La salute da diritto a profitto? La privatizzazione strisciante dei servizi sanitari in Europa

Corporate Europe ha appena pubblicato “Creeping Privatisation of Health Care in the European Union” una attenta analisi dei meccanismi politici e di mercato  che stanno accrescendo le disuguaglianze e conducndo alla privatizzazione delle cure di base.

Tra le questioni più dibattute in tema di salute vi è quella relativa al progressivo processo di trasformazione dei sistemi sanitari in seguito alla promozione e alla successiva implementazione di politiche cosiddette neoliberiste o neomanageriali, le quali si basano sui seguenti capisaldi: privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione.

Tali politiche, che si rifanno all’approccio del New Management, si fondano sul principio secondo cui “il privato è meglio”. Con questa teoria stanno “colpendo” numerosi settori del sistema dei servizi pubblici (oltre alla sanità, pensiamo per esempio al sistema dei trasporti, all’assistenza sociale, per arrivare addirittura all’istruzione) mirando a indebolire e confinare il potere dello Stato, finora riconosciuto come principale soggetto garante di protezione sociale nonché promotore di servizi per i cittadini.

Efficienza, efficacia, economicità sono divenute le tre parole chiave che guidano il complesso sistema che va dalla costruzione di strutture, alla fornitura di servizi, passando per la progettazione e successiva implementazione di progetti ed interventi.

All’interno dell’Unione Europea i paesi membri differiscono per la configurazione dei loro sistemi sanitari e si distinguono tra quelli basati sugli schemi di assicurazione sanitaria e quelli definiti universalistici, ossia finanziati dalla fiscalità generale. Entrambi sono stati oggetto di politiche e pressioni politiche a livello europeo che hanno creato le condizioni favorevoli per una progressiva affermazione e dominio nel settore sanitario di imprese del settore privato.

La tendenza comune sembra dunque essere un orientamento verso la privatizzazione dell’assistenza sanitaria, realizzato prima di tutto mediante il processo di “mercatizzazione” (“marketisation”) dei servizi, con il potere sempre più influente detenuto dalle lobby del mercato sanitario, nonché attraverso la configurazione di partenariati pubblico-privati (i cosiddetti PPP).

Il processo di “mercatizzazione” consiste nella creazione di mercati interni in materia di salute a livello nazionale o nell’ambito del mercato unico UE. Esso comprende l’outsourcing, ovvero l’esternalizzazione di servizi e la concorrenza tra i vari fornitori dei servizi.

I PPP riguardano invece delle vere e proprie collaborazioni, alleanze tra il settore pubblico e le aziende private promosse con l’intenzione dichiarata di tagliare la spesa pubblica per la sanità e aumentare la qualità dei servizi forniti, fondate sull’idea secondo la quale “il business sa e sa fare meglio”.

Quale ruolo riveste l’Unione Europea in tale contesto economico-politico? Ma soprattutto quali sono gli effetti, le conseguenze che tale profondo cambiamento in atto ha comportato e sta comportando?

Con riferimento alla prima questione l’aspetto problematico che sta alla base riguarda la duplice accezione attribuibile alla sanità, la quale si può definire sia come garanzia di promozione del diritto alla salute, sia come una vera e propria attività economica a tutti gli effetti: comporta un profitto, ed è soggetta, al pari di ogni altra attività economica alle norme europee che disciplinano il mercato interno (libera circolazione, delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi). È proprio su questa sua “natura” di attività economica che le imprese del settore privato fanno leva, sentendosi libere e legittimate ad intervenire, aprendo un annoso dibattito che riguarda l’attribuzione della competenza in materia di sanità: nazionale, europea o dei privati.

Nel contesto contemporaneo di forte crisi economica si è modificata radicalmente la natura dell’intervento dell’Unione Europea nell’ambito delle riforme del settore sanitario: come evidenziato da molti commentatori e studiosi si è passati da una soft law di semplici “consigli” e raccomandazioni per promuovere pratiche di condivisione, a vere e proprie “istruzioni” e al ruolo sempre più determinante delle riforme sanitarie imposte ai singoli stati membri per tagliare la spesa pubblica, vincolate alla concessione di fondi strutturali e di investimento.

