#MalattieNonTrasmissibili – Prevenire agendo su fattori di rischio e determinanti sociali di salute. Lo afferma il dr. Alessandro Demaio, responsabile medico dell’OMS

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Alessandro Demaio, responsabile medico del Dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il Dr. Demaio è anche il fondatore di NCDFREE, un movimento sociale globale contro le malattie non trasmissibili (NCD, Non Communicable Diseases, gruppo di patologie che comprende malattie cardiovascolari, neoplasie, patologie respiratorie croniche, malattie mentali e diabete).

 Dr. Demaio pensa che, ad oggi, sia data abbastanza attenzione alle NCDs?

Le NCD sono un complesso gruppo di malattie, che stanno assumendo rilievo solo nell’ultimo decennio. Già il nome, che inquadra un gruppo di malattie con qualcosa che non è, fa capire come negli anni passati si sia data maggiore priorità ad altre patologie, specialmente quelle infettive. Con l’allungarsi dell’aspettativa di vita e l’industrializzazione le NCD hanno cominciato ad avere un ruolo più definito. Oggi stiamo lavorando per favorire la conoscenza di questo gruppo di malattie e sono stati effettuati grandi passi in avanti grazie all’inserimento delle NCD nell’Agenda degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS). Bisogna in ogni modo incentivare la prevenzione e l’attuazione di politiche che indirizzino ad un netto miglioramento.

Vi è la necessità di dedicarsi alla diffusione e divulgazione, educando, informando e lavorando a livello nazionale e implementando il ruolo delle politiche territoriali.

È importante creare delle strutture e strategie cui i governi possano fare riferimento, bisogna rendere consapevoli le comunità e le istituzioni che le NCD sono un grande problema di salute pubblica.

Quali sono attualmente le maggiori difficoltà riscontrate nell’intervento sulle NCD?

La complessità di intervento è dovuta alla particolare interconnessione tra le NCD e i determinanti sociali. Vi è infatti una forte interconnessione tra i fattori di rischio e le patologie, e tra queste e i determinanti sociali – tra cui la povertà, l’ambiente e in associazione ad esso l’inquinamento e il cambiamento climatico, il cibo, il livello di educazione, gli standard di vita e la disoccupazione. Oltre a ciò si è visto come altri determinanti sociali della salute – la situazione politica, lo sviluppo economico e la stabilità, le risorse naturali e ambientali e il mercato – influenzino lo svilupparsi delle NCD.

Quali sono quindi gli interventi da realizzare per intervenire concretamente sulle NCD?

La risposta ancora una volta è complessa, in quanto l’argomento include un lavoro di interazione tra settore pubblico e privato. Soprattutto in ambito politico, in situazioni vulnerabili e di instabilità, come nel caso di Paesi non democratici, è molto difficile agire. Inoltre spesso c’è una connessione anche con il modello di sviluppo. Bisogna quindi condividere e guidare le politiche urbane a livello nazionale e internazionale verso piattaforme comuni atte all’investimento verso l’impostazione di un miglioramento della qualità di vita della popolazione.

È fondamentale avere come obiettivo la riduzione delle morti per malattie prevenibili. Si stima che l’80% delle NCD siano prevenibili riducendo i fattori di rischio come il consumo di tabacco e di alcol, i grassi e il sale nella dieta, prevenendo l’obesità e promuovendo l’attività fisica, e migliorando le condizioni ambientali, come la qualità dell’aria.

Come già detto, sono un forte sostenitore dell’influenza dei determinanti sociali di salute sullo sviluppo di queste patologie. Dobbiamo concentrarci sui sistemi complessi che causano la malattia, molto prima che questa si sviluppi. Ciò significa che i professionisti sanitari e gli esperti devono lavorare con tutti i settori e in maniera tangibile. Le NCD offrono una grande piattaforma in tale contesto, perché includono una vasta gamma di patologie che hanno forti soluzioni multisettoriali. Questi includono cambiamenti nella pubblicità, nei trasporti, nel sistema alimentare. C’è quindi bisogno di un lavoro di interconnessione tra sistemi sanitari, imprese, scienza, politica e settore privato.

Si comprende quindi che non si può agire sulle NCD se non si interviene prima sui determinanti sociali di salute e sulle disuguaglianze.

intervista di Benedetta Armocida

#Nutrizione – Alimenti sani, acqua pulita e servizi sanitari accessibili a tutti sono le basi per sconfiggere la malnutrizione. Lo afferma il direttore del dipartimento per la nutrizione dell’OMS, Dr. Francesco Branca

In occasione della 70esima Assemblea Mondiale della Sanità abbiamo intervistato il Dr. Francesco Branca, direttore del dipartimento di Nutrizione per la Salute e lo Sviluppo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che ha delineato i piani dell’Organizzazione per fronteggiare le varie forme di malnutrizione e le prospettive future in ambito di nutrizione.

Dottor Branca, quale pensa sia l’impatto e il ruolo della globalizzazione e dei determinanti sociali sul double burden1 (doppio carico di malattia) in tema di malnutrizione?

Siamo passati da una situazione in cui le forme di malnutrizione erano in qualche modo polarizzate nelle diverse zone del modo – denutrizione cronica e acuta nei paesi poveri e sovrappeso e obesità in quelli ricchi – ad un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità a partire dalle prime fasi della vita anche nei paesi a medio e basso reddito. Quindi per effetto della globalizzazione abbiamo assistito ad un cambiamento dei sistemi alimentari, con il manifestarsi di una coesistenza di varie forme di malnutrizione non solo nello stesso paese, ma spesso anche nelle stesse comunità.

In passato avevamo paesi che, per motivi di reddito, di sistema produttivo e di efficienza del sistema di salute, avevano una maggiore prevalenza di forme di malnutrizione acuta (come lo stunting2, il wasting3), legate prevalentemente all’insufficienza e all’insicurezza alimentare, alle malattie trasmissibili – soprattutto quelle che provocano diarree – e ai problemi legati all’inadeguatezza delle cure parentali. Separatamente avevamo la parte di mondo ad alto reddito dove è cresciuta rapidamente la prevalenza del sovrappeso, dell’obesità e delle malattie correlate ad una dieta poco salutare.

Attualmente, per effetto della globalizzazione i sistemi alimentari si sono modificati. L’aumento dell’urbanizzazione, anche nei paesi poveri, la crescente dipendenza da alimenti trasformati industrialmente e in generale l’adozione di modelli alimentari e stili di vita più simili a quelli occidentali hanno determinato un rapido incremento del sovrappeso e dell’obesità anche nei paesi a medio e basso reddito.

A ciò va aggiunta la dimensione biologica. Come è emerso da diversi studi un bambino nato con basso peso – per effetto di una malnutrizione in utero – o che abbia sofferto di denutrizione cronica nei primi mesi di vita se esposto ad un ambiente alimentare più ricco di energie, in particolare di grassi e zuccheri, è più facilmente predisposto a sviluppare uno squilibrio metabolico e malattie croniche, tra cui ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari e obesità.

È inoltre necessario parlare di una terza forma di malnutrizione, la carenza di vitamine e minerali – che può coesistere con gli altri due tipi. Infatti, nonostante la dieta possa essere sufficiente in termini di calorie, se poco varia e insufficiente in alimenti animali, frutta e verdura, svilupperà una malnutrizione da insufficienza di ferro, di zinco, di acido folico e dei precursori della vitamina A.

È importante quindi far passare il messaggio che attualmente nella lotta alla malnutrizione non si agisce solo sulla quantità di cibo, ma soprattutto sulla qualità.

 Ad oggi, qual è la preoccupazione maggiore in ambito di doppio carico di malattia riferito alla malnutrizione e dove è più difficile agire?

In primis, la comprensione del problema. Il riconoscimento del problema permette di descriverlo, soprattutto perché siamo abituati a lavorare con agenzie per lo sviluppo o con governi che si sono specializzati nel trattare una sola forma di malnutrizione, quella per difetto.

Poi è fondamentale la descrizione delle soluzioni. In una situazione in cui le risorse sono limitate c’è la tentazione di concentrarsi su un solo aspetto considerandolo il prevalente. Questo però a scapito della possibilità e dell’opportunità di lavorare sulle due forme simultaneamente – azione che in realtà sarebbe possibile intraprendere. In questo ambito vanno menzionati tutti quegli interventi che determinano e generano una sana alimentazione nei primi mesi di vita, come l’allattamento al seno – importante sia per prevenire la denutrizione acuta che l’obesità. Segue, l’adeguata alimentazione tra i 6 e i 24 mesi di vita, la cosiddetta alimentazione complementare, che deve avere un contenuto di nutrienti sufficienti a soddisfare i bisogni, senza eccedere. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza, in quanto nei paesi a medio reddito e in quelli in transizione anche l’alimentazione complementare è eccessivamente ricca in zuccheri, grassi e sale, con il conseguente rischio di compromettere lo stato nutrizionale fin dai primi anni di vita.

