L’EPIDEMIA DI COLERA IN YEMEN HA RAGGIUNTO PIÙ DI MEZZO MILIONE DI CASI – AGGIORNAMENTO

14 Agosto 2017 –  Nonostante gli sforzi attuati per fronteggiare quella che ad oggi viene definita “la peggiore epidemia al mondo”, l’ultimo aggiornamento delle Nazioni Unite sull’epidemia di colera in Yemen è agghiacciante.

Più di mezzo milione sono i casi sospetti e da fine aprile sono stati registrati 2000 decessi.

Lo Yemen è oggi tra i paesi più poveri al mondo. Due anni di conflitto armato hanno acuito le preesistenti vulnerabilità del paese, portandolo al collasso. L’epidemia di colera (infezione diarroica acuta causata dall’ingestione di cibo o acqua contaminati dal batterio Vibrio cholerae) si è diffusa rapidamente a causa del deterioramento delle condizioni igienico sanitarie, dell’interruzioni dell’approvvigionamento idrico e del sovraffollamento della popolazione sfollata. Il sistema sanitario nazionale, con più della metà delle strutture distrutte e con gravi carenze di farmaci, attrezzature ed elettricità, è ormai incapace di rispondere.

“Per salvare le vite in Yemen dobbiamo sostenere il sistema sanitario, in particolare gli operatori sanitari che stanno operando in condizioni impossibili: migliaia di persone sono malate, ma non ci sono ospedali, non ci sono farmaci, non c’è acqua pulita”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’OMS e partner stanno lavorando per istituire cliniche ad hoc per il trattamento del colera, riabilitare le strutture sanitarie, fornire attrezzature mediche e sostenere lo sforzo di risposta nazionale.

“Esortiamo le autorità dello Yemen – e tutti quelli che possono svolgere un ruolo – a trovare una soluzione politica per porre fine a questo conflitto. Il popolo dello Yemen non può sopportare molto più a lungo – ha bisogno di pace per ricostruire la propria vita e il proprio paese”, ha concluso A. Tedros.

Di B.F.

Gambia – L’ultimo miglio verso il traguardo dell’eliminazione della malaria

15 luglio 2017 – Secondo quanto riportato dalla Thomson Reuters Foundation il Gambia, paese africano con quasi due milioni di abitanti, potrebbe candidarsi ad essere il primo paese dell’Africa Sub-Sahariana a riuscire a vincere la terribile lotta contro la malaria, da decenni la principale causa di morte soprattutto in età infantile.

Tale miglioramento è emerso dai dati statistici raccolti dal National Malaria Control Programme (NMCP): l’incidenza del Plasmodium, parassita della malaria, nei bambini al di sotto dei cinque anni è scesa sotto il 0,2% partendo dal 4% del 2011; il numero totale di nuovi casi di malaria si è ridotto notevolmente passando da 262.000 nel 2011 a 155.450 lo scorso anno.

É stato possibile raggiungere tali risultati grazie alle misure di controllo adottate, come per esempio l’uso di farmaci antimalarici, le zanzariere trattate con insetticida e gli interventi di bonifica; oltre a queste, come sostiene Carla Fajardo dell’agenzia Catholic Relief Services (CRS), il Gambia ha saputo avvalersi della tecnologia per combattere la malaria, ricorrendo a dispositivi elettronici, piattaforme online e GPS è stata possibile una maggior accessibilità e diffusione dei medicinali.

Nonostante i numerosi risultati positivi ottenuti non si può tuttavia dichiarare la definitiva eliminazione della malaria. Sembra infatti mancare un “ultimo miglio” rappresentato da un incremento dei fondi da parte dei donatori, per raggiungere il traguardo.

Questa fase è la più delicata da affrontare come afferma Balla Kandeh: “Questo ultimo miglio è la parte più difficile: abbiamo bisogno di maggiore collaborazione da parte dei donatori per sostenere i risultati. Spesso proprio in questa fase i donatori rivolgono la loro attenzione altrove”.

Il Gambia è determinato a raggiungere il traguardo di zero nuovi casi di malaria entro il 2020 e ciò potrebbe essere favorito dal cambiamento socio-politico avvenuto in seguito all’elezione del nuovo Presidente Adama Barrow, dopo il ventennale regime dittatoriale di Yahya Jammeh, durante il quale i fondi dai donatori sono stati notevolmente ridotti.

