Venezuela – Nella drammatica crisi le cure spirituali diventano speranza di salvezza

Venezuela – In un recente reportage National Geographic descrive la drammatica situazione in corso in Venezuela e il crescente ricorso a riti spirituali per sconfiggere le malattie.

La grave crisi economica sta avendo delle inevitabili ripercussioni sull’intero sistema sociale e sanitario del Paese.

E’ in atto una vera e propria crisi umanitaria: scarseggiano infatti medicinali e generi alimentari.

I dati raccolti dall’Osservatorio venezuelano della salute sono allarmanti: dal 1998 quasi 500 mila aziende hanno chiuso; gli stipendi nel settore pubblico e privato sono tra i più bassi nell’America Latina e ciò comporta il dilagare del lavoro nero; sono 9 milioni le persone che non riescono a mangiare due pasti al giorno.

Così racconta Maria Luisa Ungreda, segretaria del Directorio Internacional dell’Associacion Damas Salesianas (ADS), un’organizzazione con sede a Caracas impegnata nell’assistenza sociale, nell’ambito educativo e formativo e in quello sanitario: «È normale vedere molte persone, specialmente bambini e anziani per la strada. Ogni giorno ci sono persone, anche famiglie o gruppi, che frugano nei rifiuti per trovare qualcosa da mangiare. Si formano lunghe file davanti ai supermercati e alle panetterie per comprare qualche prodotto a prezzo controllato, mentre altri alimenti possono essere acquistati solo a prezzi altissimi, al di fuori della portata della maggioranza delle persone».

A questa situazione va associato il gravissimo problema sanitario. Il governo Chavez  aveva aumentato considerevolmente la spesa pubblica per la sanità, l’educazione e i servizi sociali, con risultati molto significativi in termini di accesso all’assistenza sanitaria di base e di miglioramento di indicatori sanitari. Con la crisi, gli stessi indicatori sono drasticamente peggiorati e si è ormai giunti alla diffusa mancanza di medicinali, sia quelli di base che quelli specifici per la cura di malattie croniche, degenerative o il cancro, alle condizioni di assoluto degrado degli ospedali pubblici e al sovraffollamento di quelli privati. Inoltre, le politiche del governo, tese ad avere un controllo diretto sui cambi di valuta, l’acquisto di medicinali dall’estero è fortemente limitato, e nei rari casi in cui sia fattibile può avvenire solo dopo l’approvazione governativa.

Secondo il Venezuelan Pharmaceutical Federation più dell’85% dei medicinali di base è impossibile o difficile da trovare. Nelle farmacie scaffali e ripiani sono vuoti e come riportato da un sondaggio condotto nel marzo 2017 su 92 ospedali vi è una grave situazione di penuria di medicinali. L’89% degli ospedali non è in grado di eseguire regolarmente l’RX e il 97% dei laboratori medici non sono funzionanti. A complicare ulteriormente è l’impegno limitato del governo venezuelano nel richiedere aiuti esterni, negando che la crisi sanitaria abbia assunto dimensioni tali da rendere necessaria aiuti umanitari, di fatto frenando l’iniziativa dell’Assemblea Nazionale dove l’opposizione ha la maggioranza.

In questo contesto continua a crescere il numero di venezuelani che, confidando nelle capacità salvifiche dello spirito Emeregildo, ricorrono ai guaritori spirituali (sciamani). La gente si sottopone a rituali, presso la montagna dedicata al culto di María Lionza, che prevedono l’uso di piante medicinali e del fumo di tabacco, ritenuto capace di “assorbire” la malattia. Per queste persone, come la sig.ra Díaz, di soli 28 anni e con una diagnosi di tumore al seno, la montagna di María Lionza in cui avvengono tali rituali, sembra costituire davvero l’ultima speranza di salvezza.

Come afferma lo sciamano Edward Guidice: «La montagna di María Lonza è la nostra casa, la nostra chiesa e il nostro ospedale».

di L.G.

 

La salute da diritto a profitto? La privatizzazione strisciante dei servizi sanitari in Europa

Corporate Europe ha appena pubblicato “Creeping Privatisation of Health Care in the European Union” una attenta analisi dei meccanismi politici e di mercato  che stanno accrescendo le disuguaglianze e conducndo alla privatizzazione delle cure di base.

Tra le questioni più dibattute in tema di salute vi è quella relativa al progressivo processo di trasformazione dei sistemi sanitari in seguito alla promozione e alla successiva implementazione di politiche cosiddette neoliberiste o neomanageriali, le quali si basano sui seguenti capisaldi: privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione.

Tali politiche, che si rifanno all’approccio del New Management, si fondano sul principio secondo cui “il privato è meglio”. Con questa teoria stanno “colpendo” numerosi settori del sistema dei servizi pubblici (oltre alla sanità, pensiamo per esempio al sistema dei trasporti, all’assistenza sociale, per arrivare addirittura all’istruzione) mirando a indebolire e confinare il potere dello Stato, finora riconosciuto come principale soggetto garante di protezione sociale nonché promotore di servizi per i cittadini.

Efficienza, efficacia, economicità sono divenute le tre parole chiave che guidano il complesso sistema che va dalla costruzione di strutture, alla fornitura di servizi, passando per la progettazione e successiva implementazione di progetti ed interventi.

All’interno dell’Unione Europea i paesi membri differiscono per la configurazione dei loro sistemi sanitari e si distinguono tra quelli basati sugli schemi di assicurazione sanitaria e quelli definiti universalistici, ossia finanziati dalla fiscalità generale. Entrambi sono stati oggetto di politiche e pressioni politiche a livello europeo che hanno creato le condizioni favorevoli per una progressiva affermazione e dominio nel settore sanitario di imprese del settore privato.

La tendenza comune sembra dunque essere un orientamento verso la privatizzazione dell’assistenza sanitaria, realizzato prima di tutto mediante il processo di “mercatizzazione” (“marketisation”) dei servizi, con il potere sempre più influente detenuto dalle lobby del mercato sanitario, nonché attraverso la configurazione di partenariati pubblico-privati (i cosiddetti PPP).

Il processo di “mercatizzazione” consiste nella creazione di mercati interni in materia di salute a livello nazionale o nell’ambito del mercato unico UE. Esso comprende l’outsourcing, ovvero l’esternalizzazione di servizi e la concorrenza tra i vari fornitori dei servizi.

I PPP riguardano invece delle vere e proprie collaborazioni, alleanze tra il settore pubblico e le aziende private promosse con l’intenzione dichiarata di tagliare la spesa pubblica per la sanità e aumentare la qualità dei servizi forniti, fondate sull’idea secondo la quale “il business sa e sa fare meglio”.

Quale ruolo riveste l’Unione Europea in tale contesto economico-politico? Ma soprattutto quali sono gli effetti, le conseguenze che tale profondo cambiamento in atto ha comportato e sta comportando?

Con riferimento alla prima questione l’aspetto problematico che sta alla base riguarda la duplice accezione attribuibile alla sanità, la quale si può definire sia come garanzia di promozione del diritto alla salute, sia come una vera e propria attività economica a tutti gli effetti: comporta un profitto, ed è soggetta, al pari di ogni altra attività economica alle norme europee che disciplinano il mercato interno (libera circolazione, delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi). È proprio su questa sua “natura” di attività economica che le imprese del settore privato fanno leva, sentendosi libere e legittimate ad intervenire, aprendo un annoso dibattito che riguarda l’attribuzione della competenza in materia di sanità: nazionale, europea o dei privati.

Nel contesto contemporaneo di forte crisi economica si è modificata radicalmente la natura dell’intervento dell’Unione Europea nell’ambito delle riforme del settore sanitario: come evidenziato da molti commentatori e studiosi si è passati da una soft law di semplici “consigli” e raccomandazioni per promuovere pratiche di condivisione, a vere e proprie “istruzioni” e al ruolo sempre più determinante delle riforme sanitarie imposte ai singoli stati membri per tagliare la spesa pubblica, vincolate alla concessione di fondi strutturali e di investimento.

Per quanto concerne l’insieme degli effetti che conseguono al processo di trasformazione della sanità si possono fare le seguenti considerazioni.