Inoltre, bisogna monitorare e correggere quegli interventi che erano stati concepiti per una forma di malnutrizione, ma che possono creare problemi all’altra, come quelli messi in atto in America Latina che avevano lo scopo di correggere la denutrizione, soprattutto quella moderata o cronica. Tra questi rientrava la distribuzione di alimenti ad alto contenuto energetico e ciò ha determinato facilmente l’aumento della prevalenza dell’obesità.

Altri esempi sono i programmi di distribuzione di alimenti nelle scuole primarie, realizzati per correggere il ritardo di crescita, ma che purtroppo hanno portato all’aumento del sovrappeso in quanto, in quella fascia di età, le possibilità di recupero per il ritardo di crescita sono più limitate. C’è allora la necessità di sviluppare programmi di trattamento della malnutrizione in maniera diversificata, a partire dal bisogno specifico.

È necessario lavorare sulla qualità e sul contenuto di vitamine e minerali, piuttosto che concentrarsi sull’apporto calorico e sulla composizione in macronutrienti, che ha portato a utilizzare cibi ad alta densità energetica ricchi di zuccheri e di grassi.

Un’altra considerazione riguarda il cambiamento del sistema alimentare. È necessario evitare la deriva verso un sistema alimentare che dipenda eccessivamente dagli alimenti industrialmente trasformati, con l’abbandono delle tradizioni alimentari, del consumo di alimenti freschi e di prodotti fatti in casa, come si è assistito nei paesi ad alto reddito.

In questo ambito il Brasile, ad esempio, sta attuando una politica strategica atta a ridurre la crescita della quota di alimenti ultra processati, che attualmente è pari a circa il 30%. A differenza di paesi come Regno Unito e Stati Uniti d’America in cui la percentuale si aggira al 50-60%.

Rimanendo su questo argomento quali sono le strategie che i governi stanno mettendo in atto per ridurre il doppio carico di malattia proprio della malnutrizione?

Non c’è una concreta strategia di azione sul doppio carico di malattia da parte di alcuni paesi, ma c’è una crescente consapevolezza che sia necessario agire.

Potremmo portare l’esempio del Bangladesh, dove oltre ai gravi problemi di malnutrizione cronica sono presenti anche sovrappeso e obesità e attualmente è stata capita l’importanza di agire su quest’ultime.

Per quanto concerne l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il primo problema da affrontare è stato quello di creare una visione comune sulle soluzioni da proporre. Bisognava infatti cambiare prospettiva e non parlare più soltanto di malnutrizione per difetto, ma agire su tutte le sue forme. In tal senso, un grande incentivo è stato dato nel 2012 dall’approvazione da parte dell’Assemblea Mondiale della Sanità di 6 obiettivi globali per la riduzione dello stunting, del wasting, del sovrappeso, del basso peso alla nascita, dell’anemia e dell’allattamento al seno. Successivamente, nel 2014 con la Conferenza Internazionale sulla Nutrizione i governi si sono impegnati a ridurre la malnutrizione attraverso azioni sul sistema agroalimentare, sul sistema sanitario, sulla sicurezza sociale, sull’ambiente; e nel 2015 i governi hanno inserito tra gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (OSS) l’eliminazione della malnutrizione in tutte le sue forme. Nel 2016 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che il 2016-2025 sara’ il Decennio di Azione per la Nutrizione, nel quale i governi e le istituzioni internazionali si impegneranno a moltiplicare le azioni e gli investimenti per eliminare la malnutrizione.

L’altro aspetto era comprendere se ci fossero delle risposte possibili e quindi dimostrare che si possono sviluppare progetti in maniera diversa. In questo ambito, l’OMS insieme ad altre Organizzazioni delle Nazioni Unite, come il Programma Alimentare Mondiale (PAM), stanno lavorando per formulare diversamente i programmi di alimentazione nelle scuole.

Per quanto concerne i Paesi si sta assistendo ad un aumento del controllo del sistema alimentare. Fino a poco tempo fa vigeva l’idea che il sistema alimentare dovesse essere regolato dalle leggi di mercato e non si dovesse intervenire direttamente, mentre oggi c’è una maggiore consapevolezza della necessità di un intervento, ad esempio ci sono oltre 20 paesi che hanno stabilito forme di tassazione su bevande e cibi. Altre metodiche attuate e che possono essere ulteriormente sviluppate si basano sui controlli della pubblicità e dell’etichettatura dei prodotti. Risulta fondamentale informare il consumatore, non solo dando dei messaggi generici, ma fornendo il messaggio giusto nel momento in cui si compiono le scelte. Diversi paesi tra cui l’Ecuador, l’Iran, il Cile, la Gran Bretagna stanno lavorando in questi ambiti.

Inoltre è emersa l’idea che attraverso la riformulazione dei prodotti si possa avere una dieta sana, ad esempio ci sono state diverse esperienze sulla riduzione del sale, degli acidi grassi trans e recentemente dello zucchero aggiunto, ma c’è ancora moltissimo da fare.

intervista di Benedetta Armocida

  1. Double burden della malnutrizione: è l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, o altre malattie associate alla dieta, tra individui, all’interno di famiglie e nelle popolazioni.
  2. Stunting: ridotta crescita in altezza per l’età. Questo riflette un processo di mancato raggiungimento del potenziale di crescita lineare a causa di condizioni di salute e/o nutrizionali non ottimali. Secondo gli standard di crescita del bambino dell’OMS ci si riferisce ai bambini di età compresa tra 0 e 59 mesi, la cui altezza per età è inferiore a due deviazioni standard (moderata e grave) e meno di tre deviazioni standard (grave) rispetto la mediana.
  3. Wasting: ridotto peso per l’altezza. Il wasting indica nella maggior parte dei casi un recente e grave processo di perdita di peso, spesso associato alla carestia o a gravi malattie.

 

 

Obesità: la nuova epidemia della società del benessere

 

food

23 luglio 2017 –  I dati riportati dall’Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo Economico nel Report annuale sull’Obesità 2017 sono alquanto preoccupanti.

Sebbene cresciuta ad un ritmo più lento rispetto al passato, l’obesità – da alcuni ritenuta la malattia del Ventunesimo secolo e definita come una vera e propria epidemia – negli ultimi cinque anni si sta diffondendo in modo sempre più capillare in tutti i paesi studiati oggetto del report.

Ad oggi infatti, nei paesi dell’area OCSE, un adulto su due e un bambino su sei risulta essere in sovrappeso o obeso; i tassi più elevati di obesità si registrano negli Stati Uniti, in Messico, Nuova Zelanda e Ungheria, mentre quelli più bassi si trovano in Giappone e Corea del Sud.

Si prevede un ulteriore aumento del numero di persone in condizione di sovrappeso o già ritenute obese entro il 2030 e sembra che in Svizzera e Corea del Sud tale aumento stia avvenendo più velocemente rispetto ad altri paesi.

Assumono una notevole rilevanza inoltre le diseguaglianze sociali connesse con il sovrappeso e l’obesità, specialmente tra le donne: in circa metà degli otto paesi per i quali i dati risultano disponibili, infatti, le donne poco istruite hanno una probabilità due o tre volte superiore di essere in condizioni di sovrappeso o obese rispetto a quelle con un un livello più elevato di istruzione.

Come si può intervenire per contrastare questa nuova epidemia?

É possibile affermare che negli ultimi anni sono emerse e sono state poi messe in atto diverse strategie: molti paesi dell’area OCSE (tra i quali Belgio, Cile, Finlandia, Francia, Messico e Ungheria) stanno facendo ricorso a politiche fiscali per aumentare il prezzo di prodotti non salutari, per incoraggiare il consumo di quelli salutari; la comunicazione commerciale sta avendo un ruolo sempre più determinante  nel condizionare le scelte degli alimenti da acquistare: maggior chiarezza delle informazioni nutrizionali contenute nelle etichette alimentari, campagne condotte dai mass media per sensibilizzare il consumo di prodotti salutari, uso dei social network e delle nuove tecnologie per realizzare campagne di promozione della salute, nonché un rinforzo della regolazione della commercializzazione di potenziali prodotti non salutari, specialmente se destinati ai bambini. Infine a livello politico sono da segnalare interventi di promozione del consumo di alimenti salutari nelle scuole di ogni ordine e grado.

