In Rwanda si sperimentano i droni salvavita

8 Giugno 2017, Jonathan W. Rosen riporta sul MIT technology Review la sperimentazione di droni – Zipline – per il trasporto di sacche di sangue, iniziata a fine 2016, nel Distretto Ospedaliero di Kabgayi in Rwanda.

La sperimentazione in atto, sviluppatasi grazie ad un accordo tra il governo del Rwanda e l’impresa della Silicon Valley produttrice del drone Zipline, prevede la consegna via aerea di sacche di sangue, impiegate per le trasfusioni durante operazioni chirurgiche, parti complicati o per il trattamento delle anemie gravi, comuni nelle zone malariche.

Le consegne delle sacche di sangue effettuate mediante i droni costituiscono uno dei tanti possibili impieghi di questo nuovo mezzo ad alta tecnologia, la cui produzione e commercio stanno avendo un notevole sviluppo. Dopo il loro uso per le consegne di prodotti alimentari principalmente, il mondo dei droni si è aperto all’ambito medico, promuovendo la consegna regolare di prodotti medici di emergenza, divenendo quindi utili strumenti salvavita.

I droni Zipline sono dotati di ali fisse per resistere a condizioni meteo avverse, nonché di un navigatore satellitare per dirigerlo correttamente. Accuratezza e precisione sono indispensabili, per evitare il rischio di caduta dei pacchi.

Benché la sperimentazione sia solo agli inizi i risultati sono già visibili. In passato per l’approvvigionamento delle sacche di sangue si compivano lunghi ed estenuanti viaggi di quattro ore per raggiungere Kigali, la capitale, distante circa 60 chilometri dalla sede del Distretto di Kabgayi. Ciò comportava notevoli ritardi o ancor peggio l’impossibilità di prestare assistenza sanitaria. Oggi è sufficiente che i tecnici di laboratorio effettuino un ordine con uno smartphone al centro di distribuzione di Zipline, situato a soli cinque chilometri dall’ospedale, e entro quindici minuti avviene la consegna tramite il drone.

Espori Kajibwami, chirurgo e direttore dell’Ospedale di Kabgayi si dimostra molto soddisfatto di questo efficiente metodo di consegna e dichiara: “prima dello Zipline avere disponibilità di sangue era un problema. Nei casi di emergenza infatti l’Ospedale era costretto a trasferire il paziente o nella struttura più vicina a Kigali o farlo attendere fino all’arrivo della sacca per trasfondere”.

Attraverso una rete di operatori sanitari che cooperano insieme in diverse attività – monitoraggio del drone, ricezione delle sacche di sangue e il loro impiego in sala operatoria – è possibile tracciare centinaia di emergenze sanitarie in tutto il paese. Finora riuscire a raggiungere questi pazienti ed effettuare per tempo il corretto trattamento risultava economicamente proibitivo e logisticamente impossibile. Il progetto di Zipline per il Rwanda prevede oltre alla consegna di sacche di sangue, anche quella di vaccini, di farmaci per il trattamento dell’HIV, della tubercolosi e della malaria, di contraccettivi e di kit per test diagnostici.

Di recente una lista di Governi ha espresso interesse per la tecnologia Zipline e la compagnia ha già concluso un accordo con il Ministro della Difesa e dell’Aviazione Civile della Tanzania per la promozione e il lancio del progetto.

Zipline sceglie con attenzione le future destinazioni dei suoi progetti, dando priorità ai paesi che offrano la possibilità di garantire un notevole impatto sociale, siano disposti ad effettuare i cambiamenti normativi e che possano sostenere l’impegno finanziario.

di L.G.

OMS. Terzo Forum Mondiale sui dispositivi medici: nuove sfide per la qualità e la sicurezza

Ginevra, 10-12 maggio. Si sta svolgendo in questi giorni il Terzo Forum Mondiale sui dispositivi medici.

Gli obiettivi dell’incontro sono:

  • definire i metodi per accrescere l’accesso ai dispositivi medici prioritari sotto la copertura sanitaria universale in conformità con gli obiettivi di sviluppo sostenibile;
  • condividere le prove delle migliori pratiche nella regolazione, valutazione e gestione dei dispositivi medici;
  • dimostrare lo sviluppo e l’utilizzo di innovative tecnologie accessibili e convenienti per rispondere alle priorità sanitarie globali;
  • condividere gli strumenti e le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sui dispositivi medici per una migliore realizzazione;
  • presentare i risultati dell’attuazione delle risoluzioni dell’Assemblea mondiale della Salute sui dispositivi medici e sulle medicine essenziali e prodotti sanitari (EMP) entro il 2030.

