Le parole chiave per lo sviluppo sostenibile: speranza, partecipazione attiva e sviluppo umano integrale

Bari, 12 maggio 2017. A chiusura del Forum Internazionale “Economia e povertà: politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile e la salute globale” è stato promulgato il manifesto “Economia al servizio della promozione umana-Human Promoting Economy”.

La parola chiave del manifesto è speranza, fondata sulla consapevolezza dell’enorme patrimonio di idee e di energie ancora vive nel cuore della nostra Italia, nonostante lo scenario di crisi economica ed istituzionale.

Nel manifesto viene espresso l’obiettivo di dare vita a un grande patto federativo tra persone, movimenti ed associazioni, con lo scopo di rinnovare la società italiana e fondarla su una più ampia partecipazione sociale dei cittadini – con particolare riferimento a tematiche di economia, salute e ambiente. Si mira a creare un nuovo patto tra generazioni ponendo come unico fine il bene comune, riprogettando il presente e l’avvenire in un’ottica di sostenibilità.

Su questa base, tutti sono chiamati a contribuire a uno sviluppo economico che promuova la dignità e la persona, tutelando l’ambiente e la salute (articolo 4 della Costituzione). Questo può essere effettuato puntando su uno sviluppo sostenibile e rispettoso della persona, come occasione di rinascita economico culturale dell’Italia e dell’Europa.

Si vuole quindi sostenere una società rappresentativa e fondata sull’interconnessione fra persone e sul reciproco scambio di valori e beni immateriali dove ciascuno contribuisca a fare in modo che “la Repubblica rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3 della Costituzione Italiana).

Viene inoltre riportato come sia fondamentale promuovere uno sviluppo umano integrale, cioè l’allargamento dello spazio di dignità e di libertà delle persone. L’idea di base è che la libertà sia interconnessa con la responsabilità di proteggere il bene comune e promuovere la dignità, la libertà e il benessere degli altri, tanto da raggiungere i poveri, gli esclusi e le generazioni future.

Vengono sintetizzati in 3 punti le modalità con cui realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile:

  • Creare innovazione in campo economico, sociale e ambientale nel quadro di un nuovo modello di Società Sostenibile. L’innovazione sostenibile infatti è l’unico modo per superare l’attuale crisi economica e sociale che sta investendo il Paese. “La sostenibilità nelle sue dimensioni inscindibili – quella economica e quella sociale (che include la tutela dell’ambiente, la promozione della salute e della dignità della persona) – è la grande sfida del XXI secolo”. Lo scopo è quello di sviluppare una vera Green economy per fermare il consumo del territorio, per difendere l’ambiente e per aumentare i livelli di salute e di qualità di vita (che non sono misurabili in termini di PIL).
  • Promuovere la cultura della sostenibilità. “In tal senso è necessario sostenere il mondo della scuola a trovare percorsi d’innovazione; promuovere la cultura, intesa come sviluppo di nuove competenze, diffusione delle conoscenze e delle buone pratiche”. Fondamentale è promuovere la cultura della sostenibilità tra i cittadini, in tutti gli strati sociali, con un approccio interdisciplinare, soffermandosi sui temi della salute e dell’ambiente.
  • Favorire in ogni modo la partecipazione attiva dei cittadini ai processi decisionali. Come enunciato dall’articolo 118 della nostra Costituzione, la Repubblica in tutte le sue articolazioni centrali e periferiche deve “favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Bisogna quindi creare una cittadinanza attiva, immaginando una Repubblica di cittadini, in cui non sia possibile prescindere dal coinvolgimento della popolazione in ogni decisione, specialmente in materia di tutela della salute e dell’ambiente.

L’obiettivo per il quale si deve lottare è quindi il “Rinnovare la società ripartendo dalla cittadinanza attiva in un’ottica di sostenibilità”.

di Benedetta Armocida

#G7 finanziario. Un forum su economia e povertà sfida il G7 sui temi dello sviluppo sostenibile e della salute globale

Bari, 12 maggio 2017. Si svolge quest’oggi nella capitale pugliese il Forum internazionale “Economia e povertà: politiche pubbliche per lo sviluppo sostenibile e la salute globale”;  apre i lavori il presidente della regione Puglia Michele Emiliano che in conferenza stampa ha presentato l’incontro come un evento totalmente scientifico che intende indurre il G7 a ragionamenti di alto profilo politico, come l’eliminazione delle diseguaglianze nel mondo, rispettando ambiente, diritti e giustizia: aspetti che spesso vengono trascurati rispetto alla contabilità generale degli Stati”.

Il forum è stato pensato al fine di cogliere l’opportunità offerta dal G7 Finanziario per porre l’attenzione dei governatori locali e nazionali sull’Economia reale dell’Italia, dell’Europa e del Mondo.

Si è voluto inserire dunque, all’interno dell’evento economico, una riflessione su fenomeni diventati sempre più attuali quali disagio e povertà, così da far emergere prospettive e proposte di nuovi modelli economici e di welfare e attuare politiche pubbliche che promuovano uno sviluppo rispettoso delle persone e dell’ambiente.

I lavori del forum si compongono di due sessioni, la prima affronta il tema dell’economia e della povertà, la seconda quello dello sviluppo sostenibile e salute globale. Particolarmente atteso è l’intervento dell’economista James Kenneth Galbraith, della Lyndon Johnson School of public affairs, presidente di “Economists for Peace and security” e direttore del “Joint Economy Committee” del Congresso Usa. Nella sessione che intende mettere in relazione salute globale e sviluppo sostenibile, intervengono tra gli altri Maria Neira, direttrice del dipartimento di salute e ambiente della Organizzazione mondiale della sanità (OMS), e Eduardo Missoni, uno dei massimi esperti del settore.

Al termine dei lavori è prevista la promulgazione del Manifesto di Bari, per un’economia al servizio della promozione umana, con l’adesione di comuni, scuole, imprese, enti di ricerca, cittadinanza attiva e terzo settore.

http://www.affaritaliani.it/puglia/g7-finanze-galbraith-al-vertice-di-br-emiliano-su-economia-poverta-477758.html?refresh_ce

di Debora Zucca

Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida