Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

OMS/OPS: il Messico è il primo paese delle Americhe ad aver eliminato il tracoma

Il 24 aprile 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che il tracoma in Messico non è più un problema di salute pubblica.

Il tracoma è la principale causa infettiva di cecità nel mondo. L’agente causale, è il microorganismo Clamidia trachomatis  che si trasmette da persona a persona  per contatto tramite secrezioni oculari e nasali, e  La trasmissione, ancora attiva in 41 paesi,  è legata alle condizioni igieniche, quindi colpisce popolazioni povere e isolate; nelle Americhe è ancora endemico in Brasile, Guatemala e Colombia.

Il Messico è il primo paese delle Americhe e il terzo al mondo, dopo l’Oman e il Marocco, a ricevere la convalida da parte dell’OMS per aver eliminato il tracoma.

“Questo è un momento storico per la salute pubblica in Messico e in America”, ha affermato Carissa F. Etienne, direttrice dell’Organizzazione Pan-Americana di Salute (OPS), ufficio regionale dell’OMS per le Americhe. “L’eliminazione di una malattia non viene raggiunta ogni giorno”, riconoscendo “gli sforzi decennali delle autorità messicane, degli operatori sanitari e delle comunità per migliorare la loro salute e la qualità di vita e per porre fine a questa malattia della povertà”.

In Messico, la malattia era endemica in 246 comunità di cinque comuni dello Stato del Chiapas, con un totale di 146.207 persone affette. Le azioni per combattere il tracoma sono state rafforzate nel 2004 con la creazione del programma di prevenzione e controllo del Tracoma del Ministero della Salute del Chiapas e il rafforzamento della strategia “SAFE” dell’OMS.

La strategia SAFE, utilizzata dalla maggior parte dei Paesi in cui il tracoma è endemico per eliminare la malattia entro il 2020, consiste in un pacchetto completo di interventi tra cui: la chirurgia per le condizioni più avanzate di malattia, gli antibiotici per la cura dell’infezione e il miglioramento delle condizioni igieniche e ambientali per ridurre la trasmissione. Nel 2015, sono stati stimati in ​​tutto il mondo più di 185.000 interventi correttivi di trichiasi (ciglia invertite) e 56 milioni di persone trattate con antibiotici per il tracoma.

Lo Stato del Chiapas ha creato inoltre un’unità operativa di medici, infermieri e personale tecnico addestrato per combattere il tracoma, le Brigadas de Tracoma, che hanno lavorato localmente riducendo il numero di casi da 1.794 nel 2004 a zero casi nel 2016, secondo i dati del programma governativo.

Utilizzando questo approccio, il Paese ha raggiunto i criteri internazionali di prevalenza di meno del 5% nei bambini di età compresa tra 1- 9 anni e di un caso su 1.000 abitanti di trichiasi, che l’hanno fatto rientrare tra i paesi in cui il tracoma è stato eliminato.

Il Ministro della Salute del Messico, José Ramón Narro, ha dichiarato di essere entusiasta dell’obiettivo ottenuto, raggiunto grazie a “Una lunga storia di duro lavoro e di sforzi da parte di molte persone, nel corso delle generazioni”.

Per mantenere l’eliminazione e prevenire una ripresa della malattia l’OMS/OPS raccomanda il monitoraggio continuo del tracoma e la distribuzione di cure ai pazienti affetti.

http://www2.paho.org/hq/index.php?option=com_content&view=article&id=13179%3Amexico-eliminates-trachoma-leading-infectious-cause-blindness&catid=740%3Apress-releases&Itemid=1926&lang=en

