Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida

 

7 fatti sorprendenti e preoccupanti per la salute globale

Esperti e specialisti di salute globale si sono riuniti lo scorso weekend a Washington D.C. per la conferenza annuale Consortium of Universities for Global Health.

La conferenza, che ha analizzato diverse tematiche di salute globale, è stata un momento di importante condivisione di conoscenze, dati epidemiologici e notizie. Tra questi “7 fatti sorprendenti e preoccupanti” sono stati messi in evidenza da Brian W. Simpson e Dayna Kerecman Myers su Global Health NOW:

  1. Le malattie infettive rimangono le grandi killers: sono infatti responsabili di quasi 9 milioni di morti l’anno, il 16% dei circa 56 milioni di decessi totali nel mondo in un anno.
  2. Le lesioni e la violenza sono cause importanti ma neglette di morte; causano 5 milioni di morti l’anno.
  3. Le malattie cardiache, il cui tasso di mortalità negli Stati Uniti si è ridotto del 70% dalla metà del XX secolo, grazie alla migliore conoscenza dei fattori di rischio e alle campagne di prevenzione, sono invece in aumento nei paesi in via di sviluppo. Come stimato in un report della Columbia University infatti, tra il 1990 e il 2020, ci si aspetta in questi paesi un incremento delle patologie coronariche del 120% nelle donne e del 137% negli uomini.
  4. La salute globale è un mondo maschile. Nei 194 stati membri dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), solo il 28% dei funzionari ai vertici delle istituzioni sanitarie sono donne.
  5. Il cambiamento climatico sta assumendo un ruolo importante sulla salute. Con l’innalzamento della temperatura del mare, ad esempio, il vibrione del colera, tradizionalmente diffuso solo in climi caldi, è ormai capace di proliferare e vivere nei molluschi in Alaska e causare infezioni delle ferite tra i pescatori.
  6. Il tasso di violenza coniugale è preoccupante. L’OMS informa che a livello globale il 35.6% delle donne è stata vittima di violenza fisica o sessuale. In Mozambico si tratta di più della metà delle donne, dice Ana Baptista, che lavora per la Johns Hopkins Program for International Education in Gynecology and Obstetrics.
  7. La storia dimostra che non è mai facile fare pronostici e quandanche il problema appaia impossibile da risolvere si può spesso trovare una soluzione. È l’opinione di Bruce Friedrich, direttore del The Good Food Istitute, che per sostenere il concetto spiega come nel tardo XIX secolo a New York ogni mese si accumulavano 50,000 tonnellate di letame di cavallo sulle strade. Le strade erano invase da mosche, erano congeste e presentavano un elevato rischio di incidenti. Allora gli esperti consideravano questo problema impossibile da risolvere, poi però Henry Ford ha introdotto l’automobile, relegando le carrozze trainate da cavalli ad attrazione turistica.

 

https://www.globalhealthnow.org/2017-04/cugh2017

di Benedetta Armocida

 

Anche l’OISG alla 1a conferenza nazionale Decrescita, Sostenibilità e Salute

conferenza decrescitaCOMUNICATO STAMPA

1a conferenza nazionale
Decrescita, Sostenibilità e Salute:
associazioni e politica a confronto

Roma, 28 ottobre 2013 Camera dei Deputati

(Roma, 29.10.2013). Ieri, lunedì 28 ottobre 2013, presso la Camera dei Deputati (aula dei gruppi parlamentari) si è tenuta dalle 9 alle ore 18, con grandi riscontri positivi la “1° Conferenza Nazionale Decrescita, Sostenibilità e Salute: associazioni e politica a confronto”, organizzata dal Movimento per la Decrescita Felice, in collaborazione con i circoli territoriali MDF di Roma e dei Castelli Romani.
L’evento, che ha visto la partecipazione di circa 400 persone in sala e di 500 in diretta streaming sul sito http://www.decrescitafelice.it, è stato organizzato per far sì che le principali associazioni italiane, che si occupano di temi legati alla salute/sostenibilità, potessero dialogare fra loro e con il mondo nella politica, nell’ottica di promuovere il cambiamento e la creazione di una rete collaborativa.
Hanno partecipato all’incontro esponenti di varie forze politiche: On. Filippo Fossati (PD), On. Massimo Baroni (M5S) e l’On. Serena Pellegrino (Sel).
L’incontro è stato totalmente finanziato tramite una campagna di crowdfunding che ha permesso di raccogliere 2.489 euro di donazioni.
Tutti i video degli interventi sono visibili cliccando il link http://decrescitafelice.it/2013/10/decrescita-sostenibilita-e-salute-diretta-streaming/

