#Nutrizione – Alimenti sani, acqua pulita e servizi sanitari accessibili a tutti sono le basi per sconfiggere la malnutrizione. Lo afferma il direttore del dipartimento per la nutrizione dell’OMS, Dr. Francesco Branca

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Francesco Branca, direttore del dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha delineato i piani dell’Organizzazione per fronteggiare le varie forme di malnutrizione e le prospettive future in ambito di nutrizione.

Dottor Branca, quale pensa sia l’impatto e il ruolo della globalizzazione e dei determinanti sociali sul double burden1 (doppio carico di malattia) in tema di malnutrizione?

Siamo passati da una situazione in cui le forme di malnutrizione erano in qualche modo polarizzate nelle diverse zone del modo – denutrizione cronica e acuta nei paesi poveri e sovrappeso e obesità in quelli ricchi – ad un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità a partire dalle prime fasi della vita anche nei paesi a medio e basso reddito. Quindi per effetto della globalizzazione abbiamo assistito ad un cambiamento dei sistemi alimentari, con il manifestarsi di una coesistenza di varie forme di malnutrizione non solo nello stesso paese, ma spesso anche nelle stesse comunità.

In passato avevamo paesi che, per motivi di reddito, di sistema produttivo e di efficienza del sistema di salute, avevano una maggiore prevalenza di forme di malnutrizione acuta (come lo stunting2, il wasting3), legate prevalentemente all’insufficienza e all’insicurezza alimentare, alle malattie trasmissibili – soprattutto quelle che provocano diarree – e ai problemi legati all’inadeguatezza delle cure parentali. Separatamente avevamo la parte di mondo ad alto reddito dove è cresciuta rapidamente la prevalenza del sovrappeso, dell’obesità e delle malattie correlate ad una dieta poco salutare.

Attualmente, per effetto della globalizzazione i sistemi alimentari si sono modificati. L’aumento dell’urbanizzazione, anche nei paesi poveri, la crescente dipendenza da alimenti trasformati industrialmente e in generale l’adozione di modelli alimentari e stili di vita più simili a quelli occidentali hanno determinato un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità anche nei paesi a medio e basso reddito.

A ciò va aggiunta la dimensione biologica. Come è emerso da diversi studi un bambino nato con basso peso – per effetto di una malnutrizione in utero – o che abbia sofferto di denutrizione cronica nei primi mesi di vita se esposto ad un ambiente alimentare più ricco di energie, in particolare di grassi e zuccheri, è più facilmente predisposto a sviluppare uno squilibrio metabolico e malattie croniche, tra cui ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e obesità.

È inoltre necessario parlare di una terza forma di malnutrizione, la carenza di vitamine e minerali – che può coesistere con gli altri due tipi. Infatti, nonostante la dieta possa essere sufficiente in termini di calorie, se poco varia e insufficiente in alimenti animali, frutta e verdura, svilupperà una malnutrizione da insufficienza di ferro, di zinco, di acido folico e dei precursori della vitamina A.

È importante quindi far passare il messaggio che attualmente nella lotta alla malnutrizione non si agisce solo sulla quantità di cibo, ma soprattutto sulla qualità.

 Ad oggi, qual è la preoccupazione maggiore in ambito di doppio carico di malattia riferito alla malnutrizione e dove è più difficile agire?

In primis, la comprensione del problema. Il riconoscimento del problema permette di descriverlo, soprattutto perché siamo abituati a lavorare con agenzie per lo sviluppo o con governi che si sono specializzati nel trattare una sola forma di malnutrizione, quella per difetto.

Poi è fondamentale la descrizione delle soluzioni. In una situazione in cui le risorse sono limitate c’è la tentazione di concentrarsi su un solo aspetto considerandolo il prevalente. Questo però a scapito della possibilità e dell’opportunità di lavorare sulle due forme simultaneamente – azione che in realtà sarebbe possibile intraprendere. In questo ambito vanno menzionati tutti quegli interventi che determinano e generano una sana alimentazione nei primi mesi di vita, come l’allattamento al seno – importante sia per prevenire la denutrizione acuta che l’obesità. Segue, l’adeguata alimentazione tra i 6 e i 24 mesi di vita, la cosiddetta alimentazione complementare, che deve avere un contenuto di nutrienti sufficienti a soddisfare i bisogni, senza eccedere. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza, in quanto nei paesi a medio reddito e in quelli in transizione anche l’alimentazione complementare è eccessivamente ricca in zuccheri, grassi e sale, con il conseguente rischio di compromettere lo stato nutrizionale fin dai primi anni di vita.

Inoltre, bisogna monitorare e correggere quegli interventi che erano stati concepiti per una forma di malnutrizione, ma che possono creare problemi all’altra, come quelli messi in atto in America Latina che avevano lo scopo di correggere la denutrizione, soprattutto quella moderata o cronica. Tra questi rientrava la distribuzione di alimenti ad alto contenuto energetico e ciò ha determinato facilmente l’aumento della prevalenza dell’obesità.

Altri esempi sono i programmi di distribuzione di alimenti nelle scuole primarie, realizzati per correggere il ritardo di crescita, ma che purtroppo hanno portato all’aumento del sovrappeso in quanto, in quella fascia di età, le possibilità di recupero per il ritardo di crescita sono più limitate. C’è allora la necessità di sviluppare programmi di trattamento della malnutrizione in maniera diversificata, a partire dal bisogno specifico.

È necessario lavorare sulla qualità e sul contenuto di vitamine e minerali, piuttosto che concentrarsi sull’apporto calorico e sulla composizione in macronutrienti, che ha portato a utilizzare cibi ad alta densità energetica ricchi di zuccheri e di grassi.

Un’altra considerazione riguarda il cambiamento del sistema alimentare. È necessario evitare la deriva verso un sistema alimentare che dipenda eccessivamente dagli alimenti industrialmente trasformati, con l’abbandono delle tradizioni alimentari, del consumo di alimenti freschi e di prodotti fatti in casa, come si è assistito nei paesi ad alto reddito.

In questo ambito il Brasile, ad esempio, sta attuando una politica strategica atta a ridurre la crescita della quota di alimenti ultra processati, che attualmente è pari a circa il 30%. A differenza di paesi come Regno Unito e Stati Uniti d’America in cui la percentuale si aggira al 50-60%.

Rimanendo su questo argomento quali sono le strategie che i governi stanno mettendo in atto per ridurre il doppio carico di malattia proprio della malnutrizione?

Non c’è una concreta strategia di azione sul doppio carico di malattia da parte di alcuni paesi, ma c’è una crescente consapevolezza che sia necessario agire.

Potremmo portare l’esempio del Bangladesh, dove oltre ai gravi problemi di malnutrizione cronica sono presenti anche sovrappeso e obesità e attualmente è stata capita l’importanza di agire su quest’ultime.

Per quanto concerne l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il primo problema da affrontare è stato quello di creare una visione comune sulle soluzioni da proporre. Bisognava infatti cambiare prospettiva e non parlare più soltanto di malnutrizione per difetto, ma agire su tutte le sue forme. In tal senso, un grande incentivo è stato dato nel 2012 dall’approvazione da parte dell’Assemblea Mondiale della Sanità di 6 obiettivi globali per la riduzione dello stunting, del wasting, del sovrappeso, del basso peso alla nascita, dell’anemia e dell’allattamento al seno. Successivamente, nel 2014 con la Conferenza Internazionale sulla Nutrizione i governi si sono impegnati a ridurre la malnutrizione attraverso azioni sul sistema agroalimentare, sul sistema sanitario, sulla sicurezza sociale, sull’ambiente; e nel 2015 i governi hanno inserito tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (OSS) l’eliminazione della malnutrizione in tutte le sue forme. Nel 2016 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che il 2016-2025 sara’ il Decennio di Azione per la Nutrizione, nel quale i governi e le istituzioni internazionali si impegneranno a moltiplicare le azioni e gli investimenti per eliminare la malnutrizione.

L’altro aspetto era comprendere se ci fossero delle risposte possibili e quindi dimostrare che si possono sviluppare progetti in maniera diversa. In questo ambito, l’OMS insieme ad altre Organizzazioni delle Nazioni Unite, come il Programma Alimentare Mondiale (PAM), stanno lavorando per formulare diversamente i programmi di alimentazione nelle scuole.

Per quanto concerne i Paesi si sta assistendo ad un aumento del controllo del sistema alimentare. Fino a poco tempo fa vigeva l’idea che il sistema alimentare dovesse essere regolato dalle leggi di mercato e non si dovesse intervenire direttamente, mentre oggi c’è una maggiore consapevolezza della necessità di un intervento, ad esempio ci sono oltre 20 paesi che hanno stabilito forme di tassazione su bevande e cibi. Altre metodiche attuate e che possono essere ulteriormente sviluppate si basano sui controlli della pubblicità e dell’etichettatura dei prodotti. Risulta fondamentale informare il consumatore, non solo dando dei messaggi generici, ma fornendo il messaggio giusto nel momento in cui si compiono le scelte. Diversi paesi tra cui l’Ecuador, l’Iran, il Cile, la Gran Bretagna stanno lavorando in questi ambiti.

Inoltre è emersa l’idea che attraverso la riformulazione dei prodotti si possa avere una dieta sana, ad esempio ci sono state diverse esperienze sulla riduzione del sale, degli acidi grassi trans e recentemente dello zucchero aggiunto, ma c’è ancora moltissimo da fare.

intervista di Benedetta Armocida

  1. Double burden della malnutrizione: è l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, o altre malattie associate alla dieta, tra individui, all’interno di famiglie e nelle popolazioni.
  2. Stunting: ridotta crescita in altezza per l’età. Questo riflette un processo di mancato raggiungimento del potenziale di crescita lineare a causa di condizioni di salute e/o nutrizionali non ottimali. Secondo gli standard di crescita del bambino dell’OMS ci si riferisce ai bambini di età compresa tra 0 e 59 mesi, la cui altezza per età è inferiore a due deviazioni standard (moderata e grave) e meno di tre deviazioni standard (grave) rispetto la mediana.
  3. Wasting: ridotto peso per l’altezza. Il wasting indica nella maggior parte dei casi un recente e grave processo di perdita di peso, spesso associato alla carestia o a gravi malattie.

 

 

Stili di vita: diciannovenni o sessantenni? Il 75 % delle ragazze e il 50 % dei ragazzi non svolgono attività fisica

28 giugno 2017 – è stato pubblicato nei giorni scorsi sul sito SFGATE un articolo che dimostra come la crescita degli adolescenti stia cambiando.

L’adolescenza dovrebbe essere il periodo più attivo nella vita delle persone caratterizzato oltre che da un cambiamento ormonale, da una progressiva crescita fisica e dal forte desiderio di fare nuove esperienze.

Uno studio, condotto su 12.529 americani tra i 9 e gli 85 anni, ha mappato i cambiamenti nell’attività fisica durante il corso della vita delle persone. I soggetti coinvolti nella ricerca del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) sono stati monitorati, per sette giorni consecutivi, attraverso dispositivi che misurano il movimento.

Viijay Varma, ricercatore del National Institute of Aging e autore principale dello studio, ha affermato che generalmente si pensa che l’attività fisica diminuisca gradualmente durante l’intero ciclo di vita, ma i nuovi dati mostrano un calo più marcato del previsto durante l’infanzia e l’adolescenza, tanto che i diciannovenni risultano sedentari quanto i sessantenni.

I dati raccolti mostrano che il picco dell’attività fisica si raggiunge a 6 anni di età.

Le cause di ciò sono da ricercare soprattutto all’interno delle organizzazioni sociali che iniziano a quell’età, come la scuola, che richiede ai bambini di rimanere seduti per la maggior parte del tempo. Le campanelle scolastiche inoltre portano alla privazione del sonno nei bambini, non considerando i loro ritmi biologici di sonno e veglia.

Altro aspetto rilevante è il tempo trascorso davanti alla tv, al pc, ai tablet e ai telefonini, che attualmente varia dalle 7 alle 9 ore giornaliere.

Anche se l’American Academy of Pediatrics ha recentemente allentato le raccomandazioni relative al tempo trascorso davanti ad uno schermo, la maggior parte degli studiosi è concorde nel sottolineare che ridurre l’attività fisica, porta ad un più alto rischio di obesità e depressione. La maggior parte dei bambini e ragazzi tra i 6 e i 19 anni non svolge i 60 minuti al giorno di allenamento moderato o intenso e l’attività sportiva 3 volte a settimana come raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Nello specifico tra i 6 e i gli 11 anni il 50% delle bambine e il 25% dei bambini non svolge attività fisica, mentre tra i 12 e i 19 anni la situazione è ancora più preoccupante, con il 75 % delle ragazze e il 50 % dei ragazzi inattivi. Lo studio mostra un incremento dell’attività fisica attorno ai 20 anni, soprattutto nelle prime ore della mattina e ciò può esser determinato dall’affacciarsi alla vita adulta, periodo nel quale è necessario mettersi al passo con molteplici transizioni: l’avvio di un lavoro a tempo pieno, una maggiore responsabilità familiare, i cambiamenti nella struttura familiare, la possibilità di sposarsi o di diventare genitore.

L’attività fisica inizia a diminuire a 35 anni e questa tendenza continua con il passare degli anni. Come suggerisce Varma i dati emersi dallo studio dovrebbero aiutare a riflettere sullo stile di vita che si sta diffondendo e incoraggiare la progettazione di attività fisiche che favoriscano il movimento.

di D.Z

Un terzo della popolazione mondiale è in sovrappeso e gli USA guidano le classifiche

Il 12 giugno è stato pubblicato dal New England Journal of Medicine lo studio che ha analizzato l’andamento del sovrappeso e dell’obesità in 195 paesi durante gli ultimi 25 anni.

Lo studio ha rilevato come tra il 1980 e il 2015 i tassi di obesità siano raddoppiati in 73 paesi, tra cui la Turchia, il Venezuela e il Bhutan.

Più di 2 miliardi di adulti e bambini nel mondo – l’equivalente di un terzo della popolazione globale – sono in sovrappeso o obesi e soffrono di problemi di salute correlati.

Gli Stati Uniti hanno la più grande percentuale (13%) di bambini e giovani adulti obesi, mentre l’Egitto guida la classifica dell’obesità adulta con quasi il 35%.

Un numero crescente di decessi a livello mondiale è legato al sovrappeso e alle malattie cardiovascolari ad esso associate. Il tasso di mortalità pro capite è aumentato del 28% dal 1990 e il 40% di decessi si sono osservati tra i soggetti in sovrappeso.

I livelli di obesità sono aumentati in tutti i paesi, indipendentemente dal loro livello di reddito, il che significa che non dipende semplicemente dalla ricchezza. Le modifiche nell’ambiente alimentare, nei sistemi alimentari, ma anche nella ridotta attività fisica, associata all’aumento dell’urbanizzazione sono motori importanti di questa “pandemia”.

“Bisogna controllare l’obesità e le sue conseguenze a livello globale, aiutando le persone obese a perdere peso”, afferma Goodarz Danaei, professore di Salute Globale alla Harvard T.H. Chan School of Public Health, che ribadisce anche la necessità di intervenire con investimenti sia nella ricerca che nella sanità pubblica.

di B.A.

http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa1614362#t=article

WHA70 – Nuove strategie per porre fine all’obesità infantile

Ginevra, 31 Maggio 2017 – L’Assemblea Mondiale della Sanità ha accolto ieri con favore il piano per l’attuazione delle strategie per porre fine all’obesità infantile. Le raccomandazioni mirano ad invertire il trend che vede in continua crescita il numero di bambini e adolescenti in sovrappeso e obesi.

Al fine di ottenere un impatto su tutto il corso della vita, il piano si concentra sulla prevenzione dell’obesità in età infantile.

Le strategie mirano ad aiutare i Paesi a rispettare gli impegni per affrontare il problema dell’obesità seguendo il Piano d’Azione Mondiale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’ambito dell’Agenda del 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Il piano di attuazione sottolinea l’incoraggiamento a scegliere alimenti sani e di qualità attraverso politiche e interventi di supporto – tra cui la tassazione, la commercializzazione e l’etichettatura – e si concentra sulla costruzione di abitudini sane sin dalla giovane età, sottolineando la necessità di modellare ambienti scolastici e comunitari a sostegno di stili di vita salutari, promuovendo l’educazione alimentare e dell’attività fisica.

di B.A.

ECLAC/WFP. In America Latina un “doppio carico” di denutrizione e obesità che costa miliardi

Il 24 aprile, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) e il Programma Alimentare Mondiale (WFP) hanno pubblicato i risultati della ricerca congiunta tesa a stimare le perdite di produttività, salute e istruzione in Cile, Ecuador e Messico.

Secondo la ricerca “The Cost of the Double Burden of Malnutrition: Social and Economic Impact”, l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, noto come il “doppio carico della malnutrizione”, è costato miliardi di dollari alle economie dell’America Latina.

Il rapporto evidenzia come la malnutrizione – intesa sia come denutrizione che sovrappeso/obesità -abbia un impatto negativo sulle malattie, sui tassi di mortalità, sulla produttività e sulle prestazioni educative, con enormi conseguenze economiche per i soggetti affetti, per le comunità e i paesi.

Secondo lo studio, come conseguenza della malnutrizione il prodotto interno lordo (PIL) di ciascun paese si starebbe riducendo di anno in anno, con perdite stimate a 500 milioni di dollari in Cile, 4,3 miliardi di dollari in Ecuador e 28,8 miliardi di dollari in Messico, che rappresentano rispettivamente lo 0,2%, il 4,3% e il 2,3% del PIL.

“Negli ultimi dieci anni in molti paesi a reddito medio sono stati fatti grandi progressi nella riduzione della denutrizione. Nonostante il problema persista, adesso assistiamo ad una contemporanea presenza di denutriti e di soggetti in sovrappeso all’interno delle stesse famiglie”, ha detto il Direttore Regionale del WFP, Miguel Barreto.

Le stime sono spaventose: nonostante la denutrizione sia in diminuzione, la sovranutrizione è divenuto un grande problema sociale ed economico nella regione. Tra il 2014 e il 2018 si valuta che, il sovrappeso e l’obesità, costeranno in media all’anno 1 miliardo di dollari in Cile, 3 miliardi di dollari in Ecuador e 13 miliardi di dollari in Messico.

Lo studio raccomanda misure governative di educazione alimentare e programmi di attività fisica. È necessario inoltre incoraggiare l’industria alimentare a lavorare con i governi per garantire la produzione, la disponibilità e l’accessibilità a prodotti alimentari più sani e a svolgere un ruolo positivo e responsabile nell’educare i consumatori a scelte salutari.

https://www.wfp.org/news/news-release/double-burden-undernutrition-and-obesity-cost-latin-america-billions-says-new-repo