Anzitutto i primi “segni” di tale cambiamento sono visibili nelle condizioni di lavoro di professionisti e operatori sanitari: si registrano infatti una notevole riduzione e a volte veri e propri tagli al personale, carichi di lavoro maggiori, riduzione delle retribuzioni, nonché maggior condizioni di stress che incidono in modo negativo sulla qualità della cura fornita.

Gli effetti più consistenti riguardano l’aumento della diseguaglianza tra i pazienti rispetto alla possibilità di cura, nell’accesso alle cure e in generale l’erosione della natura pubblica delle cure sanitarie.

Si sta assistendo ad un meccanismo profondamente ingiusto per cui hanno meno possibilità di curarsi i pazienti a più alto rischio o che necessitano di cure di emergenza e poveri (solitamente sono anziani, o persone molto giovani, persone con malattie mentali o malati cronici). Questi sono inoltre meno propensi (in quanto non dotati di risorse sufficienti) a ricorrere all’assistenza sanitaria transfrontaliera, garantita e promossa dalle condizioni e dalle regole di libero mercato esistenti.

A fronte della prospettiva di creazione di un mercato unico dei servizi sanitari profondamente concorrenziale e per evitare la progressiva configurazione di un sistema che pone i profitti prima dei pazienti, e la concorrenza prima della cooperazione, a scapito della cura delle persone è necessario quindi salvaguardare e promuovere la salute come diritto universale e non come una merce per il business e il mercato da cui trarre profitto.

A questo proposito sembra esserci a livello globale qualche movimento di resistenza: il 7 aprile 2017 in occasione della Giornata Mondiale della Salute si sono tenute numerose mobilitazioni promosse dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale.

I principali messaggi veicolati sono stati: “la nostra salute non è in vendita” e “la salute è per tutti e non soltanto di coloro che possono pagare”.

Oltre ai messaggi sono state rivendicate le seguenti esigenze: fine delle politiche di austerità, finanziamento pubblico e collettivo dei servizi sanitari, promozione di investimenti nella sanità pubblica, esclusione dei servizi pubblici (come la sanità) dalla liberalizzazione.

La speranza è che tali esigenze trovino in qualche modo ascolto, rispetto, riscontro e risposta nel complesso panorama politico-economico europeo e mondiale, o il rischio di un disfacimento della sanità pubblica potrebbe diventare sempre più alto.

Tale disfacimento infatti sembra essere molto “semplice” da realizzare, come spiegato da Noam Chomsky, “la tecnica standard per la privatizzazione della sanità è: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente e la consegnerai al capitale privato”.

di L.G.

Le parole chiave per lo sviluppo sostenibile: speranza, partecipazione attiva e sviluppo umano integrale

Bari, 12 maggio 2017. A chiusura del Forum Internazionale “Economia e povertà: politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile e la salute globale” è stato promulgato il manifesto “Economia al servizio della promozione umana-Human Promoting Economy”.

La parola chiave del manifesto è speranza, fondata sulla consapevolezza dell’enorme patrimonio di idee e di energie ancora vive nel cuore della nostra Italia, nonostante lo scenario di crisi economica ed istituzionale.

Nel manifesto viene espresso l’obiettivo di dare vita a un grande patto federativo tra persone, movimenti ed associazioni, con lo scopo di rinnovare la società italiana e fondarla su una più ampia partecipazione sociale dei cittadini – con particolare riferimento a tematiche di economia, salute e ambiente. Si mira a creare un nuovo patto tra generazioni ponendo come unico fine il bene comune, riprogettando il presente e l’avvenire in un’ottica di sostenibilità.

Su questa base, tutti sono chiamati a contribuire a uno sviluppo economico che promuova la dignità e la persona, tutelando l’ambiente e la salute (articolo 4 della Costituzione). Questo può essere effettuato puntando su uno sviluppo sostenibile e rispettoso della persona, come occasione di rinascita economico culturale dell’Italia e dell’Europa.

Si vuole quindi sostenere una società rappresentativa e fondata sull’interconnessione fra persone e sul reciproco scambio di valori e beni immateriali dove ciascuno contribuisca a fare in modo che “la Repubblica rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3 della Costituzione Italiana).

Viene inoltre riportato come sia fondamentale promuovere uno sviluppo umano integrale, cioè l’allargamento dello spazio di dignità e di libertà delle persone. L’idea di base è che la libertà sia interconnessa con la responsabilità di proteggere il bene comune e promuovere la dignità, la libertà e il benessere degli altri, tanto da raggiungere i poveri, gli esclusi e le generazioni future.

Vengono sintetizzati in 3 punti le modalità con cui realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile:

  • Creare innovazione in campo economico, sociale e ambientale nel quadro di un nuovo modello di Società Sostenibile. L’innovazione sostenibile infatti è l’unico modo per superare l’attuale crisi economica e sociale che sta investendo il Paese. “La sostenibilità nelle sue dimensioni inscindibili – quella economica e quella sociale (che include la tutela dell’ambiente, la promozione della salute e della dignità della persona) – è la grande sfida del XXI secolo”. Lo scopo è quello di sviluppare una vera Green economy per fermare il consumo del territorio, per difendere l’ambiente e per aumentare i livelli di salute e di qualità di vita (che non sono misurabili in termini di PIL).
  • Promuovere la cultura della sostenibilità. “In tal senso è necessario sostenere il mondo della scuola a trovare percorsi d’innovazione; promuovere la cultura, intesa come sviluppo di nuove competenze, diffusione delle conoscenze e delle buone pratiche”. Fondamentale è promuovere la cultura della sostenibilità tra i cittadini, in tutti gli strati sociali, con un approccio interdisciplinare, soffermandosi sui temi della salute e dell’ambiente.
  • Favorire in ogni modo la partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali. Come enunciato dall’articolo 118 della nostra Costituzione, la Repubblica in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche deve “favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Bisogna quindi creare una cittadinanza attiva, immaginando una Repubblica di cittadini, in cui non sia possibile prescindere dal coinvolgimento della popolazione in ogni decisione, specialmente in materia di tutela della salute e dell’ambiente.

L’obiettivo per il quale si deve lottare è quindi il “Rinnovare la società ripartendo dalla cittadinanza attiva in un’ottica di sostenibilità”.

di Benedetta Armocida

#G7 finanziario. Un forum su economia e povertà sfida il G7 sui temi dello sviluppo sostenibile e della salute globale

Bari, 12 maggio 2017. Si svolge quest’oggi nella capitale pugliese il Forum internazionale “Economia e povertà: politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile e la salute globale”;  apre i lavori il presidente della regione Puglia Michele Emiliano che in conferenza stampa ha presentato l’incontro come un evento totalmente scientifico che intende indurre il G7 a ragionamenti di alto profilo politico, come l’eliminazione delle diseguaglianze nel mondo, rispettando ambiente, diritti e giustizia: aspetti che spesso vengono trascurati rispetto alla contabilità generale degli Stati”.

Il forum è stato pensato al fine di cogliere l’opportunità offerta dal G7 Finanziario per porre l’attenzione dei governatori locali e nazionali sull’Economia reale dell’Italia, dell’Europa e del Mondo.

Si è voluto inserire dunque, all’interno dell’evento economico, una riflessione su fenomeni diventati sempre più attuali quali disagio e povertà, così da far emergere prospettive e proposte di nuovi modelli economici e di welfare e attuare politiche pubbliche che promuovano uno sviluppo rispettoso delle persone e dell’ambiente.

I lavori del forum si compongono di due sessioni, la prima affronta il tema dell’economia e della povertà, la seconda quello dello sviluppo sostenibile e salute globale. Particolarmente atteso è l’intervento dell’economista James Kenneth Galbraith, della Lyndon Johnson School of public affairs, presidente di “Economists for Peace and security” e direttore del “Joint Economy Committee” del Congresso Usa. Nella sessione che intende mettere in relazione salute globale e sviluppo sostenibile, intervengono tra gli altri Maria Neira, direttrice del dipartimento di salute e ambiente della Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e Eduardo Missoni, uno dei massimi esperti del settore.

Al termine dei lavori è prevista la promulgazione del Manifesto di Bari, per un’economia al servizio della promozione umana, con l’adesione di comuni, scuole, imprese, enti di ricerca, cittadinanza attiva e terzo settore.

http://www.affaritaliani.it/puglia/g7-finanze-galbraith-al-vertice-di-br-emiliano-su-economia-poverta-477758.html?refresh_ce

di Debora Zucca

Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida