Malaria: viaggiare informati

Nel 2015, secondo le stime elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni e hanno portato alla morte di circa 429 mila persone, principalmente tra gli abitanti delle aree tropicali del mondo, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana.

Per l’alta incidenza della patologia in queste aree geografiche-definite endemiche per malaria- e per i rischi per la salute ad essa correlati, risulta necessario che ogni viaggiatore che intenda recarsi in queste zone sia adeguatamente informato e conosca le misure preventive da attuare per ridurre il rischio di infezione.

A seconda del luogo del viaggio, della durata della permanenza, del periodo dell’anno in cui il viaggiatore si trova nella zona endemica, della sistemazione che avrà nel paese tropicale e delle condizioni di salute pre-esistenti, potrà essere definito il profilo di rischio di ogni viaggiatore, che determinerà il tipo di profilassi che dovrà mettere in atto.

L’area geografica di destinazione è uno dei maggiori determinanti di rischio. L’OMS divide i paesi tropicali in paesi ad alto, basso o minimo rischio a seconda dell’incidenza della malaria- misurata come i casi di malaria su 1000 abitanti in un anno- e del numero di viaggiatori infettati in un anno su 100.000.

Le linee guida della Società Italiana di Medicina Tropicale e salute Globale (SIMET), sottolineano che l’entità della trasmissione della malaria può essere molto variabile all’interno della stessa zona geografica o dello stesso Paese, per esempio è maggiore nelle zone rurali- solitamente più umide- che nelle aree urbane. I dati relativi alla distribuzione geografica della malaria e i profili di rischio di ogni paese possono essere reperiti sul sito web dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Un altro importante determinante di rischio è il periodo dell’anno in cui il viaggiatore si recherà nella zona endemica; infatti la stagione umida o delle piogge (periodo estivo) espone il viaggiatore a un maggior rischio di infezione poiché il clima umido è più favorevole alla riproduzione della zanzara Anopheles (vettore della malaria e responsabile dell’infezione). Anche la durata di permanenza e la sistemazione scelta dal viaggiatore incidono sul rischio di infezione: i viaggi di breve durata e la sistemazione all’interno di un albergo con aria condizionata, zanzariere impregnate al letto e zanzariere fisse, espongono il viaggiatore a un minor rischio.

Oltre ai determinanti ambientali esistono anche fattori individuali che predispongono maggiormente al rischio di infezione e di complicanze gravi e che dunque devono essere presi in considerazione. Tra le persone esposte a un rischio maggiore, le linee guida SIMET inseriscono le donne in gravidanza, i bambini, gli anziani e i portatori di patologie croniche nonché gli individui originari di zona endemica che si sono stabiliti in area non endemica; infatti “questi individui hanno perso la loro pur parziale protezione immunitaria, e possono avere minore accesso a corrette informazioni sulla prevenzione, soggiornare in sistemazioni meno protette, ed avere una ridotta percezione del rischio” [SIMET 2013].

Partendo dal profilo di rischio del viaggiatore, risulta di importanza fondamentale personalizzare la strategia di prevenzione della malaria, che, secondo l’OMS, si basa su 5 punti fondamentali: la consapevolezza del rischio, la prevenzione delle punture d’insetto, la chemioprofilassi, la diagnosi e il trattamento presuntivo di emergenza.

La consapevolezza e la prevenzione delle punture devono essere considerati indipendentemente dal rischio a cui si espone il viaggiatore; infatti la consapevolezza di soggiornare o di aver soggiornato in una zona dove la malaria è presente permette di adottare misure pratiche di prevenzione adeguate e di sospettare l’infezione nel caso di episodi febbrili e garantire una cura tempestiva, mentre la prevenzione dalle punture riduce l’esposizione al vettore infettante.

La prevenzione può essere fatta attraverso l’adozione di comportamenti atti a evitare la puntura, come la protezione durante le ore notturne nel caso in cui si trascorra del tempo all’aperto o si dorma in ambienti non protetti- indossando indumenti a maniche lunghe, calze spesse e di colore chiaro o utilizzando prodotti chimici insetto-repellenti- oppure tramite l’utilizzo di zanzariere da letto a maglie strette, zanzariere fisse alle finestre e di aria condizionata.

La chemioprofilassi antimalarica, la diagnosi e il trattamento presuntivo d’emergenza devono essere considerate a seconda dell’entità del rischio.

In un paese ad alto rischio le linee guida raccomandano la chemioprofilassi come prima scelta e la diagnosi o il trattamento presuntivo nel caso in cui la prima scelta non sia possibile, mentre in un paese a basso rischio viene indicata come prima scelta la diagnosi e/o il trattamento presuntivo d’emergenza. Per i viaggiatori che si recano in una zona in cui il rischio è minimo viene raccomandato solamente di rivolgersi a un presidio medico per l’eventuale diagnosi.

Nel caso in cui un viaggiatore presenti segni e sintomi compatibili con una malaria (in primis la febbre) deve farsi valutare da un medico entro 24 ore dalla loro insorgenza, anche nel caso in cui stia assumendo la chemioprofilassi antimalarica o sia tornato da meno di un anno dal viaggio.  La diagnosi deve essere effettuata in un centro in cui sia disponibile l’esame microscopico (goccia spessa) o, nel caso in cui non sia presente, un kit per il test immunologico.

Il trattamento presuntivo d’emergenza o autotrattamento, che consiste nell’assunzione di un ciclo completo di terapia, è una misura temporanea che il viaggiatore può utilizzare nel caso in cui non possa recarsi dal medico entro 24 ore dalla comparsa della febbre.

Per rendere l’aderenza effettiva tutte le misure elencate dovranno essere modellate sulle esigenze del viaggiatore.

di Sara Gaiera

ECLAC/WFP. In America Latina un “doppio carico” di denutrizione e obesità che costa miliardi

Il 24 aprile, la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC) e il Programma Alimentare Mondiale (WFP) hanno pubblicato i risultati della ricerca congiunta tesa a stimare le perdite di produttività, salute e istruzione in Cile, Ecuador e Messico.

Secondo la ricerca “The Cost of the Double Burden of Malnutrition: Social and Economic Impact”, l’impatto combinato di denutrizione e sovrappeso/obesità, noto come il “doppio carico della malnutrizione”, è costato miliardi di dollari alle economie dell’America Latina.

Il rapporto evidenzia come la malnutrizione – intesa sia come denutrizione che sovrappeso/obesità -abbia un impatto negativo sulle malattie, sui tassi di mortalità, sulla produttività e sulle prestazioni educative, con enormi conseguenze economiche per i soggetti affetti, per le comunità e i paesi.

Secondo lo studio, come conseguenza della malnutrizione il prodotto interno lordo (PIL) di ciascun paese si starebbe riducendo di anno in anno, con perdite stimate a 500 milioni di dollari in Cile, 4,3 miliardi di dollari in Ecuador e 28,8 miliardi di dollari in Messico, che rappresentano rispettivamente lo 0,2%, il 4,3% e il 2,3% del PIL.

“Negli ultimi dieci anni in molti paesi a reddito medio sono stati fatti grandi progressi nella riduzione della denutrizione. Nonostante il problema persista, adesso assistiamo ad una contemporanea presenza di denutriti e di soggetti in sovrappeso all’interno delle stesse famiglie”, ha detto il Direttore Regionale del WFP, Miguel Barreto.

Le stime sono spaventose: nonostante la denutrizione sia in diminuzione, la sovranutrizione è divenuto un grande problema sociale ed economico nella regione. Tra il 2014 e il 2018 si valuta che, il sovrappeso e l’obesità, costeranno in media all’anno 1 miliardo di dollari in Cile, 3 miliardi di dollari in Ecuador e 13 miliardi di dollari in Messico.

Lo studio raccomanda misure governative di educazione alimentare e programmi di attività fisica. È necessario inoltre incoraggiare l’industria alimentare a lavorare con i governi per garantire la produzione, la disponibilità e l’accessibilità a prodotti alimentari più sani e a svolgere un ruolo positivo e responsabile nell’educare i consumatori a scelte salutari.

https://www.wfp.org/news/news-release/double-burden-undernutrition-and-obesity-cost-latin-america-billions-says-new-repo

di Benedetta Armocida

Uganda. In tribunale la salute pubblica batte gli interessi dell’industria del tabacco

Il 24 aprile il quotidiano ugandese Observer, ha messo in evidenza le strategie delle Transnazionali del tabacco per affondare la legge varata a difesa della salute pubblica, con un’interessante analisi del conflitto giudiziario tra Industria del tabacco e lo Stato in quel Paese.

Il tabacco è la causa principale di morte evitabile a livello mondiale. L’uso di tabacco è associato a un aumento del rischio di diversi tumori. Il fumo di tabacco ha causato il 27 per cento di tutte le morti per tumore nel 2015. Il fumo attivo e passivo causano ogni anno il 19 per cento di tutti i casi di cancro.

Il 21 maggio 2003, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato una Convenzione Quadro per il Controllo del Tabacco a livello internazionale (FCTC); uno degli accordi internazionali più rapidamente ratificati nella storia delle Nazioni Unite. La Convenzione Quadro (FCTC) cerca di “proteggere le generazioni attuali e future dalle conseguenze devastanti per la salute a livello sociale, ambientale ed economico del consumo di tabacco e dall’esposizione al fumo di tabacco” adottando una serie di norme universali che indicano i pericoli del tabacco e limitano il suo uso in tutte le forme, in tutto il mondo. Le disposizioni del trattato prevedono norme che regolano la produzione, la vendita, la distribuzione, la pubblicità e la tassazione del tabacco. Le norme FCTC rappresentano i requisiti minimi, ma in questo modo i firmatari sono incoraggiati a essere ancora più rigorosi nella regolamentazione del tabacco.

In questa cornice, Kenya e Uganda sono due paesi dell’Africa Orientale in cui è importante l’influenza di una delle più grandi industrie di tabacco, la British American Tobacco (BAT).

In Uganda, la BAT controlla l’85% del mercato di tabacco nel paese e tutto il sistema di coltivazione del tabacco. In Kenya la percentuale scende intorno al 70% ma rimane molto indicativa. Il Kenya ha firmato e ratificato la Convenzione Quadro sul tabacco nel 2004, mentre l’Uganda l’ha firmata nel 2004 e ratificata nel 2007. In seguito, entrambi i paesi hanno approvato e adottato una legge sul controllo del tabacco, nel 2007 e nel 2015, in cui hanno individuato alcune accortezze tra cui: un contributo annuo da parte dell’industria del tabacco per contribuire a finanziare l’istruzione, la ricerca e la cessazione del controllo del tabacco, avvisi grafici sui pacchetti, divulgazione degli elementi presenti nelle sigarette, divieto di fumo in luoghi pubblici, divulgazione delle vendite annuali del tabacco e altre divulgazioni di settore, regolamenti che limitano l’interazione tra l’industria del tabacco e gli agenti della sanità pubblica etc.

Dopo aver cercato in tutti i modi di far saltare l’accordo internazionale, dopo la ratifica dell’FCTC e il successivo varo delle corrispondenti leggi nazionali, le grandi industrie hanno continuato ad influenzare, anche svincolandosi dai controlli. In Uganda, per esempio, la BAT ha intentato una causa legale contro la legge controllo sul tabacco finalizzata alla prevenzione e alla riduzione dell’uso del tabacco. Nel 2015, in particolare, appellandosi alla corte costituzionale in Kenya, chiedeva di dichiarare incostituzionale la legge sul controllo di tabacco. Il giudizio però, sia in prima istanza che in corte d’appello è stato a favore della salute, pubblica. Il tribunale di appello in Kenya ha discusso a lungo sull’importanza di attuare la Convenzione Quadro dell’OMS, concludendo che l’attuazione della convenzione o degli orientamenti non erano affatto in conflitto con la Costituzione.

Il tribunale, pur considerando le affermazioni della BAT, ha analizzato il contesto generale costituzionale e sociale in cui sono state fatte le accuse di violazione. Ha sottolineato la necessità di bilanciare i diritti del firmatario contro i diritti degli altri. Ha considerato i diritti di chi vuole commerciare nel tabacco, di coloro che vogliono fumare, dei consumatori di prodotti di tabacco e del pubblico generale esposto agli effetti del tabacco.

La BAT non ha potuto negare che i prodotti del tabacco abbiano effetti negativi sui consumatori e sulle persone innocenti che diventano fumatori passivi inalando il fumo di seconda mano. E la Corte ha fatto prevalere le esigenze di salute pubblica sui diritti di proprietà intellettuale dell’industria del tabacco.

Le argomentazioni dell’industria riguardo alle ingenti tasse che è tenuta a pagare, sono state ritenute inadeguate, poiché il settore sanitario spende all’incirca tre volte l’importo versato dall’industria per sovvenzionare le cure finalizzate a eliminare gli effetti negativi del fumo.

Il tribunale di appello ha affermato che la BAT è in una posizione peculiare perché i suoi prodotti sono già stati associati a una moltitudine di malattie gravi.

L’industria del tabacco non può dunque essere paragonata ai produttori di altri prodotti non nocivi. Lo Stato è tenuto a proteggere la salute dei suoi cittadini, sia consumatori sia non consumatori di tabacco.

La corte ha persino stabilito che gli effetti negativi dei prodotti del tabacco superano quelli della minaccia del terrorismo. Con la sentenza è stato lanciato un forte messaggio: non solo le affermazioni legali della BAT sono infondate, ma non sarà tollerata alcuna interferenza dell’industria di tabacco nell’applicazione delle leggi emanate con l’obiettivo di proteggere la salute pubblica.

Allo stato attuale, la Convenzione Quadro sul Controllo del Tabacco è stata firmata e ratificata da 180 paesi nel mondo; tra i paesi che hanno firmato, ma non ancora ratificato la Convenzione, troviamo anche Svizzera e Stati Uniti d’America.

http://allafrica.com/stories/201704240565.html

http://www.who.int/fctc/signatories_parties/en/

di Katia Bortolozzo

OMS/OPS: il Messico è il primo paese delle Americhe ad aver eliminato il tracoma

Il 24 aprile 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che il tracoma in Messico non è più un problema di salute pubblica.

Il tracoma è la principale causa infettiva di cecità nel mondo. L’agente causale, è il microorganismo Clamidia trachomatis  che si trasmette da persona a persona  per contatto tramite secrezioni oculari e nasali, e  La trasmissione, ancora attiva in 41 paesi,  è legata alle condizioni igieniche, quindi colpisce popolazioni povere e isolate; nelle Americhe è ancora endemico in Brasile, Guatemala e Colombia.

Il Messico è il primo paese delle Americhe e il terzo al mondo, dopo l’Oman e il Marocco, a ricevere la convalida da parte dell’OMS per aver eliminato il tracoma.

“Questo è un momento storico per la salute pubblica in Messico e in America”, ha affermato Carissa F. Etienne, direttrice dell’Organizzazione Pan-Americana di Salute (OPS), ufficio regionale dell’OMS per le Americhe. “L’eliminazione di una malattia non viene raggiunta ogni giorno”, riconoscendo “gli sforzi decennali delle autorità messicane, degli operatori sanitari e delle comunità per migliorare la loro salute e la qualità di vita e per porre fine a questa malattia della povertà”.

In Messico, la malattia era endemica in 246 comunità di cinque comuni dello Stato del Chiapas, con un totale di 146.207 persone affette. Le azioni per combattere il tracoma sono state rafforzate nel 2004 con la creazione del programma di prevenzione e controllo del Tracoma del Ministero della Salute del Chiapas e il rafforzamento della strategia “SAFE” dell’OMS.

La strategia SAFE, utilizzata dalla maggior parte dei Paesi in cui il tracoma è endemico per eliminare la malattia entro il 2020, consiste in un pacchetto completo di interventi tra cui: la chirurgia per le condizioni più avanzate di malattia, gli antibiotici per la cura dell’infezione e il miglioramento delle condizioni igieniche e ambientali per ridurre la trasmissione. Nel 2015, sono stati stimati in ​​tutto il mondo più di 185.000 interventi correttivi di trichiasi (ciglia invertite) e 56 milioni di persone trattate con antibiotici per il tracoma.

Lo Stato del Chiapas ha creato inoltre un’unità operativa di medici, infermieri e personale tecnico addestrato per combattere il tracoma, le Brigadas de Tracoma, che hanno lavorato localmente riducendo il numero di casi da 1.794 nel 2004 a zero casi nel 2016, secondo i dati del programma governativo.

Utilizzando questo approccio, il Paese ha raggiunto i criteri internazionali di prevalenza di meno del 5% nei bambini di età compresa tra 1- 9 anni e di un caso su 1.000 abitanti di trichiasi, che l’hanno fatto rientrare tra i paesi in cui il tracoma è stato eliminato.

Il Ministro della Salute del Messico, José Ramón Narro, ha dichiarato di essere entusiasta dell’obiettivo ottenuto, raggiunto grazie a “Una lunga storia di duro lavoro e di sforzi da parte di molte persone, nel corso delle generazioni”.

Per mantenere l’eliminazione e prevenire una ripresa della malattia l’OMS/OPS raccomanda il monitoraggio continuo del tracoma e la distribuzione di cure ai pazienti affetti.

http://www2.paho.org/hq/index.php?option=com_content&view=article&id=13179%3Amexico-eliminates-trachoma-leading-infectious-cause-blindness&catid=740%3Apress-releases&Itemid=1926&lang=en

di Benedetta Armocida

OMS: 325 milioni di persone hanno l’epatite. Le cure ci sono, la sfida è garantire l’accesso

Ginevra, 21 aprile – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato nuovi dati sull’epatite, stimando che circa 325 milioni di persone in tutto il mondo convivono con l’infezione del virus dell’epatite B (HBV) o con quello dell’epatite C (HCV) ed indicando che la grande maggioranza di queste persone non ha accesso a test e trattamenti curativi.

Di conseguenza, milioni di persone rischiano una progressione verso malattie croniche epatiche, cancro e morte.

L’epatite B e C sono responsabili del 96% della mortalità epatica globale.

“L’epatite virale è una grande sfida per la salute pubblica e richiede una risposta urgente”, ha affermato Margaret Chan, direttore generale dell’OMS. “I vaccini e i farmaci per combattere l’epatite esistono e l’OMS si impegna a garantire che questi strumenti raggiungano tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il rapporto suggerisce 5 direzioni strategiche: informazione, interventi, equità, finanziamento e innovazione. Sono questi i pilastri della Strategia globale del settore sanitario (GHSS) per facilitare il monitoraggio dei progressi nei paesi, nelle regioni e globalmente e per misurare l’impatto degli interventi sulla riduzione delle nuove infezioni e salvare vite tra il 2015 e il 2030.

Nel 2015 sono stati registrati 1.34 milioni di morti per epatite virale, un numero paragonabile a quelli causati dalla tubercolosi e dall’HIV e, mentre la mortalità per quest’ultime si sta riducendo, le morti per epatite sono in aumento. È stato stimato che circa 1.75 milioni di persone hanno contratto il virus dell’epatite C nel 2015, portando a 71 milioni il numero totale di persone che ne sono affette.

Nonostante le morti complessive per epatite siano in aumento, le nuove infezioni da HBV sono in diminuzione, grazie ad una maggiore copertura vaccinale nei bambini. Globalmente l’84% dei bambini nati nel 2015 ha ricevuto le 3 dosi raccomandate di vaccino contro l’epatite B. Tra l’epoca pre-vaccino (che secondo l’anno di introduzione può variare dagli anni ’80 agli inizi del 2000) e il 2015 la percentuale di bambini sotto i 5 anni con nuove infezioni è scesa dal 4,7% all’1,3%. La Cina, nel 2015, ha ottenuto un’elevata copertura (96%) per la dose tempestiva di vaccino HBV alla nascita e ha raggiunto l’obiettivo di controllo dell’epatite B, con una prevalenza di HBV di meno dell’1% nei bambini al di sotto dei 5 anni.

La relazione rileva inoltre che nel 2015 sono state diagnosticate solo il 9% di tutte le infezioni da HBV e il 20% di quelle da HCV. Soltanto l’8% dei diagnosticati con infezione da HBV (1,7 milioni di persone) erano in trattamento e il 7% di quelli con infezione da HCV (1,1 milioni di persone) avevano iniziato il trattamento curativo durante quell’anno.

L’infezione da HBV richiede un trattamento permanente e l’OMS attualmente raccomanda il farmaco Tenofovir, già ampiamente utilizzato nel trattamento dell’HIV. L’epatite C può essere curata in un tempo relativamente breve utilizzando gli antivirali ad azione diretta ad alta efficacia. L’attuale accesso alla cura dell’epatite C ha ricevuto una spinta alla fine di marzo 2017, quando l’OMS ha pre-qualificato l’ingrediente farmaceutico attivo generico Sofosbuvir. Questo passo permetterà a più paesi di produrre medicinali a prezzo accessibile.

In Egitto, la concorrenza dei prodotti generici ha ridotto il prezzo della cura trimestrale per l’epatite C da 900 dollari nel 2015, a meno di 200 dollari nel 2016. Oggi in Pakistan, lo stesso percorso di trattamento costa poco più di 100 dollari.

La strategia globale dell’OMS in merito all’epatite virale mira a testare il 90% e a trattare l’80% delle persone con HBV e HCV entro il 2030.

“Siamo ancora in una fase iniziale della lotta all’epatite virale, ma la via da seguire sembra promettente”, ha dichiarato il dottor Gottfried Hirnschall, direttore del Dipartimento dell’HIV dell’OMS e del programma globale sull’epatite. “Più Paesi stanno rendendo accessibili i servizi per l’epatite alle persone che ne necessitano, un test diagnostico costa meno di 1 dollaro e la cura per l’epatite C può essere inferiore a 200 dollari, ma i dati evidenziano chiaramente l’urgenza con cui dobbiamo affrontare le lacune rimanenti nello screening e nel trattamento”.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/global-hepatitis-report/en/

di Giulia Ambrosi

Giornata della Terra

22 aprile – Oggi è la Giornata della Terra. Un’occasione per riflettere su come la salute del pianeta e la salute degli abitanti che lo popolano siano strettamente interconnesse.
Tema della giornata è l’educazione al cambiamento climatico e ambientale.
Inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, distruzione di ecosistemi e cambiamento climatico – in silenzio – influiscono su qualità e durata della nostra vita.
Solo creando consapevolezza tra la popolazione – a cominciare dalle nuove generazioni – tali minacce potranno essere diffusamente percepite e quindi contrastate.
Adottando un’alimentazione sana, riciclando, impegnandosi ad utilizzare fonti energetiche rinnovabili e, in generale, a ridurre le emissioni di CO2, i singoli cittadini possono fare molto per il benessere del pianeta.
Oltre un miliardo di persone, ogni anno, partecipa alla Giornata della Terra. Coinvolgendo 192 paesi e 250000 scuole, tale iniziativa si impone come la principale azione collettiva a tutela dell’ambiente a livello globale.
di Lorenzo De Min

Studio su The Lancet quantifica l’aumento della spesa sanitaria globale nei prossimi vent’anni, con notevoli differenze tra i Paesi

Secondo l’analisi dei due studi pubblicati online il 19 aprile 2017 su The Lancet la spesa per l’assistenza sanitaria dovrebbe aumentare sensibilmente nei prossimi due decenni, ma i tassi di aumento e le fonti di spesa differiranno notevolmente.

Nelle pubblicazioni, condotte dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, si stima che se le tendenze attuali fossero confermate le spese complessive aumenterebbero da 9200 miliardi di dollari del 2014 a 24500 miliardi di dollari nel 2040, includendo la spesa sanitaria pubblica, la spesa privata – sia le spese non rimborsabili che quelle anticipate, come le assicurazioni – e l’assistenza allo sviluppo per la salute.

Le percentuali di spesa rispetto al prodotto interno lordo nazionale (PIL) pro capite oscillano notevolmente da Paese a Paese. Ad esempio, gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU), che raggiungeranno livelli simili di PIL nel 2040, probabilmente investiranno importi significativamente diversi sulla salute, si stima il 18,5% per gli Stati Uniti e solo il 4,7% per gli EAU.

Lo studio “L’evoluzione e le tendenze del finanziamento sanitario globale, 1995-2014″ analizza le tendenze globali del finanziamento sanitario ed esamina la provenienza dei fondi, i servizi acquistati, l’assistenza allo sviluppo per la salute e come questa cambia con lo sviluppo economico de Paesi destinatari, identificando anche i paesi che si discostano dalle tendenze. L’altro studio “La spesa futura e potenziale sulla salute, 2015-2040” esamina invece come nonostante la spesa sanitaria tenda ad aumentare con lo sviluppo economico, esistano enormi diversità tra i sistemi di finanziamento sanitario. Vengono effettuate allora delle stime di spesa futura che possano essere utili per i responsabili politici e per i pianificatori e che possano identificare le lacune finanziarie confrontando la spesa futura attesa con la spesa futura potenziale.

“Il nostro studio dimostra che è probabile che la spesa sanitaria cresca rapidamente nei paesi ad alto reddito, mentre nei paesi a basso reddito, dove sarebbe più necessario, si prevede una crescita relativamente lenta”, ha affermato il dottor Joseph Dieleman, assistente professore presso IHME e l’autore principale degli studi.

Inoltre, rileva che l’assistenza internazionale per i servizi sanitari, che puntava al raggiungimento di 37,6 miliardi di dollari nel 2016, cresce lentamente dal 2010.

“L’assistenza allo sviluppo per la salute non è più un ammortizzatore in espansione per i bilanci sanitari dei paesi a basso reddito”, ha dichiarato il dottor Christopher Murray, direttore dell’IHME. “Dopo un decennio di impressionante espansione a livello mondiale, la crescita dei finanziamenti è rimasta stagnante”.

Il dottor Murray osserva che dal 2000 al 2010 la spesa per l’assistenza allo sviluppo per la salute è cresciuta dell’11,4% annualmente, ma dal 2010 è aumentata solo dell’1,8% l’anno; in particolare segnala la diminuzione dei finanziamenti per l’HIV/AIDS, che da molti anni assorbe la maggioranza degli investimenti.

È preoccupante inoltre l’aumento del pagamento diretto da parte dei pazienti delle prestazioni sanitarie, soprattutto nei Paesi che stanno divenendo a reddito medio. In questi la riduzione degli aiuti per lo sviluppo da parte dei Paesi donatori sta determinando, in molti casi, l’aumento dei costi per l’assistenza sanitaria, con la conseguente difficoltà di accesso alle cure per le parti più povere della società.

“È fondamentale identificare, capire e gestire questo problema”, ha dichiarato il dottor Murray. “Più del 70% dei poveri del mondo vive in paesi a reddito medio e proprio i paesi a reddito medio sono quelli la cui spesa sanitaria è finanziata maggiormente dal pagamento diretto delle prestazioni da parte dei pazienti (spesa out of pocket)”.

Sembrerebbe dunque che nei paesi a basso reddito e in quelli a reddito medio-basso la spesa aumenterà minimamente in termini assoluti basandosi fortemente sulla spesa out of pocket e sull’assistenza allo sviluppo. Nonostante un cambiamento di direzione politica possa portare ad un incremento della spesa sanitaria nei paesi più poveri, per quei Paesi, il sostegno internazionale rimarrebbe quindi indispensabile.

http://www.healthdata.org/news-release/widely-disparate-spending-health-forecast-through-2040

di Benedetta Armocida

 

OMS: Dalle cure primarie per la salute alla copertura universale. Il sogno realizzabile – “10 anni nella sanità pubblica 2007-2017”

Dopo il lancio del rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha elaborato il primo di vari capitoli in cui si valutano i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Il primo capitolo ripercorre la strada compiuta dalle cure primarie per la salute alla copertura universale.

Nel 1978 la Dichiarazione di Alma-Ata lanciò un pensiero rivoluzionario, individuando  le cure primarie per la salute  (Primary Health Care) come la strategia per raggiungere l’obiettivo della  Salute per tutti entro il 2000, stabilito l’anno prima dalla Assemblea Mondiale della Sanità.
La conferenza internazionale sulle cure primarie per la salute, tenutasi nell’allora capitale della Repubblica socialista sovietica del Kazhakistan e che coinvolse 134 paesi e 67 organizzazioni internazionali, sollecitava un’urgente azione per assicurare a tutti le cure primarie per la salute, in ogni parte del mondo, con particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo.

Il cambio di paradigma fu da subito ostacolato e tacciato di utopistico. Poi, con l’emergere di HIV/AIDS, l’aggravarsi della tubercolosi e l’aumento dei casi di malaria, l’attenzione della salute pubblica internazionale si è andata concentrando progressivamente sulla gestione di quelle tre malattie.

Nel 2000, i capi di Stato e di Governo dei 193 stati membri delle Nazioni Unite sottoscrissero gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG), impegnandosi a raggiungere gli otto obiettivi entro il 2015.
Le iniziative sanitarie globali messe in atto  nel perseguire specificamente gli obiettivi di salute, hanno raggiunto importanti risultati, facilmente misurabili nel numero di interventi erogati, morti evitate, e prolungata aspettativa di vita.
Le strategie seguite, al fine di ottenere un impatto più rapido, invece di rafforzare i deboli sistemi sanitari di quei paesi hanno: sviluppato sistemi paralleli, prodotto un’onerosa duplicazione degli interventi, spesso erogati da enti diversi con approcci differenti, e frammentato i servizi.
Per rendere gli aiuti più efficaci si richiedeva piuttosto: il rispetto delle priorità e delle strategie fissate da ciascun Paese, l’allineamento delle iniziative internazionali con i sistemi nazionali, nonché l’armonizzazione degli interventi e delle responsabilità e il reciproco rendiconto degli attori coinvolti.
I paesi beneficiari dichiararono di aver bisogno di competenza, non di carità.
Sostenere e rafforzare i servizi nazionali è considerata la miglior strategia di assistenza allo sviluppo.

Una significativa spinta per il cambiamento arrivò nel 2008, quando il Rapporto mondiale della sanità pubblicò Primary Health Care. Now more then ever – Cure primarie per la salute. Ora più che mai, in occasione del 30° anniversario della dichiarazione di Alma-Ata. Da quel rapporto emergevano dati impietosi riguardanti l’organizzazione, l’appropriatezza e l’efficacia dei sistemi sanitari, mentre si  richiamavano le cure primarie come la miglior strada da percorrere al fine di costruire sistemi sanitari che garantissero il diritto universale alle cure.
Dal confronto tra paesi di uguale livello di sviluppo economico si evince come, quelli con il sistema sanitario organizzato in funzione ai principi di assistenza primaria, abbiano un più alto livello di salute.
La copertura sanitaria universale è dunque promossa anche come strategia per la lotta contro le disuguaglianze.
In ultima analisi, la distribuzione della salute all’interno di una popolazione è correlata all’equità assicurata dalle strategie politiche, economiche e sociali.

In quello stesso anno, con la pubblicazione dei risultati dei lavori della Commissione dell’OMS sui determinanti sociali della salute, l’accento venne posto sull’importanza dei determinanti sociali nella produzione della salute, superando una visione centrata sugli interventi medici.
Seguendo questa linea, la Commissione suggeriva sistemi di salute che agissero sui determinanti sociali della salute. In un momento di crescente allarme per l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili, la prevenzione attuata in settori non sanitari divenne un nuovo importante obiettivo.

Simultaneamente, la crisi finanziaria globale del 2008, condizionò un passaggio rapido dalla prosperità all’austerità, riportando in auge la ricerca di risultati rapidi e misurabili, propri di un approccio basato sul prodotto (il farmaco, il vaccino, etc.).

