L’OMS lancia l’allarme: diffusi e in aumento gli abusi agli anziani

15 Giugno 2017 – Oggi è la Giornata Mondiale di Sensibilizzazione sugli abusi agli anziani.

In un mondo che continua ad invecchiare, circa 1 anziano su 6 sperimenta una qualche forma di abuso, cifra in crescita rispetto a quanto stimato e previsto in precedenza.

In un nuovo studio, sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e pubblicato su The Lancet Global Health, è emerso che quasi il 16% degli over 60 anni sono soggetti ad abusi psicologici (11,6%), abusi finanziari (6,8%), stato di abbandono (4,2%), abuso fisico (2,6%) o abuso sessuale (0,9%). La ricerca raccoglie i dati da 52 studi di 28 Paesi, di cui 12 sono Paesi a basso e medio reddito.

“L’abuso di persone anziane è in aumento, questo ha gravi costi individuali e sociali per i 141 milioni di anziani in tutto il mondo”, afferma Alana Officer, consulente di salute dell’OMS. “Dobbiamo fare molto di più per prevenire e rispondere all’aumento delle diverse forme di abuso”, che hanno un impatto sulla salute e il benessere dell’anziano. Sottolineando che “Nonostante la frequenza e le gravi conseguenze sanitarie, l’abuso degli anziani rimane uno dei tipi di violenza meno studiati ed affrontati nelle indagini e nei piani nazionali”.

Vi è quindi la necessità di informare e sensibilizzare su questo argomento, considerato finora un tabù.

Secondo le stime, entro il 2050, nel mondo il numero di persone ultra 60enni raddoppierà, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, raggiungendo i 2 miliardi. Se la percentuale di anziani vittima di abusi rimanesse costante, il numero di persone interessate aumenterà rapidamente a causa dell’invecchiamento della popolazione, crescendo a 320 milioni di vittime entro il 2050.

Il Dr Etienne Krug, direttore del Dipartimento di gestione delle malattie non comunicabili, disabilità, violenza e prevenzione delle lesioni dell’OMS dichiara che “i governi devono proteggere tutte le persone dalla violenza. Dobbiamo lavorare per mettere in evidenza questa sfida sociale e per attuare le necessarie misure preventive”.

In questi termini, nel maggio del 2016 – durante l’Assemblea Mondiale della Sanità – i ministri della sanità hanno promosso il piano d’azione dell’OMS per l’Invecchiamento e la Salute.

La strategia comprende il miglioramento degli studi epidemiologici, in particolare nei paesi a basso e medio reddito, dove i dati sono ancora scarsi e lo sviluppo di azioni preventive per rispondere efficacemente a questa tematica.

di B.A.

Kaiser/economist survey: In fin di vita gli americani si preoccupano dei costi delle cure, i giapponesi dei funerali e gli italiani dell’affetto dei propri cari

Il 27 aprile 2017 la Kaiser Family Foundation ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta in collaborazione con The Economist, che mette a confronto  esperienze e opinioni relative all’invecchiamento e alle cure mediche di fine vita in Giappone, Italia, Stati Uniti e Brasile.

L’inchiesta è stata condotta per telefono tra marzo e novembre 2016, usando campioni di telefonia (fissi e cellulari)  negli Stati Uniti (1.006), Italia (1.000), Giappone (1.000) e Brasile (1.233).
I quattro Paesi presi in esame attraversano un differente stadio di evoluzione in relazione all’invecchiamento della popolazione. Il Giappone, è il paese più “vecchio” del mondo, con un’aspettativa di vita lunga e il 27% della popolazione di età superiore ai 65 anni.
Anche l’Italia presenta un’aspettativa di vita lunga e il 21 % della popolazione anziana; la percentuale più alta fra le nazioni europee.

Gli Stati Uniti sono in una fase intermedia di invecchiamento, con una quota di popolazione sopra i 65 anni di età che si prevede crescerà dal 15 % (nel 2015) al 24 % entro il 2060.

Il Brasile ha invece a tutt’oggi una popolazione relativamente giovane, ma a causa dei mutamenti relativi ai tassi di mortalità e fertilità, si stima che la quota degli anziani possa raddoppiare (dal 7 al 14%) entro il 2031.
Dallo studio emerge come le differenze demografiche e culturali dei quattro Paesi influiscano sui modelli  istituzionali  e sulle modalità di cura legate al fine vita. La qualità delle cure disponibili e la percezione individuale delle cure ricevute sono fattori determinanti rispetto alle scelte e all’orientamento delle prestazioni di assistenza.
La maggior parte dei cittadini italiani, giapponesi e brasiliani affermano che spetta al governo la responsabilità primaria di prestare attenzione alla salute delle persone e ai bisogni di assistenza a lungo termine. Diversa è  la posizione degli americani che attribuiscono tale responsabilità, in parti pressoché uguali al governo (42%) e ai singoli/famiglie (44%).
Nello specifico, la maggior parte degli americani (62%) ritiene che il governo degli Stati Uniti “non è abbastanza preparato” o “non è affatto preparato” per affrontare l’invecchiamento della popolazione, mentre un terzo (35%) sostiene lo sia “molto” o “un po’”. Una maggiore differenziazione viene evidenziata, nelle opinioni degli americani, rispetto alla reale e concreta capacità del sistema sanitario e delle famiglie di far fronte alle richieste di cura e assistenza legate all’invecchiamento.
Emerge inoltre che nei quattro Paesi, la morte continua ad esser considerata un tabù del quale non si può parlare liberamente. Tuttavia, negli USA sono presenti quote più elevate di cittadini che hanno condiviso con i propri cari i desideri legati alle cure del fine della vita. Circa un quarto (27%) del totale della popolazione americana, tra cui la metà (51%) degli adulti di età superiore ai 65 anni, afferma di aver scritto i propri desideri per le cure legate a situazioni di grave malattia; tale pratica è molto più diffusa negli Stati Uniti rispetto a quanto avviene negli altri Paesi presi in considerazione.
Il sondaggio evidenzia che poco più della metà degli americani (56%) dice di aver avuto una conversazione seria con il coniuge, un genitore, un figlio o un’altra persona significativa circa i propri desideri per le cure di fine vita.  Ciò avviene maggiormente negli Stati Uniti rispetto a Italia (48%), Giappone (31%) e Brasile (34%).
Laddove esista la possibilità di scelta, la maggior parte degli americani (71%) afferma di preferire morire nella propria abitazione che in un ospedale, ma solo una quota più piccola (41%) si aspetta realmente di poterlo fare. Anche gli italiani, i brasiliani e i giapponesi si trovano ad affrontare simili divergenze tra i loro desideri e le loro aspettative.
Tra le persone che sono state coinvolte nel prendere decisioni mediche per una persona cara che è morta negli ultimi cinque anni, una grande maggioranza degli americani (89%) ha affermato di sapere ciò che i loro cari volevano rispetto alle cure di fine vita. Al contrario, in Italia, Giappone e Brasile, almeno un terzo di coloro che hanno preso decisioni mediche per una persona cara ha dichiarato di non sapere davvero quali fossero i desideri del loro amato.
Altro elemento posto in evidenza dalla ricerca riguarda l’aspetto percepito come più preoccupante dalle persone gravemente malate, che risulta essere strettamente connesso con il luogo nel quale si vive: negli Stati Uniti  (dove per via del modello sanitario le spese mediche possono essere estremamente elevate ) si considera fondamentale non far gravare sulle famiglie i costi delle cure mentre i giapponesi sembrerebbero più preoccupati per gli oneri derivanti dai funerali. In Brasile, dove il cattolicesimo è fortemente radicato, la priorità principale è quella di essere in pace spiritualmente, mentre per gli italiani la preoccupazione maggiore riguarderebbe la garanzia di essere circondati dall’affetto dei propri cari.