Con meno vincoli e meno incertezza politica, quindi, il Gambia potrebbe riuscire a raggiungere con successo l’obiettivo.

Rielaborazione dell’articolo redatto da Kieran Guilbert e pubblicato da Belinda Goldsmith

L.G.

Turchia – PHM a sostegno degli accademici turchi: “non saremo parte di questo crimine”

Il 29 giugno 2017, presso la Dokuz Eylül University di Izmir, sono stati licenziati gli accademici firmatari della Petizione per la pace. Tra questi il Prof. Cem Terzi, attivista di People’s Health Movement Europe (PHM) e importante partecipante della recente conferenza di PHM Europe tenutasi a Istanbul il 24-25 giugno.

Il PHM, già molto attivo nel denunciare la violazione dei diritti umani in atto in Turchia, a seguito del licenziamento del Prof. Cem Terzi, sta cercando concretamente di divulgare e condividere informazioni sulla situazione, ormai fuori controllo, che vige nel mondo accademico turco – dove dal settembre 2016 sono stati licenziati 5.295 accademici attraverso sette decreti applicati sotto lo stato di emergenza.

L’11 gennaio 2016 in due conferenze stampa tenutesi contemporaneamente ad Ankara e a Istanbul è stata resa pubblica la dichiarazione degli Accademici per la Pace (Barış İçin Akademisyenler, BAK) intitolata Non saremo parte di questo crimine“, sottoscritta da 1128 accademici, la maggioranza dei quali lavorava in istituti di istruzione superiore in Turchia. Con questa dichiarazione gli Accademici per la Pace hanno invitato lo Stato turco a porre fine alla violenza e a preparare le condizioni per la negoziazione. Nei giorni successivi alla conferenza stampa, con delle dichiarazioni pubbliche il Presidente della Repubblica, Tayyip Erdoğan, ha accusato i firmatari di essere “sostenitori del terrorismo” e “traditori”. Nonostante ciò, altri accademici si sono uniti a firmare la dichiarazione, arrivando ad un totale di 2212. Alcune delle amministrazioni universitarie hanno così avviato interrogazioni disciplinari contro i firmatari, intraprendendo azioni legali come la “sospensione preventiva” o il divieto di entrare nel campus universitario, violando così il diritto al lavoro di molti professori, associati, assistenti e ricercatori.

L’intero processo ha visto l’ulteriore deterioramento e dissoluzione della libertà di espressione, dell’autonomia accademica e della libertà in Turchia, con detenzioni, incursioni negli uffici e case e cancellazione dei passaporti, con la conseguente impossibilità di uscire dal territorio turco. I firmatari sono stati portati in tribunale ai sensi dell’articolo 7 della Legge anti terrore (Terörle Mücadele Kanunu, TMK) per “aver propagandato a favore di organizzazioni terroristiche” e/o ai sensi degli articoli 301 del codice penale turco (Türk Ceza Kanunu, TCK) per aver “offeso la Turchia”.

La situazione si è inoltre venuta ad intensificare in seguito al tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016, che anche se superato, ha visto aumentare il livello e la frequenza di violenza e instabilità, e ha sviluppato un ambiente sociale e politico che si allontana sempre più dalla pace.

Per fronteggiare questa situazione si è venuta a creare una fitta rete di solidarietà giudiziaria per quegli accademici a cui sono in corso indagini legali. Si sta cercando un forte sostegno giudiziario per monitorare attentamente le indagini disciplinari illegalmente emesse dalle presidenze universitarie e per sostenere gli accademici che hanno ricevuto o riceveranno una “sospensione condizionale” o saranno licenziati. Le campagne di solidarietà e petizioni portate avanti da molte organizzazioni accademiche e ONG non si fermano solo a livello nazionale, ma si stanno diffondendo a livello internazionale, con un numero di firme che superano ormai le decine di migliaia.

Come riportato dal PHM risulta fondamentale diffondere notizie e attuare azioni concrete per far luce su questa situazione. Viene proposto il boicottaggio delle Università turche, cercando l’appoggio di istituzioni universitarie, ONG e singoli membri. Tra queste menzioniamo l’Université Libre de Bruxelles (ULB), che ha in corso una campagna di solidarietà e che vede come attore principale il Prof. Thomas Berns.

