con tutti i settori e in maniera tangibile. Le NCD offrono una grande piattaforma in tale contesto, perché includono una vasta gamma di patologie che hanno forti soluzioni multisettoriali. Questi includono cambiamenti nella pubblicità, nei trasporti, nel sistema alimentare. C’è quindi bisogno di un lavoro di interconnessione tra sistemi sanitari, imprese, scienza, politica e settore privato.

Si comprende quindi che non si può agire sulle NCD se non si interviene prima sui determinanti sociali di salute e sulle disuguaglianze.

intervista di Benedetta Armocida

#Nutrizione – Alimenti sani, acqua pulita e servizi sanitari accessibili a tutti sono le basi per sconfiggere la malnutrizione. Lo afferma il direttore del dipartimento per la nutrizione dell’OMS, Dr. Francesco Branca

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Francesco Branca, direttore del dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha delineato i piani dell’Organizzazione per fronteggiare le varie forme di malnutrizione e le prospettive future in ambito di nutrizione.

Dottor Branca, quale pensa sia l’impatto e il ruolo della globalizzazione e dei determinanti sociali sul double burden1 (doppio carico di malattia) in tema di malnutrizione?

Siamo passati da una situazione in cui le forme di malnutrizione erano in qualche modo polarizzate nelle diverse zone del modo – denutrizione cronica e acuta nei paesi poveri e sovrappeso e obesità in quelli ricchi – ad un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità a partire dalle prime fasi della vita anche nei paesi a medio e basso reddito. Quindi per effetto della globalizzazione abbiamo assistito ad un cambiamento dei sistemi alimentari, con il manifestarsi di una coesistenza di varie forme di malnutrizione non solo nello stesso paese, ma spesso anche nelle stesse comunità.

In passato avevamo paesi che, per motivi di reddito, di sistema produttivo e di efficienza del sistema di salute, avevano una maggiore prevalenza di forme di malnutrizione acuta (come lo stunting2, il wasting3), legate prevalentemente all’insufficienza e all’insicurezza alimentare, alle malattie trasmissibili – soprattutto quelle che provocano diarree – e ai problemi legati all’inadeguatezza delle cure parentali. Separatamente avevamo la parte di mondo ad alto reddito dove è cresciuta rapidamente la prevalenza del sovrappeso, dell’obesità e delle malattie correlate ad una dieta poco salutare.

Attualmente, per effetto della globalizzazione i sistemi alimentari si sono modificati. L’aumento dell’urbanizzazione, anche nei paesi poveri, la crescente dipendenza da alimenti trasformati industrialmente e in generale l’adozione di modelli alimentari e stili di vita più simili a quelli occidentali hanno determinato un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità anche nei paesi a medio e basso reddito.

A ciò va aggiunta la dimensione biologica. Come è emerso da diversi studi un bambino nato con basso peso – per effetto di una malnutrizione in utero – o che abbia sofferto di denutrizione cronica nei primi mesi di vita se esposto ad un ambiente alimentare più ricco di energie, in particolare di grassi e zuccheri, è più facilmente predisposto a sviluppare uno squilibrio metabolico e malattie croniche, tra cui ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e obesità.

È inoltre necessario parlare di una terza forma di malnutrizione, la carenza di vitamine e minerali – che può coesistere con gli altri due tipi. Infatti, nonostante la dieta possa essere sufficiente in termini di calorie, se poco varia e insufficiente in alimenti animali, frutta e verdura, svilupperà una malnutrizione da insufficienza di ferro, di zinco, di acido folico e dei precursori della vitamina A.

È importante quindi far passare il messaggio che attualmente nella lotta alla malnutrizione non si agisce solo sulla quantità di cibo, ma soprattutto sulla qualità.

 Ad oggi, qual è la preoccupazione maggiore in ambito di doppio carico di malattia riferito alla malnutrizione e dove è più difficile agire?

In primis, la comprensione del problema. Il riconoscimento del problema permette di descriverlo, soprattutto perché siamo abituati a lavorare con agenzie per lo sviluppo o con governi che si sono specializzati nel trattare una sola forma di malnutrizione, quella per difetto.

Poi è fondamentale la descrizione delle soluzioni. In una situazione in cui le risorse sono limitate c’è la tentazione di concentrarsi su un solo aspetto considerandolo il prevalente. Questo però a scapito della possibilità e dell’opportunità di lavorare sulle due forme simultaneamente – azione che in realtà sarebbe possibile intraprendere. In questo ambito vanno menzionati tutti quegli interventi che determinano e generano una sana alimentazione nei primi mesi di vita, come l’allattamento al seno – importante sia per prevenire la denutrizione acuta che l’obesità. Segue, l’adeguata alimentazione tra i 6 e i 24 mesi di vita, la cosiddetta alimentazione complementare, che deve avere un contenuto di nutrienti sufficienti a soddisfare i bisogni, senza eccedere. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza, in quanto nei paesi a medio reddito e in quelli in transizione anche l’alimentazione complementare è eccessivamente ricca in zuccheri, grassi e sale, con il conseguente rischio di compromettere lo stato nutrizionale fin dai primi anni di vita.

Inoltre, bisogna monitorare e correggere quegli interventi che erano stati concepiti per una forma di malnutrizione, ma che possono creare problemi all’altra, come quelli messi in atto in America Latina che avevano lo scopo di correggere la denutrizione, soprattutto quella moderata o cronica. Tra questi rientrava la distribuzione di alimenti ad alto contenuto energetico e ciò ha determinato facilmente l’aumento della prevalenza dell’obesità.

Altri esempi sono i programmi di distribuzione di alimenti nelle scuole primarie, realizzati per correggere il ritardo di crescita, ma che purtroppo hanno portato all’aumento del sovrappeso in quanto, in quella fascia di età, le possibilità di recupero per il ritardo di crescita sono più limitate. C’è allora la necessità di sviluppare programmi di trattamento della malnutrizione in maniera diversificata, a partire dal bisogno specifico.

È necessario lavorare sulla qualità e sul contenuto di vitamine e minerali, piuttosto che concentrarsi sull’apporto calorico e sulla composizione in macronutrienti, che ha portato a utilizzare cibi ad alta densità energetica ricchi di zuccheri e di grassi.

Un’altra considerazione riguarda il cambiamento del sistema alimentare. È necessario evitare la deriva verso un sistema alimentare che dipenda eccessivamente dagli alimenti industrialmente trasformati, con l’abbandono delle tradizioni alimentari, del consumo di alimenti freschi e di prodotti fatti in casa, come si è assistito nei paesi ad alto reddito.

In questo ambito il Brasile, ad esempio, sta attuando una politica strategica atta a ridurre la crescita della quota di alimenti ultra processati, che attualmente è pari a circa il 30%. A differenza di paesi come Regno Unito e Stati Uniti d’America in cui la percentuale si aggira al 50-60%.

Rimanendo su questo argomento quali sono le strategie che i governi stanno mettendo in atto per ridurre il doppio carico di malattia proprio della malnutrizione?

Non c’è una concreta strategia di azione sul doppio carico di malattia da parte di alcuni paesi, ma c’è una crescente consapevolezza che sia necessario agire.

Potremmo portare l’esempio del Bangladesh, dove oltre ai gravi problemi di malnutrizione cronica sono presenti anche sovrappeso e obesità e attualmente è stata capita l’importanza di agire su quest’ultime.

Per quanto concerne l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il primo problema da affrontare è stato quello di creare una visione comune sulle soluzioni da proporre. Bisognava infatti cambiare prospettiva e non parlare più soltanto di malnutrizione per difetto, ma agire su tutte le sue forme. In tal senso, un grande incentivo è stato dato nel 2012 dall’approvazione da parte dell’Assemblea Mondiale della Sanità di 6 obiettivi globali per la riduzione dello stunting, del wasting, del sovrappeso, del basso peso alla nascita, dell’anemia e dell’allattamento al seno. Successivamente, nel 2014 con la Conferenza Internazionale sulla Nutrizione i governi si sono impegnati a ridurre la malnutrizione attraverso azioni sul sistema agroalimentare, sul sistema sanitario, sulla sicurezza sociale, sull’ambiente; e nel 2015 i governi hanno inserito tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (OSS) l’eliminazione della malnutrizione in tutte le sue forme. Nel 2016 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che il 2016-2025 sara’ il Decennio di Azione per la Nutrizione, nel quale i governi e le istituzioni internazionali si impegneranno a moltiplicare le azioni e gli investimenti per eliminare la malnutrizione.

