Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

Malaria: viaggiare informati

Nel 2015, secondo le stime elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni e hanno portato alla morte di circa 429 mila persone, principalmente tra gli abitanti delle aree tropicali del mondo, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana.

Per l’alta incidenza della patologia in queste aree geografiche-definite endemiche per malaria- e per i rischi per la salute ad essa correlati, risulta necessario che ogni viaggiatore che intenda recarsi in queste zone sia adeguatamente informato e conosca le misure preventive da attuare per ridurre il rischio di infezione.

A seconda del luogo del viaggio, della durata della permanenza, del periodo dell’anno in cui il viaggiatore si trova nella zona endemica, della sistemazione che avrà nel paese tropicale e delle condizioni di salute pre-esistenti, potrà essere definito il profilo di rischio di ogni viaggiatore, che determinerà il tipo di profilassi che dovrà mettere in atto.

L’area geografica di destinazione è uno dei maggiori determinanti di rischio. L’OMS divide i paesi tropicali in paesi ad alto, basso o minimo rischio a seconda dell’incidenza della malaria- misurata come i casi di malaria su 1000 abitanti in un anno- e del numero di viaggiatori infettati in un anno su 100.000.

Le linee guida della Società Italiana di Medicina Tropicale e salute Globale (SIMET), sottolineano che l’entità della trasmissione della malaria può essere molto variabile all’interno della stessa zona geografica o dello stesso Paese, per esempio è maggiore nelle zone rurali- solitamente più umide- che nelle aree urbane. I dati relativi alla distribuzione geografica della malaria e i profili di rischio di ogni paese possono essere reperiti sul sito web dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Un altro importante determinante di rischio è il periodo dell’anno in cui il viaggiatore si recherà nella zona endemica; infatti la stagione umida o delle piogge (periodo estivo) espone il viaggiatore a un maggior rischio di infezione poiché il clima umido è più favorevole alla riproduzione della zanzara Anopheles (vettore della malaria e responsabile dell’infezione). Anche la durata di permanenza e la sistemazione scelta dal viaggiatore incidono sul rischio di infezione: i viaggi di breve durata e la sistemazione all’interno di un albergo con aria condizionata, zanzariere impregnate al letto e zanzariere fisse, espongono il viaggiatore a un minor rischio.

Oltre ai determinanti ambientali esistono anche fattori individuali che predispongono maggiormente al rischio di infezione e di complicanze gravi e che dunque devono essere presi in considerazione. Tra le persone esposte a un rischio maggiore, le linee guida SIMET inseriscono le donne in gravidanza, i bambini, gli anziani e i portatori di patologie croniche nonché gli individui originari di zona endemica che si sono stabiliti in area non endemica; infatti “questi individui hanno perso la loro pur parziale protezione immunitaria, e possono avere minore accesso a corrette informazioni sulla prevenzione, soggiornare in sistemazioni meno protette, ed avere una ridotta percezione del rischio” [SIMET 2013].

Partendo dal profilo di rischio del viaggiatore, risulta di importanza fondamentale personalizzare la strategia di prevenzione della malaria, che, secondo l’OMS, si basa su 5 punti fondamentali: la consapevolezza del rischio, la prevenzione delle punture d’insetto, la chemioprofilassi, la diagnosi e il trattamento presuntivo di emergenza.

La consapevolezza e la prevenzione delle punture devono essere considerati indipendentemente dal rischio a cui si espone il viaggiatore; infatti la consapevolezza di soggiornare o di aver soggiornato in una zona dove la malaria è presente permette di adottare misure pratiche di prevenzione adeguate e di sospettare l’infezione nel caso di episodi febbrili e garantire una cura tempestiva, mentre la prevenzione dalle punture riduce l’esposizione al vettore infettante.

La prevenzione può essere fatta attraverso l’adozione di comportamenti atti a evitare la puntura, come la protezione durante le ore notturne nel caso in cui si trascorra del tempo all’aperto o si dorma in ambienti non protetti- indossando indumenti a maniche lunghe, calze spesse e di colore chiaro o utilizzando prodotti chimici insetto-repellenti- oppure tramite l’utilizzo di zanzariere da letto a maglie strette, zanzariere fisse alle finestre e di aria condizionata.

La chemioprofilassi antimalarica, la diagnosi e il trattamento presuntivo d’emergenza devono essere considerate a seconda dell’entità del rischio.

In un paese ad alto rischio le linee guida raccomandano la chemioprofilassi come prima scelta e la diagnosi o il trattamento presuntivo nel caso in cui la prima scelta non sia possibile, mentre in un paese a basso rischio viene indicata come prima scelta la diagnosi e/o il trattamento presuntivo d’emergenza. Per i viaggiatori che si recano in una zona in cui il rischio è minimo viene raccomandato solamente di rivolgersi a un presidio medico per l’eventuale diagnosi.

Nel caso in cui un viaggiatore presenti segni e sintomi compatibili con una malaria (in primis la febbre) deve farsi valutare da un medico entro 24 ore dalla loro insorgenza, anche nel caso in cui stia assumendo la chemioprofilassi antimalarica o sia tornato da meno di un anno dal viaggio.  La diagnosi deve essere effettuata in un centro in cui sia disponibile l’esame microscopico (goccia spessa) o, nel caso in cui non sia presente, un kit per il test immunologico.

Il trattamento presuntivo d’emergenza o autotrattamento, che consiste nell’assunzione di un ciclo completo di terapia, è una misura temporanea che il viaggiatore può utilizzare nel caso in cui non possa recarsi dal medico entro 24 ore dalla comparsa della febbre.

Per rendere l’aderenza effettiva tutte le misure elencate dovranno essere modellate sulle esigenze del viaggiatore.

di Sara Gaiera

ECLAC/WFP. In America Latina un “doppio carico” di denutrizione e obesità che costa miliardi

Il 24 aprile, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) e il Programma Alimentare Mondiale (WFP) hanno pubblicato i risultati della ricerca congiunta tesa a stimare le perdite di produttività, salute e istruzione in Cile, Ecuador e Messico.

Secondo la ricerca “The Cost of the Double Burden of Malnutrition: Social and Economic Impact”, l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, noto come il “doppio carico della malnutrizione”, è costato miliardi di dollari alle economie dell’America Latina.

Il rapporto evidenzia come la malnutrizione – intesa sia come denutrizione che sovrappeso/obesità -abbia un impatto negativo sulle malattie, sui tassi di mortalità, sulla produttività e sulle prestazioni educative, con enormi conseguenze economiche per i soggetti affetti, per le comunità e i paesi.

Secondo lo studio, come conseguenza della malnutrizione il prodotto interno lordo (PIL) di ciascun paese si starebbe riducendo di anno in anno, con perdite stimate a 500 milioni di dollari in Cile, 4,3 miliardi di dollari in Ecuador e 28,8 miliardi di dollari in Messico, che rappresentano rispettivamente lo 0,2%, il 4,3% e il 2,3% del PIL.

“Negli ultimi dieci anni in molti paesi a reddito medio sono stati fatti grandi progressi nella riduzione della denutrizione. Nonostante il problema persista, adesso assistiamo ad una contemporanea presenza di denutriti e di soggetti in sovrappeso all’interno delle stesse famiglie”, ha detto il Direttore Regionale del WFP, Miguel Barreto.

Le stime sono spaventose: nonostante la denutrizione sia in diminuzione, la sovranutrizione è divenuto un grande problema sociale ed economico nella regione. Tra il 2014 e il 2018 si valuta che, il sovrappeso e l’obesità, costeranno in media all’anno 1 miliardo di dollari in Cile, 3 miliardi di dollari in Ecuador e 13 miliardi di dollari in Messico.

Lo studio raccomanda misure governative di educazione alimentare e programmi di attività fisica. È necessario inoltre incoraggiare l’industria alimentare a lavorare con i governi per garantire la produzione, la disponibilità e l’accessibilità a prodotti alimentari più sani e a svolgere un ruolo positivo e responsabile nell’educare i consumatori a scelte salutari.

https://www.wfp.org/news/news-release/double-burden-undernutrition-and-obesity-cost-latin-america-billions-says-new-repo

di Benedetta Armocida

Uganda. In tribunale la salute pubblica batte gli interessi dell’industria del tabacco

Il 24 aprile il quotidiano ugandese Observer, ha messo in evidenza le strategie delle Transnazionali del tabacco per affondare la legge varata a difesa della salute pubblica, con un’interessante analisi del conflitto giudiziario tra Industria del tabacco e lo Stato in quel Paese.

Il tabacco è la causa principale di morte evitabile a livello mondiale. L’uso di tabacco è associato a un aumento del rischio di diversi tumori. Il fumo di tabacco ha causato il 27 per cento di tutte le morti per tumore nel 2015. Il fumo attivo e passivo causano ogni anno il 19 per cento di tutti i casi di cancro.

Il 21 maggio 2003, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato una Convenzione Quadro per il Controllo del Tabacco a livello internazionale (FCTC); uno degli accordi internazionali più rapidamente ratificati nella storia delle Nazioni Unite. La Convenzione Quadro (FCTC) cerca di “proteggere le generazioni attuali e future dalle conseguenze devastanti per la salute a livello sociale, ambientale ed economico del consumo di tabacco e dall’esposizione al fumo di tabacco” adottando una serie di norme universali che indicano i pericoli del tabacco e limitano il suo uso in tutte le forme, in tutto il mondo. Le disposizioni del trattato prevedono norme che regolano la produzione, la vendita, la distribuzione, la pubblicità e la tassazione del tabacco. Le norme FCTC rappresentano i requisiti minimi, ma in questo modo i firmatari sono incoraggiati a essere ancora più rigorosi nella regolamentazione del tabacco.

In questa cornice, Kenya e Uganda sono due paesi dell’Africa Orientale in cui è importante l’influenza di una delle più grandi industrie di tabacco, la British American Tobacco (BAT).

In Uganda, la BAT controlla l’85% del mercato di tabacco nel paese e tutto il sistema di coltivazione del tabacco. In Kenya la percentuale scende intorno al 70% ma rimane molto indicativa. Il Kenya ha firmato e ratificato la Convenzione Quadro sul tabacco nel 2004, mentre l’Uganda l’ha firmata nel 2004 e ratificata nel 2007. In seguito, entrambi i paesi hanno approvato e adottato una legge sul controllo del tabacco, nel 2007 e nel 2015, in cui hanno individuato alcune accortezze tra cui: un contributo annuo da parte dell’industria del tabacco per contribuire a finanziare l’istruzione, la ricerca e la cessazione del controllo del tabacco, avvisi grafici sui pacchetti, divulgazione degli elementi presenti nelle sigarette, divieto di fumo in luoghi pubblici, divulgazione delle vendite annuali del tabacco e altre divulgazioni di settore, regolamenti che limitano l’interazione tra l’industria del tabacco e gli agenti della sanità pubblica etc.

Dopo aver cercato in tutti i modi di far saltare l’accordo internazionale, dopo la ratifica dell’FCTC e il successivo varo delle corrispondenti leggi nazionali, le grandi industrie hanno continuato ad influenzare, anche svincolandosi dai controlli. In Uganda, per esempio, la BAT ha intentato una causa legale contro la legge controllo sul tabacco finalizzata alla prevenzione e alla riduzione dell’uso del tabacco. Nel 2015, in particolare, appellandosi alla corte costituzionale in Kenya, chiedeva di dichiarare incostituzionale la legge sul controllo di tabacco. Il giudizio però, sia in prima istanza che in corte d’appello è stato a favore della salute, pubblica. Il tribunale di appello in Kenya ha discusso a lungo sull’importanza di attuare la Convenzione Quadro dell’OMS, concludendo che l’attuazione della convenzione o degli orientamenti non erano affatto in conflitto con la Costituzione.

Il tribunale, pur considerando le affermazioni della BAT, ha analizzato il contesto generale costituzionale e sociale in cui sono state fatte le accuse di violazione. Ha sottolineato la necessità di bilanciare i diritti del firmatario contro i diritti degli altri. Ha considerato i diritti di chi vuole commerciare nel tabacco, di coloro che vogliono fumare, dei consumatori di prodotti di tabacco e del pubblico generale esposto agli effetti del tabacco.

La BAT non ha potuto negare che i prodotti del tabacco abbiano effetti negativi sui consumatori e sulle persone innocenti che diventano fumatori passivi inalando il fumo di seconda mano. E la Corte ha fatto prevalere le esigenze di salute pubblica sui diritti di proprietà intellettuale dell’industria del tabacco.

Le argomentazioni dell’industria riguardo alle ingenti tasse che è tenuta a pagare, sono state ritenute inadeguate, poiché il settore sanitario spende all’incirca tre volte l’importo versato dall’industria per sovvenzionare le cure finalizzate a eliminare gli effetti negativi del fumo.