Una prima azione concreta di PHM è la divulgazione di una lettera di solidarietà in sostegno agli Accademici per la Pace che di seguito riportiamo tradotta:

“In solidarietà con gli Accademici per la Pace e con tutti coloro che sono perseguitati in Turchia, invitiamo le università, i consigli di finanziamento e le associazioni accademiche a livello globale a tagliare tutti i legami con il Consiglio di Istruzione Superiore e con il Consiglio di ricerca scientifica e tecnologica della Turchia e con tutte le istituzioni universitarie coinvolte nella persecuzione degli accademici turchi, (The Guardian, We’ve lost democracy: 30 giugno 2017). Questo prendere di mira gli accademici turchi è iniziato nel gennaio del 2016, quando più di 2.000 accademici hanno firmato una petizione che chiedeva la fine della guerra nella regione curda e il permesso per gli osservatori internazionali di monitorare le città curde. Da allora, i firmatari hanno affrontato la diffamazione, le incursioni nelle loro case e negli uffici, la cancellazione dei passaporti, la detenzione e l’arresto. Il tutto amplificato dal colpo di stato fallito nel luglio scorso. Fino ad oggi oltre 5000 accademici sono stati licenziati e uno tra loro, il Dr Mehmet Fatih Traş, ha perso tragicamente la vita. Un boicottaggio è necessario per inviare un messaggio forte e chiaro alle istituzioni turche, evidenziando che le loro attività sono osservate in tutto il mondo e che questa persecuzione di accademici non sarà tollerata.”

di Benedetta Armocida

PHM – La salute si può raggiungere solo con la pace

People’s Health Movement (PHM), un movimento globale a tutela del diritto alla salute, gratuita e accessibile a tutti, si schiera a fianco degli amici e delle popolazioni turche, soggetti alle oppressioni del regime di Erdogan. Ribadendo il loro ruolo a difesa della salute come diritto umano fondamentale, a seguito dell’incontro del 24-25 giugno ad Istanbul, riassumono in una dichiarazione le azioni concrete da compiere per sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia.

 

Incontro europeo di People’s Health Movement (PHM)

Istanbul, 24-25 giugno 2017

Difendere i diritti umani per proteggere la salute

Nell’ultimo incontro del PHM Europa, svoltosi a Londra a Ottobre 2016, abbiamo deciso di schierarci in solidarietà con gli accademici turchi per la pace (Turkish Academics for Peace, AFP), vittime di una grave repressione da parte del regime di Erdogan per la sola ragione di essersi posti a difesa del diritto umano fondamentale alla salute. Ci riuniamo a Istanbul oggi per dire insieme che la salute si può raggiungere solo attraverso la pace. Ci opporremo sempre alle guerre che opprimono e uccidono persone innocenti.

In solidarietà con AFP, e con tutte le persone turche vittime di repressione per essersi posti a difesa dei diritti umani, facciamo appello alle realtà e alle persone singole che fanno parte del People’s Health Movement (PHM) in Europa e in tutto il mondo perché intraprendano azioni concrete volte sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia. In particolare, invitiamo a:

  • Condividere informazioni, aumentare la consapevolezza e sostenere le richieste di AFP, ovvero il ripristino delle posizioni di lavoro, dei passaporti e della libertà di movimento:
    • diffondere dichiarazioni di solidarietà e/o organizzare interviste via skype con AFP durante conferenze ed eventi accademici;
    • promuovere dichiarazioni di solidarietà da parte di università, sindacati, società scienti che e accademiche, etc.;
    • organizzare missioni ed eventi di solidarietà in Turchia;
    • supportare le richieste di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, due funzionari pubblici licenziati, che hanno cominciato lo sciopero della fame e ora sono detenuti in carcere in gravi condizioni di salute, chiedendo la loro immediata scarcerazione.
  • Offrire aiuto concreto:
    • offrire sostegno economico per chi è stato licenziato;
    • mettere a disposizione programmi di insegnamento a distanza per giovani ricercatori e ricercatrici, posizioni di insegnamento a distanza per docenti e posizioni in università straniere per coloro che possono viaggiare;
    • garantire accesso ai database scienti ci per chi è stato licenziato;
    • invitare AFP a condividere le loro ricerche in conferenze di persona o via skype.
  • Costruire alleanze nella lotta:
    • promuovere il boicottaggio delle università turche da parte di università straniere che hanno collaborazioni in atto;
    • contattare giornalisti, organizzare interviste e aumentare la copertura mediatica;
    • scrivere al commissario europeo Johannes Hahn, responsabile dei negoziati sull’allargamento dell’UE, che visiterà la Turchia il 6 luglio 2017.

Resistere alla commercializzazione della salute in Europa

Abbiamo deciso di continuare e di rafforzare la campagna per un’assistenza sanitaria pubblica gratuita e accessibile a tutte e tutti, che abbia al centro il 7 Aprile come giornata mondiale della salute. Il 2018 segnerà il 40° anniversario della Dichiarazione di Alma Ata, e indiremo per il 7 Aprile una giornata per la salute dei popoli, per opporci a qualsiasi tipo di commercializzazione della salute nei nostri Paesi e in tutta Europa.

I governi nazionali, così come le istituzioni europee, devono essere chiamati alle loro responsabilità. Inoltre, ra orzare la solidarietà internazionale contribuirà a sostenere le lotte nei nostri Paesi. Dobbiamo denunciare il ruolo che l’Europa svolge nel sostenere la privatizzazione dell’assistenza sanitaria nei Paesi all’interno e all’esterno dell’UE, anche attraverso nanziamenti dei programmi di riforma del settore sanitario e promozione di accordi di libero scambio.

Le seguenti decisioni informeranno la nostra campagna per la giornata per la salute dei popoli:

  • Intendiamo promuovere lo scambio di informazioni e la creazione di reti tra le mobilizzazioni locali che si oppongono alla commercializzazione della salute, per rafforzare la solidarietà internazionale.
  • Ci mobiliteremo nei nostri Paesi per sostenere le azioni locali che culmineranno il 7 aprile 2018, a partire dalla partecipazione alla consultazione online promossa dalla Rete europea contro la commercializzazione della salute per identificare i temi chiave di mobilitazione.
  • Utilizzeremo diverse forme di azione, comprese manifestazioni di piazza, costruzione di alleanze con operatori e operatrici della salute per incoraggiare chi ha responsabilità decisionali a opporsi all’agenda di privatizzazione, denuncia del ruolo predatorio svolto dalle grandi multinazionali (fornitori privati di servizi sanitari e assicurazioni sanitarie) nei nostri Paesi e dell’azione di lobby a livello europeo.
  • Cercheremo alleanze con i sindacati, le organizzazioni e le reti che condividono la nostra piattaforma d’azione.
  • Rafforzeremo i legami con le mobilizzazioni nei Paesi della regione mediterranea.

     

    Proteggere la salute delle persone immigrate e rifugiate

    Abbiamo ricevuto aggiornamenti dal PHM Turchia in merito alla situazione delle persone immigrate e rifugiate, aggravata dai con itti in corso nella regione e dalla mancanza di politiche adeguate dell’Unione Europea. Come denunciato da tempo, l’accordo UE-Turchia è una politica dannosa che ha trasformato la Turchia in una prigione a cielo aperto per le persone rifugiate, a ttata dall’UE. A quattro milioni di persone in Turchia non vengono garantiti tutti i diritti. La maggior parte di loro vive in condizioni compromesse per quanto riguarda i determinanti sociali della salute e ha limitato accesso all’assistenza sanitaria. La situazione delle persone immigrate prive di documenti, il cui numero è in rapida crescita, è ancora peggiore in termini di accesso alle cure, per l’applicazione di onerosi “ticket turistici” anche per ricevere cure urgenti ed essenziali.

    La situazione in altri Paesi come Belgio, Francia, Germania, Italia e Regno Unito presenta caratteristiche comuni in termini di discriminazione, xenofobia, disuguaglianze nell’ambito dei determinanti sociali della salute e dell’accesso all’assistenza sanitaria.