di Benedetta Armocida

Nutrizione. Se gli insegnanti li forma l’industria alimentare

Affrontando il tema della promozione di una sana alimentazione occorre partire da un dato di fatto. I bisogni alimentari dell’umanità continuano a non essere soddisfatte: circa un miliardo di persone su questo pianeta soffre la fame mentre circa due miliardi sono in sovrappeso. In entrambi questi casi si registra un trend in crescita. I due problemi di malnutrizione, cosi diversi per quanto riguarda gli effetti, hanno però in comune un fattore causale fondamentale: la mancanza di controllo da parte delle popolazioni sulle condizioni socioeconomiche nelle quali si vive e si mangia. Analizzando la mortalità per fame dal secondo dopoguerra, Amartya Sen (1) ha dimostrato che la causa della fame in verità non è la mancanza di cibo (che solitamente si trova anche nelle aree colpite da carestia), ma la mancanza del diritto all’accesso al cibo disponibile. Analogamente anche nel caso dell’obesità la mancanza di controllo su un contesto economico e sociale obesogenico deve essere considerato alla base dell’epidemia registrata negli ultimi decenni. “L’obesità risulta dalla reazione normale delle persone agli stimoli derivanti dall’ambiente obesogenico” determinato dalla “fornitura progressivamente crescente di alimenti gustosi, ipercalorici e a basso costo; sistemi di distribuzione commerciale efficienti che rendono questi alimenti più accessibili e metodi di marketing convincenti e pervasivi”(2). Esistono ovviamente altri co-fattori in grado di modificare l’effetto di questi determinanti: aspetti legati alla genetica, la motorizzazione del movimento e la conseguente sedentarietà, fattori socioeconomici e culturali. Infatti anche in Italia il gradiente sociale nella distribuzione del sovrappeso è notevole (3): a essere colpiti sono soprattutto le persone meno istruite e con più difficoltà economiche , cioè appunto quelle con meno potere e mezzi di controllo rispetto al contesto in cui vivono.
Il potere di fare delle scelte informate della popolazione non aumenterà di certo grazie al recente protocollo d’intesa tra Ministero dell’istruzione, università e ricerca (MIUR) e Federalimentare (4) che per rafforzare la diffusione dell’educazione alimentare nelle scuole prevede una maggiore interazione tra mondo scolastico e industria alimentare a cui viene dato il mandato di occuparsi della formazione del personale scolastico in tema di nutrizione e stili di vita . Una iniziativa che non può essere considerata appropriata per promuovere una sana alimentazione, anzi ne rappresenta un ostacolo, a causa delle informazioni fuorvianti che veicola (si veda il sito vetrina “il gusto fa scuola”), per i gravi conflitti di interesse esistenti e per la confusione dei ruoli tra enti pubblici e aziende private (PFM).
Per maggiori informazioni e un appello per una educazione alimentare indipendente si veda: http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/promozione-di-sana-alimentazione-0#appello

Bibliografia
 
1) A. Sen, Poverty and famines. An essay on entitlement and deprivation, New York, Oxford University Press, citato in Rajeev C.Patel, Food Sovereignity: Poer, Gender, and the Right to Food, PloS Medicine, Vol 9, Issue 6, June 2012
 
2) Boyd A Swinburn et al., The global obesity pandemic: shaped by global drivers and local envionments, The Lancet, Vol 378, Augus 27, 2011
 
3) Rapporto nazionale Passi 2011: sovrappeso e obesità, http://www.epicentro.iss.it/passi/rapporto2011/EccessoPonderale.asp4) Comunicato stampa MIUR, Roma, 24 luglio 2012, http://www.istruzione.it/web/ministero/cs240712

Globalmente è allarme obesità

0001UBL’obesità ha raggiunto livelli allarmanti, superando il peso della fame in termini di salute globale. Le malattie non trasmissibili – di cui l’obesità rappresenta la manifestazione più visibile – costituiscono ormai la principale causa di morte e disabilità nel mondo. E’ quanto si apprende dal Global Burden of Disease Study 2010,  pubblicato giovedì 13 Dicembre sulla pretigiosa rivista medica inglese The Lancet. Il rapporto, che la rivista descrive come il più grande sforzo mai fatto per descrivere sistematicamente la distribuzione globale delle cause di malattia, è stato ripreso immediatamente dalla CNN e dai maggiori media mondiali. Salvo per l’Africa Sub-Sahariana – dove la crescente obesità degli adulti si affianca ancora spesso a preoccupanti livelli di denutrizione soprattutto dei bambini – tutti i paesi del mondo sono alle prese con allarmanti tassi di obesità, il cui aumento a livello globale è stato dell’82% negli ultimi due decenni; e persino superiore al 100% in Medioriente. La causa è lo “Stile di vita occidentale”, diffusosi in tutto il mondo con le medesime conseguenze: se da un lato la vita media si è allungata, la qualità della stessa negli ultimi anni non è delle migliori. Date le proporzioni epidemiche delle malattie non trasmissibili il tema si è imposto anche all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come non accadeva dai tempi dell’allarme AIDS. Anche l’impatto economico delle malattie non trasmisibili è devastante: si stima che nei prossimi 20 anni esse graveranno sull’economia globale per 30 trilioni di dollari USA, senza considerare i 16 trilioni per la cura di problemi di salute mentale. In tempi di crisi un dato da non trascurare, che impone politiche adeguate di prevenzione (TT/EM)