Wolbachia ci libererà dalle zanzare in 10 anni: uno studio condotto nella Polinesia francese mira ad eliminarle attraverso i batteri

5 agosto –  La rivista Nature ha pubblicato nei giorni scorsi un articolo che presenta il lavoro svolto dal laboratorio biomedico dell’Istituto Louis Malardé  Paea di Tahiti, impegnato a sradicare le zanzare in una piccola isola dell’arcipelago.

Hervé Bossin, entomologo presso il laboratorio dell’Istituto e principale ricercatore del progetto, sostiene che il problema delle zanzare potrebbe essere risolto, entro dieci anni, nelle Îles de la Société (arcipelago situato in Oceania che comprende diverse isole tra le quali Tahiti).

Il team di scienziati, che attualmente lavora su cinque siti,  intende utilizzare una tecnica che infetta le zanzare con un ceppo specifico del batterio Wolbachia. Circa il 65% degli insetti in tutto il mondo trasporta Wolbachia, ma i ceppi variano. Se zanzare con ceppi diversi si accoppiano, le uova risultanti si sviluppano in modo errato e non si schiudono.

L’obiettivo finale è quello di eliminare le vie di trasmissione per le malattie di cui sono portatrici zanzare come Dengue, Chikungunya e Zika, presenti nel Pacifico.

Esperimenti simili sono stati effettuati in Brasile e negli Stati Uniti, dove in tre Stati si è assistito alla riduzione del 70% delle popolazioni di Aedes albopictus (zanzare tigre) selvagge, in tre anni.

L’approccio di Wolbachia, che si basa sull’impiego di un batterio naturale, ha ottenuto tra gli studiosi maggiori consensi rispetto ai metodi sperimentali che utilizzano zanzare geneticamente modificate.

Il metodo Wolbachia ha ottenuto il sostegno di Zhiyong Xi, entomologo medico all’università di East Lansing nel Michigan, che con il suo gruppo di ricercatori ha usato la tecnica per eliminare quasi tutte le zanzare tigre da due piccole isole abitate a Guangzhou, in Cina.

Una posizione differente è stata espressa da Giovanni Benelli, entomologo italiano dell’Università di Pisa, dubbioso sulla prospettiva dell’eradicazione continentale. Secondo Benelli “Il ruolo ecologico della zanzara è ancora importante, alcuni animali acquatici mangiano le larve di zanzara e aiutano a regolare le popolazioni di mammiferi e uccelli trasmettendo malattie tra di loro”.

di D.Z.

Philip Morris: la campagna di lotta alla povertà mondiale rende più potente l’industria del tabacco

17 luglio – Forbes pubblica un articolo in cui evidenzia come la campagna della Philip Morris di lotta alla povertà globale sia una strategia per ottenere vantaggi nel rapporto con i grandi interlocutori.

L’articolo citando il report pubblicato a inizio luglio dal sito Reuters mostra come la Philip Morris abbia cercato di sovvertire il trattato sul controllo del tabacco dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e la Convenzione quadro sul controllo del tabacco (FCTC). Lo scorso novembre un gruppo di dirigenti delle compagnie del tabacco, tra i quali Japan Tobacco International and British American Tobacco Plc (BATS.L) e Philip Morris, si è incontrato a Nuova Delhi, in attesa di ottenere le credenziali per poter entrare alla conferenza internazionale del tabacco dell’OMS. La Philip Morris e le altre aziende erano impegnate in una campagna finalizzata ad indebolire le disposizioni del trattato FCTC.

