Convenzione di Minamata: entra in vigore il trattato che controlla l’inquinamento da mercurio

16 agosto 2017 – È entrata in vigore la Convenzione di Minamata, un trattato che impegna i governi a misure specifiche per controllare l’inquinamento artificiale da mercurio.

L’obiettivo primario della Convenzione è “proteggere la salute umana e l’ambiente” dalle emissioni di mercurio. Il trattato internazionale è stato sottoscritto da 128 dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite (ONU) e ratificato da 74 paesi, che sono ora legalmente obbligati a rispettare le disposizioni. Esso contiene obblighi critici che incidono sull’uso globale, sul commercio, sulle emissioni e sullo smaltimento del mercurio. Nel breve termine, tali disposizioni includono un divieto di qualsiasi nuova miniera primaria di mercurio e la graduale eliminazione di prodotti di mercurio, entro il 2020. La Convenzione contiene quindi misure di controllo volte a limitare e ridurre in modo significativo l’offerta globale di mercurio, ad esempio le disposizioni dell’articolo 3 limitano le fonti di mercurio disponibili per l’uso e il commercio e specificano le procedure da seguire quando tale commercio è permesso. Infine, poiché i consumi di mercurio diminuiranno, attraverso le diverse disposizioni della Convenzione, diminuiranno con essi la produzione e l’esportazione di mercurio primario delle miniere.

Il protocollo è stato accolto con favore anche dal gruppo di lavoro Zero Mercury (ZMWG), una coalizione internazionale di oltre 95 organizzazioni non governative (ONG) composto da più di 50 paesi, che chiedeva un trattato giuridicamente vincolante da oltre un decennio.

Secondo ZMWG, il mercurio è un inquinante globale che percorre lunghe distanze. La sua forma più tossica – metilmercurio – si accumula nei grandi pesci predatori ed è poi assimilata dall’uomo tramite il consumo di pesce, con un impatto notevole sulle donne in gravidanza, i neonati e i bambini.

Come dichiarato da Michael Bender e Elena Lymberidi-Settimo, coordinatori di ZMWG, in un’intervista per IPS news: ”ZMWG attende l’attuazione del trattato e fornisce il sostegno, ove possibile, soprattutto ai paesi in via di sviluppo e ai paesi con economie in transizione”. Nell’intervista, riguardo al monitoraggio dell’attuazione della convezione, i coordinatori di ZMWG rispondono: “La Convenzione stabilisce requisiti di segnalazione da parte delle Parti, inoltre, entro sei anni dalla sua entrata in vigore, la Conferenza Delle Parti (COP) è incaricata a valutare l’efficacia della Convenzione. La valutazione si basa sulle relazioni disponibili e sulle informazioni di monitoraggio, sulle relazioni presentate in base alle informazioni e sulle raccomandazioni previste dal comitato di attuazione e di conformità. I requisiti di segnalazione dell’articolo 21 forniranno informazioni critiche sulla situazione globale del mercurio e sull’efficacia della Convenzione nel conseguimento delle riduzioni di mercurio e nella tutela della salute pubblica.”

di B.A.

L’EPIDEMIA DI COLERA IN YEMEN HA RAGGIUNTO PIÙ DI MEZZO MILIONE DI CASI – AGGIORNAMENTO

14 Agosto 2017 –  Nonostante gli sforzi attuati per fronteggiare quella che ad oggi viene definita “la peggiore epidemia al mondo”, l’ultimo aggiornamento delle Nazioni Unite sull’epidemia di colera in Yemen è agghiacciante.

Più di mezzo milione sono i casi sospetti e da fine aprile sono stati registrati 2000 decessi.

Lo Yemen è oggi tra i paesi più poveri al mondo. Due anni di conflitto armato hanno acuito le preesistenti vulnerabilità del paese, portandolo al collasso. L’epidemia di colera (infezione diarroica acuta causata dall’ingestione di cibo o acqua contaminati dal batterio Vibrio cholerae) si è diffusa rapidamente a causa del deterioramento delle condizioni igienico sanitarie, dell’interruzioni dell’approvvigionamento idrico e del sovraffollamento della popolazione sfollata. Il sistema sanitario nazionale, con più della metà delle strutture distrutte e con gravi carenze di farmaci, attrezzature ed elettricità, è ormai incapace di rispondere.

“Per salvare le vite in Yemen dobbiamo sostenere il sistema sanitario, in particolare gli operatori sanitari che stanno operando in condizioni impossibili: migliaia di persone sono malate, ma non ci sono ospedali, non ci sono farmaci, non c’è acqua pulita”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’OMS e partner stanno lavorando per istituire cliniche ad hoc per il trattamento del colera, riabilitare le strutture sanitarie, fornire attrezzature mediche e sostenere lo sforzo di risposta nazionale.

“Esortiamo le autorità dello Yemen – e tutti quelli che possono svolgere un ruolo – a trovare una soluzione politica per porre fine a questo conflitto. Il popolo dello Yemen non può sopportare molto più a lungo – ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita e il proprio paese”, ha concluso A. Tedros.

Di B.F.

Wolbachia ci libererà dalle zanzare in 10 anni: uno studio condotto nella Polinesia francese mira ad eliminarle attraverso i batteri

5 agosto –  La rivista Nature ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo che presenta il lavoro svolto dal laboratorio biomedico dell’Istituto Louis Malardé  Paea di Tahiti, impegnato a sradicare le zanzare in una piccola isola dell’arcipelago.

Hervé Bossin, entomologo presso il laboratorio dell’Istituto e principale ricercatore del progetto, sostiene che il problema delle zanzare potrebbe essere risolto, entro dieci anni, nelle Îles de la Société (arcipelago situato in Oceania che comprende diverse isole tra le quali Tahiti).

Il team di scienziati, che attualmente lavora su cinque siti,  intende utilizzare una tecnica che infetta le zanzare con un ceppo specifico del batterio Wolbachia. Circa il 65% degli insetti in tutto il mondo trasporta Wolbachia, ma i ceppi variano. Se zanzare con ceppi diversi si accoppiano, le uova risultanti si sviluppano in modo errato e non si schiudono.

L’obiettivo finale è quello di eliminare le vie di trasmissione per le malattie di cui sono portatrici zanzare come Dengue, Chikungunya e Zika, presenti nel Pacifico.

Esperimenti simili sono stati effettuati in Brasile e negli Stati Uniti, dove in tre Stati si è assistito alla riduzione del 70% delle popolazioni di Aedes albopictus (zanzare tigre) selvagge, in tre anni.

L’approccio di Wolbachia, che si basa sull’impiego di un batterio naturale, ha ottenuto tra gli studiosi maggiori consensi rispetto ai metodi sperimentali che utilizzano zanzare geneticamente modificate.

Il metodo Wolbachia ha ottenuto il sostegno di Zhiyong Xi, entomologo medico all’università di East Lansing nel Michigan, che con il suo gruppo di ricercatori ha usato la tecnica per eliminare quasi tutte le zanzare tigre da due piccole isole abitate a Guangzhou, in Cina.

Una posizione differente è stata espressa da Giovanni Benelli, entomologo italiano dell’Università di Pisa, dubbioso sulla prospettiva dell’eradicazione continentale. Secondo Benelli “Il ruolo ecologico della zanzara è ancora importante, alcuni animali acquatici mangiano le larve di zanzara e aiutano a regolare le popolazioni di mammiferi e uccelli trasmettendo malattie tra di loro”.

di D.Z.

Myanmar – L’influenza suina H1N1 causa 6 vittime a Yangon

27 luglio – Le autorità sanitarie del Myanmar hanno richiesto l’assistenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per combattere l’epidemia di influenza suina che ha suscitato allerta a Yangon.

L’influenza suina, causata dal virus H1N1, è una malattia respiratoria contratta attraverso il contatto tra umani e suini e trasmessa tra le persone per via inalatoria.