In questo contesto l’OMS ha pubblicato il Global Model Regulatory Framework for medical devices including in vitro diagnostic medical devices, attraverso il quale delinea i principi guida di una regolamentazione efficace, efficiente, obbligatoria e applicabile.

Il documento “è destinato a fornire orientamento e sostegno agli Stati membri dell’OMS che non hanno ancora sviluppato e attuato controlli regolamentari relativi ai dispositivi medici, nonché alle giurisdizioni affinché continuino a migliorare i loro quadri normativi affinché adottino misure per garantire la qualità e la sicurezza dei dispositivi medici disponibili nei loro paesi “. “Molti paesi non hanno né le risorse finanziarie né la competenza tecnica per passare con successo da un mercato non regolamentato ad una legge completa sui dispositivi medici in un unico programma. Al contrario, il Modello raccomanda un approccio progressivo o graduale per regolare la qualità, la sicurezza e le prestazioni dei dispositivi medici. Fornisce una guida per lo sviluppo del sistema normativo. Ciò partirà da controlli a livello base, per poi avanzare a controlli a livello esteso – come l’ispezione degli stabilimenti registrati e la sorveglianza delle indagini cliniche”. Inoltre, “la regolamentazione dei dispositivi medici non si svolge in isolamento, ma dovrebbe essere coordinata con la regolamentazione di altri prodotti medici (ad esempio farmaci e vaccini)”.

Risulta inoltre rilevante per gli acquirenti, le agenzie di approvvigionamento, i regolatori e anche per coloro che fanno formazione sulla qualità dei dispositivi medici.

di A.C.

Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

Giornata della Terra

22 aprile – Oggi è la Giornata della Terra. Un’occasione per riflettere su come la salute del pianeta e la salute degli abitanti che lo popolano siano strettamente interconnesse.
Tema della giornata è l’educazione al cambiamento climatico e ambientale.
Inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, distruzione di ecosistemi e cambiamento climatico – in silenzio – influiscono su qualità e durata della nostra vita.
Solo creando consapevolezza tra la popolazione – a cominciare dalle nuove generazioni – tali minacce potranno essere diffusamente percepite e quindi contrastate.
Adottando un’alimentazione sana, riciclando, impegnandosi ad utilizzare fonti energetiche rinnovabili e, in generale, a ridurre le emissioni di CO2, i singoli cittadini possono fare molto per il benessere del pianeta.
Oltre un miliardo di persone, ogni anno, partecipa alla Giornata della Terra. Coinvolgendo 192 paesi e 250000 scuole, tale iniziativa si impone come la principale azione collettiva a tutela dell’ambiente a livello globale.
di Lorenzo De Min

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida

 

Interrompere il disinteresse per le malattie tropicali: a quale prezzo?

salute5_bassaJanis K. Lazdins-Helds, Nicoletta Dentico

Alla fine del secolo XIX le potenze coloniali coniarono i termini medi- cina tropicale e malattie tropicali. Si riferivano a malattie comuni nelle loro colonie, patologie che incidevano negativamente sulla loro espansione e sull’accesso alle risorse strategiche disponibili a latitudini tro- picali. L’impatto economico di queste malattie era di tale importanza che queste potenze si attivarono ben presto per la creazione di enormi istituti di medicina tropicale, dapprima in Europa, solo più tardi negli Stati Uniti, con relative postazioni satellite per la ricerca sul campo nelle colonie. Molte di quelle strutture continuano a esistere ancora oggi. Da questi centri sono rapidamente emerse conoscenze chiave su queste malattie durante la prima metà del secolo XX. Queste cono- scenze stimolarono iniziative per la ricerca e lo sviluppo di farmaci tra le potenti compagnie chimiche e farmaceutiche dell’epoca, molte delle quali divennero le multinazionali del farmaco dei giorni nostri. I pro- dotti sviluppati allora furono il risultato di ricerche che oggi sarebbero considerate inaccettabili e profondamente immorali. La popolazione locale veniva arruolata per i nuovi interventi curativi o preventivi sen- za richiesta di consenso, e spesso in maniera forzata o con minacce. Comuni erano le campagne per i trattamenti preventivi di massa, per esempio contro la malattia del sonno. L’efficacia di simili iniziative produceva effetti talmente positivi sugli obiettivi economici e politici delle potenze coloniali che questi interventi sanitari, riducendo morte e malattia tra la forza lavoro nativa e proteggendo dalle stesse occorren- ze i coloni, erano considerati di fondamentale valore strategico…… Leggi il seguito

