DISPONIBILE IN ITALIANO IL RAPPORTO SUI DETERMINANTI SOCIALI DELLA SALUTE MENTALE

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30/07/2017 – E’ disponibile in italiano il rapporto sui determinanti sociali della salute mentale, redatto dall’Institute of Health Equity dell’University College London, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. La traduzione in Italiano è stata curata dal Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte (DoRS), con l’aiuto di esponenti della Rete Sostenibilità e Salute e del People’s Health Movement.

In un mondo dominato dalle disuguaglianze sociali, il contesto in cui l’individuo nasce e vive la propria quotidianità esercita un’enorme influenza sullo sviluppo dei disturbi mentali. Come scrivono gli autori – “Questo documento mette in evidenza le possibili azioni efficaci attuabili per ridurre il rischio di disturbi mentali lungo il corso della vita, a livello della comunità e a livello nazionale, e include interventi ambientali, strutturali e locali. Tali azioni hanno un’elevata probabilità di prevenire l’insorgenza di disturbi mentali e dunque di promuovere la salute mentale nell’intera popolazione”.

Il testo completo è reperibile a questo link.

                                                                                                                                                                                                        di L.D.

 

foto: carlacastagno/fotolia

#MalattieNonTrasmissibili – Prevenire agendo su fattori di rischio e determinanti sociali di salute. Lo afferma il dr. Alessandro Demaio, responsabile medico dell’OMS

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Alessandro Demaio, responsabile medico del Dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il Dr. Demaio è anche il fondatore di NCDFREE, un movimento sociale globale contro le malattie non trasmissibili (NCD, Non Communicable Diseases, gruppo di patologie che comprende malattie cardiovascolari, neoplasie, patologie respiratorie croniche, malattie mentali e diabete).

 Dr. Demaio pensa che, ad oggi, sia data abbastanza attenzione alle NCDs?

Le NCD sono un complesso gruppo di malattie, che stanno assumendo rilievo solo nell’ultimo decennio. Già il nome, che inquadra un gruppo di malattie con qualcosa che non è, fa capire come negli anni passati si sia data maggiore priorità ad altre patologie, specialmente quelle infettive. Con l’allungarsi dell’aspettativa di vita e l’industrializzazione le NCD hanno cominciato ad avere un ruolo più definito. Oggi stiamo lavorando per favorire la conoscenza di questo gruppo di malattie e sono stati effettuati grandi passi in avanti grazie all’inserimento delle NCD nell’Agenda degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS). Bisogna in ogni modo incentivare la prevenzione e l’attuazione di politiche che indirizzino ad un netto miglioramento.

Vi è la necessità di dedicarsi alla diffusione e divulgazione, educando, informando e lavorando a livello nazionale e implementando il ruolo delle politiche territoriali.

È importante creare delle strutture e strategie cui i governi possano fare riferimento, bisogna rendere consapevoli le comunità e le istituzioni che le NCD sono un grande problema di salute pubblica.

Quali sono attualmente le maggiori difficoltà riscontrate nell’intervento sulle NCD?

La complessità di intervento è dovuta alla particolare interconnessione tra le NCD e i determinanti sociali. Vi è infatti una forte interconnessione tra i fattori di rischio e le patologie, e tra queste e i determinanti sociali – tra cui la povertà, l’ambiente e in associazione ad esso l’inquinamento e il cambiamento climatico, il cibo, il livello di educazione, gli standard di vita e la disoccupazione. Oltre a ciò si è visto come altri determinanti sociali della salute – la situazione politica, lo sviluppo economico e la stabilità, le risorse naturali e ambientali e il mercato – influenzino lo svilupparsi delle NCD.

Quali sono quindi gli interventi da realizzare per intervenire concretamente sulle NCD?

La risposta ancora una volta è complessa, in quanto l’argomento include un lavoro di interazione tra settore pubblico e privato. Soprattutto in ambito politico, in situazioni vulnerabili e di instabilità, come nel caso di Paesi non democratici, è molto difficile agire. Inoltre spesso c’è una connessione anche con il modello di sviluppo. Bisogna quindi condividere e guidare le politiche urbane a livello nazionale e internazionale verso piattaforme comuni atte all’investimento verso l’impostazione di un miglioramento della qualità di vita della popolazione.

È fondamentale avere come obiettivo la riduzione delle morti per malattie prevenibili. Si stima che l’80% delle NCD siano prevenibili riducendo i fattori di rischio come il consumo di tabacco e di alcol, i grassi e il sale nella dieta, prevenendo l’obesità e promuovendo l’attività fisica, e migliorando le condizioni ambientali, come la qualità dell’aria.

Come già detto, sono un forte sostenitore dell’influenza dei determinanti sociali di salute sullo sviluppo di queste patologie. Dobbiamo concentrarci sui sistemi complessi che causano la malattia, molto prima che questa si sviluppi. Ciò significa che i professionisti sanitari e gli esperti devono lavorare con tutti i settori e in maniera tangibile. Le NCD offrono una grande piattaforma in tale contesto, perché includono una vasta gamma di patologie che hanno forti soluzioni multisettoriali. Questi includono cambiamenti nella pubblicità, nei trasporti, nel sistema alimentare. C’è quindi bisogno di un lavoro di interconnessione tra sistemi sanitari, imprese, scienza, politica e settore privato.

Si comprende quindi che non si può agire sulle NCD se non si interviene prima sui determinanti sociali di salute e sulle disuguaglianze.

intervista di Benedetta Armocida

PHM – La salute si può raggiungere solo con la pace

People’s Health Movement (PHM), un movimento globale a tutela del diritto alla salute, gratuita e accessibile a tutti, si schiera a fianco degli amici e delle popolazioni turche, soggetti alle oppressioni del regime di Erdogan. Ribadendo il loro ruolo a difesa della salute come diritto umano fondamentale, a seguito dell’incontro del 24-25 giugno ad Istanbul, riassumono in una dichiarazione le azioni concrete da compiere per sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia.

 

Incontro europeo di People’s Health Movement (PHM)

Istanbul, 24-25 giugno 2017

Difendere i diritti umani per proteggere la salute

Nell’ultimo incontro del PHM Europa, svoltosi a Londra a Ottobre 2016, abbiamo deciso di schierarci in solidarietà con gli accademici turchi per la pace (Turkish Academics for Peace, AFP), vittime di una grave repressione da parte del regime di Erdogan per la sola ragione di essersi posti a difesa del diritto umano fondamentale alla salute. Ci riuniamo a Istanbul oggi per dire insieme che la salute si può raggiungere solo attraverso la pace. Ci opporremo sempre alle guerre che opprimono e uccidono persone innocenti.

In solidarietà con AFP, e con tutte le persone turche vittime di repressione per essersi posti a difesa dei diritti umani, facciamo appello alle realtà e alle persone singole che fanno parte del People’s Health Movement (PHM) in Europa e in tutto il mondo perché intraprendano azioni concrete volte sensibilizzare e sostenere la lotta per i diritti civili e politici in Turchia. In particolare, invitiamo a:

  • Condividere informazioni, aumentare la consapevolezza e sostenere le richieste di AFP, ovvero il ripristino delle posizioni di lavoro, dei passaporti e della libertà di movimento:
    • diffondere dichiarazioni di solidarietà e/o organizzare interviste via skype con AFP durante conferenze ed eventi accademici;
    • promuovere dichiarazioni di solidarietà da parte di università, sindacati, società scienti che e accademiche, etc.;
    • organizzare missioni ed eventi di solidarietà in Turchia;
    • supportare le richieste di Nuriye Gulmen e Semih Ozakca, due funzionari pubblici licenziati, che hanno cominciato lo sciopero della fame e ora sono detenuti in carcere in gravi condizioni di salute, chiedendo la loro immediata scarcerazione.
  • Offrire aiuto concreto:
    • offrire sostegno economico per chi è stato licenziato;
    • mettere a disposizione programmi di insegnamento a distanza per giovani ricercatori e ricercatrici, posizioni di insegnamento a distanza per docenti e posizioni in università straniere per coloro che possono viaggiare;
    • garantire accesso ai database scienti ci per chi è stato licenziato;
    • invitare AFP a condividere le loro ricerche in conferenze di persona o via skype.
  • Costruire alleanze nella lotta:
    • promuovere il boicottaggio delle università turche da parte di università straniere che hanno collaborazioni in atto;
    • contattare giornalisti, organizzare interviste e aumentare la copertura mediatica;
    • scrivere al commissario europeo Johannes Hahn, responsabile dei negoziati sull’allargamento dell’UE, che visiterà la Turchia il 6 luglio 2017.