di Benedetta Armocida

Le riforme dei sistemi sanitari e la crisi finanziaria

salute5_bassaSara Barsanti, Gavino Maciocco

Negli ultimi settant’anni, a partire dal dopoguerra a oggi, si sono suc- cedute tre differenti stagioni di riforme sanitarie, fortemente influenza- te dal contesto politico, economico e sociale.
La stagione dei diritti
La prima, che potremmo definire “la stagione dei diritti”, è quella che prende l’avvio con l’istituzione del National Health Service (NHS) in Gran Bretagna (1948), un sistema sanitario universalistico, finanziato attraverso la fiscalità generale e gestito quasi unicamente da strutture pubbliche. La nozione che l’accesso ai servizi ritenuti socialmente in- dispensabili debba essere garantito a tutti viene incorporata nella Di- chiarazione universale dei diritti umani (Nazioni unite, Parigi 10 dicembre 1948). Il principio della salute come diritto si diffonde rapidamente e diventa elemento fondante di numerose costituzioni, come nel caso della Costituzione Italiana (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, Art. 32). Dal 1948 al 1978 l’espansione del welfare in senso universalistico diventa un tratto comune dei governi di quasi tutti i paesi industrializzati parte dei quali (per esempio, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Giappone) adottano il modello “Bismarck”, basato sulle assi- curazioni sociali ma rafforzato da un intervento sostanzioso dello stato per la copertura assicurativa dei gruppi più vulnerabili (disoccupati, disabili, pensionati, eccetera.), mentre altri (per esempio, Paesi scandi- navi, Canada, Australia, Nuova Zelanda) optano per la soluzione britannica del modello “Beveridge”. Anche negli USA l’assoluta ostilità verso ogni intervento dello stato nel campo dell’assistenza sanitaria viene in parte superata con l’istituzione, nel 1965, di due programmi assicurativi pubblici, Medicare (assistenza agli anziani) e Medicaid (assistenza ad alcune categorie di poveri). In Italia, il passaggio verso la forma più integrale di assistenza universalistica (modello “Beveridge”) avviene il 23 dicembre 1978, con l’approvazione della legge 833. Si tratta della piena applicazione del principio della salute come diritto, come sancito dal citato articolo 32 della Costituzione…. Leggi il seguito

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Governance ed efficienza: sfide per la gestione del sistema unico di salute in Brasile

salute5_bassaGilliatt Falbo, Paulo Sávio Goes, Francesco Sintoni

Il sistema sanitario brasiliano, denominato Sistema unico di salute (SUS), trae le proprie origini dal movimento di riforma sanitaria che occorse in Brasile durante il periodo di resistenza alla dittatura militare che governò il Paese per più due decenni (1964-1985). L’apice di tutte le discussioni, elaborazioni e controversie politiche sul futuro SUS fu raggiunto durante il processo di ridemocratizzazione del Paese, nell’Assemblea nazionale costituente. La Costituzione federale del 1988 altro non è che il risultato del dibattito verificatosi in quell’epoca, e sfociato poi nelle leggi e nelle modifiche costituzionali succedutesi nel tempo allo scopo di regolamentare e perfezionare il funzionamento del SUS. Con l’articolo 196, la Costituzione federale definisce la salute come “un diritto di tutti e dovere dello stato”, e garantisce accesso uni- versale e ugualitario a tutte le attività e ai servizi di salute. Successi- vamente, con l’articolo 198, la Costituzione stabilisce che l’insieme di attività e servizi deve integrarsi in una rete regionale e gerarchica che costituisce un sistema unico, organizzato secondo i seguenti principi fondamentali: decentramento, assistenza integrale e partecipazione comunitaria. Al secondo paragrafo dello stesso articolo stabilisce inol- tre che “l’Unione federale, gli Stati membri, il Distretto federale e i Comuni dovranno investire in attività e servizi pubblici di salute, an- nualmente, una quantità minima di risorse prestabilita, determinata dall’applicazione di percentuali fisse alla fiscalità generale”. Queste ultime furono stabilite posteriormente con la modifica costituzionale n. 29 del 2000… Leggi il seguito

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Di prossima uscita: “Le riforme dei sistemi sanitari e la crisi finanziaria”

Il pensiero sistemico per trasformare la salute globale

salute5_bassaFabrizio Tediosi e Don de Savigny

La salute globale deve affrontare nuove sfide dovute ai cambiamenti nel peso delle diverse malattie e dei relativi fattori di rischio, alla moltiplicazione delle disuguaglianze, all’aumentata rilevanza delle interazioni fra salute e sviluppo economico, e ai nuovi assetti di governance con nuovi attori come le fondazioni filantropiche e le multinazionali, la società civile e le Organizzazioni non governative (ONG). La prolungata crisi economica sta, inoltre, cambiando il panorama del finanzia- mento della salute globale, mettendo a rischio la sostenibilità dei si- stemi sanitari nazionali, esacerbando le tendenze alla frammentazione e a strategie di breve termine. Per affrontare queste sfide, sia a livello globale sia nei singoli Paesi, sono in corso riforme di vario genere, dai sussidi globali per aumentare l’accesso ai farmaci essenziali alle partnership pubblico-privato, dalle modalità di pagamento degli erogatori di prestazioni sanitarie in base alla performance (pay-for-performance) agli incentivi alla domanda di prestazioni, come per esempio i cosiddetti conditional cash transfers.
La recente ricomparsa sulla scena del concetto di copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage, UHC) non fa che aumentare l’enfasi sulla finalità fondamentale dei sistemi sanitari – migliorare la salute -, sulle dimensioni di una sua giusta distribuzione e su un giusto finanziamento, in modo tale che il peso del sostegno del sistema sia equamente distribuito e tutti siano protetti dalle conseguenze finanziarie negative della malattia. Mentre i Paesi a economia avanzata vedono minacciati i loro sistemi di welfare, molti Paesi a medio e basso reddito stanno pianificando e attuando riforme miranti all’UHC, una tendenza senza precedenti nella salute globale. Forze globali e locali, e le interazioni tra esse, diventano sempre più i determinanti chiave della salute umana, e i sistemi sanitari nazionali assumono una maggiore rilevanza….. Leggi il seguito

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Di prossima uscita: “Il Global Burden of Disease 2010: stime, previsioni e implicazioni per la governance della salute”

OMS: i nodi da sciogliere

BATTERIO KILLER: SI STABILIZZANO CASI, RESTA ALTA L'ALLERTALa 132ma sessione del Consiglio Esecutivo dell’OMS si è conclusa a Ginevra il 29 gennaio, dopo dieci giorni in cui le delegazioni dei governi hanno discusso le più importanti sfide della salute globale, raccolte nei 60 punti all’ordine del giorno. 185 dei 194 stati membri dell’OMS erano presenti: una partecipazione mai vista prima, ha evidenziato con soddisfazione la direttrice Margaret Chan.

Le malattie croniche (non communicable diseases, NCDs) hanno aperto i lavori. Il termine si applica a quattro ordini di patologie: le malattie cardiovascolari, il diabete, i tumori e le malattie respiratorie croniche. La discussione sul Piano di azione 2013-2020, pur analizzando i fattori di ordine economico, sociale e politico che contribuiscono alla diffusione delle malattie croniche,  ha focalizzato molto l’attenzione su quattro fattori di rischio:  il consumo di tabacco, la dieta alimentare, l’abuso di alcool e l’inattività fisica. Alcuni governi hanno invocato un approccio più estensivo, attento alla salute in tutte le politiche (health in all policies), altri hanno evidenziato la necessità di rafforzare i sistemi sanitari per fronteggiare la sfida delle malattie non trasmissibili. Il Piano di azione dovrà essere approvato dalla prossima assemblea: capire quali siano gli spazi di modifica del testo, dato il difficile equilibrio con le influenti alleanze del settore  agroalimentare e farmaceutico in questo ambito, non è banale.

La riforma dell’OMS – avviata dalla Chan due anni fa – ha condizionato l’appuntamento. I nodi della riforma, si potrebbe dire, sono giunti al pettine. A più riprese i delegati ne hanno trattato i diversi aspetti; alla fine dei lavori, eccezionalmente, con una sessione a porte chiuse. Il Segretariato, ad esempio, è alle prese con diverse policies volte a regolare l’interazione dell’OMS con gli attori esterni (external stakeholders) – la società civile, la filantropia non profit con le sue fondazioni, il settore commerciale privato –  un terreno su cui si gioca una partita decisiva per il ruolo dell’organizzazione nell’arena della salute globale. Quale che sia il tema in agenda o la tipologia di malattie da trattare, gli scenari che afferiscono all’attuale governance della salute globale e ai suoi reali conflitti d’interesse sono inesorabilmente all’ordine del giorno per l’OMS.

Che la materia non sia di facile demarcazione lo si è visto anche con l’altra questione cruciale in agenda, quella dei finanziamenti dell’OMS, causa scatenante della riforma. La Chan ha condiviso la proposta di un nuovo dispositivo, il financing dialogue, che dovrebbe sopperire alla scarsità e imprevedibilità dei fondi che cronicamente affligge l’agenzia. I governi hanno accolto di buon grado l’idea, la sola del resto a concretizzarsi dopo due anni,  perché segna un passo avanti nella trasparenza della attribuzione dei fondi.  Diffuse perplessità fra gli osservatori riguardano invece la sostenibilità del financing dialogue, la distribuzione delle risorse rispetto alle priorità di salute pubblica, e il rischio di approfondire ulteriormente il divario fra i paesi ricchi, donatori, e quelli che non potranno mobilitare risorse secondo i parametri di questo meccanismo. Preoccupano poi le conseguenze legate all’inclusione dei privati nel nuovo processo di finanziamento.

Il Piano d’azione globale sui vaccini, approvato con enfasi lo scorso maggio e ora in fase di attuazione, è stato salutato come uno strumento chiave per migliorare e consolidare le strategie nazionali di immunizzazione. Il piano definisce le azioni della comunità internazionale per il prossimo decennio e identifica le risorse necessarie e gli indicatori per valutare i progressi raggiunti. Cuba ed Ecuador hanno sottolineato l’importanza di rafforzare le capacità tecniche  per la produzione locale di vaccini, anche attraverso il trasferimento di tecnologie grazie a forme di cooperazione Sud-Sud. La Malesia ha invece sollevato preoccupazioni sul ruolo del settore privato nella promozione ed introduzione ad arte di nuovi vaccini, magari dietro la copertura di ONG sanitarie. Medici Senza Frontiere (MSF), dal canto suo, ha richiamato la necessità di sviluppare formulazioni più stabili e facili da usare nelle campagne di vaccinazione dei paesi a risorse limitate. Inoltre ha sollecitato l’urgenza dell’ accessibilità economica e del controllo sui prezzi dei vaccini: “Il costo della vaccinazione di un bambino è salito del 2700% negli ultimi 10 anni, ed è sconcertante che il piano dell’OMS per il prossimo decennio non miri alla riduzione dei prezzi”, ha commentato il direttore della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di MSF.

Infine, l’altro tema molto atteso era quello sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), a due anni dalla loro scadenza. Le agenzie ONU sono impegnate in un percorso multisettoriale per definire l’agenda globale post-2015,  verso uno sviluppo sostenibile (come affermato  alla Conferenza Rio+20). Su questo solco si è mosso il dibattito a Ginevra. Pur riconoscendo gli enormi progressi realizzati, il raggiungimento degli MDGs sulla salute resta un traguardo lontano, esigente di impegno a livello sia globale che locale.  L’ambito materno-infantile ne è un esempio palese, il cui miglioramento non può prescindere da un equo accesso ai servizi. Le sollecitazioni sulle priorità post 2015 sono state molteplici, ma ha trovato ampio consenso la proposta di inserire tra gli assi strategici d’intervento nell’agenda il tema della copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage, UHC): non un obiettivo specifico in sé, ma uno strumento per il raggiungimento degli obiettivi di salute della popolazione tout court, sotto la leadership dell’OMS e la responsabilità politica dei governi nazionali.  Una partita per i prossimi anni tutta da scoprire, nel campo spesso inclinato della salute globale.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Sanità, 19-25 febbraio 2013

Occhi puntati sull’OMS

influenzaA che serve monitorare le discussioni negoziali che avvengono in seno all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)? A chi può interessare un racconto in diretta delle controversie diplomatiche che si giocano sul terreno del diritto alla salute, spesso così lontane dal fare quotidiano di tanti operatori sanitari sparsi nel mondo?