Le associazioni, realtà e movimenti, che hanno aderito e partecipato alla giornata al fine di un confronto con il mondo della politica, hanno messo in evidenza plurime criticità inerenti la sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo nell’ambito della salute.
Jean-Louis Aillon, vice-presidente del Movimento per la Decrescita Felice e principale organizzatore dell’evento, ha riportato che nel corso della conferenza “Si è discusso dell’importanza, nell’ottica della promozione della salute, della tutela dell’ambiente di vita e di lavoro, della promozione di maggiore equità (determinanti socio-economici di salute), della produzione e dell’utilizzo di cibo salutare, dell’appropriatezza delle cure, della demedicalizzazione della salute, di una maggiore indipendenza dal mercato dei farmaci e dei dispositivi medici, della libertà dal conflitto di interessi, delle medicine non convenzionali e dell’importanza della partecipazione dei cittadini nelle scelte inerenti la salute.”

Per far fronte a tali sfide è stato deciso di sviluppare forme di collaborazione fra le varie realtà, allo scopo di avviare la costruzione di una rete volta alla creazione di sinergie e di iniziative condivise, nonché un percorso di discussione e riflessione sulle tematiche inerenti la sostenibilità e la salute.

Movimento per la Decrescita Felice
Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia
Centro Salute Internazionale, Università di Bologna
People’s Health Movement
Medicina democratica
Slow Food Italia
Osservatorio italiano sulla Salute Globale
Associazione Frantz Fanon
Giù le mani dai bambini
No Grazie pago io
Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona Onlus-Ente Morale
Psichiatria Democratica
Slow medicine
Andria

Il People’s Health Movement e l’azione dal basso: il metodo e/è il messaggio

salute5_bassaChiara Bodini, Ilaria Camplone

Il People’s Health Movement (PHM)b è una rete di reti globale per il diritto alla salute. Nato nel 2000 in Bangladesh in occasione della pri- ma Assemblea per la salute dei popoli, è cresciuto da allora a oggi grazie alla creazione in numerosissimi Paesi di circoli, reti locali e nazionali che – con ampia autonomia di tematiche e strategie – svolgono azioni di advocacy e di mobilizzazione sul territorio. Ne fanno parte anche reti nazionali e internazionali di organizzazioni affiliate, tanto del Sud quanto del Nord del mondo. Il PHM non è un’organizzazione ma un vero e proprio movimento sociale, affine (e in parte affiliato) a quelli sorti al termine degli anni novanta per dare voce a una corrente politica e di pensiero critica rispetto alla natura egemone, distruttiva dell’ambiente e generatrice di disuguaglianze della globalizzazione neoliberista. La struttura è pertanto estremamente leggera (le persone stipendiate si contano sulle dita di una mano), e l’appartenenza dei membri è basata semplicemente sulla lettura e la sottoscrizione della Carta per la salute dei popoli, manifesto del movimento. La direzione generale è data da un coordinamento di oltre 20 persone, in rappresen-tanza di tutte le aree geografiche del pianeta, che nomina un gruppo esecutivo più ristretto incaricato di dare corso ai programmi globali, supportare la comunicazione e appoggiare lo sviluppo del movimento a livello dei Paesi. Infine, il cuore operativo è il segretariato, attualmente tripartito tra le sedi di Città del Capo, Cairo e Delhi….. Leggi il seguito

Scarica il sedicesimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “La riforma dell’OMS: tutta una questione di soldi”