Scarica il quattordicesimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “L’OMS nella sua interazione con le Organizzazioni non governative: PINGO contro BINGO”

Conciliare innovazione medica e accesso ai farmaci essenziali: la Commissione su salute pubblica, innovazione e diritti di proprietà intellettuale

salute5_bassadi Nicoletta Dentico

Introduzione

Una delle pagine più sensibili sotto il profilo geopolitico, e controverse sotto il profilo mediatico, per la storia dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è stata scritta nell’ultimo decennio dalla Commissione su proprietà intellettuale, innovazione e salute pubblica (Com- mission on Intellectual Property Rights, Innovation and Public Health, CIPIH).1 La costituzione della CIPIH, praticamente a dieci anni dall’entrata in vigore dell’Accordo sugli aspetti della proprietà intellet- tuale relativi al commercio (Trade-Related aspects of Intellectual Pro- perty rights, TRIPs) dell’Organizzazione mondiale per il commercio (World Trade Organization, WTO), ha segnato un’esposizione molto vistosa per l’OMS, ma anche l’avvio di un passaggio significativo nel tortuoso dibattito della comunità internazionale su salute e commercio. In alcune fasi di questo passaggio, del resto non ancora concluso, l’autorevolezza stessa dell’OMS è stata messa a repentaglio.….. Leggi il seguito

Scarica il quinto capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “La salute di donne e bambini e il ruolo della Partnership for Reproductive, Maternal, Newborn and Child Health”

Il Programma per i farmaci essenziali

salute5_bassadi Gianni Tognoni

Quadro di riferimento

Quanto più si allontana nel tempo, l’iniziativa dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che portò alla pubblicazione, nel 1977, di uno dei suoi tanti rapporti tecnici, – il TRS (Technical Report Series) 615,1 destinato a “fare storia” come best seller, ma trasformato presto in uno degli snodi esemplari del rapporto tra salute e sanità, tra pubbli- co e privato, tra economia e diritto – ha bisogno di un inquadramento cronologico, che è anche e soprattutto culturale e politico, di cui si propone una lettura assolutamente sintetica nella Tabella. Il primo dato da ritenere è l’intensità temporale assolutamente diversa dei “fatti” riportati nelle due parti della Tabella: la prima compattata nel decennio degli anni settanta; la seconda distesa lungo tre decenni. Senza ovviamente nessuna pretesa di completezza o di assoluta corrispondenza con quanto è oggettivamente successo in seguito nella storia del rapporto OMS/farmaci, il quadro di riferimento della Tabella può essere ragio- nevolmente assunto come guida-strumento; esso in altre parole permet- te di dare a questa storia – che coincide di fatto con la storia stessa della tecnologia-ideologia del farmaco nella società, al di là della sanità – non un ruolo di più o meno suggestiva presa di coscienza “archeologi- ca”, ma di pro-memoria metodologico e operativo per il fare di oggi….. Leggi il seguito

Scarica il quarto capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “Conciliare innovazione medica e accesso ai farmaci essenziali: la Commissione su salute pubblica, innovazione e diritti di proprietà intellettuale”

NOVARTIS – La battaglia arriva sui nostri mercati

NovartisOccorre chiarire subito alcune questioni. La sentenza di centododici pagine con cui la Corte Suprema dell’India ha respinto il ricorso di Novartis in reazione alla mancata assegnazione del brevetto alla forma beta cristallina del suo farmaco anti-leucemico Gleevec segna un precedente decisivo per l’affermazione del diritto alla salute a livello globale. Anche per questo la notizia ha fatto il giro del mondo.  Ancora: malgrado i triti commenti dell’industria svizzera, la decisione indiana di non assegnare il brevetto non è un attacco contro la innovazione biomedica, né un’azione offensiva contro i brevetti.

Come scriveva ieri The Economic Times, Novartis ha perso la causa per motivazioni tecniche. La multinazionale non è riuscita a dimostrare – dati clinici alla mano – in che modo la versione beta cristallina del principio attivo imanitib mesilato (la molecola del farmaco Gleevec) potesse determinare un’efficacia terapeutica superiore rispetto alla base libera dello stesso principio attivo, prodotta in India in versione generica equivalente da diverse aziende. Sicché il brevetto, se fosse stato concesso, avrebbe semplicemente rinnovato la posizione di monopolio della Novartis in India, con l’esito di immettere sul mercato un farmaco ben più costoso di quelli già disponibili, senza beneficio alcuno per i pazienti affetti dal tumore in grado di pagarsi una confezione di Gleevec a 2600 dollari!