Resistere alla commercializzazione della salute in Europa

Abbiamo deciso di continuare e di rafforzare la campagna per un’assistenza sanitaria pubblica gratuita e accessibile a tutte e tutti, che abbia al centro il 7 Aprile come giornata mondiale della salute. Il 2018 segnerà il 40° anniversario della Dichiarazione di Alma Ata, e indiremo per il 7 Aprile una giornata per la salute dei popoli, per opporci a qualsiasi tipo di commercializzazione della salute nei nostri Paesi e in tutta Europa.

I governi nazionali, così come le istituzioni europee, devono essere chiamati alle loro responsabilità. Inoltre, ra orzare la solidarietà internazionale contribuirà a sostenere le lotte nei nostri Paesi. Dobbiamo denunciare il ruolo che l’Europa svolge nel sostenere la privatizzazione dell’assistenza sanitaria nei Paesi all’interno e all’esterno dell’UE, anche attraverso nanziamenti dei programmi di riforma del settore sanitario e promozione di accordi di libero scambio.

Le seguenti decisioni informeranno la nostra campagna per la giornata per la salute dei popoli:

  • Intendiamo promuovere lo scambio di informazioni e la creazione di reti tra le mobilizzazioni locali che si oppongono alla commercializzazione della salute, per rafforzare la solidarietà internazionale.
  • Ci mobiliteremo nei nostri Paesi per sostenere le azioni locali che culmineranno il 7 aprile 2018, a partire dalla partecipazione alla consultazione online promossa dalla Rete europea contro la commercializzazione della salute per identificare i temi chiave di mobilitazione.
  • Utilizzeremo diverse forme di azione, comprese manifestazioni di piazza, costruzione di alleanze con operatori e operatrici della salute per incoraggiare chi ha responsabilità decisionali a opporsi all’agenda di privatizzazione, denuncia del ruolo predatorio svolto dalle grandi multinazionali (fornitori privati di servizi sanitari e assicurazioni sanitarie) nei nostri Paesi e dell’azione di lobby a livello europeo.
  • Cercheremo alleanze con i sindacati, le organizzazioni e le reti che condividono la nostra piattaforma d’azione.
  • Rafforzeremo i legami con le mobilizzazioni nei Paesi della regione mediterranea.

     

    Proteggere la salute delle persone immigrate e rifugiate

    Abbiamo ricevuto aggiornamenti dal PHM Turchia in merito alla situazione delle persone immigrate e rifugiate, aggravata dai con itti in corso nella regione e dalla mancanza di politiche adeguate dell’Unione Europea. Come denunciato da tempo, l’accordo UE-Turchia è una politica dannosa che ha trasformato la Turchia in una prigione a cielo aperto per le persone rifugiate, a ttata dall’UE. A quattro milioni di persone in Turchia non vengono garantiti tutti i diritti. La maggior parte di loro vive in condizioni compromesse per quanto riguarda i determinanti sociali della salute e ha limitato accesso all’assistenza sanitaria. La situazione delle persone immigrate prive di documenti, il cui numero è in rapida crescita, è ancora peggiore in termini di accesso alle cure, per l’applicazione di onerosi “ticket turistici” anche per ricevere cure urgenti ed essenziali.

    La situazione in altri Paesi come Belgio, Francia, Germania, Italia e Regno Unito presenta caratteristiche comuni in termini di discriminazione, xenofobia, disuguaglianze nell’ambito dei determinanti sociali della salute e dell’accesso all’assistenza sanitaria.

    Come PHM Europa:

  • Denunciamo l’approccio che informa le politiche migratorie nella nostra regione, costruito su misure di emergenza, una visione capitalistica delle persone immigrate come lavoratori e lavoratrici a basso costo, e la tendenziosa associazione tra migrazione e terrorismo che alimenta paura e xenofobia.
  • Ci opponiamo ai centri di detenzione per chi è senza documenti, sempre più   frequentemente gestiti da società for pro t come G4S, dove le persone vengono illegalmente private dei propri diritti.
  • Chiediamo che vengano a rontate le cause alla radice della migrazione (politiche commerciali ingiuste, cambiamento climatico, insicurezza alimentare, conflitti …)
  • Ci impegniamo a continuare a monitorare e informare sulla situazione dei diritti delle persone immigrate e rifugiate.
  • Rafforzeremo lo scambio di pratiche ed esperienze sul coinvolgimento della società civile nella protezione e nella promozione della salute delle persone immigrate e rifugiate, con azioni di solidarietà, difesa, resistenza e protesta.

 

Contatti: Chiara Bodini (chiara@phmovement.org), portavoce PHM Europa

 

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida

 

OMS: Dalle cure primarie per la salute alla copertura universale. Il sogno realizzabile – “10 anni nella sanità pubblica 2007-2017”

Dopo il lancio del rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha elaborato il primo di vari capitoli in cui si valutano i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Il primo capitolo ripercorre la strada compiuta dalle cure primarie per la salute alla copertura universale.

Nel 1978 la Dichiarazione di Alma-Ata lanciò un pensiero rivoluzionario, individuando  le cure primarie per la salute  (Primary Health Care) come la strategia per raggiungere l’obiettivo della  Salute per tutti entro il 2000, stabilito l’anno prima dalla Assemblea Mondiale della Sanità.
La conferenza internazionale sulle cure primarie per la salute, tenutasi nell’allora capitale della Repubblica socialista sovietica del Kazhakistan e che coinvolse 134 paesi e 67 organizzazioni internazionali, sollecitava un’urgente azione per assicurare a tutti le cure primarie per la salute, in ogni parte del mondo, con particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo.

Il cambio di paradigma fu da subito ostacolato e tacciato di utopistico. Poi, con l’emergere di HIV/AIDS, l’aggravarsi della tubercolosi e l’aumento dei casi di malaria, l’attenzione della salute pubblica internazionale si è andata concentrando progressivamente sulla gestione di quelle tre malattie.

Nel 2000, i capi di Stato e di Governo dei 193 stati membri delle Nazioni Unite sottoscrissero gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG), impegnandosi a raggiungere gli otto obiettivi entro il 2015.
Le iniziative sanitarie globali messe in atto  nel perseguire specificamente gli obiettivi di salute, hanno raggiunto importanti risultati, facilmente misurabili nel numero di interventi erogati, morti evitate, e prolungata aspettativa di vita.
Le strategie seguite, al fine di ottenere un impatto più rapido, invece di rafforzare i deboli sistemi sanitari di quei paesi hanno: sviluppato sistemi paralleli, prodotto un’onerosa duplicazione degli interventi, spesso erogati da enti diversi con approcci differenti, e frammentato i servizi.
Per rendere gli aiuti più efficaci si richiedeva piuttosto: il rispetto delle priorità e delle strategie fissate da ciascun Paese, l’allineamento delle iniziative internazionali con i sistemi nazionali, nonché l’armonizzazione degli interventi e delle responsabilità e il reciproco rendiconto degli attori coinvolti.
I paesi beneficiari dichiararono di aver bisogno di competenza, non di carità.
Sostenere e rafforzare i servizi nazionali è considerata la miglior strategia di assistenza allo sviluppo.

Una significativa spinta per il cambiamento arrivò nel 2008, quando il Rapporto mondiale della sanità pubblicò Primary Health Care. Now more then ever – Cure primarie per la salute. Ora più che mai, in occasione del 30° anniversario della dichiarazione di Alma-Ata. Da quel rapporto emergevano dati impietosi riguardanti l’organizzazione, l’appropriatezza e l’efficacia dei sistemi sanitari, mentre si  richiamavano le cure primarie come la miglior strada da percorrere al fine di costruire sistemi sanitari che garantissero il diritto universale alle cure.
Dal confronto tra paesi di uguale livello di sviluppo economico si evince come, quelli con il sistema sanitario organizzato in funzione ai principi di assistenza primaria, abbiano un più alto livello di salute.
La copertura sanitaria universale è dunque promossa anche come strategia per la lotta contro le disuguaglianze.
In ultima analisi, la distribuzione della salute all’interno di una popolazione è correlata all’equità assicurata dalle strategie politiche, economiche e sociali.

In quello stesso anno, con la pubblicazione dei risultati dei lavori della Commissione dell’OMS sui determinanti sociali della salute, l’accento venne posto sull’importanza dei determinanti sociali nella produzione della salute, superando una visione centrata sugli interventi medici.
Seguendo questa linea, la Commissione suggeriva sistemi di salute che agissero sui determinanti sociali della salute. In un momento di crescente allarme per l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili, la prevenzione attuata in settori non sanitari divenne un nuovo importante obiettivo.

Simultaneamente, la crisi finanziaria globale del 2008, condizionò un passaggio rapido dalla prosperità all’austerità, riportando in auge la ricerca di risultati rapidi e misurabili, propri di un approccio basato sul prodotto (il farmaco, il vaccino, etc.).

Una serie di articoli pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet concludevano però, ricordando ancora una volta, che le cure primarie per la salute rimanevano il modo migliore per ridurre gli sprechi e per migliorare l’efficienza nella fornitura dei servizi.

Su questa linea si va dunque affermando l’idea della copertura sanitaria universale, principio fondante delle cure sanitarie primarie e strategia correttiva potente, in grado di determinare un fondamentale riorientamento dei sistemi sanitari.

Con il Rapporto OMS sulla Salute Mondiale del 2010, Finanziamento del sistema sanitario: il percorso verso la copertura universale quell’approccio acquisì rinnovato consenso.

In un momento di aumento dei costi era fondamentale che i paesi prima di tagliare le spese sanitarie riducessero gli sprechi e le inefficienze; il rapporto stimava infatti che gli sprechi costituivano tra il 20% e il 40% di tutta la spesa sanitaria.

Tutti i paesi, qualunque fosse la loro fase di sviluppo, avrebbero potuto adottare misure immediate per procedere verso una copertura universale. Un commento su The Lancet descrive il movimento verso la copertura sanitaria universale come una “grande transizione” che sta “investendo il pianeta, cambiando il modo in cui l’assistenza sanitaria è finanziata e in cui sono organizzati i sistemi sanitari.”

Nel 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’obiettivo di copertura sanitaria universale mediante una risoluzione sponsorizzata da più di 90 paesi, di tutte le regioni del mondo.

La copertura sanitaria universale è stata definita dal premio Nobel Amartya Sen un “sogno realizzabile” anche per i paesi più poveri. In quest’ultimi l’assistenza sanitaria di base può essere fornita ad un notevole livello con costi molto bassi sempreché la società, ivi inclusa la leadership politica e intellettuale, s’impegnasse con forza in tal senso. Veniva quindi smentita l’ipotesi comune che un paese povero dovesse prima diventare ricco per sostenere i costi di assistenza sanitaria per tutti.

L’inclusione della copertura sanitaria universale come obiettivo nell’Agenda globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030 ne sintetizza lo spirito per cui: “nessuno deve essere lasciato indietro”. Viene inoltre definita come la piattaforma unificante per l’espressione di tutti gli altri obiettivi di salute. È la massima espressione di equità e uno dei più grandi equalizzatori sociali tra tutte le opzioni politiche, contribuendo alla coesione sociale e alla stabilità – in tutti i paesi.

“La copertura sanitaria universale è l’unico e il più potente strumento che la salute pubblica ha da offrire”, ha dichiarato il direttore della OMS, Margareth Chan.

In un momento storico in cui le politiche, in così tanti settori, tendono ad aumentare le disuguaglianze sociali, è particolarmente gratificante immaginare che la salute possa guidare il mondo verso una maggiore equità.

http://www.who.int/publications/10-year-review/universal-coverage/en/

di Beatrice Formenti e Benedetta Armocida