Per quanto concerne l’insieme degli effetti che conseguono al processo di trasformazione della sanità si possono fare le seguenti considerazioni.

Anzitutto i primi “segni” di tale cambiamento sono visibili nelle condizioni di lavoro di professionisti e operatori sanitari: si registrano infatti una notevole riduzione e a volte veri e propri tagli al personale, carichi di lavoro maggiori, riduzione delle retribuzioni, nonché maggior condizioni di stress che incidono in modo negativo sulla qualità della cura fornita.

Gli effetti più consistenti riguardano l’aumento della diseguaglianza tra i pazienti rispetto alla possibilità di cura, nell’accesso alle cure e in generale l’erosione della natura pubblica delle cure sanitarie.

Si sta assistendo ad un meccanismo profondamente ingiusto per cui hanno meno possibilità di curarsi i pazienti a più alto rischio o che necessitano di cure di emergenza e poveri (solitamente sono anziani, o persone molto giovani, persone con malattie mentali o malati cronici). Questi sono inoltre meno propensi (in quanto non dotati di risorse sufficienti) a ricorrere all’assistenza sanitaria transfrontaliera, garantita e promossa dalle condizioni e dalle regole di libero mercato esistenti.

A fronte della prospettiva di creazione di un mercato unico dei servizi sanitari profondamente concorrenziale e per evitare la progressiva configurazione di un sistema che pone i profitti prima dei pazienti, e la concorrenza prima della cooperazione, a scapito della cura delle persone è necessario quindi salvaguardare e promuovere la salute come diritto universale e non come una merce per il business e il mercato da cui trarre profitto.

A questo proposito sembra esserci a livello globale qualche movimento di resistenza: il 7 aprile 2017 in occasione della Giornata Mondiale della Salute si sono tenute numerose mobilitazioni promosse dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale.

I principali messaggi veicolati sono stati: “la nostra salute non è in vendita” e “la salute è per tutti e non soltanto di coloro che possono pagare”.

Oltre ai messaggi sono state rivendicate le seguenti esigenze: fine delle politiche di austerità, finanziamento pubblico e collettivo dei servizi sanitari, promozione di investimenti nella sanità pubblica, esclusione dei servizi pubblici (come la sanità) dalla liberalizzazione.

La speranza è che tali esigenze trovino in qualche modo ascolto, rispetto, riscontro e risposta nel complesso panorama politico-economico europeo e mondiale, o il rischio di un disfacimento della sanità pubblica potrebbe diventare sempre più alto.

Tale disfacimento infatti sembra essere molto “semplice” da realizzare, come spiegato da Noam Chomsky, “la tecnica standard per la privatizzazione della sanità è: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente e la consegnerai al capitale privato”.

di L.G.

In Yemen è in corso un’epidemia di Colera senza precedenti

31 Maggio 2017- In un paese esanime dopo due anni di conflitto, in cui le strutture sanitarie sono state distrutte, il Fondo per le Nazioni Unite per i Bambini (UNICEF) sta aumentando gli interventi di risposta, ma ha avvertito che “il tempo sta per scadere”.

“Ogni giorno, in Yemen, sempre più bambini muoiono per cause prevenibili come la malnutrizione e l’infezione da colera”, ha dichiarato Geert Cappelaere, direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il colera è un’infezione enterica acuta causata dall’ingestione del batterio Vibrio cholerae presente in acque o alimenti contaminati da materiale fecale.
Nella sua forma più grave, l’infezione è caratterizzata da un improvvisa insorgenza di diarrea acquosa acuta che può portare alla morte per grave disidratazione.
Legata all’accesso insufficiente all’acqua sicura e alla sanità adeguata, l’impatto dell’epidemia può essere ancora più drammatico in aree in cui le infrastrutture sanitarie sono state distrutte. Il conflitto ha causato il totale crollo dei servizi sanitari, solo il 45% delle infrastrutture del paese è funzionante, ma vulnerabile alle gravi carenze di medicinali, attrezzature e personale. Un ulteriore fattore di rischio è il sovraffollamento, conseguente lo spostamento massiccio di comunità sfollate in ricerca di riparo.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, nel paese sono stati segnalati più di 65.000 casi sospetti, di cui circa 10.000 sono stati segnalati solo nelle ultime 72 ore.
Il numero dei casi è destinato ad aumentare.

Per trattare più di 50.000 persone, l’UNICEF sta inviando tre aeromobili che trasportano materiale di salvataggio, tra cui medicinali, sali di reidratazione orale (ORS) e liquidi per la reidratazione endovenosa. Inoltre, è attivo in programmi di fornitura d’acqua potabile clorata.

“Per controllare l’epidemia, non basta semplicemente trattare coloro che raggiungono le strutture mediche. Dobbiamo affrontare la fonte della malattia, migliorando l’accesso all’acqua pulita e la sanità” ha affermato Ghassan Abou Chaar di MSF in Yemen.

di B.F.

Stati Uniti. Passa alla Camera la legge voluta da Trump contro l’Obamacare

4 Maggio 2017 – Oggi, con una stretta maggioranza (217 sì, 213 no), è stata approvata dalla Camera americana una legge per abrogare l’Obamacare.

Un successo per Trump, che tuttavia dovrà attendere il risultato del voto in Senato. Proprio in Senato, i Repubblicani godono di una maggioranza ancor più esigua (52 seggi su 100) e non sarà pertanto semplice replicare la vittoria ottenuta quest’oggi.

L’abrogazione dell’Obamacare, auspicata da sette anni dal partito Repubblicano, è stato uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump.

La Riforma Sanitaria voluta da Obama nel 2010 ha permesso a milioni di cittadini, appartenenti alle fasce più povere della popolazione, di avere un’assicurazione sanitaria. Tale riforma è stata aspramente criticata dal blocco Repubblicano, soprattutto con l’accusa di aver incrementato i costi del sistema sanitario.

Se Trump dovesse ottenere la maggioranza anche al Senato, milioni di persone si ritroveranno senza assicurazione sanitaria, con conseguenze incalcolabili ai danni dei gruppi più vulnerabili della popolazione.

di Lorenzo De Min

Save

Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

OMS/OPS: il Messico è il primo paese delle Americhe ad aver eliminato il tracoma

Il 24 aprile 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che il tracoma in Messico non è più un problema di salute pubblica.

Il tracoma è la principale causa infettiva di cecità nel mondo. L’agente causale, è il microorganismo Clamidia trachomatis  che si trasmette da persona a persona  per contatto tramite secrezioni oculari e nasali, e  La trasmissione, ancora attiva in 41 paesi,  è legata alle condizioni igieniche, quindi colpisce popolazioni povere e isolate; nelle Americhe è ancora endemico in Brasile, Guatemala e Colombia.

Il Messico è il primo paese delle Americhe e il terzo al mondo, dopo l’Oman e il Marocco, a ricevere la convalida da parte dell’OMS per aver eliminato il tracoma.

“Questo è un momento storico per la salute pubblica in Messico e in America”, ha affermato Carissa F. Etienne, direttrice dell’Organizzazione Pan-Americana di Salute (OPS), ufficio regionale dell’OMS per le Americhe. “L’eliminazione di una malattia non viene raggiunta ogni giorno”, riconoscendo “gli sforzi decennali delle autorità messicane, degli operatori sanitari e delle comunità per migliorare la loro salute e la qualità di vita e per porre fine a questa malattia della povertà”.

In Messico, la malattia era endemica in 246 comunità di cinque comuni dello Stato del Chiapas, con un totale di 146.207 persone affette. Le azioni per combattere il tracoma sono state rafforzate nel 2004 con la creazione del programma di prevenzione e controllo del Tracoma del Ministero della Salute del Chiapas e il rafforzamento della strategia “SAFE” dell’OMS.

La strategia SAFE, utilizzata dalla maggior parte dei Paesi in cui il tracoma è endemico per eliminare la malattia entro il 2020, consiste in un pacchetto completo di interventi tra cui: la chirurgia per le condizioni più avanzate di malattia, gli antibiotici per la cura dell’infezione e il miglioramento delle condizioni igieniche e ambientali per ridurre la trasmissione. Nel 2015, sono stati stimati in ​​tutto il mondo più di 185.000 interventi correttivi di trichiasi (ciglia invertite) e 56 milioni di persone trattate con antibiotici per il tracoma.