L’altro aspetto era comprendere se ci fossero delle risposte possibili e quindi dimostrare che si possono sviluppare progetti in maniera diversa. In questo ambito, l’OMS insieme ad altre Organizzazioni delle Nazioni Unite, come il Programma Alimentare Mondiale (PAM), stanno lavorando per formulare diversamente i programmi di alimentazione nelle scuole.

Per quanto concerne i Paesi si sta assistendo ad un aumento del controllo del sistema alimentare. Fino a poco tempo fa vigeva l’idea che il sistema alimentare dovesse essere regolato dalle leggi di mercato e non si dovesse intervenire direttamente, mentre oggi c’è una maggiore consapevolezza della necessità di un intervento, ad esempio ci sono oltre 20 paesi che hanno stabilito forme di tassazione su bevande e cibi. Altre metodiche attuate e che possono essere ulteriormente sviluppate si basano sui controlli della pubblicità e dell’etichettatura dei prodotti. Risulta fondamentale informare il consumatore, non solo dando dei messaggi generici, ma fornendo il messaggio giusto nel momento in cui si compiono le scelte. Diversi paesi tra cui l’Ecuador, l’Iran, il Cile, la Gran Bretagna stanno lavorando in questi ambiti.

Inoltre è emersa l’idea che attraverso la riformulazione dei prodotti si possa avere una dieta sana, ad esempio ci sono state diverse esperienze sulla riduzione del sale, degli acidi grassi trans e recentemente dello zucchero aggiunto, ma c’è ancora moltissimo da fare.

intervista di Benedetta Armocida

  1. Double burden della malnutrizione: è l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, o altre malattie associate alla dieta, tra individui, all’interno di famiglie e nelle popolazioni.
  2. Stunting: ridotta crescita in altezza per l’età. Questo riflette un processo di mancato raggiungimento del potenziale di crescita lineare a causa di condizioni di salute e/o nutrizionali non ottimali. Secondo gli standard di crescita del bambino dell’OMS ci si riferisce ai bambini di età compresa tra 0 e 59 mesi, la cui altezza per età è inferiore a due deviazioni standard (moderata e grave) e meno di tre deviazioni standard (grave) rispetto la mediana.
  3. Wasting: ridotto peso per l’altezza. Il wasting indica nella maggior parte dei casi un recente e grave processo di perdita di peso, spesso associato alla carestia o a gravi malattie.

 

 

OMS – Copertura sanitaria universale e salute come diritto umano fondamentale, le sfide del nuovo Direttore Generale

3 luglio 2017 – Il Dr Tedros Adhanom Ghebreyesus inizia l’incarico da Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e nel discorso d’insediamento afferma: “il compito dell’OMS è di essere al servizio delle persone, essere al servizio dell’umanità. Si tratta di operare per le persone a prescindere dal luogo in cui vivono, sia questo un paese in via di sviluppo, o sviluppato, piccole isole o grandi nazioni, ambienti urbani o rurali. Si tratta di essere al servizio delle persone indipendentemente da chi esse siano. Poveri o ricchi, sfollati o disabili, anziani o giovani. Soprattutto, si tratta di combattere per garantire la salute delle persone come diritto umano fondamentale”.

Oltre alle priorità di gestione, quali misurazione dei risultati, efficienza e valorizzazione di talento, motivazione e impegno del personale, il nuovo Direttore Generale concentrerà il lavoro sul rafforzamento delle risposte alle emergenze sanitarie, ricordando l’immediata e concreta reazione dell’OMS alla recente epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Altri due punti fondamentali saranno la salute delle donne, dei bambini e degli adolescenti, offrendo qualità, equità e dignità nei servizi assistenziali e l’impatto del cambiamento climatico e ambientale sulla salute. Parla della copertura sanitaria universale, punto convergente di tutte le priorità. Ribadisce come sia inaccettabile che ad oggi circa 400 milioni di persone non abbiano accesso all’assistenza sanitaria di base e molti di coloro che ne hanno accesso, vadano incontro a difficoltà finanziarie a causa dei costi dei servizi. Afferma quindi che si sta esaminando come attivarsi per raggiungere la copertura sanitaria universale, indicata come  la meta principale dell’obiettivo per lo sviluppo sostenibile per la salute. Quel risultato dovrà includere la protezione del rischio finanziario, l’accesso ai servizi sanitari essenziali e l’accesso a farmaci essenziali sicuri, efficaci, di qualità e accessibili, come anche i vaccini per tutti.