di Debora Zucca

Oltre cento milioni di persone con demenza nel 2050

Dementia - a public health prioritySe attualmente si calcola che le persone con demenza nel mondo siano 35,6 milioni, questa cifra si raddoppierà nel 2030, e diventerà tre volte tanto nel 2050, raggiungendo i 115,4 milioni. Questi sono i dati e le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, l’11 aprile 2012, ha presentato sul tema un nuovo rapporto, Dementia: a public health priority, redatto insieme con l’Alzheimer’s Disease International, federazione che riunisce 78 associazioni.
La demenza è diffusa in tutto il modo, con oltre la metà dei malati che vive nei Paesi a medio e basso reddito (58 per cento), una percentuale che potrebbe arrivare al 70 per cento nel 2050. E i costi per seguire queste persone sono alti, stimati globalmente superiori a 604 miliardi l’anno. Il titolo del nuovo rapporto sottolinea l’importanza di considerare la demenza una priorità nei programmi di salute pubblica, quando al momento soltanto 8 Paesi ne possiedono per questa condizione. Da qui la raccomandazione affinché vi siano programmi specifici per la demenza, con l’attenzione focalizzata su tre punti: il miglioramento della diagnosi, che vi sia e sia precoce; l’aumento della consapevolezza e conoscenza di questa patologia nella popolazione, con conseguente riduzione dello stigma sociale che porta all’isolamento del malato e delle persone che lo seguono; l’aumento del sostegno a chi si prende cura dei malati con demenza. (VC)

7 aprile. Giornata mondiale della salute. Per l’OMS è importante invecchiare bene e non andare in pensione

7 AprileIl 7 aprile è la Giornata mondiale della salute, che coincide con l’anniversario della costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che compie quest’anno 64 anni. “La buona salute aggiunge anni alla vita” è il tema associato alla giornata quest’anno dedicata all’invecchiamento.

E “Invecchiare bene: una priorità globale” è il titolo dell’editoriale che il Lancet dedica a questa ricorrenza.

A livello globale, stiamo invecchiando. Tra non più di cinque anni, per la prima volta nella storia, il numero di persone dai 65 anni di età supererà quello dei bambini di età inferiore a 5 anni. I progressi della medicina, lo sviluppo socio-economico, e la fertilità in calo hanno contribuito a questo cambiamento demografico, e i paesi devono adattarsi a questo cambiamento in modo positivo e inclusivo. L’invecchiamento della popolazione è spesso visto in termini negativi e gli anziani come un peso per la società, esso dovrebbe invece essere visto – scrive il Lancet – come qualcosa da celebrare. Le persone anziane possono infatti ancora dare un significativo contributo alla società attraverso le loro esperienze e conoscenze, all’interno delle famiglie e attraverso il lavoro sia retribuito e non retribuito. Purtroppo la maggior parte degli anziani non riceve le cure necessarie per prevenire malattie croniche – come quelle cardiovascolari – evitabili o controllabili. Inoltre, più di 250 milioni di persone anziane in tutto il mondo, sono affetti da disabilità da moderata a grave, come diminuzione della vista, demenza, perdita dell’udito e artrosi. E si stima che ogni anno 28-35% degli anziani soffrono delle conseguenze di cadute. Anche maltrattamento degli anziani è un serio problema di salute, che in gran parte sfugge alle statistiche perché non dichiarato.

Nell’odierna Giornata Mondiale della Salute, l’OMS intende farsi dunque promotrice della promozione di un invecchiamento sano e attivo, basato su comportamenti salutari, ambienti sani e cure preventive in tutte le età per prevenire lo sviluppo di malattie croniche. Insomma, mobilitandosi per un invecchiamento sano per tutti, l’OMS rilancia così l’obiettivo di altri tempi della “salute per tutti”: correva l’anno 1978 e ci si era impegnati a raggiungerlo per il 2000. Nel frattempo è invecchiata anche l’OMS, ed è in corso un vivace dibattito sulla riforma, che affronterà anche la prossima Assemblea Mondiale della Sanità (in maggio). L’anno prossimo l’OMS farebbe 65 anni, la speranza è che le forze che hanno sempre contrastato l’idea dell’OMS come autorità di coordinamento e direzione della sanità internazionale ed il suo potenziale ruolo regolatore non riescano a mandarla in pensione. (EM)