A partire da queste e altre riflessioni, nasce nel 2011 il progetto WHO Watch. Ideatore di quest’iniziativa è il People’s Health Movement (PHM), movimento globale che raccoglie comunità, ONG ed esperti di salute pubblica intorno alla promozione dal basso del diritto alla salute per tutti (www.phmovement.org).

L’intento del progetto è integrare le istanze della società civile nei processi decisionali intergovernativi, con la convinzione che marcare stretto i governi portando le prospettive delle comunità all’interno del dibattito dell’OMS sia non solo utile ma soprattutto necessario. Necessario a rendere più trasparenti e accessibili i processi decisionali alla base delle politiche sanitarie globali e ad arricchire, con una molteplicità di punti di vista, il confronto e la base di conoscenza su cui poggiare le scelte governative.

Oggi il team dei watcher (gli osservatori) è divenuto un punto di riferimento: si tratta di ungruppo di giovani studiosi appositamente formati, la cui presenza sta facendosi di anno in anno più incisiva. Seguono le discussioni delle fitte agende degli organi di governo dell’OMS, battendo senza sosta sui loro portatili tutti gli interventi; disseminano in tempo reale disseminano in tempo reale tramite skype informazioni che altrimenti rimarrebbero confinate ai soli addetti ai lavori; intervengono nei dibattiti istituzionali; intervengono nei dibattiti istituzionali con puntuali azioni di advocacy, a partire dal lavoro di monitoraggio svolto, in grado come sono di fornire una lettura strutturale sia dei processi di salute e malattia sia dei meccanismi che regolano la governance della salute globale. Il loro bacino di interesse si è allargato in pochi anni ad una gamma di operatori – inclusa la stampa di settore – impossibilitati a partecipare fisicamente alle sessioni dell’OMS. Non è poco.

La sfida, oggi, è riuscire a riportare le decisioni globali a livello nazionale. Per questo il PHM sta valutando come rafforzare l’azione di monitoraggio presso i Comitati Regionali dell’OMS, così da migliorare il dialogo con i governi, i veri decisori sulle politiche della salute.

Fonte: Il Sole 24 Ore, Sanità, 19-25 febbraio 2013

Si chiude il Consiglio Esecutivo dell’OMS: quali esiti?

whaendSi sono chiusi martedì 29 gennaio i lavori della 132ma sessione del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), durante il quale le delegazioni di numerosi Paesi hanno discusso di alcune delle più importanti sfide  nella agenda della salute globale.

La riforma dell’OMS – intrapresa da circa due anni – era uno dei temi più caldi di questo Consiglio Esecutivo, ed ha assorbito un tempo sostanziale nell’economia della sessione. , L’impressione è che la discussione si sia svolta all’insegna di un’impronta sostanzialmente dilazionatoria. Se da un lato vi è stata una estesa discussione sulle modalità di lavoro degli organi di governo dell’OMS (Consiglio Esecutivo e Assemblea Mondiale), dall’altro poco concreto e risolutivo è stato il dibattito intergovernativo  sul ruolo dell’organizzazione nell’arena della salute globale, sui suoi rapporti con la società civile e il crescente numero di attori privati che si occupano di salute,  e soprattutto sulla spinosa questione dei finanziamenti, la ragione che era stata il primum movens dell’intero processo di riforma.

La Direttrice Generale, la Dott.ssa Margaret Chan, ha presentato la proposta di un financing dialogue, ovvero il nuovo meccanismo che dovrebbe sopperire alla scarsità e alla imprevedibilità dei fondi che affligge cronicamente l’OMS. Al di là di un generale consenso degli Stati Membri su questa proposta, vari punti rimangono ancora aperti: il ruolo degli organi di governo dell’OMS in questo processo, l’allocazione delle risorse rispetto alle priorità definite e il rischio di lasciare ai maggiori donatori – sempre più spesso dinamici interpreti del venture philanthropism, la filantropia come nuova forma di investimento – la libertà di scelta rispetto ai programmi o alle aree prioritarie da finanziare. Sicuramente i processi volti a generare cambiamenti all’interno di un’organizzazione così grande richiedono molto tempo e intense negoziazioni. Rimane tuttavia un certo scetticismo sulle conclusioni del dibattito, e soprattutto sulle possibili conseguenze relative all’inclusione di fatto del settore privato in  un sistema basato sul principio democratico di “uno-stato-un-voto”. Significativo anche il fatto che il tema della riforma, dopo un primo confronto in plenaria, sia stato lungamente affrontato in incontri informali a cui la società civile non era ammessa.

Altro tema cruciale è stato quello delle malattie non trasmissibili (non communicable diseases, NCDs). La discussione in questo caso si è focalizzata sul Piano di Azione per la prevenzione e il controllo di tali patologie e su una serie di indicatori e target per il loro monitoraggio. Poco spazio è stato invece lasciato alla riflessione sulle politiche – non solo sanitarie – necessarie per affrontare i determinanti più strutturali di quest’epidemia globale e sul potenziale conflitto d’interessi che potrebbe nascere dal coinvolgimento di partner privati all’interno del dibattito sulle NCDs. Particolare preoccupazione desta il rapporto con le multinazionali agroalimentari e dell’alcool per quanto riguarda il loro contributo nella genesi delle patologie croniche e quello con le industrie farmaceutiche, spesso implicate nella definizione di priorità di ricerca e di strategie di salute pubblica. A questo proposito, solo alcune organizzazioni della società civile e pochi tra i Paesi Membri hanno richiamato l’attenzione sull’urgenza di definire norme in grado di proteggere la salute pubblica dagli interessi del mercato.

Molto atteso anche il dibattito sull’Universal Health Coverage (copertura sanitaria universalistica) che potrebbe rappresentare uno dei principali assi strategici nella definizione dell’agenda per lo sviluppo nel post-2015, “data di scadenza” degli obiettivi del millennio. Nonostante il crescente entusiasmo che i Paesi Membri hanno dimostrato rispetto a questo tema, risulta ancora poco chiaro come esso verrà interpretato in differenti contesti. In particolare rimangono da definire il ruolo che il settore pubblico e quello privato giocheranno in questa partita, le strategie di implementazione a livello locale e infine la declinazione del concetto di copertura universalistica all’interno di più ampie politiche di protezione sociale.

Per una più completa e approfondita analisi dell’agenda di lavoro del Consiglio Esecutivo si può fare riferimento ai rapporti giornalieri dettagliati disponibili sul sito Global Health Watch elaborati da un gruppo di giovani attivisti provenienti da diversi Paesi che hanno avuto l’opportunità di partecipare come osservatori alle sessioni di lavoro nell’ambito del progetto WHO Watch, alcuni dei quali sono autori di questo post.
(Alice Fabbri, Chiara Di Girolamo, Marianna Parisotto)

EDITORIALE – L’America Latina e la protezione sociale universale: un difficile percorso

L’America Latina ha ancora tutte le sue vene aperte. Trenta anni di applicazione corrosiva delle ricette neoliberiste pesano su questo continente. Sono la negazione strutturale della medicina sociale, come è stata concepita, e delle prospettive di costruzione di un’alternativa socio-economica per uscire dall’impoverimento che degrada milioni di persone: il 70% della società latinoamericana è costituita dal sottoproletariato. Alcuni governi stanno faticosamente sperimentando con politiche innovative una riparazione dei danni nel segno dell’universalismo che è molto dura, e piena di ostacoli. Prima di tutto perché non tutte le proposte cosiddette universaliste sono pubbliche, eque, accessibili e gratuite. Inoltre la cultura neoliberista ha scavato solchi profondi e trasversali tra le forze politiche in campo, anche tra quanti invocano strade nuove. A chi ci prova, infine, spesso si prospetta un percorso pieno di inciampi. E di cadute: il golpe parlamentare del luglio scorso in Paraguay ne è esempio paradigmatico.  Neppure nella Bolivia di Evo Morales è banale attraversare le contraddizioni.

Sezionata com’è in tanti pacchetti di servizi sanitari distribuiti a seconda della capacità di contribuzione fiscale delle persone, e  a seconda delle capacità/possibilità di copertura assicurativa, la salute resta un terreno di misurazione fondamentale delle ingiustizie sociali in America Latina. Nel capitolo salute si raccolgono le misure di lotta alla povertà (a seconda che sia relativa o estrema, secondo la classificazione della Banca Mondiale), la focalizzazione, la gestione del rischio (il nuovo slogan della Banca Mondiale). Ma dietro le anodine parole la realtà è la stessa, acuminata come uno stiletto: se sei povero e hai un cancro o un’altra patologia cronica peggio per te, anche in un paese a sistema sanitario unico come il Brasile. Tutt’al più ti diagnosticano la malattia, la cura te la puoi scordare. Troppo care le terapie antitumorali per garantire il diritto alla vita ad una persona che non ha un’occupazione stabile, magari è indigente, coperta da una protezione essenziale. Da povero, insomma. Titolo acquisito come se fosse un destino, e non una concomitanza di squilibri di convivenza.

Alla conferenza di ALAMES sulla medicina sociale, a Montevideo (Uruguay), si è ragionato a lungo sul paradigma della protezione sociale universale come il nuovo ambito semantico, politico e culturale nel quale collocare la salute: diritto che non può vivere di vita propria, isolato da tutti gli altri diritti economici e sociali.  Sulla protezione sociale universale un primo appuntamento mondiale si è tenuto in Brasile nel 2010, ed è in agenda per il Forum Sociale di Tunisi a gennaio 2013. La conferenza di Montevideo, nel segno del dialogo fra America Latina ed Europa, ha stabilito però che il modello non può venire dalla storia e dall’Europa, bensì dalla costruzione di un modello nuovo, per questa parte del mondo.

Coincidenza: la protezione sociale universale è una delle raccomandazioni inserite  anche nella Agenda Europea 2020 approvata nel marzo 2010 come roadmap per uscire dalla crisi, e di cui non si sente più parlare. In piena disconnessione tra i diversi livelli di governance europea, prevale  la somministrazione della ideologia dei tagli alla spesa sociale e dell’austerity come unica soluzione. La classica medicina che uccide il paziente: la Grecia ne sa qualcosa (ND).

L’America Latina si interroga sul significato di universalismo in salute

Oltre 2.000 operatori del settore sanitario riuniti in Uruguay, a  Montevideo, per  una settimana di serrati dibattiti, scambi e proposte sulle politiche nazionali in materia di salute grazie a  tre appuntamenti, distinti per tematiche e orizzonti geografici ma interconnessi tra loro.

I lavori si aprono con il XII Congresso latino-americano di medicina sociale e salute collettiva – un tema storicamente forte nell’agenda di salute del continente latinoamericano – seguito dalla XVIII Conferenza internazionale sulle politiche sanitarie, per convergere di nuovo in una prospettiva regionale con il VI Congresso della rete americana degli attori locali di salute (www.congresoalames-iahp-redamericas.org). Il nodo centrale della discussione – declinata in molteplici laboratori, temi, e dibattiti – verte sull’impatto che la concatenazione di crisi globali sta producendo sul diritto alla salute, e sulle strategie necessarie ad articolare e affermare una nuova cultura politica sul ruolo dello stato e la qualità della democrazia, a partire dalla salute stessa.

In questo ragionamento risulta centrale l’agenda sui determinanti sociali della salute, decisivi in questo tempo di generalizzato crollo delle certezze, persino nel mondo ricco. Questo è il continente in cui – forse più dure che altrove – si sono dispiegate le ricette delle organizzazioni finanziarie internazionali, con i loro ben visibili effetti di marginalizzazione. La Banca Mondiale e le sue ricette restano protagoniste indiscusse di ogni dibattito sulla salute in America Latina. (ND)