Nel suo discorso il Direttore Generale riafferma il ruolo dell’OMS come piattaforma mondiale per la salute globale e la sua funzione di guida nella governance globale, definendo l’Organizzazione come l’infrastruttura della salute globale e del bene pubblico globale.

Conclude dicendo “abbiamo un’occasione storica per attuare una profonda trasformazione per il miglioramento della salute mondiale. Facciamolo. Facciamolo per ogni donna e bambino che sono morti quando non avrebbero dovuto. Per ogni bambino che non è riuscito a raggiungere il suo pieno potenziale. Per ogni vittima di un’epidemia, per ogni piccola isola che si trova di fronte alla minaccia del cambiamento climatico. Dedichiamoci a loro. Uniamoci per un mondo più sano”.

di B.A.

Tintarella pericolosa – L’uso del solarium aumenta il rischio di melanoma del 20%

21 giugno – Secondo il nuovo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “Dispositivi artificiali di abbronzatura: interventi di sanità pubblica per l’uso dei lettini solari “, per più di tre decenni l’esposizione solare ai raggi ultravioletti (UVR) per scopi cosmetici ha aumentato l’incidenza dei tumori della pelle e ha diminuito l’età della loro prima apparizione.

È stato stimato che l’uso del lettino solare sia responsabile di più di 450.000 casi di carcinoma della pelle non melanoma e più di 10.000 casi di melanoma ogni anno negli Stati Uniti d’America, in Europa e in Australia. La maggior parte dei soggetti che ne fa uso sono donne, in particolare adolescenti e giovani adulte.
Le ricerche dimostrano che le persone che si sono sottoposte a un solarium almeno una volta in qualsiasi fase della loro vita hanno un rischio di sviluppare il melanoma del 20% rispetto a quelli che non hanno mai utilizzato un lettino e l’utilizzo del lettino prima dei 35 anni di età aumenta il rischio di sviluppare il melanoma del 59%.

“Non c’è dubbio: i lettini sono pericolosi per la nostra salute”, afferma la Dott.ssa Maria Neira, direttrice del Dipartimento di Sanità Pubblica, Determinanti Ambientali e Sociali della Salute dell’OMS, “I paesi devono considerare se vietare o limitare il loro utilizzo e informare tutti gli utenti dei rischi per la salute”.

Nel 2009, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (AIRC) dell’OMS ha classificato l’esposizione ai dispositivi abbronzanti UV come fattore cancerogeno. Più di 40 autorità nazionali e provinciali in tutto il mondo hanno attuato immediatamente divieti o restrizioni sull’uso dei lettini.

Le opzioni per limitarne l’uso includono l’imposizione di un limite di età, la prevenzione all’utilizzo da parte della popolazione più “sensibile”, come chi ha le lentiggini, e vietarne l’accesso non sorvegliato.

Alcune nazioni hanno gestito l’uso del solarium mediante licenze obbligatorie degli stabilimenti, l’educazione degli operatori e tassando le sedute abbronzanti. L’informazione e l’educazione della popolazione attraverso campagne di sensibilizzazione è essenziale.

di B.F.

Un primo passo per mandare in fumo le sigarette

Il 21 giugno 2017 Simon Jessop ha riportato sull’Insurance Journal la decisione di Aviva, una delle compagnie assicurative più importanti nel Regno Unito, di vendere circa 1 miliardo di sterline (circa 1,3 miliardi di dollari) di titoli e azioni detenute nelle società del tabacco. In questo modo Aviva aderisce alla campagna mondiale di cessione dall’industria del tabacco, in cui sono coinvolte anche le “rivali” francesi Aza e Covea e l’olandese Achmea.

Tale mossa nasce dalle numerosissime pressioni esercitate dai governi sulle aziende nell’impegnarsi maggiormente nel limitare i danni causati dal tabacco. Aviva ha deciso di vendere le proprie partecipazioni nelle società del tabacco a novembre 2016 e da allora sta esaminando la propria posizione di investimenti. L’articolo riporta le parole di un portavoce di Aviva: “Abbiamo deciso di smettere di investire nel settore del tabacco, perché lo riteniamo dannoso se usato come previsto finora: una grandissima minaccia per la salute pubblica mondiale”. A maggio, 50 principali finanziatori di ulteriori imprese hanno annunciato il loro sostegno pubblico negli sforzi per ridurre l’uso tabacco, il cui costo per l’economia mondiale secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ogni anno è di mille miliardi. Tali decisioni costituiscono un primo importante sforzo per abbattere il consumo del tabacco e proteggere la salute delle persone da malattie come il cancro e le malattie cardiovascolari.

Ogni anno nel mondo sei milioni di persone muoiono a causa di malattie associate all’uso di tabacco e qualora non venisse messa in atto una significativa inversione di tendenza nel 2030 il numero potrebbe salire a otto milioni. Sono questi i dati inseriti nel rapporto “The economics of tobacco and tobacco control” pubblicato lo scorso gennaio dall’OMS in collaborazione con l’Istituto Nazionale contro il cancro degli Stati Uniti d’America. A livello globale i fumatori sopra i 15 anni sono 1,1 miliardi, l’80% di questi vive nei paesi a basso e medio reddito, e circa 226 milioni vive in condizioni di povertà.

Per sconfiggere la dipendenza dal fumo, che rappresenta una delle principali cause di morte evitabili, la strategia dell’OMS è molto chiara: politiche di controllo adeguate con cui si preveda un aumento delle tasse sul tabacco e sul prezzo delle sigarette. Solo in questo modo gli Stati potrebbero risparmiare quasi mille miliardi di dollari ogni anno, abbattendo così costi sanitari e perdita di produttività, oltre a salvare milioni di vite.

A livello globale la più importante disposizione normativa è il Framework Convention on Tobacco Control (FCTC). La Convenzione quadro per il controllo del tabacco è il primo trattato internazionale per la tutela della salute pubblica giuridicamente vincolante sottoscritto ad oggi da 175 paesi nel mondo.

Tale convenzione, riconoscendo danni provocati dai prodotti del tabacco e dalle aziende che li fabbricano, stabilisce obiettivi e principi giuridicamente vincolanti che i firmatari (paesi ed organizzazioni per l’integrazione economica come la Comunità Europea) sono tenuti a rispettare al fine di tutelare le generazioni presenti e future dalle conseguenze devastanti dell’esposizione al fumo e del consumo di tabacco a livello sanitario, sociale, ambientale ed economico. Le principali disposizioni riguardano in primis l’industria del tabacco: sono previste infatti delle misure specifiche atte a tutelare la convenzione dai tentativi dell’industria del tabacco di esercitare la propria influenza economica e politica, nella convinzione secondo la quale tale industria non debba avere alcuna voce in capitolo per quanto concerne la definizione di politiche in campo sanitario.

In base all’articolo 8 di FCTC le parti sono tenute ad attuare misure efficaci per tutelare i non fumatori dal fumo passivo nei luoghi pubblici, compresi i posti di lavoro e i mezzi di trasporto. Gli articoli 9 e 10 inoltre prevedono che i produttori di tabacco debbano rendere noto ai governi il contenuto dei propri prodotti, in conformità con la legge nazionale. L’articolo 11 disciplina l’etichettatura dei prodotti del tabacco, prevedendo che le avvertenze per la salute (testo, immagini o entrambi) debbano coprire almeno il 30% della superficie disponibile sull’imballaggio del prodotto. Per quanto concerne la pubblicità le parti dovranno attivarsi nella direzione di un divieto generale della pubblicità di prodotti del tabacco entro il 2010. Sono previste ulteriori disposizioni che riguardano nello specifico le responsabilità imputate alle aziende produttrici e per la lotta e il contrasto al traffico illecito di prodotti del tabacco.

Proprio a tali disposizioni giuridiche sembra allinearsi la decisione di Aviva.

di L.G.

Radiazioni, salute globale e conflitti d’interesse

Il 21 giugno 2017 è stato pubblicato, sull’International Journal of Oncology, un articolo di Lennart Hardell – del dipartimento di Oncologia dell’Università svedese di Örebro – in cui l’autore sostiene che nonostante esistano evidenze scientifiche circa il rischio per la salute derivante da radiazioni a radiofrequenza (RF), la presenza di forti interessi in conflitto con quell’informazione impedisce che a quel rischio sia dato il risalto dovuto.

L’uso della tecnologia digitale wireless è cresciuto rapidamente negli ultimi due decenni. I cellulari e i telefoni cordless emettono radiazioni RF ed il cervello risulta essere il principale organo colpito.

Nel maggio 2011, l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro (AIRC) – l’Agenzia specializzata dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) finanziata in maniera indipendente e diretta da un proprio consiglio direttivo e scientifico – ha valutato il rischio tumorale associato alle RF.

Gli studi epidemiologici hanno dato prova di un rischio aumentato di tumori cerebrali, come il glioma e il neurinoma acustico. Giungendo alla conclusione che le radiazioni RF – da dispositivi che emettono radiazioni RF non ionizzanti nella gamma di frequenze da 30 kHz a 300 GHz – rientrino nel gruppo 2B, cioè un “possibile” cancerogeno umano. Studi successivi hanno confermato questi risultati e hanno quindi rafforzato le prove.

Nonostante ciò, nella maggior parte dei paesi non è stata presa alcuna misura per ridurre l’esposizione alle radiazioni o per educare le persone sui pericoli per la salute, mentre ne continuano ad aumentare i livelli ambientali.

Nel 2014 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato il progetto per la stesura di una  “Monografia sui campi RF e l’associazione con la salute”. Cinque dei sei membri del gruppo responsabile (Core group) del progetto sono risultati affiliati alla Commissione Internazionale sulla Protezione delle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP) –un’organizzazione non governativa (ONG) fedele all’industria e quindi in forte conflitto di interesse a detta di Hardell.

Sebbene gli effetti termici a breve termine delle radiazioni RF siano accettati come dannosi per la salute, quelli biologici non termici vengono ancora ignorati. Nel progetto della Monografia sono state respinte una grande quantità di pubblicazioni scientifiche rivolte ad osservare gli effetti non termici, evidenziando piuttosto la mancanza di conseguenze negative sulla salute delle radiazioni RF. I risultati sono stati contestati in molti commenti inviati all’OMS, a cui la stessa OMS ha reagito il 3 marzo 2017 confermando la presenza nel Core Group di esperti affiliati dell’ICNIRP. Ciò consente all’ICNIRP di influenzare i risultati e le informazioni fornite dal progetto Monografia. Dato il coinvolgimento economico dell’ICNIRP e di alcuni dei suoi membri nell’industria, per Hardell si è in presenza di un enorme conflitto di interesse che pregiudicherà notevolmente la credibilità del progetto Monografia nonché quella dell’OMS, che dovrebbe invece salvaguardare la salute mondiale. 

La Monografia, pensata come  uno strumento fondamentale per la valutazione dei rischi per la salute delle radiazioni RF potrebbe così aprire la strada ad un incontrastato aumento di radiazioni RF con crescente esposizione delle persone (ad esempio alle radiazioni associate al 5G). 

L’OMS ha il dovere di riferire tutti i risultati di ricerche scientifiche e invitare gli esperti dei campi correlati, come l’ingegneria, la sanità e la medicina, ad impegnarsi nel rivalutare gli effetti delle radiazioni RF sulla salute, assicurando la trasparenza di tutte le Agenzie e tutti gli studi ad esse associati. Per il momento proteste e commenti provenienti da diversi ambienti scientifici e da diverse organizzazioni sono stati ignorati, permettendo a Hardell di asserire che il progetto Monografia sostiene più la politica e l’industria che la scienza e la promozione della salute.

Come conclude Hardell nell’articolo sarebbe necessaria una revisione più approfondita di tutto il progetto e una valutazione accurata delle competenze delle persone che ne fanno parte. Sarebbe inoltre importante esercitare pressioni sui politici per cambiare l’agenda dell’OMS sulle radiazioni RF e sui rischi per la salute, insistendo sull’obiettivo principale dell’Organizzazione, che è quello di sostenere la salute globale e non gli interessi del settore.

Se da un lato l’OMS non sembra incentivare pubblicazioni scientifiche che riportino gli effetti negativi sulla salute e l’ambiente dalle radiazioni RF, “per ironia della sorte” sottolinea ancora Hardell “lo staff dell’OMS si protegge dagli alti livelli involontari di radiazioni RF almeno nelle aree all’interno dell’edificio di Ginevra”.

di B.A.

 

 

L’OMS lancia l’allarme: diffusi e in aumento gli abusi agli anziani

15 Giugno 2017 – Oggi è la Giornata Mondiale di Sensibilizzazione sugli abusi agli anziani.

In un mondo che continua ad invecchiare, circa 1 anziano su 6 sperimenta una qualche forma di abuso, cifra in crescita rispetto a quanto stimato e previsto in precedenza.

In un nuovo studio, sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e pubblicato su The Lancet Global Health, è emerso che quasi il 16% degli over 60 anni sono soggetti ad abusi psicologici (11,6%), abusi finanziari (6,8%), stato di abbandono (4,2%), abuso fisico (2,6%) o abuso sessuale (0,9%). La ricerca raccoglie i dati da 52 studi di 28 Paesi, di cui 12 sono Paesi a basso e medio reddito.

“L’abuso di persone anziane è in aumento, questo ha gravi costi individuali e sociali per i 141 milioni di anziani in tutto il mondo”, afferma Alana Officer, consulente di salute dell’OMS. “Dobbiamo fare molto di più per prevenire e rispondere all’aumento delle diverse forme di abuso”, che hanno un impatto sulla salute e il benessere dell’anziano. Sottolineando che “Nonostante la frequenza e le gravi conseguenze sanitarie, l’abuso degli anziani rimane uno dei tipi di violenza meno studiati ed affrontati nelle indagini e nei piani nazionali”.

Vi è quindi la necessità di informare e sensibilizzare su questo argomento, considerato finora un tabù.

Secondo le stime, entro il 2050, nel mondo il numero di persone ultra 60enni raddoppierà, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, raggiungendo i 2 miliardi. Se la percentuale di anziani vittima di abusi rimanesse costante, il numero di persone interessate aumenterà rapidamente a causa dell’invecchiamento della popolazione, crescendo a 320 milioni di vittime entro il 2050.

Il Dr Etienne Krug, direttore del Dipartimento di gestione delle malattie non comunicabili, disabilità, violenza e prevenzione delle lesioni dell’OMS dichiara che “i governi devono proteggere tutte le persone dalla violenza. Dobbiamo lavorare per mettere in evidenza questa sfida sociale e per attuare le necessarie misure preventive”.

In questi termini, nel maggio del 2016 – durante l’Assemblea Mondiale della Sanità – i ministri della sanità hanno promosso il piano d’azione dell’OMS per l’Invecchiamento e la Salute.

La strategia comprende il miglioramento degli studi epidemiologici, in particolare nei paesi a basso e medio reddito, dove i dati sono ancora scarsi e lo sviluppo di azioni preventive per rispondere efficacemente a questa tematica.

di B.A.

Le NCDs un potpourri di malattie che potrebbero cambiare nome

14 Giugno – ieri è stato pubblicato su The Lancet Global Health un articolo di L. Allen e A. Feigl che propone di rinominare le malattie non trasmissibili (NCDs).

In molti sostengono che contrassegnare le differenti patologie a carattere non contagioso nello stesso gruppo denominato “malattie non trasmissibili” determina confusione, allontanando gli sforzi atti a far prendere coscienza e sviluppare interventi efficaci.

A tal riguardo, è emerso globalmente come la terminologia di “malattie non trasmissibili” sia vista come impropria e fuorviante, definendola infatti come una “prolissa non definizione” che indica solo ciò che questo gruppo di malattie non include e per questo sono state avanzate richieste per rinominarle.

Le NCDs – che includono cancro, diabete, malattie polmonari croniche ostruttive, malattie cardiovascolari e malattie mentali – sono la principale causa di morte nel mondo e affliggono sproporzionatamente i paesi in via di sviluppo. Le NCDs sono costate all’economia globale 47000 miliardi di dollari negli ultimi due decenni e continuano ad indurre milioni di persone alla povertà. Inoltre, nei paesi in via di sviluppo gli interventi e gli investimenti della sanità nazionale in tale ambito sono insufficienti e questo mina i progressi verso l’assistenza sanitaria universale e il miglioramento del capitale umano. In questi termini le NCDs condividono tutte le questioni di giustizia ideologica e sociale dell’HIV, causano 30 volte più decessi, ma ricevono finanziamenti 17 volte inferiori.

I bassi livelli di attenzione nazionale e internazionale per le NCDs, in termini di piani d’azione e finanziamenti potrebbero essere in parte imputabili all’inquadramento di queste malattie. Dopotutto, chiamandole malattie non trasmesse potrebbero indurre a considerarle come un non problema.