Una pratica diffusa, quella di rinverdire i monopoli brevettuali, nella quale si cimentano con dovizia di creatività le grandi industrie farmaceutiche. Un fenomeno oggi finalmente riconosciuto nei circuiti accademici come frivolous patenting, una deriva che ha banalizzato i tre requisiti fondamentali per conseguire un brevetto secondo l’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC): invenzione, innovatività, e applicazione industriale (Art. 27.1 dell’accordo TRIPS).

Con la nuova legge sulla proprietà intellettuale del 2005, l’India ha invece preso i brevetti molto sul serio. Ha inserito nella norma, questa volta estesa anche ai prodotti farmaceutici – dal 1970 l’India escludeva i brevetti sui medicinali, una scelta che le ha permesso di sviluppare una vibrante industria farmaceutica nazionale, oggi settore trainante dell’economia – rigide clausole di salvaguardia, come il comma 3d. In nome dell’interesse pubblico, esso stabilisce criteri severi per la brevettabilità, e misure contro il prolungamento fittizio dei monopoli industriali. Una pietra d’inciampo insopportabile per le multinazionali. Novartis ci si scagliò contro per prima, nel 2006, con una dura azione legale che accusava il governo di New Delhi di violazione degli accordi mondiali. Nel 2009 arrivò la prima sonora sconfitta per il gigante svizzero.

La battaglia è politica, filosofica ed economica, commentava giustamente Piero Bianucci su La Stampa di ieri. L’India combatte anche per salvaguardare il suo modello imprenditoriale ed il ruolo che si è conquistata come farmacia di qualità per i paesi del sud del mondo. Nuove prospettive inoltre si aprono verso i mercati occidentali, visto che sono in scadenza brevetti che hanno garantito a big pharma negli anni passati redditi stratosferici. E’ il caso del brevetto Pfizer sull’anti-colesterolico Lipitor; a novembre 2012 l’indiana Ranbaxy è stata autorizzata da Food and Drug Administration (FDA) a vendere l’equivalente generico negli USA.

Ma è troppo presto per cantar vittoria.  Da anni l’India è sotto torchio per via di uno spinoso negoziato commerciale bilaterale con l’Unione Europea, che si trascina sul fil di lama. Il pericolo maggiore viene dal capitolo sulla proprietà intellettuale e sugli investimenti, che rischia di strangolare ogni ulteriore sviluppo dell’industria nazionale, compresa quella farmaceutica. Il 15 aprile il prossimo appuntamento a Bruxelles. Difficile immaginare l’impatto della sentenza Novartis su questa partita commerciale, molto più vasta e insidiosa. La guerra continua. (ND)

Editoriale apparso su: il manifesto 2013.04.03

OMS: i nodi da sciogliere

BATTERIO KILLER: SI STABILIZZANO CASI, RESTA ALTA L'ALLERTALa 132ma sessione del Consiglio Esecutivo dell’OMS si è conclusa a Ginevra il 29 gennaio, dopo dieci giorni in cui le delegazioni dei governi hanno discusso le più importanti sfide della salute globale, raccolte nei 60 punti all’ordine del giorno. 185 dei 194 stati membri dell’OMS erano presenti: una partecipazione mai vista prima, ha evidenziato con soddisfazione la direttrice Margaret Chan.

Le malattie croniche (non communicable diseases, NCDs) hanno aperto i lavori. Il termine si applica a quattro ordini di patologie: le malattie cardiovascolari, il diabete, i tumori e le malattie respiratorie croniche. La discussione sul Piano di azione 2013-2020, pur analizzando i fattori di ordine economico, sociale e politico che contribuiscono alla diffusione delle malattie croniche,  ha focalizzato molto l’attenzione su quattro fattori di rischio:  il consumo di tabacco, la dieta alimentare, l’abuso di alcool e l’inattività fisica. Alcuni governi hanno invocato un approccio più estensivo, attento alla salute in tutte le politiche (health in all policies), altri hanno evidenziato la necessità di rafforzare i sistemi sanitari per fronteggiare la sfida delle malattie non trasmissibili. Il Piano di azione dovrà essere approvato dalla prossima assemblea: capire quali siano gli spazi di modifica del testo, dato il difficile equilibrio con le influenti alleanze del settore  agroalimentare e farmaceutico in questo ambito, non è banale.

La riforma dell’OMS – avviata dalla Chan due anni fa – ha condizionato l’appuntamento. I nodi della riforma, si potrebbe dire, sono giunti al pettine. A più riprese i delegati ne hanno trattato i diversi aspetti; alla fine dei lavori, eccezionalmente, con una sessione a porte chiuse. Il Segretariato, ad esempio, è alle prese con diverse policies volte a regolare l’interazione dell’OMS con gli attori esterni (external stakeholders) – la società civile, la filantropia non profit con le sue fondazioni, il settore commerciale privato –  un terreno su cui si gioca una partita decisiva per il ruolo dell’organizzazione nell’arena della salute globale. Quale che sia il tema in agenda o la tipologia di malattie da trattare, gli scenari che afferiscono all’attuale governance della salute globale e ai suoi reali conflitti d’interesse sono inesorabilmente all’ordine del giorno per l’OMS.

Che la materia non sia di facile demarcazione lo si è visto anche con l’altra questione cruciale in agenda, quella dei finanziamenti dell’OMS, causa scatenante della riforma. La Chan ha condiviso la proposta di un nuovo dispositivo, il financing dialogue, che dovrebbe sopperire alla scarsità e imprevedibilità dei fondi che cronicamente affligge l’agenzia. I governi hanno accolto di buon grado l’idea, la sola del resto a concretizzarsi dopo due anni,  perché segna un passo avanti nella trasparenza della attribuzione dei fondi.  Diffuse perplessità fra gli osservatori riguardano invece la sostenibilità del financing dialogue, la distribuzione delle risorse rispetto alle priorità di salute pubblica, e il rischio di approfondire ulteriormente il divario fra i paesi ricchi, donatori, e quelli che non potranno mobilitare risorse secondo i parametri di questo meccanismo. Preoccupano poi le conseguenze legate all’inclusione dei privati nel nuovo processo di finanziamento.

Il Piano d’azione globale sui vaccini, approvato con enfasi lo scorso maggio e ora in fase di attuazione, è stato salutato come uno strumento chiave per migliorare e consolidare le strategie nazionali di immunizzazione. Il piano definisce le azioni della comunità internazionale per il prossimo decennio e identifica le risorse necessarie e gli indicatori per valutare i progressi raggiunti. Cuba ed Ecuador hanno sottolineato l’importanza di rafforzare le capacità tecniche  per la produzione locale di vaccini, anche attraverso il trasferimento di tecnologie grazie a forme di cooperazione Sud-Sud. La Malesia ha invece sollevato preoccupazioni sul ruolo del settore privato nella promozione ed introduzione ad arte di nuovi vaccini, magari dietro la copertura di ONG sanitarie. Medici Senza Frontiere (MSF), dal canto suo, ha richiamato la necessità di sviluppare formulazioni più stabili e facili da usare nelle campagne di vaccinazione dei paesi a risorse limitate. Inoltre ha sollecitato l’urgenza dell’ accessibilità economica e del controllo sui prezzi dei vaccini: “Il costo della vaccinazione di un bambino è salito del 2700% negli ultimi 10 anni, ed è sconcertante che il piano dell’OMS per il prossimo decennio non miri alla riduzione dei prezzi”, ha commentato il direttore della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF.

Infine, l’altro tema molto atteso era quello sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), a due anni dalla loro scadenza. Le agenzie ONU sono impegnate in un percorso multisettoriale per definire l’agenda globale post-2015,  verso uno sviluppo sostenibile (come affermato  alla Conferenza Rio+20). Su questo solco si è mosso il dibattito a Ginevra. Pur riconoscendo gli enormi progressi realizzati, il raggiungimento degli MDGs sulla salute resta un traguardo lontano, esigente di impegno a livello sia globale che locale.  L’ambito materno-infantile ne è un esempio palese, il cui miglioramento non può prescindere da un equo accesso ai servizi. Le sollecitazioni sulle priorità post 2015 sono state molteplici, ma ha trovato ampio consenso la proposta di inserire tra gli assi strategici d’intervento nell’agenda il tema della copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage, UHC): non un obiettivo specifico in sé, ma uno strumento per il raggiungimento degli obiettivi di salute della popolazione tout court, sotto la leadership dell’OMS e la responsabilità politica dei governi nazionali.  Una partita per i prossimi anni tutta da scoprire, nel campo spesso inclinato della salute globale.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Sanità, 19-25 febbraio 2013