    Come PHM Europa:

  • Denunciamo l’approccio che informa le politiche migratorie nella nostra regione, costruito su misure di emergenza, una visione capitalistica delle persone immigrate come lavoratori e lavoratrici a basso costo, e la tendenziosa associazione tra migrazione e terrorismo che alimenta paura e xenofobia.
  • Ci opponiamo ai centri di detenzione per chi è senza documenti, sempre più   frequentemente gestiti da società for pro t come G4S, dove le persone vengono illegalmente private dei propri diritti.
  • Chiediamo che vengano a rontate le cause alla radice della migrazione (politiche commerciali ingiuste, cambiamento climatico, insicurezza alimentare, conflitti …)
  • Ci impegniamo a continuare a monitorare e informare sulla situazione dei diritti delle persone immigrate e rifugiate.
  • Rafforzeremo lo scambio di pratiche ed esperienze sul coinvolgimento della società civile nella protezione e nella promozione della salute delle persone immigrate e rifugiate, con azioni di solidarietà, difesa, resistenza e protesta.

 

Contatti: Chiara Bodini (chiara@phmovement.org), portavoce PHM Europa

 

La salute da diritto a profitto? La privatizzazione strisciante dei servizi sanitari in Europa

Corporate Europe ha appena pubblicato “Creeping Privatisation of Health Care in the European Union” una attenta analisi dei meccanismi politici e di mercato  che stanno accrescendo le disuguaglianze e conducndo alla privatizzazione delle cure di base.

Tra le questioni più dibattute in tema di salute vi è quella relativa al progressivo processo di trasformazione dei sistemi sanitari in seguito alla promozione e alla successiva implementazione di politiche cosiddette neoliberiste o neomanageriali, le quali si basano sui seguenti capisaldi: privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione.

Tali politiche, che si rifanno all’approccio del New Management, si fondano sul principio secondo cui “il privato è meglio”. Con questa teoria stanno “colpendo” numerosi settori del sistema dei servizi pubblici (oltre alla sanità, pensiamo per esempio al sistema dei trasporti, all’assistenza sociale, per arrivare addirittura all’istruzione) mirando a indebolire e confinare il potere dello Stato, finora riconosciuto come principale soggetto garante di protezione sociale nonché promotore di servizi per i cittadini.

Efficienza, efficacia, economicità sono divenute le tre parole chiave che guidano il complesso sistema che va dalla costruzione di strutture, alla fornitura di servizi, passando per la progettazione e successiva implementazione di progetti ed interventi.

All’interno dell’Unione Europea i paesi membri differiscono per la configurazione dei loro sistemi sanitari e si distinguono tra quelli basati sugli schemi di assicurazione sanitaria e quelli definiti universalistici, ossia finanziati dalla fiscalità generale. Entrambi sono stati oggetto di politiche e pressioni politiche a livello europeo che hanno creato le condizioni favorevoli per una progressiva affermazione e dominio nel settore sanitario di imprese del settore privato.

La tendenza comune sembra dunque essere un orientamento verso la privatizzazione dell’assistenza sanitaria, realizzato prima di tutto mediante il processo di “mercatizzazione” (“marketisation”) dei servizi, con il potere sempre più influente detenuto dalle lobby del mercato sanitario, nonché attraverso la configurazione di partenariati pubblico-privati (i cosiddetti PPP).

Il processo di “mercatizzazione” consiste nella creazione di mercati interni in materia di salute a livello nazionale o nell’ambito del mercato unico UE. Esso comprende l’outsourcing, ovvero l’esternalizzazione di servizi e la concorrenza tra i vari fornitori dei servizi.

I PPP riguardano invece delle vere e proprie collaborazioni, alleanze tra il settore pubblico e le aziende private promosse con l’intenzione dichiarata di tagliare la spesa pubblica per la sanità e aumentare la qualità dei servizi forniti, fondate sull’idea secondo la quale “il business sa e sa fare meglio”.

Quale ruolo riveste l’Unione Europea in tale contesto economico-politico? Ma soprattutto quali sono gli effetti, le conseguenze che tale profondo cambiamento in atto ha comportato e sta comportando?

Con riferimento alla prima questione l’aspetto problematico che sta alla base riguarda la duplice accezione attribuibile alla sanità, la quale si può definire sia come garanzia di promozione del diritto alla salute, sia come una vera e propria attività economica a tutti gli effetti: comporta un profitto, ed è soggetta, al pari di ogni altra attività economica alle norme europee che disciplinano il mercato interno (libera circolazione, delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi). È proprio su questa sua “natura” di attività economica che le imprese del settore privato fanno leva, sentendosi libere e legittimate ad intervenire, aprendo un annoso dibattito che riguarda l’attribuzione della competenza in materia di sanità: nazionale, europea o dei privati.

Nel contesto contemporaneo di forte crisi economica si è modificata radicalmente la natura dell’intervento dell’Unione Europea nell’ambito delle riforme del settore sanitario: come evidenziato da molti commentatori e studiosi si è passati da una soft law di semplici “consigli” e raccomandazioni per promuovere pratiche di condivisione, a vere e proprie “istruzioni” e al ruolo sempre più determinante delle riforme sanitarie imposte ai singoli stati membri per tagliare la spesa pubblica, vincolate alla concessione di fondi strutturali e di investimento.

Per quanto concerne l’insieme degli effetti che conseguono al processo di trasformazione della sanità si possono fare le seguenti considerazioni.

Anzitutto i primi “segni” di tale cambiamento sono visibili nelle condizioni di lavoro di professionisti e operatori sanitari: si registrano infatti una notevole riduzione e a volte veri e propri tagli al personale, carichi di lavoro maggiori, riduzione delle retribuzioni, nonché maggior condizioni di stress che incidono in modo negativo sulla qualità della cura fornita.

Gli effetti più consistenti riguardano l’aumento della diseguaglianza tra i pazienti rispetto alla possibilità di cura, nell’accesso alle cure e in generale l’erosione della natura pubblica delle cure sanitarie.

Si sta assistendo ad un meccanismo profondamente ingiusto per cui hanno meno possibilità di curarsi i pazienti a più alto rischio o che necessitano di cure di emergenza e poveri (solitamente sono anziani, o persone molto giovani, persone con malattie mentali o malati cronici). Questi sono inoltre meno propensi (in quanto non dotati di risorse sufficienti) a ricorrere all’assistenza sanitaria transfrontaliera, garantita e promossa dalle condizioni e dalle regole di libero mercato esistenti.

A fronte della prospettiva di creazione di un mercato unico dei servizi sanitari profondamente concorrenziale e per evitare la progressiva configurazione di un sistema che pone i profitti prima dei pazienti, e la concorrenza prima della cooperazione, a scapito della cura delle persone è necessario quindi salvaguardare e promuovere la salute come diritto universale e non come una merce per il business e il mercato da cui trarre profitto.

A questo proposito sembra esserci a livello globale qualche movimento di resistenza: il 7 aprile 2017 in occasione della Giornata Mondiale della Salute si sono tenute numerose mobilitazioni promosse dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale.

I principali messaggi veicolati sono stati: “la nostra salute non è in vendita” e “la salute è per tutti e non soltanto di coloro che possono pagare”.

Oltre ai messaggi sono state rivendicate le seguenti esigenze: fine delle politiche di austerità, finanziamento pubblico e collettivo dei servizi sanitari, promozione di investimenti nella sanità pubblica, esclusione dei servizi pubblici (come la sanità) dalla liberalizzazione.

La speranza è che tali esigenze trovino in qualche modo ascolto, rispetto, riscontro e risposta nel complesso panorama politico-economico europeo e mondiale, o il rischio di un disfacimento della sanità pubblica potrebbe diventare sempre più alto.

Tale disfacimento infatti sembra essere molto “semplice” da realizzare, come spiegato da Noam Chomsky, “la tecnica standard per la privatizzazione della sanità è: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente e la consegnerai al capitale privato”.

di L.G.

In Yemen è in corso un’epidemia di Colera senza precedenti

31 Maggio 2017- In un paese esanime dopo due anni di conflitto, in cui le strutture sanitarie sono state distrutte, il Fondo per le Nazioni Unite per i Bambini (UNICEF) sta aumentando gli interventi di risposta, ma ha avvertito che “il tempo sta per scadere”.

“Ogni giorno, in Yemen, sempre più bambini muoiono per cause prevenibili come la malnutrizione e l’infezione da colera”, ha dichiarato Geert Cappelaere, direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il colera è un’infezione enterica acuta causata dall’ingestione del batterio Vibrio cholerae presente in acque o alimenti contaminati da materiale fecale.
Nella sua forma più grave, l’infezione è caratterizzata da un improvvisa insorgenza di diarrea acquosa acuta che può portare alla morte per grave disidratazione.
Legata all’accesso insufficiente all’acqua sicura e alla sanità adeguata, l’impatto dell’epidemia può essere ancora più drammatico in aree in cui le infrastrutture sanitarie sono state distrutte. Il conflitto ha causato il totale crollo dei servizi sanitari, solo il 45% delle infrastrutture del paese è funzionante, ma vulnerabile alle gravi carenze di medicinali, attrezzature e personale. Un ulteriore fattore di rischio è il sovraffollamento, conseguente lo spostamento massiccio di comunità sfollate in ricerca di riparo.

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, nel paese sono stati segnalati più di 65.000 casi sospetti, di cui circa 10.000 sono stati segnalati solo nelle ultime 72 ore.
Il numero dei casi è destinato ad aumentare.

Per trattare più di 50.000 persone, l’UNICEF sta inviando tre aeromobili che trasportano materiale di salvataggio, tra cui medicinali, sali di reidratazione orale (ORS) e liquidi per la reidratazione endovenosa. Inoltre, è attivo in programmi di fornitura d’acqua potabile clorata.

“Per controllare l’epidemia, non basta semplicemente trattare coloro che raggiungono le strutture mediche. Dobbiamo affrontare la fonte della malattia, migliorando l’accesso all’acqua pulita e la sanità” ha affermato Ghassan Abou Chaar di MSF in Yemen.

di B.F.

Stati Uniti. Passa alla Camera la legge voluta da Trump contro l’Obamacare

4 Maggio 2017 – Oggi, con una stretta maggioranza (217 sì, 213 no), è stata approvata dalla Camera americana una legge per abrogare l’Obamacare.

Un successo per Trump, che tuttavia dovrà attendere il risultato del voto in Senato. Proprio in Senato, i Repubblicani godono di una maggioranza ancor più esigua (52 seggi su 100) e non sarà pertanto semplice replicare la vittoria ottenuta quest’oggi.

L’abrogazione dell’Obamacare, auspicata da sette anni dal partito Repubblicano, è stato uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump.

La Riforma Sanitaria voluta da Obama nel 2010 ha permesso a milioni di cittadini, appartenenti alle fasce più povere della popolazione, di avere un’assicurazione sanitaria. Tale riforma è stata aspramente criticata dal blocco Repubblicano, soprattutto con l’accusa di aver incrementato i costi del sistema sanitario.

Se Trump dovesse ottenere la maggioranza anche al Senato, milioni di persone si ritroveranno senza assicurazione sanitaria, con conseguenze incalcolabili ai danni dei gruppi più vulnerabili della popolazione.

di Lorenzo De Min

Save

Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

OMS/OPS: il Messico è il primo paese delle Americhe ad aver eliminato il tracoma

Il 24 aprile 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che il tracoma in Messico non è più un problema di salute pubblica.

Il tracoma è la principale causa infettiva di cecità nel mondo. L’agente causale, è il microorganismo Clamidia trachomatis  che si trasmette da persona a persona  per contatto tramite secrezioni oculari e nasali, e  La trasmissione, ancora attiva in 41 paesi,  è legata alle condizioni igieniche, quindi colpisce popolazioni povere e isolate; nelle Americhe è ancora endemico in Brasile, Guatemala e Colombia.

Il Messico è il primo paese delle Americhe e il terzo al mondo, dopo l’Oman e il Marocco, a ricevere la convalida da parte dell’OMS per aver eliminato il tracoma.

“Questo è un momento storico per la salute pubblica in Messico e in America”, ha affermato Carissa F. Etienne, direttrice dell’Organizzazione Pan-Americana di Salute (OPS), ufficio regionale dell’OMS per le Americhe. “L’eliminazione di una malattia non viene raggiunta ogni giorno”, riconoscendo “gli sforzi decennali delle autorità messicane, degli operatori sanitari e delle comunità per migliorare la loro salute e la qualità di vita e per porre fine a questa malattia della povertà”.

In Messico, la malattia era endemica in 246 comunità di cinque comuni dello Stato del Chiapas, con un totale di 146.207 persone affette. Le azioni per combattere il tracoma sono state rafforzate nel 2004 con la creazione del programma di prevenzione e controllo del Tracoma del Ministero della Salute del Chiapas e il rafforzamento della strategia “SAFE” dell’OMS.

La strategia SAFE, utilizzata dalla maggior parte dei Paesi in cui il tracoma è endemico per eliminare la malattia entro il 2020, consiste in un pacchetto completo di interventi tra cui: la chirurgia per le condizioni più avanzate di malattia, gli antibiotici per la cura dell’infezione e il miglioramento delle condizioni igieniche e ambientali per ridurre la trasmissione. Nel 2015, sono stati stimati in ​​tutto il mondo più di 185.000 interventi correttivi di trichiasi (ciglia invertite) e 56 milioni di persone trattate con antibiotici per il tracoma.

Lo Stato del Chiapas ha creato inoltre un’unità operativa di medici, infermieri e personale tecnico addestrato per combattere il tracoma, le Brigadas de Tracoma, che hanno lavorato localmente riducendo il numero di casi da 1.794 nel 2004 a zero casi nel 2016, secondo i dati del programma governativo.

Utilizzando questo approccio, il Paese ha raggiunto i criteri internazionali di prevalenza di meno del 5% nei bambini di età compresa tra 1- 9 anni e di un caso su 1.000 abitanti di trichiasi, che l’hanno fatto rientrare tra i paesi in cui il tracoma è stato eliminato.

Il Ministro della Salute del Messico, José Ramón Narro, ha dichiarato di essere entusiasta dell’obiettivo ottenuto, raggiunto grazie a “Una lunga storia di duro lavoro e di sforzi da parte di molte persone, nel corso delle generazioni”.

Per mantenere l’eliminazione e prevenire una ripresa della malattia l’OMS/OPS raccomanda il monitoraggio continuo del tracoma e la distribuzione di cure ai pazienti affetti.

http://www2.paho.org/hq/index.php?option=com_content&view=article&id=13179%3Amexico-eliminates-trachoma-leading-infectious-cause-blindness&catid=740%3Apress-releases&Itemid=1926&lang=en

di Benedetta Armocida

Le riforme dei sistemi sanitari e la crisi finanziaria

salute5_bassaSara Barsanti, Gavino Maciocco

Negli ultimi settant’anni, a partire dal dopoguerra a oggi, si sono suc- cedute tre differenti stagioni di riforme sanitarie, fortemente influenza- te dal contesto politico, economico e sociale.
La stagione dei diritti
La prima, che potremmo definire “la stagione dei diritti”, è quella che prende l’avvio con l’istituzione del National Health Service (NHS) in Gran Bretagna (1948), un sistema sanitario universalistico, finanziato attraverso la fiscalità generale e gestito quasi unicamente da strutture pubbliche. La nozione che l’accesso ai servizi ritenuti socialmente in- dispensabili debba essere garantito a tutti viene incorporata nella Di- chiarazione universale dei diritti umani (Nazioni unite, Parigi 10 dicembre 1948). Il principio della salute come diritto si diffonde rapidamente e diventa elemento fondante di numerose costituzioni, come nel caso della Costituzione Italiana (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, Art. 32). Dal 1948 al 1978 l’espansione del welfare in senso universalistico diventa un tratto comune dei governi di quasi tutti i paesi industrializzati parte dei quali (per esempio, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Giappone) adottano il modello “Bismarck”, basato sulle assi- curazioni sociali ma rafforzato da un intervento sostanzioso dello stato per la copertura assicurativa dei gruppi più vulnerabili (disoccupati, disabili, pensionati, eccetera.), mentre altri (per esempio, Paesi scandi- navi, Canada, Australia, Nuova Zelanda) optano per la soluzione britannica del modello “Beveridge”. Anche negli USA l’assoluta ostilità verso ogni intervento dello stato nel campo dell’assistenza sanitaria viene in parte superata con l’istituzione, nel 1965, di due programmi assicurativi pubblici, Medicare (assistenza agli anziani) e Medicaid (assistenza ad alcune categorie di poveri). In Italia, il passaggio verso la forma più integrale di assistenza universalistica (modello “Beveridge”) avviene il 23 dicembre 1978, con l’approvazione della legge 833. Si tratta della piena applicazione del principio della salute come diritto, come sancito dal citato articolo 32 della Costituzione…. Leggi il seguito

Scarica il ventitresimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!