Rinominare le NCDs non è una questione di pedanteria, ma un mezzo importante per consolidare il crescente sostegno a queste condizioni, per rilanciare il dibattito sugli interventi che hanno le migliori possibilità di ridurre la loro incidenza. In tal senso, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) hanno accresciuto l’importanza delle malattie non trasmissibili nell’Agenda globale e nei prossimi mesi la comunità sanitaria internazionale sceglierà indicatori appropriati per l’obiettivo. Se questa lunga discussione di ridenominazione venisse affrontata in modo completo, si potrebbe portare avanti un effettivo e regolare progresso in materia.

Anche se si è certi che il nome NCDs deve essere cambiato, ancora non si ha un’alternativa convincente. Le nuove denominazioni suggerite variano da “malattie a lungo termine” a “malattie insidiose” abbreviate con IKDs – dall’inglese Insidious Killer Diseases. Altro nome proposto è “Condizioni Socialmente Trasmesse”, andando a sottolineare il peso che assumono i determinanti sociali su questo gruppo di patologie e mettendo in evidenza la loro parziale o totale trasmissibilità.

Nel complesso, questo processo consultivo globale dovrebbe includere non solo la presentazione di nuovi nomi, ma anche una discussione sostanziale sulle specifiche malattie. La nuova classificazione potrebbe essere adottata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2020, dopo la scadenza del Piano d’Azione Globale per le NCDs.

Questa iniziativa potenzierà l’innovazione, l’azione multisettoriale e il finanziamento di queste condizioni che causano 38 milioni di morti ogni anno.

 

di B.A.

http://thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X(17)30001-3/fulltext

WHA70 – NCDs: è necessario attuare misure per ridurre l’esposizione ai fattori di rischio

Ginevra, 31 Maggio 2017 – L’Assemblea Mondiale della Sanità ha dibattuto ieri di malattie non trasmissibili (NCDs). I delegati hanno approvato una serie aggiornata di strategie e di interventi politici per aiutare i Paesi a raggiungere gli obiettivi globali per la prevenzione e il controllo delle NCDs, introducendo 16 interventi noti come “best buys” nel Piano d’Azione Globale 2013-2020 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Particolare attenzione è stata posta sulle misure volte a ridurre l’esposizione ai fattori di rischio per le NCDs – ad esempio la tassazione delle bevande zuccherate e del tabacco, il divieto di pubblicizzare il tabacco e la riformulazione di prodotti alimentari con un ridotto contenuto di sale. Altri interventi per migliorare la gestione e il controllo delle NCDs includono la terapia farmacologica per il diabete e l’ipertensione, la consulenza post infarto o ictus e lo screening del cancro alla cervice per le donne.

I delegati hanno riportato il lavoro dell’OMS per promuovere l’agenda delle NCDs, includendo i preparativi in ​​corso per la terza riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà nel 2018.

di B.A.

WHA 70: Nuovo piano di azione globale contro la demenza

Ginevra, 30 Maggio 2017 – ieri l’Assemblea Mondiale della Sanità ha approvato il nuovo piano di azione globale contro la demenza 2017 – 2025, con l’impegno di sviluppare strategie nazionali ambiziose e piani di attuazione.

Il piano globale ha lo scopo di migliorare la vita delle persone affette da demenza, delle loro famiglie e dei loro caregiver, riducendo l’impatto di questa patologia a livello di comunità e paese. Le aree d’azione includono: diagnosi, trattamento e supporto, ricerca e tecnologie innovative e sviluppo di ambienti di supporto per chi si prende cura delle persone affette. I delegati hanno riconosciuto l’importanza dell’Osservatorio Globale sulla Demenza come sistema per monitorare i progressi sia nei vari paesi sia a livello globale, mettendo in evidenza la necessità di un approccio integrato socio-sanitario.
E’ stata inoltre sottolineata l’importanza di assicurare i diritti umani delle persone affette da demenza, aspetto da tenere in considerazione sia durante lo sviluppo di strategie nazionali, sia durante la loro implementazione.

Nel mondo, circa 47 milioni di persone sono affette da demenza, con circa 9.9 milioni di nuovi casi ogni anno. Circa il 60% delle persone con demenza vive in paesi a basso e medio reddito.

di L.d.M.