Comunicazione e regolamentazione di politiche fiscali sembrano costituire quindi le principali strategie per affrontare il problema dell’obesità in modo efficace.

L.G.

L’impatto del consumo di alimenti sui cambiamenti climatici. Il cibo sostenibile per un pianeta sostenibile

Il 7 luglio è stato pubblicato su The Lancet Planetary Health l’articolo “Sustainable food for a sustainable planet in cui si parla dell’impatto della produzione e del consumo di alimenti sull’ambiente, come essi contribuiscano al cambiamento climatico e quali siano le migliori strategie per sviluppare un’alimentazione sostenibile.

Il settore alimentare rappresenta circa il 30% del consumo totale di energia mondiale e circa il 22% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Con la popolazione mondiale che dovrebbe raggiungere circa i 9 miliardi entro il 2050 e con il deterioramento continuo delle risorse planetarie, diventa essenziale controllare e gestire la produzione e il consumo di cibo per la salvaguardia del nostro pianeta.

Il 20 maggio 2017, è stata pubblicata una relazione sulle linee guida sostenibili in Europa dall’Associazione europea per la salute pubblica (EUPHA). Sulla base di un’analisi pubblicata nel 2016, la relazione ha rilevato che solo due paesi in Europa – Germania e Svezia – includono raccomandazioni sostenibili nei loro orientamenti alimentari, mentre Brasile e Qatar sono i migliori paesi al di fuori dell’Europa. Altri, come il Regno Unito e gli USA, forniscono consigli su diete sostenibili, ma non dispongono di politiche a sostegno.

Se finora, gli esperti di sanità pubblica in materia di nutrizione hanno studiato come l’alimentazione incida sulla salute e possa essere un fattore di rischio per lo svilupparsi di malattie, soprattutto quelle cardiovascolari, tumori, diabete di tipo 2 e malattie renali croniche, oggi si trovano ad affrontare nuovi problemi posti da un sistema alimentare globalizzato. Il cibo che mangiamo infatti ha un forte impatto ambientale, come il cambiamento climatico e le emissioni di gas a effetto serra, l’uso eccessivo dell’acqua, i rifiuti alimentari e lo sfruttamento degli ecosistemi.

Si parla quindi di cibo sostenibile per un pianeta sostenibile.

Quando parliamo di cibo sostenibile non si intende il mangiare bene, che spesso coincide esclusivamente con il buon gusto del cibo, ma anche e soprattutto una migliore comprensione di come e dove il cibo è prodotto, quali sono le condizioni delle persone che lo producono e il viaggio dei prodotti alimentari prima di raggiungere la nostra tavola.

Nello studio tra le strategie per ridurre l’impatto ambientale vengono menzionate l’agricoltura naturale, che utilizza tecnologie per aumentare l’efficienza dell’acqua, come l’irrigazione a goccia, e l’uso di energia solare. Si parla anche di agricoltura diversificata che aumenta la biodiversità, protegge il suolo e preserva gli ecosistemi, rispetto ad un’agricoltura convenzionale, che impiega pesticidi e fertilizzanti. Inoltre, nonostante il passaggio da sistemi agricoli tradizionali verso quelli alternativi – come l’agricoltura biologica – offrirà benefici ambientali, la strategia che apporterà maggiori risultati sarà l’indirizzamento dell’alimentazione verso cibi a basso impatto ambientale – come quelli vegetali – proprio come emerge in Lettere di ricerca ambientale di Clark e Tilman.

Per ottenere un impatto positivo sull’ambiente bisogna quindi aumentare il consumo di alimenti vegetali, promuovere gli alimenti locali, nonché ridurre i rifiuti alimentari, consumare pesce proveniente da fonti sostenibili e ridurre il consumo di carni rosse e lavorate.

Nonostante la nutrizione e la sostenibilità siano tematiche di alta priorità nell’agenda politica globale, l’alimentazione sostenibile dovrebbe essere maggiormente promossa attraverso l’attuazione di strategie e politiche sia a livello dell’Unione Europea che a livello nazionale. I governi, le autorità locali, gli agricoltori, gli ambientalisti, i rappresentanti dell’industria alimentare, le organizzazioni di vendita al dettaglio e le organizzazioni non governative dovrebbero lavorare insieme per sviluppare un’alimentazione sostenibile per una popolazione in continua crescita.

di B.A.