L’OMS nella sua interazione con le Organizzazioni non governative: PINGO contro BINGO

salute5_bassaIna Verzivolli

Le agenzie dell’Organizzazione delle nazioni unite (ONU) sono una- nimi nel riconoscere il contributo importante che le Organizzazioni della società civile (OSC) apportano nel campo della sanità pubblica, dei diritti umani e dello sviluppo. La società civile è stata essenziale nell’incrementare il miglioramento nel campo della salute sia attraverso mobilitazioni e pressioni esercitate dai militanti verso politici e legislatori, sia attraverso le collaborazioni con i governi e le organizzazioni internazionali che hanno permesso a queste ultime di sfruttare il loro potere. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) riconosce il contributo delle OSC nella promozione e nel consolidamento delle po- litiche sanitarie pubbliche. Le OSC sono state molto attive nel portare all’attenzione di un vasto pubblico i temi della sanità pubblica e nel sostenere i problemi sanitari della popolazione più marginalizzata e vulnerabile, portando i problemi all’attenzione degli attori internazionali e denunciando la sproporzionata influenza sui legislatori da parte di atto- ri privati commerciali. Il sostegno e la partecipazione delle OSC è an- cora più cruciale quando le politiche sanitarie internazionali si trovano in una situazione di conflitto con gli interessi del settore commerciale e industriale, come durante l’approvazione della Convenzione quadro sul controllo del tabacco, o l’adozione del Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno…… Leggi il seguito

Scarica il quindicesimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “Il People’s Health Movement e l’azione dal basso: il metodo e/è il messaggio”

Il Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno

salute5_bassadi Adriano Cattaneo

“La 65a Assemblea mondiale della salute … esorta gli Stati membri … a sviluppare o, ove necessario, rinforzare leggi, norme o misure efficaci di altra natura per controllare la commercializzazione dei sostituti del latte materno …”. Questa raccomandazione, approvata dall’Assemblea mondiale della salute (AMS) il 26 maggio 2012,1 31 anni e 5 giorni dopo l’approvazione del Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno, 2 la dice lunga sullo stato di attuazione e applicazione dello stesso. In effetti, in base al rapporto sottoposto all’AMS perché deliberasse sul tema,3 dopo oltre 30 anni solo la metà circa degli Stati membri, 103 per la precisione, hanno in qualche modo legiferato sull’argomento, nove hanno proposte di legge, 37 contano su accordi e codici volontari da parte dei produttori di sostituti del latte materno, 25 non hanno ancora preso alcuna misura, mentre 20 non si sono neppure degnati di rispondere al questionario dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che chiedeva queste informazioni. Inoltre, sempre secondo questo rapporto, ma anche secondo IBFAN (International Baby Food Action Network), una rete di associazioni presente in un centinaio di Paesi compresa l’Italia,  tra i Paesi con leggi e norme pochissimi hanno recepito il Codice internazionale nella sua totalità….. Leggi il seguito

Scarica il settimo capitolo del 5º Rapporto dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale!

Di prossima uscita: “La crisi globale delle risorse umane in sanità e il Codice di condotta dell’OMS sul reclutamento internazionale del personale sanitario.”

La tassa europea sulle transazioni finanziarie: 552 sì a Strasburgo. L’Italia prenda esempio

005Con un ampia maggioranza di 552 voti favorevoli l’aula di Strasburgo ha approvato poche ore fa la relazione di Anni Podimata sull’impianto della tassa europea sulle transazioni finanziarie (TTF). Il disegno della tassa europea così come proposto dalla Commissione Europea ha un impianto molto più solido rispetto alla misura introdotta in Italia alcuni mesi fa i cui limiti strutturali rendono inefficace la sua funzione di contrasto alla speculazione finanziaria.

Il Parlamento Europeo riunito in plenaria ha ancora una volta ribadito – dopo l’esito positivo del voto in Commissione ECON lo scorso 18 giugno – il proprio sostegno al disegno della tassa proposto dalla Commissione Europea agli 11 Paesi europei* coinvolti nei negoziati sull’introduzione di una TTF continentale sotto la procedura di cooperazione rafforzata.

La campagna ZeroZeroCinque accoglie positivamente il voto di oggi che sancisce un importante segnale politico-istituzionale alla proposta di TTF europea e un forte impegno sul percorso di riforma del settore finanziario da parte dell’organo legislativo comunitario. Una riforma che dovrebbe spingere l’Italia a rivedere l’impianto dell’imposta recentemente introdotta a livello nazionale per adeguarsi al più efficace percorso che si sta delineando con gli altri Stati Membri dell’UE.

Il voto di oggi può da una parte dare una spinta propulsiva ai negoziati in corso, dall’altra ridimensiona i tentativi delle lobby finanziarie di annacquare e sabotare la TTF per salvare le proprie rendite di posizione a danno dei cittadini. L’Europarlamento si colloca oggi nel novero dei più accesi sostenitori istituzionali del “granello di sabbia da gettare negli ingranaggi della finanza internazionale”.

La relazione Podimata prevede, in particolare, il mantenimento della più ampia base imponibile possibile per la tassa (azioni, obbligazioni, derivati). In reazione al voto di oggi, Leonardo Becchetti, Portavoce della Campagna ZeroZeroCinque dichiara: “Siamo soddisfatti che gli europarlamentari abbiano dato pieno supporto ad una Tassa sulle Transazioni Finanziarie con ampia base imponibile. Il voto di oggi pone le premesse affinché anche i Governi aderenti alla cooperazione rafforzata si allineino sulla necessità di contrastare tutte le operazioni puramente speculative e ad alta frequenza. Senza un contrasto serio alla speculazione il sistema finanziario resterà un acquedotto che perde, dove le ingenti risorse profuse si perdono in circuiti speculativi e non arrivano al servizio dell’economia reale e del bene comune. La TTF è un tassello essenziale per una riforma più ampia del sistema finanziario e se applicata a tutti gli strumenti finanziari è anche una fonte importante di gettito per finanziare politiche sociali, ambientali e di cooperazione allo sviluppo”.

 

* Gli 11 Stati Membri dell’Unione Europea che hanno deciso di introdurre una TTF europea entro il 2014 sono: Italia, Germania, Francia, Spagna, Austria, Belgio, Estonia, Grecia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia.

Per informazioni:
info@zerozerocinque.it
T. 3283874772
T. 3497817601

La Campagna ZeroZeroCinque fa parte di un’ampia coalizione internazionale; in Italia è promossa dalle seguenti organizzazioni della società civile: Acli, ActionAid Italia, Adiconsum, Adiconsum Basilicata, Amref, Arci, Attac, Associazione di Comunità, Associazione Monastero del Bene Comune, Azione Cattolica, Banca Popolare Etica, Cgil, CINI – Coordinamento Italiano Network Internazionali, CISP, Comitato Italiano per la Sovranità Alimentare, Cisl, Cittadinanzattiva, Consorzio Sociale Goel, COOPI, Cuamm, CVX Italia, Daquialà, Dokita, Economia Alternativa, Equociquà, Fa’ la cosa giusta, Fairwatch Italy, Fiba Cisl, Flare, FOCSIV – Volontari nel mondo, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Gcap – Coalizione Italiana Contro la Povertà, La Rondine, Legambiente, Lega Missionaria Studenti, Laboratorio Urbano Reset, Libertà e Giustizia, Lunaria, Mani Tese, Mag4 Piemonte, Mag Verona, Microdanisma, Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, Oxfam Italia, Re:Common, Reorient, RTM – Reggio Terzo Mondo, Save the Children, Sbilanciamoci, Social Watch Italia, UIL, Un ponte per, Volontari Terzo Mondo – Magis, WWF Italia

Globalmente è allarme obesità

0001UBL’obesità ha raggiunto livelli allarmanti, superando il peso della fame in termini di salute globale. Le malattie non trasmissibili – di cui l’obesità rappresenta la manifestazione più visibile – costituiscono ormai la principale causa di morte e disabilità nel mondo. E’ quanto si apprende dal Global Burden of Disease Study 2010,  pubblicato giovedì 13 Dicembre sulla pretigiosa rivista medica inglese The Lancet. Il rapporto, che la rivista descrive come il più grande sforzo mai fatto per descrivere sistematicamente la distribuzione globale delle cause di malattia, è stato ripreso immediatamente dalla CNN e dai maggiori media mondiali. Salvo per l’Africa Sub-Sahariana – dove la crescente obesità degli adulti si affianca ancora spesso a preoccupanti livelli di denutrizione soprattutto dei bambini – tutti i paesi del mondo sono alle prese con allarmanti tassi di obesità, il cui aumento a livello globale è stato dell’82% negli ultimi due decenni; e persino superiore al 100% in Medioriente. La causa è lo “Stile di vita occidentale”, diffusosi in tutto il mondo con le medesime conseguenze: se da un lato la vita media si è allungata, la qualità della stessa negli ultimi anni non è delle migliori. Date le proporzioni epidemiche delle malattie non trasmissibili il tema si è imposto anche all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come non accadeva dai tempi dell’allarme AIDS. Anche l’impatto economico delle malattie non trasmisibili è devastante: si stima che nei prossimi 20 anni esse graveranno sull’economia globale per 30 trilioni di dollari USA, senza considerare i 16 trilioni per la cura di problemi di salute mentale. In tempi di crisi un dato da non trascurare, che impone politiche adeguate di prevenzione (TT/EM)

EDITORIALE – L’America Latina e la protezione sociale universale: un difficile percorso

L’America Latina ha ancora tutte le sue vene aperte. Trenta anni di applicazione corrosiva delle ricette neoliberiste pesano su questo continente. Sono la negazione strutturale della medicina sociale, come è stata concepita, e delle prospettive di costruzione di un’alternativa socio-economica per uscire dall’impoverimento che degrada milioni di persone: il 70% della società latinoamericana è costituita dal sottoproletariato. Alcuni governi stanno faticosamente sperimentando con politiche innovative una riparazione dei danni nel segno dell’universalismo che è molto dura, e piena di ostacoli. Prima di tutto perché non tutte le proposte cosiddette universaliste sono pubbliche, eque, accessibili e gratuite. Inoltre la cultura neoliberista ha scavato solchi profondi e trasversali tra le forze politiche in campo, anche tra quanti invocano strade nuove. A chi ci prova, infine, spesso si prospetta un percorso pieno di inciampi. E di cadute: il golpe parlamentare del luglio scorso in Paraguay ne è esempio paradigmatico.  Neppure nella Bolivia di Evo Morales è banale attraversare le contraddizioni.

Sezionata com’è in tanti pacchetti di servizi sanitari distribuiti a seconda della capacità di contribuzione fiscale delle persone, e  a seconda delle capacità/possibilità di copertura assicurativa, la salute resta un terreno di misurazione fondamentale delle ingiustizie sociali in America Latina. Nel capitolo salute si raccolgono le misure di lotta alla povertà (a seconda che sia relativa o estrema, secondo la classificazione della Banca Mondiale), la focalizzazione, la gestione del rischio (il nuovo slogan della Banca Mondiale). Ma dietro le anodine parole la realtà è la stessa, acuminata come uno stiletto: se sei povero e hai un cancro o un’altra patologia cronica peggio per te, anche in un paese a sistema sanitario unico come il Brasile. Tutt’al più ti diagnosticano la malattia, la cura te la puoi scordare. Troppo care le terapie antitumorali per garantire il diritto alla vita ad una persona che non ha un’occupazione stabile, magari è indigente, coperta da una protezione essenziale. Da povero, insomma. Titolo acquisito come se fosse un destino, e non una concomitanza di squilibri di convivenza.

Alla conferenza di ALAMES sulla medicina sociale, a Montevideo (Uruguay), si è ragionato a lungo sul paradigma della protezione sociale universale come il nuovo ambito semantico, politico e culturale nel quale collocare la salute: diritto che non può vivere di vita propria, isolato da tutti gli altri diritti economici e sociali.  Sulla protezione sociale universale un primo appuntamento mondiale si è tenuto in Brasile nel 2010, ed è in agenda per il Forum Sociale di Tunisi a gennaio 2013. La conferenza di Montevideo, nel segno del dialogo fra America Latina ed Europa, ha stabilito però che il modello non può venire dalla storia e dall’Europa, bensì dalla costruzione di un modello nuovo, per questa parte del mondo.

Coincidenza: la protezione sociale universale è una delle raccomandazioni inserite  anche nella Agenda Europea 2020 approvata nel marzo 2010 come roadmap per uscire dalla crisi, e di cui non si sente più parlare. In piena disconnessione tra i diversi livelli di governance europea, prevale  la somministrazione della ideologia dei tagli alla spesa sociale e dell’austerity come unica soluzione. La classica medicina che uccide il paziente: la Grecia ne sa qualcosa (ND).