Lo Stato del Chiapas ha creato inoltre un’unità operativa di medici, infermieri e personale tecnico addestrato per combattere il tracoma, le Brigadas de Tracoma, che hanno lavorato localmente riducendo il numero di casi da 1.794 nel 2004 a zero casi nel 2016, secondo i dati del programma governativo.

Utilizzando questo approccio, il Paese ha raggiunto i criteri internazionali di prevalenza di meno del 5% nei bambini di età compresa tra 1- 9 anni e di un caso su 1.000 abitanti di trichiasi, che l’hanno fatto rientrare tra i paesi in cui il tracoma è stato eliminato.

Il Ministro della Salute del Messico, José Ramón Narro, ha dichiarato di essere entusiasta dell’obiettivo ottenuto, raggiunto grazie a “Una lunga storia di duro lavoro e di sforzi da parte di molte persone, nel corso delle generazioni”.

Per mantenere l’eliminazione e prevenire una ripresa della malattia l’OMS/OPS raccomanda il monitoraggio continuo del tracoma e la distribuzione di cure ai pazienti affetti.

http://www2.paho.org/hq/index.php?option=com_content&view=article&id=13179%3Amexico-eliminates-trachoma-leading-infectious-cause-blindness&catid=740%3Apress-releases&Itemid=1926&lang=en

di Benedetta Armocida

Le riforme dei sistemi sanitari e la crisi finanziaria

salute5_bassaSara Barsanti, Gavino Maciocco

Negli ultimi settant’anni, a partire dal dopoguerra a oggi, si sono suc- cedute tre differenti stagioni di riforme sanitarie, fortemente influenza- te dal contesto politico, economico e sociale.
La stagione dei diritti
La prima, che potremmo definire “la stagione dei diritti”, è quella che prende l’avvio con l’istituzione del National Health Service (NHS) in Gran Bretagna (1948), un sistema sanitario universalistico, finanziato attraverso la fiscalità generale e gestito quasi unicamente da strutture pubbliche. La nozione che l’accesso ai servizi ritenuti socialmente in- dispensabili debba essere garantito a tutti viene incorporata nella Di- chiarazione universale dei diritti umani (Nazioni unite, Parigi 10 dicembre 1948). Il principio della salute come diritto si diffonde rapidamente e diventa elemento fondante di numerose costituzioni, come nel caso della Costituzione Italiana (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, Art. 32). Dal 1948 al 1978 l’espansione del welfare in senso universalistico diventa un tratto comune dei governi di quasi tutti i paesi industrializzati parte dei quali (per esempio, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Giappone) adottano il modello “Bismarck”, basato sulle assi- curazioni sociali ma rafforzato da un intervento sostanzioso dello stato per la copertura assicurativa dei gruppi più vulnerabili (disoccupati, disabili, pensionati, eccetera.), mentre altri (per esempio, Paesi scandi- navi, Canada, Australia, Nuova Zelanda) optano per la soluzione britannica del modello “Beveridge”. Anche negli USA l’assoluta ostilità verso ogni intervento dello stato nel campo dell’assistenza sanitaria viene in parte superata con l’istituzione, nel 1965, di due programmi assicurativi pubblici, Medicare (assistenza agli anziani) e Medicaid (assistenza ad alcune categorie di poveri). In Italia, il passaggio verso la forma più integrale di assistenza universalistica (modello “Beveridge”) avviene il 23 dicembre 1978, con l’approvazione della legge 833. Si tratta della piena applicazione del principio della salute come diritto, come sancito dal citato articolo 32 della Costituzione…. Leggi il seguito

Scarica il ventitresimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Governance ed efficienza: sfide per la gestione del sistema unico di salute in Brasile

salute5_bassaGilliatt Falbo, Paulo Sávio Goes, Francesco Sintoni

Il sistema sanitario brasiliano, denominato Sistema unico di salute (SUS), trae le proprie origini dal movimento di riforma sanitaria che occorse in Brasile durante il periodo di resistenza alla dittatura militare che governò il Paese per più due decenni (1964-1985). L’apice di tutte le discussioni, elaborazioni e controversie politiche sul futuro SUS fu raggiunto durante il processo di ridemocratizzazione del Paese, nell’Assemblea nazionale costituente. La Costituzione federale del 1988 altro non è che il risultato del dibattito verificatosi in quell’epoca, e sfociato poi nelle leggi e nelle modifiche costituzionali succedutesi nel tempo allo scopo di regolamentare e perfezionare il funzionamento del SUS. Con l’articolo 196, la Costituzione federale definisce la salute come “un diritto di tutti e dovere dello stato”, e garantisce accesso uni- versale e ugualitario a tutte le attività e ai servizi di salute. Successi- vamente, con l’articolo 198, la Costituzione stabilisce che l’insieme di attività e servizi deve integrarsi in una rete regionale e gerarchica che costituisce un sistema unico, organizzato secondo i seguenti principi fondamentali: decentramento, assistenza integrale e partecipazione comunitaria. Al secondo paragrafo dello stesso articolo stabilisce inol- tre che “l’Unione federale, gli Stati membri, il Distretto federale e i Comuni dovranno investire in attività e servizi pubblici di salute, an- nualmente, una quantità minima di risorse prestabilita, determinata dall’applicazione di percentuali fisse alla fiscalità generale”. Queste ultime furono stabilite posteriormente con la modifica costituzionale n. 29 del 2000… Leggi il seguito

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Di prossima uscita: “Le riforme dei sistemi sanitari e la crisi finanziaria”

Il pensiero sistemico per trasformare la salute globale

salute5_bassaFabrizio Tediosi e Don de Savigny

La salute globale deve affrontare nuove sfide dovute ai cambiamenti nel peso delle diverse malattie e dei relativi fattori di rischio, alla moltiplicazione delle disuguaglianze, all’aumentata rilevanza delle interazioni fra salute e sviluppo economico, e ai nuovi assetti di governance con nuovi attori come le fondazioni filantropiche e le multinazionali, la società civile e le Organizzazioni non governative (ONG). La prolungata crisi economica sta, inoltre, cambiando il panorama del finanzia- mento della salute globale, mettendo a rischio la sostenibilità dei si- stemi sanitari nazionali, esacerbando le tendenze alla frammentazione e a strategie di breve termine. Per affrontare queste sfide, sia a livello globale sia nei singoli Paesi, sono in corso riforme di vario genere, dai sussidi globali per aumentare l’accesso ai farmaci essenziali alle partnership pubblico-privato, dalle modalità di pagamento degli erogatori di prestazioni sanitarie in base alla performance (pay-for-performance) agli incentivi alla domanda di prestazioni, come per esempio i cosiddetti conditional cash transfers.
La recente ricomparsa sulla scena del concetto di copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage, UHC) non fa che aumentare l’enfasi sulla finalità fondamentale dei sistemi sanitari – migliorare la salute -, sulle dimensioni di una sua giusta distribuzione e su un giusto finanziamento, in modo tale che il peso del sostegno del sistema sia equamente distribuito e tutti siano protetti dalle conseguenze finanziarie negative della malattia. Mentre i Paesi a economia avanzata vedono minacciati i loro sistemi di welfare, molti Paesi a medio e basso reddito stanno pianificando e attuando riforme miranti all’UHC, una tendenza senza precedenti nella salute globale. Forze globali e locali, e le interazioni tra esse, diventano sempre più i determinanti chiave della salute umana, e i sistemi sanitari nazionali assumono una maggiore rilevanza….. Leggi il seguito

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Di prossima uscita: “Il Global Burden of Disease 2010: stime, previsioni e implicazioni per la governance della salute”

OMS: i nodi da sciogliere

BATTERIO KILLER: SI STABILIZZANO CASI, RESTA ALTA L'ALLERTALa 132ma sessione del Consiglio Esecutivo dell’OMS si è conclusa a Ginevra il 29 gennaio, dopo dieci giorni in cui le delegazioni dei governi hanno discusso le più importanti sfide della salute globale, raccolte nei 60 punti all’ordine del giorno. 185 dei 194 stati membri dell’OMS erano presenti: una partecipazione mai vista prima, ha evidenziato con soddisfazione la direttrice Margaret Chan.

Le malattie croniche (non communicable diseases, NCDs) hanno aperto i lavori. Il termine si applica a quattro ordini di patologie: le malattie cardiovascolari, il diabete, i tumori e le malattie respiratorie croniche. La discussione sul Piano di azione 2013-2020, pur analizzando i fattori di ordine economico, sociale e politico che contribuiscono alla diffusione delle malattie croniche,  ha focalizzato molto l’attenzione su quattro fattori di rischio:  il consumo di tabacco, la dieta alimentare, l’abuso di alcool e l’inattività fisica. Alcuni governi hanno invocato un approccio più estensivo, attento alla salute in tutte le politiche (health in all policies), altri hanno evidenziato la necessità di rafforzare i sistemi sanitari per fronteggiare la sfida delle malattie non trasmissibili. Il Piano di azione dovrà essere approvato dalla prossima assemblea: capire quali siano gli spazi di modifica del testo, dato il difficile equilibrio con le influenti alleanze del settore  agroalimentare e farmaceutico in questo ambito, non è banale.

La riforma dell’OMS – avviata dalla Chan due anni fa – ha condizionato l’appuntamento. I nodi della riforma, si potrebbe dire, sono giunti al pettine. A più riprese i delegati ne hanno trattato i diversi aspetti; alla fine dei lavori, eccezionalmente, con una sessione a porte chiuse. Il Segretariato, ad esempio, è alle prese con diverse policies volte a regolare l’interazione dell’OMS con gli attori esterni (external stakeholders) – la società civile, la filantropia non profit con le sue fondazioni, il settore commerciale privato –  un terreno su cui si gioca una partita decisiva per il ruolo dell’organizzazione nell’arena della salute globale. Quale che sia il tema in agenda o la tipologia di malattie da trattare, gli scenari che afferiscono all’attuale governance della salute globale e ai suoi reali conflitti d’interesse sono inesorabilmente all’ordine del giorno per l’OMS.

Che la materia non sia di facile demarcazione lo si è visto anche con l’altra questione cruciale in agenda, quella dei finanziamenti dell’OMS, causa scatenante della riforma. La Chan ha condiviso la proposta di un nuovo dispositivo, il financing dialogue, che dovrebbe sopperire alla scarsità e imprevedibilità dei fondi che cronicamente affligge l’agenzia. I governi hanno accolto di buon grado l’idea, la sola del resto a concretizzarsi dopo due anni,  perché segna un passo avanti nella trasparenza della attribuzione dei fondi.  Diffuse perplessità fra gli osservatori riguardano invece la sostenibilità del financing dialogue, la distribuzione delle risorse rispetto alle priorità di salute pubblica, e il rischio di approfondire ulteriormente il divario fra i paesi ricchi, donatori, e quelli che non potranno mobilitare risorse secondo i parametri di questo meccanismo. Preoccupano poi le conseguenze legate all’inclusione dei privati nel nuovo processo di finanziamento.

Il Piano d’azione globale sui vaccini, approvato con enfasi lo scorso maggio e ora in fase di attuazione, è stato salutato come uno strumento chiave per migliorare e consolidare le strategie nazionali di immunizzazione. Il piano definisce le azioni della comunità internazionale per il prossimo decennio e identifica le risorse necessarie e gli indicatori per valutare i progressi raggiunti. Cuba ed Ecuador hanno sottolineato l’importanza di rafforzare le capacità tecniche  per la produzione locale di vaccini, anche attraverso il trasferimento di tecnologie grazie a forme di cooperazione Sud-Sud. La Malesia ha invece sollevato preoccupazioni sul ruolo del settore privato nella promozione ed introduzione ad arte di nuovi vaccini, magari dietro la copertura di ONG sanitarie. Medici Senza Frontiere (MSF), dal canto suo, ha richiamato la necessità di sviluppare formulazioni più stabili e facili da usare nelle campagne di vaccinazione dei paesi a risorse limitate. Inoltre ha sollecitato l’urgenza dell’ accessibilità economica e del controllo sui prezzi dei vaccini: “Il costo della vaccinazione di un bambino è salito del 2700% negli ultimi 10 anni, ed è sconcertante che il piano dell’OMS per il prossimo decennio non miri alla riduzione dei prezzi”, ha commentato il direttore della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF.

Infine, l’altro tema molto atteso era quello sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), a due anni dalla loro scadenza. Le agenzie ONU sono impegnate in un percorso multisettoriale per definire l’agenda globale post-2015,  verso uno sviluppo sostenibile (come affermato  alla Conferenza Rio+20). Su questo solco si è mosso il dibattito a Ginevra. Pur riconoscendo gli enormi progressi realizzati, il raggiungimento degli MDGs sulla salute resta un traguardo lontano, esigente di impegno a livello sia globale che locale.  L’ambito materno-infantile ne è un esempio palese, il cui miglioramento non può prescindere da un equo accesso ai servizi. Le sollecitazioni sulle priorità post 2015 sono state molteplici, ma ha trovato ampio consenso la proposta di inserire tra gli assi strategici d’intervento nell’agenda il tema della copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage, UHC): non un obiettivo specifico in sé, ma uno strumento per il raggiungimento degli obiettivi di salute della popolazione tout court, sotto la leadership dell’OMS e la responsabilità politica dei governi nazionali.  Una partita per i prossimi anni tutta da scoprire, nel campo spesso inclinato della salute globale.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Sanità, 19-25 febbraio 2013

Occhi puntati sull’OMS

influenzaA che serve monitorare le discussioni negoziali che avvengono in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)? A chi può interessare un racconto in diretta delle controversie diplomatiche che si giocano sul terreno del diritto alla salute, spesso così lontane dal fare quotidiano di tanti operatori sanitari sparsi nel mondo?

A partire da queste e altre riflessioni, nasce nel 2011 il progetto WHO Watch. Ideatore di quest’iniziativa è il People’s Health Movement (PHM), movimento globale che raccoglie comunità, ONG ed esperti di salute pubblica intorno alla promozione dal basso del diritto alla salute per tutti (www.phmovement.org).

L’intento del progetto è integrare le istanze della società civile nei processi decisionali intergovernativi, con la convinzione che marcare stretto i governi portando le prospettive delle comunità all’interno del dibattito dell’OMS sia non solo utile ma soprattutto necessario. Necessario a rendere più trasparenti e accessibili i processi decisionali alla base delle politiche sanitarie globali e ad arricchire, con una molteplicità di punti di vista, il confronto e la base di conoscenza su cui poggiare le scelte governative.

Oggi il team dei watcher (gli osservatori) è divenuto un punto di riferimento: si tratta di ungruppo di giovani studiosi appositamente formati, la cui presenza sta facendosi di anno in anno più incisiva. Seguono le discussioni delle fitte agende degli organi di governo dell’OMS, battendo senza sosta sui loro portatili tutti gli interventi; disseminano in tempo reale disseminano in tempo reale tramite skype informazioni che altrimenti rimarrebbero confinate ai soli addetti ai lavori; intervengono nei dibattiti istituzionali; intervengono nei dibattiti istituzionali con puntuali azioni di advocacy, a partire dal lavoro di monitoraggio svolto, in grado come sono di fornire una lettura strutturale sia dei processi di salute e malattia sia dei meccanismi che regolano la governance della salute globale. Il loro bacino di interesse si è allargato in pochi anni ad una gamma di operatori – inclusa la stampa di settore – impossibilitati a partecipare fisicamente alle sessioni dell’OMS. Non è poco.

La sfida, oggi, è riuscire a riportare le decisioni globali a livello nazionale. Per questo il PHM sta valutando come rafforzare l’azione di monitoraggio presso i Comitati Regionali dell’OMS, così da migliorare il dialogo con i governi, i veri decisori sulle politiche della salute.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Sanità, 19-25 febbraio 2013