Il tribunale di appello ha affermato che la BAT è in una posizione peculiare perché i suoi prodotti sono già stati associati a una moltitudine di malattie gravi.

L’industria del tabacco non può dunque essere paragonata ai produttori di altri prodotti non nocivi. Lo Stato è tenuto a proteggere la salute dei suoi cittadini, sia consumatori sia non consumatori di tabacco.

La corte ha persino stabilito che gli effetti negativi dei prodotti del tabacco superano quelli della minaccia del terrorismo. Con la sentenza è stato lanciato un forte messaggio: non solo le affermazioni legali della BAT sono infondate, ma non sarà tollerata alcuna interferenza dell’industria di tabacco nell’applicazione delle leggi emanate con l’obiettivo di proteggere la salute pubblica.

Allo stato attuale, la Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco è stata firmata e ratificata da 180 paesi nel mondo; tra i paesi che hanno firmato, ma non ancora ratificato la Convenzione, troviamo anche Svizzera e Stati Uniti d’America.

http://allafrica.com/stories/201704240565.html

http://www.who.int/fctc/signatories_parties/en/

di Katia Bortolozzo

Lotta alla malaria: lo studio pilota sul vaccino è una notizia ottima, ma altrettanto essenziale è la lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici

In occasione della Giornata Mondiale della Malaria, abbiamo intervistato il Professor Francesco Castelli, Direttore della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali della Università di Brescia – Spedali Civili di Brescia, Past-President della Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale (SIMET) e titolare della Cattedra UNESCO “Training and empowering human resurces for health development in resource-limited countries“.

 

Professore, quale pensa sia, ad oggi, l’ostacolo maggiore, quando si parla di lotta alla malaria?

Per la lotta alla malaria, sostanzialmente, dobbiamo distinguere gli interventi da attuare in base ai diversi agenti eziologici. Nel continente africano, dove il principale agente eziologico è il Plasmodium falciparum – clinicamente più pericoloso, ma che presenta il vantaggio di non sviluppare forme epatiche e quindi recidive a distanza – i problemi principali della lotta alla malaria sono di natura logistica. La lotta si attua fornendo zanzariere impregnate di insetticida, utilizzando insetticidi ad azione residua, educando le popolazioni rurali all’utilizzo dell’uno e dell’altra, gestendo e distribuendo test rapidi e garantendo l’accesso ai farmaci di combinazione a base di artemisinina.

Per quanto riguarda le zanzariere impregnate, c’è da aggiungere che attraverso queste si proteggono i bambini fino ai 5 anni, riducendo certamente la mortalità in questa fascia di età, con qualche effetto potenzialmente negativo sullo sviluppo della immunità – meglio sarebbe parlare di semi immunità. Questo potrebbe avere l’effetto di spostare più avanti le manifestazioni cliniche che oggi si vedono nei bambini, anche se il bilancio netto sulla mortalità e morbidità è certamente a favore dell’uso delle zanzariere impregnate

Nei Paesi con maggiore presenza del Plasmodium vivax, invece, il problema della lotta alla malaria è diverso. P. vivax, pur essendo un parassita considerato causa di una malaria più benigna, è quello più difficile da eradicare, per la sua peculiarità di sviluppare forme epatiche. Queste forme ampliano il serbatoio di soggetti infetti.

Abbiamo quindi due tipi differenti di lotta alla malaria, ed è necessario sottolineare l’importanza di investire risorse in maniera continua e duratura. Ottenere i primi successi è relativamente facile, mentre più difficile è lottare e mantenere investimenti adeguati fino all’eradicazione dell’ultimo caso. Non sarà semplice, soprattutto nelle aree rurali e per quanto concerne gli aspetti logistici.

 

Da quando ha iniziato ad occuparsi di malattie infettive, quali sono stati i principali cambiamenti a cui ha assistito per quanto riguarda la lotta alla malaria e quali sono state le strategie essenziali per raggiungere questi cambiamenti?

I momenti chiave sono stati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000. I primi trial clinici sull’uso dei derivati dell’artemisinina e la terapia di combinazione hanno cambiato prima la storia del trattamento della malaria non complicata, poi, negli anni immediatamente successivi, anche quella della malaria complicata. Questo per via dell’azione dell’artemisinina, sia curativa che anti-gametica, in grado di ridurre la possibilità che una persona guarita possa essere serbatoio per vettori.