Dalla scorsa settimana 6 persone sono decedute e 30 sono stati testati positivi per H1N1, la maggior parte dei quali a Yangon. Le infezioni sono dello stesso ceppo che è stato identificato per la prima volta nel 2009, quando è scoppiata la pandemia globale.

I funzionari del governo chiedono di mantenere la calma e hanno avvertito la popolazione di evitare luoghi affollati come i centri commerciali. Il ministero della sanità ha invitato gli ospedali e le strutture sanitarie private a segnalare eventuali pazienti che mostrano segni di malattia di tipo influenzale.

Il dottor Than Hun Aung, vicedirettore generale del dipartimento di sanità pubblica ha dichiarato: “abbiamo informato l’OMS sulla situazione della malattia” e abbiamo chiesto assistenza. “Abbiamo chiesto speciali attrezzi protettivi (per i medici), farmaci per curare i pazienti e le attrezzature di laboratorio”, ha detto ieri a The Myanmar Times. “Ora non è una situazione di emergenza e se la condizione peggiora, chiederemo assistenza internazionale, ma la situazione al momento non è così grave”, ha aggiunto.

Stephan Paul Jost, rappresentante del Myanmar per l’OMS, ha dichiarato a Reuters che “è rimasto impressionato” dalla risposta iniziale di Myanmar e sotto il sistema di sorveglianza del governo “il rinvio ad un ospedale è abbastanza veloce”.

di B.A.

#MalattieNonTrasmissibili – Prevenire agendo su fattori di rischio e determinanti sociali di salute. Lo afferma il dr. Alessandro Demaio, responsabile medico dell’OMS

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Alessandro Demaio, responsabile medico del Dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il Dr. Demaio è anche il fondatore di NCDFREE, un movimento sociale globale contro le malattie non trasmissibili (NCD, Non Communicable Diseases, gruppo di patologie che comprende malattie cardiovascolari, neoplasie, patologie respiratorie croniche, malattie mentali e diabete).

 Dr. Demaio pensa che, ad oggi, sia data abbastanza attenzione alle NCDs?

Le NCD sono un complesso gruppo di malattie, che stanno assumendo rilievo solo nell’ultimo decennio. Già il nome, che inquadra un gruppo di malattie con qualcosa che non è, fa capire come negli anni passati si sia data maggiore priorità ad altre patologie, specialmente quelle infettive. Con l’allungarsi dell’aspettativa di vita e l’industrializzazione le NCD hanno cominciato ad avere un ruolo più definito. Oggi stiamo lavorando per favorire la conoscenza di questo gruppo di malattie e sono stati effettuati grandi passi in avanti grazie all’inserimento delle NCD nell’Agenda degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS). Bisogna in ogni modo incentivare la prevenzione e l’attuazione di politiche che indirizzino ad un netto miglioramento.

Vi è la necessità di dedicarsi alla diffusione e divulgazione, educando, informando e lavorando a livello nazionale e implementando il ruolo delle politiche territoriali.

È importante creare delle strutture e strategie cui i governi possano fare riferimento, bisogna rendere consapevoli le comunità e le istituzioni che le NCD sono un grande problema di salute pubblica.

Quali sono attualmente le maggiori difficoltà riscontrate nell’intervento sulle NCD?

La complessità di intervento è dovuta alla particolare interconnessione tra le NCD e i determinanti sociali. Vi è infatti una forte interconnessione tra i fattori di rischio e le patologie, e tra queste e i determinanti sociali – tra cui la povertà, l’ambiente e in associazione ad esso l’inquinamento e il cambiamento climatico, il cibo, il livello di educazione, gli standard di vita e la disoccupazione. Oltre a ciò si è visto come altri determinanti sociali della salute – la situazione politica, lo sviluppo economico e la stabilità, le risorse naturali e ambientali e il mercato – influenzino lo svilupparsi delle NCD.

Quali sono quindi gli interventi da realizzare per intervenire concretamente sulle NCD?

La risposta ancora una volta è complessa, in quanto l’argomento include un lavoro di interazione tra settore pubblico e privato. Soprattutto in ambito politico, in situazioni vulnerabili e di instabilità, come nel caso di Paesi non democratici, è molto difficile agire. Inoltre spesso c’è una connessione anche con il modello di sviluppo. Bisogna quindi condividere e guidare le politiche urbane a livello nazionale e internazionale verso piattaforme comuni atte all’investimento verso l’impostazione di un miglioramento della qualità di vita della popolazione.

È fondamentale avere come obiettivo la riduzione delle morti per malattie prevenibili. Si stima che l’80% delle NCD siano prevenibili riducendo i fattori di rischio come il consumo di tabacco e di alcol, i grassi e il sale nella dieta, prevenendo l’obesità e promuovendo l’attività fisica, e migliorando le condizioni ambientali, come la qualità dell’aria.

Come già detto, sono un forte sostenitore dell’influenza dei determinanti sociali di salute sullo sviluppo di queste patologie. Dobbiamo concentrarci sui sistemi complessi che causano la malattia, molto prima che questa si sviluppi. Ciò significa che i professionisti sanitari e gli esperti devono lavorare con tutti i settori e in maniera tangibile. Le NCD offrono una grande piattaforma in tale contesto, perché includono una vasta gamma di patologie che hanno forti soluzioni multisettoriali. Questi includono cambiamenti nella pubblicità, nei trasporti, nel sistema alimentare. C’è quindi bisogno di un lavoro di interconnessione tra sistemi sanitari, imprese, scienza, politica e settore privato.

Si comprende quindi che non si può agire sulle NCD se non si interviene prima sui determinanti sociali di salute e sulle disuguaglianze.

intervista di Benedetta Armocida

#OMS: in 10 anni la popolazione mondiale protetta da misure globali di controllo del tabacco è incrementata da 1 a 4,7 miliardi (dal 15% al 63%).

Il 17 luglio è stato pubblicato l’ultimo rapporto  dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sull’epidemia globale del tabacco, che rileva l’incremento dei paesi che hanno messo in atto politiche per il controllo del tabacco.

Oggi, circa 4,7 miliardi di persone (il 63% della popolazione mondiale) sono coperti da almeno una misura globale di controllo del tabacco, prevista dalla Convenzione quadro dell’OMS sul controllo del tabacco (FCTC), il cui impatto è quadruplicato dal 2007.

Il report dell’OMS, finanziato dalla Bloomberg Philanthropies, punta molto sulle strategie di prevenzione. I governi di molti paesi hanno dimostrato il loro impegno istituendo sistemi completi per il monitoraggio del consumo di tabacco, ma è necessario che continuino ad impegnarsi nell’attuazione dei programmi e nel dare priorità alla lotta contro il fumo.

Le strategie e le politiche attuate hanno salvato milioni di persone dalla morte anticipata a causa del fumo. Tra le principali misure attuate le MPOWER sono state istituite nel 2008 per promuovere l’azione dei governi su sei obiettivi:

 

  • Monitorare le politiche di utilizzo e prevenzione del tabacco.
  • Proteggere le persone dal fumo.
  • Offrire aiuto per smettere di fumare.
  • Avvisare le persone sui pericoli del tabacco.
  • Introdurre divieti sulla pubblicità, la promozione e la sponsorizzazione del tabacco.
  • Alzare le imposte sul tabacco.

 

Il 43% della popolazione mondiale (3,2 miliardi di persone) è coperto da due o più misure MPOWER al livello più alto, quasi sette volte più persone del 2007.

Otto paesi, tra cui cinque paesi a basso e medio reddito, hanno attuato quattro o più misure MPOWER al livello più alto (Brasile, Repubblica Islamica dell’Iran, Irlanda, Madagascar, Malta, Panama, Turchia e Regno Unito di Gran Bretagna e Nord Irlanda).

 

Anche i paesi con risorse limitate infatti possono monitorare l’uso del tabacco e attuare politiche di prevenzione, afferma il dottor Douglas Bettcher, direttore del dipartimento per la prevenzione delle malattie non trasmissibili dell’OMS. Attraverso la raccolta dati su giovani e adulti, i paesi possono promuovere la salute, risparmiare costi sanitari e generare ricavi per servizi governativi che aiutino a proteggere i cittadini, bambini inclusi, dall’industria del tabacco.

Dalla relazione dell’OMS emergere però che nonostante tali sforzi, l’industria del tabacco continua ad ostacolare gli impegni dei governi nella piena attuazione degli interventi.

I governi in tutto il mondo devono essere celeri nell’utilizzare tutte le misure elaborate dal Framework Convention on Tobacco Control dell’Oms  – spiega Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale Oms – e inoltre devono porre un freno sul commercio illegale di tabacco, che sta inasprendo l’epidemia globale del tabacco ed è correlato a conseguenze socioeconomiche e sanitarie. Lavorando insieme i governi possono prevenire milioni di morti all’anno legate a malattie prevenibili correlate all’uso di tabacco, e risparmiare miliardi di dollari in spese mediche e perdita di produttività”.

Una morte su dieci nel mondo è provocata dal tabacco, ma possiamo evitarlo seguendo le misure di controllo del tabacco, che sono molto efficaci”, i progressi fatti nel mondo “dimostrano che è possibile riuscirci”, afferma Michael R. Bloomberg, ambasciatore globale Oms e fondatore della Bloomberg Philanthropies.

 

di DZ

 

 

OMS – Il costo globale della sanità entro il 2030 potrebbe raggiungere i 371 miliardi di dollari l’anno

17 luglio – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che per il raggiungimento dei target sanitari globali che rientrano negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) entro il 2030 potrebbero essere necessari investimenti da donatori e governi nazionali fino a 58 dollari per persona all’anno, ovvero 371 miliardi di dollari l’anno.

Il The Lancet Global Health Journal pubblica un rapporto dal titolo “SDG Health Price Tag” in cui stima i costi di espansione dei servizi sanitari per raggiungere i target sanitari dei 16 OSS in 67 paesi a basso e medio reddito, che rappresentano il 95% della popolazione nei suddetti paesi e il 75% della popolazione mondiale.

Il modello “SDG Health Tag” sviluppa due scenari: uno scenario A “ambizioso” in cui gli investimenti sono sufficienti per i paesi per raggiungere gli obiettivi sanitari degli OSS entro il 2030 e uno scenario B “in progressione” in cui i paesi raggiungono due terzi o più degli obiettivi.

Lo scenario “ambizioso” richiede per il raggiungimento degli obiettivi sanitari OSS che gli investimenti crescano nel tempo da 134 miliardi di dollari all’anno a 371 miliardi di dollari, o 58 dollari a persona, entro il 2030. L’analisi mostra che l’85% di questi costi può essere raggiunto con risorse nazionali, anche se ben 32 dei paesi più poveri del mondo affrontano un divario annuo di 54 miliardi di dollari e continueranno ad avere bisogno di assistenza esterna. Lo scenario A prevede inoltre l’aggiunta di oltre 23 milioni di operatori sanitari e la costruzione di oltre 415.000 nuovi servizi sanitari, nel 91% dei casi  si tratterebbe di un centro sanitario per le cure primarie.

Anche se questo piano “ambizioso” aumenterebbe la spesa sanitaria in percentuale del prodotto interno lordo (PIL) in tutti i 67 paesi, passando da una media del 5,6% al 7,5%, questa rimarrebbe ancora inferiore alla media mondiale per la spesa sanitaria del 9,9% il PIL.

L’investimento permetterebbe di prevenire 97 milioni di morti premature, tra cui oltre 50 milioni di morti alla nascita o prima dei 5 anni, 20 milioni di morti per malattie non trasmissibili – cardiovascolari, diabete e cancro – e l’aspettativa di vita nei 67 paesi interessati aumenterebbe di 8,4 anni.

Lo scenario “in progressione”, invece richiederebbe un aumento di nuovi investimenti da 104 miliardi di dollari l’anno a 274 miliardi di dollari, o 41 dollari per persona entro il 2030.

Questo piano potrebbe impedire circa 71 milioni di morti premature e aumentare la spesa sanitaria in percentuale del PIL portandola in in media al 6,5%. Aggiungerebbe 14 milioni di operatori sanitari e costruirà 378.000 nuovi servizi sanitari, il 93% dei quali sarebbero centri sanitari per le cure primarie.

Il “SDG Health Price Tag” è inteso come uno strumento per informare ed elaborare ulteriori ricerche. Inoltre, sottolinea che il raggiungimento della copertura sanitaria universale e gli altri obiettivi sanitari impongono non solo il finanziamento, ma la volontà politica e il rispetto dei diritti umani.

“La copertura sanitaria universale è in ultima analisi una scelta politica. È responsabilità di ogni paese e governo nazionale perseguirla”, come dichiara il nuovo direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, in un commento che accompagna il documento in The Lancet Global Health.

di B.A.

Le azioni di maggiore impatto per salvare il pianeta: ridurre i viaggi in aereo, vivere senza macchina e non avere troppi figli

12 luglio – The Telegraph riporta in un articolo di Sarah Knapton, i modi più efficaci per salvare il pianeta dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici.

Si fa riferimento ad un nuovo studio dell’Università svedese di Lund, che ha dimostrato come viaggiare in aereo elimini i vantaggi di 20 anni di riciclaggio in termini di riscaldamento globale e che nonostante siamo incentivati a riciclare questo avrà un impatto molto inferiore rispetto al ridurre i voli aerei, al passare ad una dieta vegetariana e al vivere senza automobile.

Lo studio pubblicato su Environmental Research Letters, sostiene che i governi e le scuole debbano comunicare in maniera più efficace i modi migliori per ridurre l’impatto dei gas serra, piuttosto che concentrarsi su pratiche poco utili; le persone devono sapere quali azioni hanno il massimo impatto sull’inquinamento e il cambiamento climatico.

Aggiungendo che invece di incoraggiare il riciclaggio dei rifiuti o il passaggio a lampadine a risparmio energetico, si dovrebbe consigliare di evitare viaggi aerei, vivere senza auto, passare ad una dieta su base vegetale e avere famiglie meno numerose. Vivere senza auto infatti consente di risparmiare circa 2,4 tonnellate di anidride carbonica all’anno, mentre passare ad una dieta vegetale salva 0,8 tonnellate, queste azioni hanno un potenziale molto maggiore di riduzione delle emissioni rispetto alle strategie comunemente promosse come il riciclaggio globale e l’uso di lampadine domestiche che sono quattro e otto volte rispettivamente meno efficaci del cambiamento verso una dieta a base vegetale. Anche avere una famiglia numerosa si è dimostrato di grande impatto sul clima, creando quasi 60 tonnellate di C02 ogni anno per ogni bambino. Evitare un volo transatlantico di sola andata potrebbe risparmiare invece circa 1,6 tonnellate di emissioni di anidride carbonica e stendere i vestiti all’aperto, invece di utilizzare un’asciugatrice, consente di risparmiare 200 kg all’anno, a differenza dell’uso di lampadine a risparmio energetico, molto pubblicizzato, che riduce solo 100 kg di CO2 ogni anno.

Hannah Martin, capo dell’energia e clima di Greenpeace ha dichiarato: “è sempre più importante fare scelte informate, sia che si tratti dell’auto che guidiamo, che del trasporto che prendiamo, che del cibo che consumiamo o dei prodotti che acquistiamo”.

I ricercatori comprendono che consigliare di cambiare modo di mangiare o di avere meno figli possa sembrare controverso, ma è fondamentale per il futuro del pianeta.

Il co-autore di studio Kimberly Nicholas, dell’Università di Lund, ha dichiarato: “Riconosciamo che queste sono scelte profondamente personali, ma non possiamo ignorare l’effetto climatico che ha il nostro stile di vita. È particolarmente importante per i giovani stabilire modelli a lungo termine per essere consapevoli di quali scelte abbiano il maggior impatto sull’ambiente”.

Quindi, nonostante la responsabilità più grande alla sfida del cambiamento climatico debba venire dall’industria e dai governi, il cambiamento di stile di vita del singolo soggetto e la conoscenza delle scelte che compiamo può condurre a piccoli, ma sostanziali cambiamenti per salvare il pianeta.

di B.A.

ALLARME DELL’OMS: LA GONORREA È RESISTENTE AGLI ANTIBIOTICI

Il 7 luglio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha reso noto che la gonorrea, una malattia sessualmente trasmessa, sta acquisendo resistenza agli antibiotici e che pertanto c’è necessità di sintetizzare nuovi farmaci per far fronte a questo rischio emergente. È ciò che emerge dai dati raccolti in 77 Paesi, che indicano come in alcuni la gonorrea è stata addirittura impossibile da trattare.

Secondo l’OMS circa 78 milioni di persone contraggono la gonorrea ogni anno e recentemente si è osservato un aumento della sua diffusione a causa dell’uso meno frequente dei preservativi, delle difficoltà di fare diagnosi precoce e di trattamento antibiotico inadeguato. Inoltre è emerso come il sesso orale aumenti il rischio di contrarre la patologia e di sviluppare resistenza da parte del batterio; infatti quando vengono usati antibiotici per trattare un comune mal di gola causato da altri batteri e nella stessa sede sono presenti anche ceppi di Neisseria gonorrhoeae, agente eziologico della gonorrea, il trattamento antibiotico eserciterebbe una pressione selettiva che favorisce l’insorgenza di resistenza anche fra di essi.

Come affermato dalla dottoressa Teodora Wi, medical officer per le malattie sessualmente trasmesse dell’OMS: “I casi di gonorrea non trattabile terapeuticamente rischiano di essere soltanto la punta dell’iceberg di una problematica ancora più grave, che andrà a riguardare specialmente i Paesi a risorse limitate, dove la gonorrea è una patologia molto diffusa e non vi sono efficaci metodi di diagnosi e controllo dei casi più gravi”.

Le indagini effettuate dal Global Gonococcal Antimicrobial Surveillance Programme dell’OMS (WHO GASP) tra il 2009 e il 2014 mostrano come la resistenza del Neisseria gonorrhoeae, il batterio responsabile della malattia, sia aumentata nei confronti della ciprofloxacina, dell’azitromicina e anche del ceftriaxone e del cefixima. Il dato relativo a questi ultimi due farmaci, appartenenti alla famiglia delle cefalosporine ad ampio spettro, è preoccupante perché nella maggior parte dei Paesi questi sono gli unici antibiotici effettivamente efficaci contro la gonorrea. Per contrastare ciò, l’OMS nel 2016 aveva indicato come trattamento per la gonorrea l’associazione cefixima/azitromicina.

La necessità di nuovi farmaci è evidente, ma le cause farmaceutiche non sembrano essere interessate alla produzione di nuovi antibiotici, prodotti utilizzabili per poco tempo fino allo sviluppo di nuova resistenza.

“Per affrontare la necessità urgente di nuovi trattamenti per la gonorrea, abbiamo urgentemente bisogno di cogliere le opportunità che abbiamo con i farmaci esistenti. A breve termine, vogliamo accelerare lo sviluppo e l’introduzione di almeno uno di questi farmaci e valutare l’eventuale sviluppo di trattamenti combinati per l’uso in sanità pubblica”, ha affermato la dottoressa Manica Balasegaram, direttore del Global Antibiotic Research and Development Partnership GARDP.

di A.C.

 

 

L’impatto del consumo di alimenti sui cambiamenti climatici. Il cibo sostenibile per un pianeta sostenibile

Il 7 luglio è stato pubblicato su The Lancet Planetary Health l’articolo “Sustainable food for a sustainable planet in cui si parla dell’impatto della produzione e del consumo di alimenti sull’ambiente, come essi contribuiscano al cambiamento climatico e quali siano le migliori strategie per sviluppare un’alimentazione sostenibile.

Il settore alimentare rappresenta circa il 30% del consumo totale di energia mondiale e circa il 22% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Con la popolazione mondiale che dovrebbe raggiungere circa i 9 miliardi entro il 2050 e con il deterioramento continuo delle risorse planetarie, diventa essenziale controllare e gestire la produzione e il consumo di cibo per la salvaguardia del nostro pianeta.

Il 20 maggio 2017, è stata pubblicata una relazione sulle linee guida sostenibili in Europa dall’Associazione europea per la salute pubblica (EUPHA). Sulla base di un’analisi pubblicata nel 2016, la relazione ha rilevato che solo due paesi in Europa – Germania e Svezia – includono raccomandazioni sostenibili nei loro orientamenti alimentari, mentre Brasile e Qatar sono i migliori paesi al di fuori dell’Europa. Altri, come il Regno Unito e gli USA, forniscono consigli su diete sostenibili, ma non dispongono di politiche a sostegno.

Se finora, gli esperti di sanità pubblica in materia di nutrizione hanno studiato come l’alimentazione incida sulla salute e possa essere un fattore di rischio per lo svilupparsi di malattie, soprattutto quelle cardiovascolari, tumori, diabete di tipo 2 e malattie renali croniche, oggi si trovano ad affrontare nuovi problemi posti da un sistema alimentare globalizzato. Il cibo che mangiamo infatti ha un forte impatto ambientale, come il cambiamento climatico e le emissioni di gas a effetto serra, l’uso eccessivo dell’acqua, i rifiuti alimentari e lo sfruttamento degli ecosistemi.

Si parla quindi di cibo sostenibile per un pianeta sostenibile.

Quando parliamo di cibo sostenibile non si intende il mangiare bene, che spesso coincide esclusivamente con il buon gusto del cibo, ma anche e soprattutto una migliore comprensione di come e dove il cibo è prodotto, quali sono le condizioni delle persone che lo producono e il viaggio dei prodotti alimentari prima di raggiungere la nostra tavola.

Nello studio tra le strategie per ridurre l’impatto ambientale vengono menzionate l’agricoltura naturale, che utilizza tecnologie per aumentare l’efficienza dell’acqua, come l’irrigazione a goccia, e l’uso di energia solare. Si parla anche di agricoltura diversificata che aumenta la biodiversità, protegge il suolo e preserva gli ecosistemi, rispetto ad un’agricoltura convenzionale, che impiega pesticidi e fertilizzanti. Inoltre, nonostante il passaggio da sistemi agricoli tradizionali verso quelli alternativi – come l’agricoltura biologica – offrirà benefici ambientali, la strategia che apporterà maggiori risultati sarà l’indirizzamento dell’alimentazione verso cibi a basso impatto ambientale – come quelli vegetali – proprio come emerge in Lettere di ricerca ambientale di Clark e Tilman.

Per ottenere un impatto positivo sull’ambiente bisogna quindi aumentare il consumo di alimenti vegetali, promuovere gli alimenti locali, nonché ridurre i rifiuti alimentari, consumare pesce proveniente da fonti sostenibili e ridurre il consumo di carni rosse e lavorate.

Nonostante la nutrizione e la sostenibilità siano tematiche di alta priorità nell’agenda politica globale, l’alimentazione sostenibile dovrebbe essere maggiormente promossa attraverso l’attuazione di strategie e politiche sia a livello dell’Unione Europea che a livello nazionale. I governi, le autorità locali, gli agricoltori, gli ambientalisti, i rappresentanti dell’industria alimentare, le organizzazioni di vendita al dettaglio e le organizzazioni non governative dovrebbero lavorare insieme per sviluppare un’alimentazione sostenibile per una popolazione in continua crescita.

di B.A.