Una serie di articoli pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet concludevano però, ricordando ancora una volta, che le cure primarie per la salute rimanevano il modo migliore per ridurre gli sprechi e per migliorare l’efficienza nella fornitura dei servizi.

Su questa linea si va dunque affermando l’idea della copertura sanitaria universale, principio fondante delle cure sanitarie primarie e strategia correttiva potente, in grado di determinare un fondamentale riorientamento dei sistemi sanitari.

Con il Rapporto OMS sulla Salute Mondiale del 2010, Finanziamento del sistema sanitario: il percorso verso la copertura universale quell’approccio acquisì rinnovato consenso.

In un momento di aumento dei costi era fondamentale che i paesi prima di tagliare le spese sanitarie riducessero gli sprechi e le inefficienze; il rapporto stimava infatti che gli sprechi costituivano tra il 20% e il 40% di tutta la spesa sanitaria.

Tutti i paesi, qualunque fosse la loro fase di sviluppo, avrebbero potuto adottare misure immediate per procedere verso una copertura universale. Un commento su The Lancet descrive il movimento verso la copertura sanitaria universale come una “grande transizione” che sta “investendo il pianeta, cambiando il modo in cui l’assistenza sanitaria è finanziata e in cui sono organizzati i sistemi sanitari.”

Nel 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’obiettivo di copertura sanitaria universale mediante una risoluzione sponsorizzata da più di 90 paesi, di tutte le regioni del mondo.

La copertura sanitaria universale è stata definita dal premio Nobel Amartya Sen un “sogno realizzabile” anche per i paesi più poveri. In quest’ultimi l’assistenza sanitaria di base può essere fornita ad un notevole livello con costi molto bassi sempreché la società, ivi inclusa la leadership politica e intellettuale, s’impegnasse con forza in tal senso. Veniva quindi smentita l’ipotesi comune che un paese povero dovesse prima diventare ricco per sostenere i costi di assistenza sanitaria per tutti.

L’inclusione della copertura sanitaria universale come obiettivo nell’Agenda globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030 ne sintetizza lo spirito per cui: “nessuno deve essere lasciato indietro”. Viene inoltre definita come la piattaforma unificante per l’espressione di tutti gli altri obiettivi di salute. È la massima espressione di equità e uno dei più grandi equalizzatori sociali tra tutte le opzioni politiche, contribuendo alla coesione sociale e alla stabilità – in tutti i paesi.

“La copertura sanitaria universale è l’unico e il più potente strumento che la salute pubblica ha da offrire”, ha dichiarato il direttore della OMS, Margareth Chan.

In un momento storico in cui le politiche, in così tanti settori, tendono ad aumentare le disuguaglianze sociali, è particolarmente gratificante immaginare che la salute possa guidare il mondo verso una maggiore equità.

http://www.who.int/publications/10-year-review/universal-coverage/en/

di Beatrice Formenti e Benedetta Armocida

OMS – MALATTIE TROPICALI NEGLETTE. UN NUOVO RAPPORTO ANALIZZA I PROGRESSI

19 aprile 2017- Ginevra – l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma che dal 2007 sono stati raggiunti notevoli risultati nella lotta contro le cosiddette “malattie tropicali neglette” (NTDs). Si stima che 1 miliardo di persone abbiano ricevuto un trattamento nel solo 2015.

“Collaborare. Accelerare. Eliminare”, i risultati di questa strategia sono stati celebrati oggi a Ginevra nel corso della riunione dei Partner Globali, a cui hanno partecipato ministri della sanità, rappresentanti dell’industria, filantropi e donatori.

“Negli ultimi 10 anni, milioni di persone sono state salvate dalla disabilità e dalla povertà, grazie ad uno dei più efficaci partenariati globali della salute pubblica moderna” ha detto Margaret Chan, direttore generale dell’OMS.

Dal 2007, quando un gruppo di partner globali si incontrarono con lo scopo comune di contrastare le NTDs, una serie di partner locali e internazionali hanno lavorato insieme ai ministeri della salute dei paesi più colpiti per fornire farmaci, cure e gestione a lungo termine. Giungendo, nel 2012, all’approvazione di una tabella di marcia dell’OMS sulle NTDs, in cui si impegnavano ad eliminare le 10 malattie neglette più comuni.

Oggi, nel 5° anniversario della tabella di marcia dell’OMS sulle NTDs, è stato lanciato il rapporto L’integrazione delle malattie tropicali neglette nella salute e nello sviluppo globale.

Il rapporto osserva i progressi compiuti nel conseguimento degli obiettivi della tabella di marcia per il 2020, sottolinea le sfide che persistono e considera le implicazioni di integrazione di queste malattie nella più ampia agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030.

L’integrazione delle malattie tropicali neglette nella salute e nello sviluppo globale dimostra come il forte sostegno politico, le generose donazioni di farmaci e il miglioramento delle condizioni di vita possono portare allo sviluppo di programmi di controllo delle NTDs nei paesi in cui queste sono più diffuse.

Viene inoltre mostrato che con l’attuazione dei cinque interventi raccomandati dall’OMS si sia verificato, nel 2015, un significativo progresso nel raggiungimento delle mete della tabella di marcia. I 5 interventi, descritti dettagliatamente nel rapporto, sono:

  • chemioterapia preventiva;
  • gestione innovativa e intensificata della malattia;
  • ecologia vettoriale e gestione;
  • servizi di sanità pubblica veterinaria;
  • fornitura di acqua potabile e servizi igienici

Tra questi spicca la chemioterapia preventiva, sia in termini di efficacia che in termini di risorse impiegate ed investite. Tuttavia va sottolineato che tutti e cinque i provvedimenti sono di vitale importanza e che andando avanti sarà essenziale garantire a ciascuno di essi la giusta attenzione per ottenere risorse necessarie al conseguimento degli obiettivi.

I risultati che secondo il Rapporto sono stati raggiunti includono:

  • 1 miliardo di persone trattate per almeno una malattia negletta nel solo 2015.
  • 556 milioni di persone hanno ricevuto un trattamento preventivo per la filariosi linfatica (elefantiasi).
  • Più di 114 milioni di persone hanno ricevuto un trattamento per l’oncocercosi
  • Solo 25 casi umani della malattia del verme di Guinea sono stati segnalati nel 2016, mettendo l’eradicazione a portata di mano
  • I casi di tripanosomiasi africana umana (malattia del sonno) sono stati ridotti da 37,000 nuovi casi nel 1999 a meno di 3000 casi nel 2015.
  • Il tracoma – prima causa infettiva di cecità a livello mondiale – è stato eliminato come un problema di salute pubblica in Messico, Marocco e Oman. In tutto il mondo più di 185,000 pazienti affetti da tracoma sono stati sottoposti ad intervento chirurgico per trichiasi e più di 56 milioni di persone hanno ricevuto antibiotici nel solo 2015.
  • Nel 2015 la leishmaniosi viscerale è stata eliminata nell’82% dei subdistretti in India, nel 97% dei subdistretti in Bangladesh e nel 100% dei distretti in Nepal.
  • Nel 2015, sono stati segnalati solo 12 decessi umani attribuibili alla rabbia nella Regione OMS delle Americhe, portando la regione vicino all’obiettivo di eliminare la rabbia negli esseri umani entro il 2015.

Molto è stato fatto e come detto da Dirk Engels, Direttore del Dipartimento di Controllo delle Malattie Tropicali Neglette “L’ulteriore crescita nella lotta contro le malattie neglette dipenderà da un più ampio progresso verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile”.

Tuttavia, come mette in guardia il rapporto, rimangono sfide significative. Alcuni obiettivi di eradicazione da raggiungere entro il 2015 non sono stati raggiunti, nonostante la disponibilità di validi interventi. La lotta più difficile dei programmi delle NTDs è quella contro le limitate risorse finanziarie, le capacità inadeguate, compresa quella di attuare una sorveglianza efficace, e le importanti barriere per l’accesso ai servizi sanitari necessari, che vanno dalla povertà alla stigmatizzazione.

Viene lanciata la sfida oltre il 2020, definita nel rapporto nelle due grandi missioni di eliminare la trasmissione di NTDs e di garantire che la fornitura dei servizi sanitari soddisfi le esigenze di coloro che ne soffrono. La probabilità di raggiungere entrambi gli obiettivi dipenderà dall’integrazione delle attività e degli interventi inter e intra-settoriali dei programmi NTDs che dovranno essere in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e di copertura sanitaria universale.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/ntd-report/en/

http://www.who.int/neglected_diseases/resources/9789241565448/en/

di Benedetta Armocida

OMS: 2 miliardi di persone usano acqua contaminata

Un rapporto pubblicato oggi 13 aprile 2017 dall’OMS, a nome di UN-Water, lancia l’allarme.

Quasi 2 miliardi di persone sono ancora oggi costrette ad utilizzare una fonte di acqua contaminata, rischiando di contrarre malattie potenzialmente mortali come colera, dissenteria, tifo e poliomielite.

“È stimato che la contaminazione delle acque sia la causa di oltre 500.000 morti per diarrea ogni anno; è inoltre uno dei maggiori fattori di rischio per diverse malattie tropicali neglette, quali le parassitosi intestinali, la schistosomiasi ed il tracoma,” afferma Dr. Maria Neira, direttore del dipartimento di Sanità Pubblica, Ambientale e dei Determinanti Sociali di Salute dell’OMS.

Come indicato dal report, i Paesi non investono adeguatamente per raggiungere gli obiettivi dell’accesso universale ad acqua e servizi igienico-sanitari sicuri, previsti negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), fissati dall’Agenda 2030. Infatti, in accordo con il report del GLAAS (UN-Water Global Analysis and Assessment of Sanitation and Drinking-Water) del 2017, nonostante negli ultimi 3 anni sia stato osservato un incremento del 4.9% annuo dei fondi per aumentare l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, nell’80% dei Paesi il finanziamento è ancora insufficiente per arrivare ai traguardi che sono stati definiti.

Per raggiungere gli OSS la Banca Mondiale stima che gli investimenti nelle infrastrutture devono essere triplicati portandoli a 114 miliardi di dollari all’anno – cifra che non include i costi di funzionamento e manutenzione.

L’obiettivo globale, mette in guardia l’OMS, non sarà raggiunto a meno che non si utilizzino risorse finanziarie più efficienti e non si identifichino nuove fonti di finanziamento.

“È una sfida che possiamo risolvere” dice Guy Ryder, capo del UN-Water e direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). “L’aumento degli investimenti nell’acqua e nei servizi igienico-sanitari possono portare benefici per la salute e lo sviluppo umano, creare occupazione e fare in modo che nessuno venga lasciato indietro”.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/water-sanitation-investment/en/

di Benedetta Armocida