La seconda strategia è stata l’uso delle zanzariere impregnate. Questo ha consentito una significativa riduzione dei tassi di mortalità e morbilità, soprattutto infantile, soprattutto da P. falciparum e specialmente in Africa.

La terza strategia è stata l’uso dei test rapidi e con questi la possibilità di fare diagnosi, anziché di trattare tutti gli eventi febbrili come malarici.

Queste tre strategie di prevenzione, diagnosi precoce e trattamento efficace con i derivati dell’artemisinina, sono state il fulcro del programma “Roll back Malaria” delle Nazioni Unite – lanciato nel 2006 – e di tutte le strategie successive.

E’ di ieri l’annuncio dell’avvio del progetto pilota che verrà condotto in condizioni di vita reale in 3 Paesi africani (Ghana, Kenya e Malawi) con il vaccino RTS,S che verrà somministrato in 4 dosi ai bambini di 5-17 mesi nell’ambito del normale programma di vaccinazioni dell’infanzia. Pur trattandosi di un vaccino con tasso di efficacia non elevato (diminuzione del 32% dei casi di malaria grave dopo 48 mesi di osservazione), la sua introduzione costituisce un passo importante di natura concettuale, a significare che l’unione di differenti strategie – diagnosi, terapia, prevenzione immunologica e con zanzariere impregnate – è considerata la strada maestra

 

La Strategia Globale per la Malaria 2016-2030 pone degli obiettivi ambiziosi. Tale strategia indica dei traguardi intermedi da raggiungere entro il 2020, come la riduzione dei nuovi casi del 40%, la riduzione della mortalità del 40% e l’eliminazione della malaria in almeno 10 paesi. A suo parere, questi traguardi intermedi sono raggiungibili?

Eliminare la malaria in 10 paesi è un obiettivo realizzabile, anche se eliminare non significa eradicare, ma vuol dire far sì che una specifica malattia non sia più un problema di salute pubblica. Ovviamente i 10 paesi saranno probabilmente paesi in cui l’endemia malarica è molto modesta, come si verifica in alcune zone dell’America Latina o del Medio Oriente.

Ridurre del 40% la mortalità e la morbilità mi sembra sinceramente un po’ ambizioso, se l’orizzonte temporale è il 2020. Oggi abbiamo oltre 400.000 morti stimati per malaria all’anno ed il target di riduzione del 40% della mortalità entro il 2010 mi sembra troppo ambizioso. Detto questo, gli obiettivi servono non necessariamente per essere raggiunti, ma per indirizzare il percorso da compiere. Guardando al 2030 invece, sono sicuramente obiettivi raggiungibili.

 

Quali sono le sue considerazioni a riguardo delle resistenze ai farmaci antimalarici, con particolare riferimento alle resistenze emergenti nell’area del fiume Mekong?

È stato osservato che tutte le resistenze ai farmaci della malaria sono nate in un’area compresa tra Laos, Cambogia, Tailandia e Myanmar. La causa di ciò non è nota e si possono solo fare delle ipotesi.

Un motivo potrebbe essere ricercato nella genetica dei parassiti. Si pensa che il P. falciparum di quella zona, anche sottoposti a una pressione selettiva, siano in qualche modo più propensi alle mutazioni e quindi a sviluppare una resistenza farmacologica. In queste zone è nata la resistenza a diversi farmaci antimalarici, come la clorochina, il chinino, la meflochina e, più di recente, l’artemisinina.

Una seconda osservazione, va fatta a riguardo delle caratteristiche farmacologiche dell’artemisinina. Nonostante sia un ottimo farmaco, va detto che presenta un’emivita molto breve (3-4 ore) e non può essere somministrata in monoterapia. La somministrazione in monoterapia infatti, può facilitare lo sviluppo di resistenze. Per questi motivi si cerca di associarla sempre ad un altro farmaco a lunga emivita. Nelle aree in questione, vengono consumati infusi a base di foglie contenenti artemisinina, che viene quindi assunta a dosaggi scarsamente controllabili.

 

Quali sono le principali sfide della lotta alla malaria da affrontare nei prossimi anni?

Ritengo che, per eradicare la malaria nel lungo periodo sia necessario agire attraverso tre strade: l’elaborazione di un vaccino più efficace, la lotta al riscaldamento climatico e la lotta alla povertà.

Per quanto diagnosi e cura – elementi portanti del programma Roll Back Malaria – siano essenziali per ridurre la mortalità, nel lungo termine sarà necessaria lo sviluppo di un vaccino. Infatti, combinare le terapie con un vaccino efficace è essenziale per eradicare una malattia infettiva (ne è l’esempio il vaiolo).

La seconda sfida, seppure indiretta, è la lotta ai cambiamenti climatici, ai fini di ostacolare la diffusione di tutte le malattie vettoriali.

La terza sfida è la lotta alla povertà, che è, tra l’altro, uno degli Obiettivo di Sviluppo Sostenibile. Infatti la diffusione della malaria – come avviene per la tubercolosi, l’AIDS e molte altre malattie infettive – è intimamente legata alle condizioni socioeconomiche. La povertà e tutto ciò che ne consegue, rende l’ambiente più favorevole alla persistenza dei vettori e, di conseguenza, alla diffusione della malaria.

di Giulia Ambrosi, Benedetta Armocida, Lorenzo De Min

OMS/OPS: il Messico è il primo paese delle Americhe ad aver eliminato il tracoma

Il 24 aprile 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che il tracoma in Messico non è più un problema di salute pubblica.

Il tracoma è la principale causa infettiva di cecità nel mondo. L’agente causale, è il microorganismo Clamidia trachomatis  che si trasmette da persona a persona  per contatto tramite secrezioni oculari e nasali, e  La trasmissione, ancora attiva in 41 paesi,  è legata alle condizioni igieniche, quindi colpisce popolazioni povere e isolate; nelle Americhe è ancora endemico in Brasile, Guatemala e Colombia.

Il Messico è il primo paese delle Americhe e il terzo al mondo, dopo l’Oman e il Marocco, a ricevere la convalida da parte dell’OMS per aver eliminato il tracoma.

“Questo è un momento storico per la salute pubblica in Messico e in America”, ha affermato Carissa F. Etienne, direttrice dell’Organizzazione Pan-Americana di Salute (OPS), ufficio regionale dell’OMS per le Americhe. “L’eliminazione di una malattia non viene raggiunta ogni giorno”, riconoscendo “gli sforzi decennali delle autorità messicane, degli operatori sanitari e delle comunità per migliorare la loro salute e la qualità di vita e per porre fine a questa malattia della povertà”.

In Messico, la malattia era endemica in 246 comunità di cinque comuni dello Stato del Chiapas, con un totale di 146.207 persone affette. Le azioni per combattere il tracoma sono state rafforzate nel 2004 con la creazione del programma di prevenzione e controllo del Tracoma del Ministero della Salute del Chiapas e il rafforzamento della strategia “SAFE” dell’OMS.

La strategia SAFE, utilizzata dalla maggior parte dei Paesi in cui il tracoma è endemico per eliminare la malattia entro il 2020, consiste in un pacchetto completo di interventi tra cui: la chirurgia per le condizioni più avanzate di malattia, gli antibiotici per la cura dell’infezione e il miglioramento delle condizioni igieniche e ambientali per ridurre la trasmissione. Nel 2015, sono stati stimati in ​​tutto il mondo più di 185.000 interventi correttivi di trichiasi (ciglia invertite) e 56 milioni di persone trattate con antibiotici per il tracoma.

Lo Stato del Chiapas ha creato inoltre un’unità operativa di medici, infermieri e personale tecnico addestrato per combattere il tracoma, le Brigadas de Tracoma, che hanno lavorato localmente riducendo il numero di casi da 1.794 nel 2004 a zero casi nel 2016, secondo i dati del programma governativo.

Utilizzando questo approccio, il Paese ha raggiunto i criteri internazionali di prevalenza di meno del 5% nei bambini di età compresa tra 1- 9 anni e di un caso su 1.000 abitanti di trichiasi, che l’hanno fatto rientrare tra i paesi in cui il tracoma è stato eliminato.

Il Ministro della Salute del Messico, José Ramón Narro, ha dichiarato di essere entusiasta dell’obiettivo ottenuto, raggiunto grazie a “Una lunga storia di duro lavoro e di sforzi da parte di molte persone, nel corso delle generazioni”.

Per mantenere l’eliminazione e prevenire una ripresa della malattia l’OMS/OPS raccomanda il monitoraggio continuo del tracoma e la distribuzione di cure ai pazienti affetti.

http://www2.paho.org/hq/index.php?option=com_content&view=article&id=13179%3Amexico-eliminates-trachoma-leading-infectious-cause-blindness&catid=740%3Apress-releases&Itemid=1926&lang=en

di Benedetta Armocida

LE VACCINAZIONI FUNZIONANO!

Tra il 24 e il 30 aprile l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) celebra la “Settimana Mondiale dell’Immunizzazione”, un’iniziativa che punta a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’utilizzo delle vaccinazioni come sistema di prevenzione di numerose malattie, anche in funzione del raggiungimento degli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo Sostenibile fissato per il 2030.

Piani appropriati di vaccinazioni possono prevenire l’insorgenza di numerose patologie infettive tra cui  tetano, difterite, morbillo, pertosse e poliomielite.  L ’immunizzazione è per diverse malattie l’intervento di salute pubblica che con il miglior rapporto costo-efficacia e rappresenta a tutt’oggi uno strumento di centrale importanza anche per affrontare altre questioni materia di sanità tra cui la riduzione della resistenza antimicrobica, il miglioramento delle cure antenatali e neonatali e il controllo dell’epatite virale. Ad oggi, più di 20 milioni di bambini non vengono vaccinati o non terminano il piano vaccinale per loro previsto, specialmente nei Paesi a risorse limitate: la ragione di ciò risiede nella scarsità di risorse, in sistemi sanitari fragili e in un’insufficiente attività di sorveglianza.

Lanciata nel 2012 dall’Assemblea Mondiale della Sanità con l’obiettivo di raggiungere l’accesso universale alle vaccinazioni entro il 2020, l’iniziativa giunge quest’anno alla sua sesta edizione. Tra i risultati più incoraggianti raggiunti sinora c’è il dato sulla copertura mondiale del vaccino contro il morbilo, che è aumentata del 12% dal 2000 ad oggi.

Ogni anno, la settimana ha uno slogan e un tema diverso, sempre inerente al tema delle vaccinazioni. Il tema di quest’anno è “Le vaccinazioni funzionano” (Vaccination works), un titolo sicuramente molto appropriato considerando il contesto attuale in cui teorie anti scientifiche minacciano il benessere della salute pubblica. L’importanza delle vaccinazioni è sottolineata dagli importantissimi traguardi raggiunti negli ultimi anni: la Poliomielite, ad esempio, è diminuita del 99% in tutti i Paesi del Mondo ed è, al momento, endemica soltanto in Pakistan, Nigeria e Afghanistan. Come spiegato dal sito ufficiale dell’Organizzazione Mondiale Sanità  “ l’OMS e i suoi partner mirano a: evidenziare l’importanza dell’immunizzazione come una priorità assoluta dell’investimento sanitario globale, promuovere la comprensione dei passi d’azione necessari per raggiungere il piano d’azione globale sui vaccini, sottolineare il ruolo della vaccinazione  nello sviluppo sostenibile e nella sicurezza sanitaria globale”.

http://www.who.int/campaigns/immunization-week/2017/en/

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs378/en/

di Andrea Casale

OMS: 325 milioni di persone hanno l’epatite. Le cure ci sono, la sfida è garantire l’accesso

Ginevra, 21 aprile – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato nuovi dati sull’epatite, stimando che circa 325 milioni di persone in tutto il mondo convivono con l’infezione del virus dell’epatite B (HBV) o con quello dell’epatite C (HCV) ed indicando che la grande maggioranza di queste persone non ha accesso a test e trattamenti curativi.

Di conseguenza, milioni di persone rischiano una progressione verso malattie croniche epatiche, cancro e morte.

L’epatite B e C sono responsabili del 96% della mortalità epatica globale.

“L’epatite virale è una grande sfida per la salute pubblica e richiede una risposta urgente”, ha affermato Margaret Chan, direttore generale dell’OMS. “I vaccini e i farmaci per combattere l’epatite esistono e l’OMS si impegna a garantire che questi strumenti raggiungano tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il rapporto suggerisce 5 direzioni strategiche: informazione, interventi, equità, finanziamento e innovazione. Sono questi i pilastri della Strategia globale del settore sanitario (GHSS) per facilitare il monitoraggio dei progressi nei paesi, nelle regioni e globalmente e per misurare l’impatto degli interventi sulla riduzione delle nuove infezioni e salvare vite tra il 2015 e il 2030.

Nel 2015 sono stati registrati 1.34 milioni di morti per epatite virale, un numero paragonabile a quelli causati dalla tubercolosi e dall’HIV e, mentre la mortalità per quest’ultime si sta riducendo, le morti per epatite sono in aumento. È stato stimato che circa 1.75 milioni di persone hanno contratto il virus dell’epatite C nel 2015, portando a 71 milioni il numero totale di persone che ne sono affette.

Nonostante le morti complessive per epatite siano in aumento, le nuove infezioni da HBV sono in diminuzione, grazie ad una maggiore copertura vaccinale nei bambini. Globalmente l’84% dei bambini nati nel 2015 ha ricevuto le 3 dosi raccomandate di vaccino contro l’epatite B. Tra l’epoca pre-vaccino (che secondo l’anno di introduzione può variare dagli anni ’80 agli inizi del 2000) e il 2015 la percentuale di bambini sotto i 5 anni con nuove infezioni è scesa dal 4,7% all’1,3%. La Cina, nel 2015, ha ottenuto un’elevata copertura (96%) per la dose tempestiva di vaccino HBV alla nascita e ha raggiunto l’obiettivo di controllo dell’epatite B, con una prevalenza di HBV di meno dell’1% nei bambini al di sotto dei 5 anni.

La relazione rileva inoltre che nel 2015 sono state diagnosticate solo il 9% di tutte le infezioni da HBV e il 20% di quelle da HCV. Soltanto l’8% dei diagnosticati con infezione da HBV (1,7 milioni di persone) erano in trattamento e il 7% di quelli con infezione da HCV (1,1 milioni di persone) avevano iniziato il trattamento curativo durante quell’anno.

L’infezione da HBV richiede un trattamento permanente e l’OMS attualmente raccomanda il farmaco Tenofovir, già ampiamente utilizzato nel trattamento dell’HIV. L’epatite C può essere curata in un tempo relativamente breve utilizzando gli antivirali ad azione diretta ad alta efficacia. L’attuale accesso alla cura dell’epatite C ha ricevuto una spinta alla fine di marzo 2017, quando l’OMS ha pre-qualificato l’ingrediente farmaceutico attivo generico Sofosbuvir. Questo passo permetterà a più paesi di produrre medicinali a prezzo accessibile.

In Egitto, la concorrenza dei prodotti generici ha ridotto il prezzo della cura trimestrale per l’epatite C da 900 dollari nel 2015, a meno di 200 dollari nel 2016. Oggi in Pakistan, lo stesso percorso di trattamento costa poco più di 100 dollari.

La strategia globale dell’OMS in merito all’epatite virale mira a testare il 90% e a trattare l’80% delle persone con HBV e HCV entro il 2030.

“Siamo ancora in una fase iniziale della lotta all’epatite virale, ma la via da seguire sembra promettente”, ha dichiarato il dottor Gottfried Hirnschall, direttore del Dipartimento dell’HIV dell’OMS e del programma globale sull’epatite. “Più Paesi stanno rendendo accessibili i servizi per l’epatite alle persone che ne necessitano, un test diagnostico costa meno di 1 dollaro e la cura per l’epatite C può essere inferiore a 200 dollari, ma i dati evidenziano chiaramente l’urgenza con cui dobbiamo affrontare le lacune rimanenti nello screening e nel trattamento”.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/global-hepatitis-report/en/

di Giulia Ambrosi

Giornata della Terra

22 aprile – Oggi è la Giornata della Terra. Un’occasione per riflettere su come la salute del pianeta e la salute degli abitanti che lo popolano siano strettamente interconnesse.
Tema della giornata è l’educazione al cambiamento climatico e ambientale.
Inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, distruzione di ecosistemi e cambiamento climatico – in silenzio – influiscono su qualità e durata della nostra vita.
Solo creando consapevolezza tra la popolazione – a cominciare dalle nuove generazioni – tali minacce potranno essere diffusamente percepite e quindi contrastate.
Adottando un’alimentazione sana, riciclando, impegnandosi ad utilizzare fonti energetiche rinnovabili e, in generale, a ridurre le emissioni di CO2, i singoli cittadini possono fare molto per il benessere del pianeta.
Oltre un miliardo di persone, ogni anno, partecipa alla Giornata della Terra. Coinvolgendo 192 paesi e 250000 scuole, tale iniziativa si impone come la principale azione collettiva a tutela dell’ambiente a livello globale.
di Lorenzo De Min

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida