IL PASO DOBLE DELLO ZUCCHERO  

Lo strano caso dell’Italia all’attacco delle nuove raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) sullo zucchero. Possiamo titolarla così la clamorosa iniziativa intrapresa in solitario dal nostro paese al Consiglio Esecutivo (Executive Board) dell’OMS, con un’aggressività diplomatica mai vista prima. Lo scrive una che – dal lontano 1999 – segue con una certa accuratezza tutti gli appuntamenti intergovernativi dell’agenzia. Ma la battaglia nostrana sullo zucchero non è una questione tecnica, una storia per addetti ai lavori. C’è dell’altro. A incastro fra la seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione della FAO (ICN2) e l’universale Expo Milano, la presa di posizione dell’Italia contro le nuove linee guida dell’Oms ha implicazioni fortemente politiche che investono le scelte globali in campo sanitario, e gli assetti di governance nazionale. La vicenda avrà ricadute diplomatiche, dicono fonti informate. Nell’euforico debutto di Expo, c’è da aspettarsi che l’Italia riprenderà il tema prima dell’Assemblea Mondiale della Salute. Insomma, non finisce qui.

Qual è dunque la questione? Al Consiglio Esecutivo dell’Oms da poco concluso a Ginevra il nostro paese, appellandosi alla regola sui procedimenti d’urgenza, si è lanciato nella richiesta di inserire un nuovo punto all’ordine del giorno per rivedere le modalità con cui l’OMS mette a punto le linee guida intese ad orientare di volta in volta le politiche dei governi su specifici temi di salute pubblica. Le linee guida sono una delle funzioni normative più importanti dell’Oms. Ne connotano l’importanza, anzi l’unicità stessa della funzione rispetto ad altre agenzie dell’ONU e alla miriade di organizzazioni pubblico-private nate negli ultimi anni nel campo della salute. L’iniziativa dell’Italia ha colto di sorpresa tutti i governi presenti, a maggior ragione i 33 Paesi del Consiglio Esecutivo, nel metodo e nel merito. L’Italia non è membro di questo organo di governo dell’Oms (per turnazione, questo posto le spetterebbe di diritto da molti anni; ma non ce ne sono le condizioni politiche, fanno capire da Ginevra); è apparsa pertanto assai poco diplomatica l’italica modalità di intervento a gamba tesa, e senza preavviso, su un’agenda del Consiglio già densa di priorità. Gli Stati Membri del Consiglio Esecutivo hanno sopportato così con imbarazzato fastidio la lobby battente in cui si sono avventurati i nostri delegati. Ambiguo è parso il documento (EB163/1 Add. 1) con cui il nostro governo ha intavolato la discussione. L’Italia chiede da un lato la generica revisione delle procedure in materia di linee guida, ma è chiaro che l’interesse vero è puntato in una direzione specifica. Ovvero, alle nuove raccomandazioni sull’ assunzione di zucchero per adulti e bambini contenute in un documento (“Guideline: Sugars intake for Adults and Children”) licenziato dall’Oms ma non ancora pubblicato, che limitano l’assunzione di zuccheri semplici (quelli tipici delle merendine, per intendersi) al 10% del fabbisogno calorico giornaliero, con l’esortazione a ridurre ulteriormente questa soglia a meno del 5%.

Cosa c’è che non va? Perché l’Italia spara a raffica su queste raccomandazioni, con un’azione senza precedenti? “Direttive ricevute da Roma”, stando ai delegati italiani. Che prendono di mira l’Oms con una serie di argomenti ripetuti come un disco rotto.   Le nuove raccomandazioni sarebbero “draconiane”; non sono solide sotto il profilo scientifico; non sono state condotte in maniera trasparente. Ecco perché, secondo l’Italia, gli Stati Membri devono poter intervenire sulla procedura di messa a punto delle linee guida, anche tramite la scelta degli esperti e delle fonti scientifiche. In due paginette molto tecniche, il Dipartimento Nutrizione dell’Oms dettaglia come si è giunti al fatidico 5%, tentando di rispondere alle critiche sulla tenuta scientifica dei dati epidemiologici. Questi rimandano in effetti a meticolosi studi effettuati in Giappone sulle carie dentali negli anni ’60, in una fase di forte transizione dietetica del paese dopo la guerra. I dati hanno il conforto di una nuova analisi del 2014 degli studiosi Sheiham e James, che avvallano le nuove raccomandazioni. L’idea di esplorare la soglia del 5% deriva infine da uno studio sistematico della letteratura scientifica del 2014 condotto da Moynian e Kelly. In quanto alla trasparenza del processo, la metodologia delle linee guida imposta negli ultimi anni dall’Oms stabilisce un’attenzione speciale alla gestione del conflitto d’interesse nella selezione degli esperti in tutte le fasi di conduzione del lavoro, e alla condivisione dei processi intermedi. La messa a punto di tutte le linee guida prevede una consultazione aperta con i governi, che partecipano con i loro commenti. La stessa procedura è stata applicata ovviamente alle raccomandazioni sullo zucchero.

Un terreno molto delicato, nella tensione fra Paesi produttori e consumatori. Ecco perché in tutti questi passaggi, sarebbe molto pericoloso affidare la decisione tecnica sulle linee guida agli Stati Membri e ai loro interessi nazionali. Vale per lo zucchero, ma vale per tutte le linee guida dell’Oms. Lo ha spiegato bene il Segretariato dell’agenzia, lo hanno ribadito diverse delegazioni europee, e persino gli Stati Uniti.

Ma allora da dove vengono fuori le “direttive da Roma”? Contro ogni tradizione di severità in materia alimentare, in Italia da qualche tempo si agita un vento nuovo sull’ agenda politica del cibo e delle malattie croniche. Le folate di questo vento si sono chiaramente avvertite nel corso del negoziato che ha faticosamente concepito i documenti finali della Seconda Conferenza sulla Nutrizione (ICN2) di novembre a Roma. Per mesi il nostro paese, approfittando senza troppi scrupoli della presidenza UE, ha ostinatamente opposto resistenza a ogni discorso sulle “healthy diets”, le diete salutari. Queste sono la risposta più realistica alle interferenze delle aziende alimentari che approntano soluzioni alla malnutrizione puntando alla medicalizzazione del cibo e alla “bio-fortificazione” degli alimenti tramite l’ingegneria genetica. Effetto Expo? Nei ministeri l’aria è cambiata, confermano fonti che chiedono di restare anonime. L’influenza delle grandi aziende alimentari nelle decisioni del nostro paese è palpabile, con una nuova filiera decisionale che procede da “livelli molto alti”.

Chi sono queste aziende? La delegazione italiana accreditata all’Oms contiene qualche risposta. Delle due figure apparse per la prima volta sotto la generica denominazione di “esperti della salute del Ministero Affari Esteri”, Luca del Balzo risulta in effetti “senior advisor della Ferrero” in diversi link rintracciabili fino a qualche giorno fa sul web. Con questa funzione Del Balzo compare in un convegno dell’Istituto Luigi Sturzo del 16 luglio 2014 su “Il voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia”, e in un incontro con le aziende italiane organizzate in Portogallo, dove è stato ambasciatore dell’Italia, a ottobre 2014. Un classico esempio di revolving doors, o meglio di paso doble fra pubblico e privato, nella progressiva ibridazione della governance sulle grandi sfide del pianeta: salute, cibo, ambiente, solo per citarne alcune.

Nel mondo le patologie croniche – malattie dentali, diabete, tumore, effetti cardiovascolari, etc. – sono la principale causa di morte e lo zucchero è uno degli agenti più comuni nelle diete di bassa qualità, e uno dei massini fattori di rischio dell’obesità. Risulta difficile in effetti immaginare che gli interessi della multinazionale Ferrero, peraltro molto visibile a attiva durante la preparazione della ICN2, corrispondano a quelli della salute pubblica di un paese in cui, secondo il recente rapporto dell’Osservatorio del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Universita’ Milano Bicocca, un bambino su 4 è sovrappeso e uno su 10 è obeso. In Italia la prevalenza di sovrappeso in eta’ pediatrica supera di circa 3 punti percentuali la media europea, con un tasso di crescita/annua dello 0,5-1 per cento, pari a quella degli Stati Uniti.

L’insidiosa offensiva italiana – con l’infiltrazione dell’industria nella delegazione del nostro paese – non è passata inosservata agli stakeholders dello zucchero, la filiera produttiva, aprendo loro un varco come è normale che sia. Lo ha detto il rappresentante degli USA, alludendo alla necessità di tornare sull’argomento nelle discussioni dell’Oms, con il coinvolgimento degli sugar stakeholders. Coincidenza vuole che tutta questa vicenda s’intrecci con un’altra spinosa discussione in sede di Consiglio Esecutivo dell’Oms. La questione che rimanda alle nuove regole dell’interazione dell’Oms con gli attori del settore privato, sia profit che non profit. Il tema è sul tavolo da anni ed è un tema sensibile, perché riguarda il futuro stesso dell’agenzia, la sua credibilità e autorevolezza. Al Consiglio Esecutivo la stragrande maggioranza dei governi ha piazzato l’ennesima richiesta di approfondire la questione del conflitto d’interesse e la gestione dell’indebita influenza dei portatori di interessi privati.

Quello della Ferrero assomiglia a un caso studio. Uno strano caso, che richiede chiarezza nel nostro paese, prima di tutto. Quanto prima. Un tempo c’era la Nutella, buona e aggregante, ed era un bel tempo. Oggi rischia di esserci il cinismo incompetente di un governo che – assoggettato agli interessi privati del made in Italy – non sembra curarsi più di tanto dei prevedibili effetti delle proposte che fa nel campo della salute, indicatore drammatico dello stato di democrazia di una società.

Nicoletta Dentico

Osservatorio Italiano sulla Salute Globale

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http://www.ilfattoalimentare.it/zucchero-italia-oms-ferrero.html

http://www.saluteinternazionale.info/2015/02/forza-zucchero/

 http://www.linkiesta.it/guerra-zucchero-oms-italia

OMS: I governi non si facciano intimidire dalle case farmaceutiche

pills-drugs-perscription-healthcare-health-doctors-sick-medicineE’ la storia che si ripete, come spesso succede. La tensione astiosa tra diritto alla salute e regole del commercio che ha assunto i contorni di una guerra. Di una guerra senza tregua.

Correva l’anno 2000 quando la comunità internazionale riunita a Ginevra nella sala del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la stessa in cui questa settimana è convocata una porzione non irrilevante di paesi, prendeva posizione a sostegno del Sudafrica di Nelson Mandela. Una brutta storia.  139 case farmaceutiche si erano associate in un micidiale cartello per sfidare il governo sudafricano impugnando in tribunale il Medicines Act  del 1997, ovvero la legge con cui il Sudafrica – in quel momento la nazione al mondo più colpita dall’HIV/AIDS e dalla tubercolosi – intendeva assicurare maggiore accesso per i pazienti alle terapie salvavita, e controllare così gli effetti dirompenti le sue emergenze sanitarie.  Lo faceva con una legge che, pionieristicamente, dava piena attuazione a tutte le clausole di salvaguardia adottate solo due anni prima in seno all’Organizzazione del Commercio, con l’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale, a parziale difesa di alcuni fondamentali diritti umani, salute inclusa. Il costo di una terapia antiretrovirale, nel 2000, era di oltre 10.000 dollari all’anno per paziente.  A partire da quella prima vicenda di scontro fra profitto e diritto alla salute, il movimento globale per l’accesso ai farmaci essenziali prese il via, nel 1999. Solo alla fine del 2001 il cartello delle industrie, sotto pressione da parte della Corte Suprema sudafricana, decisero di ritirarsi dall’azione legale. Fu quello, anche, l’inizio della guerra fra i portatori degli interessi collettivi – professionisti della salute, associazioni nazionali, gruppi di pazienti, organizzazioni non governative – e i titolari d’interessi commerciali.

Quindici anni sono passati, e ci risiamo. Nel settembre 2013, il ministero del commercio sudafricano ha aperto una consultazione pubblica su un disegno di legge  contenente nuove norme in materia di proprietà intellettuale (i brevetti). La nuova proposta legislativa include una ampia gamma di clausole compatibili con il quadro normativo internazionale (accordo TRIPs) volte ad evitare quello che in termini tecnici va sotto il nome di frivolous patenting, cioè la brevettazione di processi o prodotti che innovativi non sono: l’introduzione della possibilità di impugnare una applicazione brevettuale prima o dopo il suo esame (pre-grant e post-grant patent opposition); alti standard di brevettabilità per premiare l’innovazione ed limitare il prolungamento dei lunghi monopoli brevettuali (evergreening); limitazione del brevetto ad un massimo di 20 anni, senza eccezione; no all’esclusività dei dati clinici; la semplificazione dei meccanismi di importazione parallela e licenza obbligatoria previsti dai TRIPs; un meccanismo di cautela per scongiurare il coinvolgimento del Sudafrica in qualunque accordo commerciale e sugli investimenti bilaterale che limiti il ricorso alle norme di flessibilità contenute nei trattati multilaterali (la UE preme per un accordo bilaterale con Angola, Botswana, Lesotho, Mozambico, Namibia, Swaziland e Sudafrica, come Southern African Development Community).

L’industria farmaceutica non si è fatta attendere, con una strategia di deragliamento del piano di governo che il ministro della salute sudafricano, Aaron Motsoaledi, non ha esitato a qualificare “genocidio”, “cospirazione di magnitudine satanica”. I primi dettagli sono emersi dalla stampa sudafricana, l’autorevole Mail and Guardian, il 17 gennaio. A questi si sono aggiunti i dettagli di un documento fatto pervenire a Knoweledge Ecology International (KEI), ad oggi di dominio pubblico, in cui si descrive come la farmindustria sudafricana (Innovative Pharmaceutical Association of South Africa, IPASA) e l’omologa associazione americana PhRAMA (Pharmaceutical Researchers & Manufacturers of America) abbiano commissionato ad un’agenzia di consulenza “di alto calibro” con sede negli Stati Uniti, la Public Affairs Engagement (PAE) il compito di sovvertire il percorso del disegno di legge.  Il piano consiste in un investimento di 600.000 dollari (ripartiti fra farmaceutiche americane e sudafricane) destinati a una campagna volta a “mobilitare le voci nazionali ed internazionali” in un unico messaggio: la riforma della proprietà intellettuale è una svolta pericolosa per la più grande economia dell’Africa. L’iniziativa spauracchio, breve ed “energica”, è stata congegnata nel solco della campagna politica per le elezioni in Sudafrica, con l’intento appunto di ritardare l’approvazione del disegno di legge almeno fino a dopo il voto, previsto a maggio. Nell’analizzare i contenuti della corrispondenza fra IPASA e PhRMA, il prof. Brook Baker della associazione americana Health GAP, ha confermato che sotto l’accattivante titolo di “Forward South Africa”, la campagna pilotata oltre oceano da un ex funzionario del governo americano, uomini dell’imprenditoria e del mondo accademico, garantiva un rigoroso scrutinio di tutte le attività di ricerca e di comunicazione sull’argomento della riforma sudafricana.

La vicenda ha suscitato non poca fibrillazione nella comunità delle ONG, ed è scoppiata giovedì pomeriggio nel consiglio esecutivo dell’OMS, in margine al dibattito sull’accesso ai farmaci. Prendendo la parola, la direttora del Ministero della Salute Precious Matsoso, ex coordinatrice del dipartimento OMS-Salute Pubblica, Innovazione e Proprietà Intellettuale (PHI), ha ricordato non senza emozione gli attacchi senza scrupoli di Big Pharma negli anni passati, in un Sudafrica devastato dalla co-infezione HIV e tubercolosi. Spiegando le ragioni di questa riforma, che si ispira ai modelli di Stati Uniti, Europa, Brasile e India, Matsoso ha contestato che “la nuova politica sui brevetti intende modernizzare il Sudafrica e allineare il paese alle norme internazionali, fissando un esempio per  gli altri paesi africani impegnati nella riforma del regime brevettuale”. Si tratta appunto di promuovere la salute pubblica e nel contempo premiare l’innovatività delle imprese sudafricane. “Il Sudafrica brevetta ciecamente senza esaminare la qualità dei prodotti industriali, e somministra più brevetti nel campo farmaceutico di Stati Uniti e Europa; per questo i farmaci generici non sono disponibili nel mio paese (se non contro l’HIV/Aids). Per il farmaco antitumorale Imatinib, il Sudafrica paga 35 volte di più degli altri paesi, in cui la concorrenza dei farmaci equivalenti è un dato di mercato acquisito”.

Alle sue parole è seguito un lungo applauso, ma in plenaria solo i paesi del sud hanno sostenuto Pretoria apertamente, pronti ad appoggiare iniziative contro l’indebita influenza del settore privato nelle politiche di un governo sovrano. Margaret Chan, che non ha voluto prendere posizione contro Big Pharma apertamente, si è limitata al generico commento che “nessun governo dovrebbe essere intimidito dai portatori di interessi per il fatto di fare la cosa giusta in salute” .

Un silenzio rumoroso, invece, dai paesi industrializzati.  Dopo anni di dibattiti, iniziative, dichiarazioni, la storia non si ripete soltanto. Marcia a ritroso.

Nicoletta Dentico

Presidente Osservatorio sulla Salute Globale

L’OMS nella sua interazione con le Organizzazioni non governative: PINGO contro BINGO

salute5_bassaIna Verzivolli

Le agenzie dell’Organizzazione delle nazioni unite (ONU) sono una- nimi nel riconoscere il contributo importante che le Organizzazioni della società civile (OSC) apportano nel campo della sanità pubblica, dei diritti umani e dello sviluppo. La società civile è stata essenziale nell’incrementare il miglioramento nel campo della salute sia attraverso mobilitazioni e pressioni esercitate dai militanti verso politici e legislatori, sia attraverso le collaborazioni con i governi e le organizzazioni internazionali che hanno permesso a queste ultime di sfruttare il loro potere. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) riconosce il contributo delle OSC nella promozione e nel consolidamento delle po- litiche sanitarie pubbliche. Le OSC sono state molto attive nel portare all’attenzione di un vasto pubblico i temi della sanità pubblica e nel sostenere i problemi sanitari della popolazione più marginalizzata e vulnerabile, portando i problemi all’attenzione degli attori internazionali e denunciando la sproporzionata influenza sui legislatori da parte di atto- ri privati commerciali. Il sostegno e la partecipazione delle OSC è an- cora più cruciale quando le politiche sanitarie internazionali si trovano in una situazione di conflitto con gli interessi del settore commerciale e industriale, come durante l’approvazione della Convenzione quadro sul controllo del tabacco, o l’adozione del Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno…… Leggi il seguito

Scarica il quindicesimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “Il People’s Health Movement e l’azione dal basso: il metodo e/è il messaggio”

La Commissione su macroeconomia e salute

salute5_bassaSara Barsanti, Federico Vola

Nel gennaio del 2000 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) istituì la Commissione su macroeconomia e salute (CMS) al fine di ap- profondire la relazione tra salute e sviluppo economico a livello inter- nazionale. La CMS era composta da 18 membri provenienti da diversi Paesi, tra cui USA, Gran Bretagna, Francia, India, Cile, Giappone, Burkina Faso, Messico, ed era presieduta dall’economista Jeffrey Sa- chs, dell’Università di Harvard. I principali risultati del lavoro della CMS furono pubblicati a dicembre del 2001 nel Report on Macroeco- nomis and Health: investing in health for economic development. Se fino ad allora nel panorama internazionale la salute era vista come con- seguenza della crescita economica e di condizioni socio-economiche favorevoli, il rapporto della CMS ribaltava tale visione con il messag- gio centrale secondo cui la salute è condizione ineluttabile per la cre- scita economica e lo sviluppo di un Paese, considerando quindi la ma- lattia quale maggiore determinante di povertà. Il rapporto proponeva una serie di raccomandazioni chiave, quali una copertura sanitaria uni- versale come priorità di intervento, un incremento consistente della spesa sanitaria a livello globale, lo sviluppo di meccanismi di finan- ziamento innovativi, la riduzione dei prezzi di medicinali essenziali e il finanziamento pubblico di pacchetti di servizi sanitari di base nei Paesi in via di sviluppo (PVS). La Tabella riassume le principali raccoman- dazioni e i principali risultati raggiunti a distanza di 10 anni dalla pub- blicazione del rapporto…… Leggi il seguito

Scarica il tredicesimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “Interrompere il disinteresse per la malatie tropicali: a quale prezzo?”

Le malattie non trasmissibili tra salute pubblica e interessi privati: l’affermarsi del modello multistakeholder

salute5_bassaChiara Di Girolamo, Alice Fabbri

“Preferirei essere malato di AIDS piuttosto che di diabete”. Con queste sconvolgenti parole pronunciate da un uomo cambogiano Deborah Co- hen, editor del British Medical Journal, apre un articolo sul tema delle malattie non trasmissibili svelando il paradosso che le caratterizza. Se da un lato tali patologie rappresentano ormai il principale carico di ma- lattia a livello globale e sono largamente responsabili delle crescenti disuguaglianze in salute, dall’altro ricevono ancora limitata attenzione e scarsi finanziamenti – soprattutto nei Paesi a risorse limitate – rispet- to alle più famose big three: AIDS, malaria e tubercolosi. Dai dati del Global Status Report on Non-Communicable Diseases si apprende in- fatti che “dei 57 milioni di decessi che si sono verificati a livello mon- diale nel 2008, 36 milioni – quasi due terzi – erano dovuti a malattie non trasmissibili, principalmente patologie cardiovascolari, tumori, diabete e malattie polmonari croniche”. Il rapporto sottolinea inoltre come il carico di malattie non trasmissibili stia crescendo più veloce- mente tra i Paesi a basso reddito; significativo in questo senso il fatto che in Africa Subsahariana le donne hanno una probabilità di morire o andare incontro a disabilità a causa di malattie non trasmissibili quattro volte maggiore rispetto alle donne che vivono in Paesi ad alto reddito.3
Questi dati contribuiscono a scardinare il luogo comune secondo il quale le malattie croniche sono tipiche dei Paesi ricchi e legate all’opu- lenza e al benessere, e richiamano l’attenzione sul fatto che i Paesi a basso reddito si trovano oggi ad affrontare il cosiddetto “doppio carico di malattia”, rappresentato da una critica combinazione di malattie tra- smissibili e non trasmissibili……. Leggi il seguito

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Di prossima uscita: “La Commissione su macroeconomia e salute”

Il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno

salute5_bassadi Adriano Cattaneo

“La 65a Assemblea mondiale della salute … esorta gli Stati membri … a sviluppare o, ove necessario, rinforzare leggi, norme o misure efficaci di altra natura per controllare la commercializzazione dei sostituti del latte materno …”. Questa raccomandazione, approvata dall’Assemblea mondiale della salute (AMS) il 26 maggio 2012,1 31 anni e 5 giorni dopo l’approvazione del Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno, 2 la dice lunga sullo stato di attuazione e applicazione dello stesso. In effetti, in base al rapporto sottoposto all’AMS perché deliberasse sul tema,3 dopo oltre 30 anni solo la metà circa degli Stati membri, 103 per la precisione, hanno in qualche modo legiferato sull’argomento, nove hanno proposte di legge, 37 contano su accordi e codici volontari da parte dei produttori di sostituti del latte materno, 25 non hanno ancora preso alcuna misura, mentre 20 non si sono neppure degnati di rispondere al questionario dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che chiedeva queste informazioni. Inoltre, sempre secondo questo rapporto, ma anche secondo IBFAN (International Baby Food Action Network), una rete di associazioni presente in un centinaio di Paesi compresa l’Italia,  tra i Paesi con leggi e norme pochissimi hanno recepito il Codice internazionale nella sua totalità….. Leggi il seguito

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Di prossima uscita: “La crisi globale delle risorse umane in sanità e il Codice di condotta dell’OMS sul reclutamento internazionale del personale sanitario.”

Conciliare innovazione medica e accesso ai farmaci essenziali: la Commissione su salute pubblica, innovazione e diritti di proprietà intellettuale

salute5_bassadi Nicoletta Dentico

Introduzione

Una delle pagine più sensibili sotto il profilo geopolitico, e controverse sotto il profilo mediatico, per la storia dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è stata scritta nell’ultimo decennio dalla Commissione su proprietà intellettuale, innovazione e salute pubblica (Com- mission on Intellectual Property Rights, Innovation and Public Health, CIPIH).1 La costituzione della CIPIH, praticamente a dieci anni dall’entrata in vigore dell’Accordo sugli aspetti della proprietà intellet- tuale relativi al commercio (Trade-Related aspects of Intellectual Pro- perty rights, TRIPs) dell’Organizzazione mondiale per il commercio (World Trade Organization, WTO), ha segnato un’esposizione molto vistosa per l’OMS, ma anche l’avvio di un passaggio significativo nel tortuoso dibattito della comunità internazionale su salute e commercio. In alcune fasi di questo passaggio, del resto non ancora concluso, l’autorevolezza stessa dell’OMS è stata messa a repentaglio.….. Leggi il seguito

Scarica il quinto capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “La salute di donne e bambini e il ruolo della Partnership for Reproductive, Maternal, Newborn and Child Health”

La difficile strada dell’OMS per distinguere la natura degli attori non statali che si occupano di salute

WHOPiù di un anno fa, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha preso la decisione di riformare il modo in cui si relaziona con i vari attori esterni che interagiscono con la agenzia. In molti hanno visto in questo passo un’opportunità di mettere mano alla credibilità e migliorare l’immagine dell’OMS, di recente sotto il proiettore per essere stata troppo contigua agli interessi dell’industria farmaceutica o di quella del cibo spazzatura (qui un esempio).

Nel 2011, l’Assemblea mondiale della salute prese la decisione di regolamentare queste relazioni con due politiche separate, volte rispettivamente alle Organizzazioni non governative (ONG) e alle entità private che perseguono fini di lucro. Questa differenziazione da un lato faciliterebbe la collaborazione dell’OMS con molte ONG che sostengono gli stessi principi fondamentali dell’agenzia e dall’altro permetterebbe all’OMS di difendersi in modo adeguato dall’influenza crescente e inadequata del settore commerciale e di altri organismi legati al profitto economico, spesso in diretto conflitto con la salute pubblica.

Al Segretariato dell’OMS era stato affidato il mandato di presentare le bozze di queste due politiche alla sessione del Consiglio Esecutivo del maggio 2013. Il rapporto preparato a questo scopo dal Segretariato ha deluso molti, e sopratutto le ONG e la società civile: non solo non proponeva alcuna bozza di politica da discutere, ma ignorava del tutto la decisione dell’Assemblea di considerare le ONG come un ambito separato rispetto al settore privato. Il rapporto invece parla in generale di ‘attori non-statali’, raggruppando in un unico calderone tutti coloro che interagiscono con l’OMS e non sono Stati membri e ignorando l’esistenza di interessi diversi e spesso divergenti tra i vari attori esterni all’OMS.

La spaccatura non si è fatta attendere. In seno al 133esimo Consiglio esecutivo dell’OMS il problema della differenziazione tra i diversi attori esterni non-statali è stato il punto più caldo del dibattito e ha segnato una divisione chiara tra le posizioni dei diversi stati membri. Da un lato alcuni Paesi industrializzati come la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada e la Norvegia hanno appoggiato l’approccio del Segretariato e si sono espressi contro la differenziazione tra gli attori esterni all’OMS. L’argomento è che la separazione in categorie dei vari organismi non-statali è troppo difficile; inoltre occorre ottemperare ai principi di inclusività, trattamento equo e dialogo con tutti gli attori. Per niente sorprendente l’eco che è venuta a questa posizione dalla Federazione internazionale dei produttori e delle associazioni farmaceutiche, IFPMA, legata agli interessi dell’industria farmaceutica, che ha definito la distinzione tra il settore privato e le ONG un criterio opinabile e discriminatorio.

Su posizioni di segno opposto si è invece schierata la maggioranza degli Stati membri, che rappresentano soprattutto i Paesi in via di sviluppo, ricordando i vari interessi in campo quando si parla attori non-statali, e chiedendo all’OMS di regolarsi di conseguenza. Paesi come il Senegal – a nome dei 47 Paesi del gruppo africano – molti fra i Paesi del Sud America, come Argentina, Brasile, Panama, Ecuador, e ancora l’Egitto, l’India e lo Sri Lanka hanno chiesto al Segretariato di sviluppare una tipologia differenziata di attori non statali, più aderente alla realtà, e di redigere norme specifiche per ciascuna categoria. Molte ONG, come Corporate Accountability International, International Baby Food Action Network e People’s Health Movement, hanno appoggiato la stessa posizione (clicca qui).

Sembra evidente che in prima battuta il Segretariato dell’OMS abbia deliberatamente scelto di favorire la posizione dei principali Paesi donatori e di trascurare le pur numerose posizioni degli altri Stati membri. Una consuetudine di approccio che non paga quasi mai. Il Consiglio esecutivo ha deciso di ‘notare’ e non di ‘approvare’ il rapporto del Segretariato dell’OMS, come testimoniato dal resoconto della discussione. Trovandosi di fronte a una maggioranza in disaccordo con il rapporto proposto, la Direttrice generale Margaret Chan, nel suo intervento di chiusura, ha fatto un passo indietro e ha riconfermato che il Segretariato si adopererà per sviluppare le due politiche decise dalla 65esima Assemblea.

Intanto si è perso dell’altro tempo, e la confusione degli interessi non fa bene alla salute!

 

Ina Verzivolli

Coordinatrice attività diritti umani, International Baby Food Action Network

8th Global Conference on Health Promotion

HinallPSi è da poco conclusa a Helsinki, Finlandia, l’ottava Global Conference on Health Promotion (giugno 10-14 2013), appuntamento che muove i propri passi dalla storica Conferenza di Ottawa del 1986.

La Conferenza ha voluto essere la piattaforma per scambiare esperienze al fine di promuovere la Health in All Policies, identificare opportunità e barriere a questo obiettivo, confermare la diretta relazione tra salute e sviluppo, la necessità di tradurre in buone pratiche la Dichiarazione di Rio sui Determinanti Sociali di salute.

Margaret Chan, Director General dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo discorso di apertura ha lanciato un chiaro messaggio, ribadendo come il potere delle multinazionali sia uno dei maggiori ostacoli agli obiettivi di salute globale: non solamente l’industria del tabacco; “la sanità pubblica deve contendere anche con le Big Food, Big Soda, e Big Alcohol. Tutte loro temono le regolamentazioni […] …nessun paese è riuscito a invertire il trend dell’epidemia di obesità in tutti i gruppi di età. Ma questo non è un fallimento della volontà individuale. È un fallimento della volontà politica di affrontare le sfide piu grandi”.

Per approfondire: click here