Il dottor Vera da Costa e Silva, capo del segretariato del FCTC, ha accusato le aziende del tabacco di adottare un atteggiamento cinico, con il quale fingono di essere cittadini socialmente impegnati per ottenere favori con i funzionari del governo.”Si sono mascherati da partner per programmi significativi destinati a migliorare la lotta dei più poveri e vulnerabili del mondo”, ha detto. “E si può vedere ciò che hanno guadagnato: un invito a parlare ai decisori ai più alti livelli, con un’aura di rispettabilità e rafforzando l’idea del partenariato responsabile. Egli ha inoltre aggiunto “Questa è una bugia. In realtà, queste aziende vendono prodotti tossici che uccidono 7 milioni di persone l’anno. È un’industria legata al profitto e priva di responsabilità “.
Philip Morris ha usato un vecchio trucco aziendale per cercare di eviscerare l’FCTC dichiarando pubblicamente il suo supporto al trattato. In questo modo ha guadagnato un posto al tavolo dei decisori che gli consente di ottenere vantaggi altrimenti impensabili.

Philp Morris ha inoltre cercato di rovesciare le leggi antifumo australiane e uruguaiane, che prevedevano confezioni di sigarette con uno spazio più ampio relativo alle informazioni per la salute a discapito del brand, attraverso il Settore di contestazione degli investitori e degli Stati (ISDS), incluso nella maggior parte degli accordi commerciali. I 12 paesi che hanno negoziato il partenariato Trans-Pacifico (TPP)  hanno accettato di impedire all’industria del tabacco di utilizzare ISDS nella TPP.

Nel continente australiano, Philip Morris non ha potuto presentare la sua domanda nell’ambito dell’accordo di libero scambio USA-Australia, in quanto non dispone di un capitolo ISDS. Quindi, l’azienda ha istituito un ufficio a Hong Kong, che ha un trattato di investimento bilaterale con l’Australia – trattato che contiene ISDS – ed ha presentato la sua richiesta da lì.

Philip Morris ha perso nelle contestazioni verso Australia e Uruguay, aprendo le porte per altri paesi che vogliono emanare imballaggi semplici e altre leggi anti-fumo, come hanno già fatto Nuova Zelanda, Irlanda, Francia e Regno Unito.  Nonostante ciò il prezzo delle azioni di Philip Morris, così come delle altre aziende del tabacco, è salito in valore da $ 49 a $ 118 in 10 anni, a dimostrazione che ciò che non ti distrugge ti può rendere più forte economicamente.

 

di DZ

#HIV. La Russia è il primo paese europeo per nuove infezioni

14 giugno 2017 – è stato pubblicato nei giorni scorsi un servizio della CNN che dimostra l’inefficacia delle strategie sperimentate dal governo russo per ridurre i tassi di HIV nel paese.

Secondo il programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV (UNAIDS) la Russia è il terzo paese al mondo per numero di nuove infezioni da HIV – dopo il Sudafrica e la Nigeria. In Russia sono stati diagnosticati circa 1,1 milioni di casi di HIV e i tassi sono cresciuti di circa il 10% l’anno negli ultimi 5 anni.

Le statistiche del governo russo evidenziano che più del 50% delle nuove infezioni sono attribuibili all’utilizzo di droghe per uso endovenoso e che solamente il 33% dei russi HIV positivi riceve il trattamento antiretrovirale.

In Russia, la diffusione dell’IHV si sta accompagnando ad un forte processo di stigmatizzazione e discriminazione tant’è che numerosi medici si rifiutano di prestare cura e assistenza alle persone sieropositive.

Il governo ha inoltre vietato alle cliniche di distribuire metadone, farmaco assunto per via orale, utilizzato come terapia sostitutiva all’eroina. La diffusione del metadone consentirebbe di ridurre i rischi associati all’uso endovenoso della sostanza e del possibile scambio di siringhe tra i tossicodipendenti. Le politiche attualmente presenti nel paese si fondano sull’idea che la diffusione del metadone determinerebbe invece un maggiore livello di dipendenza da sostanze nella popolazione.

A livello globale si sono dimostrate valide, le politiche di riduzione del danno basate sulla distribuzione di aghi e siringhe, che determinano la diminuzione dei tassi di infezioni da HIV. A Mosca la Fondazione Rylkov Andrey gestisce l’unico programma di distribuzione di aghi, offrendo anche abiti usati e libri. Attraverso un tampone per bocca possono effettuare inoltre rapidi test per accertare la positività all’HIV. Gli operatori, ogni sera, con un piccolo autobus equipaggiato con forniture mediche e sanitarie si spostano per i quartieri della città, distribuendo siringhe, bende, pomate e naloxone, farmaco che può contrastare l’overdose da oppiacei.

Le statistiche dell’UNAIDS mostrano che il fenomeno in Russia si è diffuso oltre le categorie considerate tradizionalmente più vulnerabili come tossicodipendenti, persone dedite alla prostituzione e omosessuali. L’HIV non è più solamente un problema sanitario, ma sta iniziando a mostrare delle conseguenze demografiche sulla fertilità, sul numero di bambini nati con l’HIV e sulla produttività economica del paese.

 

di D.Z.

La salute da diritto a profitto? La privatizzazione strisciante dei servizi sanitari in Europa

Corporate Europe ha appena pubblicato “Creeping Privatisation of Health Care in the European Union” una attenta analisi dei meccanismi politici e di mercato  che stanno accrescendo le disuguaglianze e conducndo alla privatizzazione delle cure di base.

Tra le questioni più dibattute in tema di salute vi è quella relativa al progressivo processo di trasformazione dei sistemi sanitari in seguito alla promozione e alla successiva implementazione di politiche cosiddette neoliberiste o neomanageriali, le quali si basano sui seguenti capisaldi: privatizzazione, liberalizzazione e deregolamentazione.

Tali politiche, che si rifanno all’approccio del New Management, si fondano sul principio secondo cui “il privato è meglio”. Con questa teoria stanno “colpendo” numerosi settori del sistema dei servizi pubblici (oltre alla sanità, pensiamo per esempio al sistema dei trasporti, all’assistenza sociale, per arrivare addirittura all’istruzione) mirando a indebolire e confinare il potere dello Stato, finora riconosciuto come principale soggetto garante di protezione sociale nonché promotore di servizi per i cittadini.

Efficienza, efficacia, economicità sono divenute le tre parole chiave che guidano il complesso sistema che va dalla costruzione di strutture, alla fornitura di servizi, passando per la progettazione e successiva implementazione di progetti ed interventi.

All’interno dell’Unione Europea i paesi membri differiscono per la configurazione dei loro sistemi sanitari e si distinguono tra quelli basati sugli schemi di assicurazione sanitaria e quelli definiti universalistici, ossia finanziati dalla fiscalità generale. Entrambi sono stati oggetto di politiche e pressioni politiche a livello europeo che hanno creato le condizioni favorevoli per una progressiva affermazione e dominio nel settore sanitario di imprese del settore privato.

La tendenza comune sembra dunque essere un orientamento verso la privatizzazione dell’assistenza sanitaria, realizzato prima di tutto mediante il processo di “mercatizzazione” (“marketisation”) dei servizi, con il potere sempre più influente detenuto dalle lobby del mercato sanitario, nonché attraverso la configurazione di partenariati pubblico-privati (i cosiddetti PPP).

Il processo di “mercatizzazione” consiste nella creazione di mercati interni in materia di salute a livello nazionale o nell’ambito del mercato unico UE. Esso comprende l’outsourcing, ovvero l’esternalizzazione di servizi e la concorrenza tra i vari fornitori dei servizi.

I PPP riguardano invece delle vere e proprie collaborazioni, alleanze tra il settore pubblico e le aziende private promosse con l’intenzione dichiarata di tagliare la spesa pubblica per la sanità e aumentare la qualità dei servizi forniti, fondate sull’idea secondo la quale “il business sa e sa fare meglio”.

Quale ruolo riveste l’Unione Europea in tale contesto economico-politico? Ma soprattutto quali sono gli effetti, le conseguenze che tale profondo cambiamento in atto ha comportato e sta comportando?

Con riferimento alla prima questione l’aspetto problematico che sta alla base riguarda la duplice accezione attribuibile alla sanità, la quale si può definire sia come garanzia di promozione del diritto alla salute, sia come una vera e propria attività economica a tutti gli effetti: comporta un profitto, ed è soggetta, al pari di ogni altra attività economica alle norme europee che disciplinano il mercato interno (libera circolazione, delle merci, delle persone, dei capitali e dei servizi). È proprio su questa sua “natura” di attività economica che le imprese del settore privato fanno leva, sentendosi libere e legittimate ad intervenire, aprendo un annoso dibattito che riguarda l’attribuzione della competenza in materia di sanità: nazionale, europea o dei privati.

Nel contesto contemporaneo di forte crisi economica si è modificata radicalmente la natura dell’intervento dell’Unione Europea nell’ambito delle riforme del settore sanitario: come evidenziato da molti commentatori e studiosi si è passati da una soft law di semplici “consigli” e raccomandazioni per promuovere pratiche di condivisione, a vere e proprie “istruzioni” e al ruolo sempre più determinante delle riforme sanitarie imposte ai singoli stati membri per tagliare la spesa pubblica, vincolate alla concessione di fondi strutturali e di investimento.

Per quanto concerne l’insieme degli effetti che conseguono al processo di trasformazione della sanità si possono fare le seguenti considerazioni.

Anzitutto i primi “segni” di tale cambiamento sono visibili nelle condizioni di lavoro di professionisti e operatori sanitari: si registrano infatti una notevole riduzione e a volte veri e propri tagli al personale, carichi di lavoro maggiori, riduzione delle retribuzioni, nonché maggior condizioni di stress che incidono in modo negativo sulla qualità della cura fornita.

Gli effetti più consistenti riguardano l’aumento della diseguaglianza tra i pazienti rispetto alla possibilità di cura, nell’accesso alle cure e in generale l’erosione della natura pubblica delle cure sanitarie.

Si sta assistendo ad un meccanismo profondamente ingiusto per cui hanno meno possibilità di curarsi i pazienti a più alto rischio o che necessitano di cure di emergenza e poveri (solitamente sono anziani, o persone molto giovani, persone con malattie mentali o malati cronici). Questi sono inoltre meno propensi (in quanto non dotati di risorse sufficienti) a ricorrere all’assistenza sanitaria transfrontaliera, garantita e promossa dalle condizioni e dalle regole di libero mercato esistenti.

A fronte della prospettiva di creazione di un mercato unico dei servizi sanitari profondamente concorrenziale e per evitare la progressiva configurazione di un sistema che pone i profitti prima dei pazienti, e la concorrenza prima della cooperazione, a scapito della cura delle persone è necessario quindi salvaguardare e promuovere la salute come diritto universale e non come una merce per il business e il mercato da cui trarre profitto.

A questo proposito sembra esserci a livello globale qualche movimento di resistenza: il 7 aprile 2017 in occasione della Giornata Mondiale della Salute si sono tenute numerose mobilitazioni promosse dalla Rete europea contro la privatizzazione e la commercializzazione della salute e della protezione sociale.

I principali messaggi veicolati sono stati: “la nostra salute non è in vendita” e “la salute è per tutti e non soltanto di coloro che possono pagare”.

Oltre ai messaggi sono state rivendicate le seguenti esigenze: fine delle politiche di austerità, finanziamento pubblico e collettivo dei servizi sanitari, promozione di investimenti nella sanità pubblica, esclusione dei servizi pubblici (come la sanità) dalla liberalizzazione.

La speranza è che tali esigenze trovino in qualche modo ascolto, rispetto, riscontro e risposta nel complesso panorama politico-economico europeo e mondiale, o il rischio di un disfacimento della sanità pubblica potrebbe diventare sempre più alto.

Tale disfacimento infatti sembra essere molto “semplice” da realizzare, come spiegato da Noam Chomsky, “la tecnica standard per la privatizzazione della sanità è: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente e la consegnerai al capitale privato”.

di L.G.

#NoTabaccoDay – Nuova campagna OMS a sostegno della salute e dello sviluppo

30 maggio 2017 – si svolgerà domani la 29esima Giornata Mondiale NO al Tabacco.

Quest’anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) lancia la campagna “Tabacco – una minaccia per lo sviluppo”.

L’obiettivo dell’OMS è quello di dimostrare come l’industria del tabacco rappresenti un pericolo per lo sviluppo sostenibile di tutti i paesi, per la salute e per il benessere economico dei cittadini, proponendo ai governi e all’opinione pubblica misure da adottare per promuovere stili di vita consapevoli. L’OMS consiglia inoltre a tutti gli Stato, anche quelli in via di sviluppo, di impegnarsi nell’attuazione dei termini della Convenzione sul controllo del tabacco (FCTC).

Limitare il consumo di tabacco consentirebbe il raggiungimento dell’obiettivo n.3 dell’agenda globale di sviluppo sostenibile 2030, portando a livello mondiale la riduzione di un terzo delle morti per malattie non trasmissibili (NCDs) – malattie cardiovascolari, tumori e malattie polmonari croniche ostruttive.

Circa 6 milioni di persone muoiono ogni anno a causa del fumo, numeri che sono destinati a crescere a più di 8 milioni entro il 2030, senza la realizzazione di cambiamenti concreti. L’utilizzo di tabacco è una minaccia per ogni persona, indipendentemente dal sesso, età, razza, background culturale o educativo. Le conseguenze si riflettono anche sulle diverse economie nazionali con un incremento dei costi sanitari ed un parallelo accrescimento delle disuguaglianze sanitarie. Tali ripercussioni si verificano soprattutto sugli strati più bassi della popolazione, con circa l’80% delle morti correlate al tabacco che si verificano principalmente negli Stati a basso o medio reddito.

Anche la coltivazione e produzione di tabacco hanno conseguenze a livello globale, portando ad una deforestazione globale compresa tra il 2% e il 4% e all’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti, quindi all’inquinamento delle acque. Il controllo del tabacco oltre a salvaguardare vite umane e ridurre le disuguaglianze sanitarie, consentirebbe quindi di ridurre l’impatto sull’ambiente e sul cambiamento climatico.

 

di D.Z.

G20 2017: l’importanza della cooperazione internazionale

Berlino 20 maggio 2017 – La capitale tedesca ospita il G20 che vede riuniti da ieri, per la prima volta nella storia di questo consesso, i Ministri della Salute degli Stati membri.

All’ordine del giorno diversi temi di salute globale.

Come sottolineato dal Ministro federale della Salute tedesco: solo mediante la collaborazione e la cooperazione internazionale è possibile attuare una politica globale della e per la salute al fine di preparare e “attrezzare” il mondo ad affrontare una possibile crisi sanitaria globale.

Questi i principali punti dell’agenda.

  1. La gestione di una possibile crisi globale della salute. I Ministri esamineranno come migliorare la gestione di un’eventuale crisi della salute globale, simulando un contesto di crisi per capire come meglio intervenire in una situazione di reale emergenza. Il test prevede l’individuazione di modalità e canali di comunicazione per assicurare il flusso delle informazioni, organizzare e coordinare gli interventi.
  2. La prevenzione. Un punto chiave di discussione e confronto rimane la prevenzione. La Germania intende promuovere uno sviluppo sostenibile delle cure sanitarie nei paesi cosiddetti in via di sviluppo e in situazioni di emergenza aiutarli a prevenire crisi future. Si parlerà in particolare delle infezioni da virus Ebola, di cui sono stati registrati 29 nuovi casi nella Repubblica Democratica del Congo, e di come un migliore sistema sanitario  potrebbe rendere il Paese colpito dal virus capace di affrontare l’epidemia.
  3. La lotta contro la resistenza agli antibiotici. L’antibioticoresistenza è in spaventosa crescita e sta iniziando a rendere complicata la lotta contro malattie endemiche quali HIV/Aids, tubercolosi e malaria. Per questa ragione i Ministri saranno impegnati a discutere in merito alle migliori pratiche per sviluppare nuovi farmaci su scala internazionale al fine di combattere la resistenza agli antibiotici.

di L.G.

Lotta alla malaria: lo studio pilota sul vaccino è una notizia ottima, ma altrettanto essenziale è la lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici

In occasione della Giornata Mondiale della Malaria, abbiamo intervistato il Professor Francesco Castelli, Direttore della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali della Università di Brescia – Spedali Civili di Brescia, Past-President della Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale (SIMET) e titolare della Cattedra UNESCO “Training and empowering human resurces for health development in resource-limited countries“.

 

Professore, quale pensa sia, ad oggi, l’ostacolo maggiore, quando si parla di lotta alla malaria?

Per la lotta alla malaria, sostanzialmente, dobbiamo distinguere gli interventi da attuare in base ai diversi agenti eziologici. Nel continente africano, dove il principale agente eziologico è il Plasmodium falciparum – clinicamente più pericoloso, ma che presenta il vantaggio di non sviluppare forme epatiche e quindi recidive a distanza – i problemi principali della lotta alla malaria sono di natura logistica. La lotta si attua fornendo zanzariere impregnate di insetticida, utilizzando insetticidi ad azione residua, educando le popolazioni rurali all’utilizzo dell’uno e dell’altra, gestendo e distribuendo test rapidi e garantendo l’accesso ai farmaci di combinazione a base di artemisinina.

Per quanto riguarda le zanzariere impregnate, c’è da aggiungere che attraverso queste si proteggono i bambini fino ai 5 anni, riducendo certamente la mortalità in questa fascia di età, con qualche effetto potenzialmente negativo sullo sviluppo della immunità – meglio sarebbe parlare di semi immunità. Questo potrebbe avere l’effetto di spostare più avanti le manifestazioni cliniche che oggi si vedono nei bambini, anche se il bilancio netto sulla mortalità e morbidità è certamente a favore dell’uso delle zanzariere impregnate

Nei Paesi con maggiore presenza del Plasmodium vivax, invece, il problema della lotta alla malaria è diverso. P. vivax, pur essendo un parassita considerato causa di una malaria più benigna, è quello più difficile da eradicare, per la sua peculiarità di sviluppare forme epatiche. Queste forme ampliano il serbatoio di soggetti infetti.

Abbiamo quindi due tipi differenti di lotta alla malaria, ed è necessario sottolineare l’importanza di investire risorse in maniera continua e duratura. Ottenere i primi successi è relativamente facile, mentre più difficile è lottare e mantenere investimenti adeguati fino all’eradicazione dell’ultimo caso. Non sarà semplice, soprattutto nelle aree rurali e per quanto concerne gli aspetti logistici.

 

Da quando ha iniziato ad occuparsi di malattie infettive, quali sono stati i principali cambiamenti a cui ha assistito per quanto riguarda la lotta alla malaria e quali sono state le strategie essenziali per raggiungere questi cambiamenti?

I momenti chiave sono stati tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000. I primi trial clinici sull’uso dei derivati dell’artemisinina e la terapia di combinazione hanno cambiato prima la storia del trattamento della malaria non complicata, poi, negli anni immediatamente successivi, anche quella della malaria complicata. Questo per via dell’azione dell’artemisinina, sia curativa che anti-gametica, in grado di ridurre la possibilità che una persona guarita possa essere serbatoio per vettori.

La seconda strategia è stata l’uso delle zanzariere impregnate. Questo ha consentito una significativa riduzione dei tassi di mortalità e morbilità, soprattutto infantile, soprattutto da P. falciparum e specialmente in Africa.

La terza strategia è stata l’uso dei test rapidi e con questi la possibilità di fare diagnosi, anziché di trattare tutti gli eventi febbrili come malarici.

Queste tre strategie di prevenzione, diagnosi precoce e trattamento efficace con i derivati dell’artemisinina, sono state il fulcro del programma “Roll back Malaria” delle Nazioni Unite – lanciato nel 2006 – e di tutte le strategie successive.

E’ di ieri l’annuncio dell’avvio del progetto pilota che verrà condotto in condizioni di vita reale in 3 Paesi africani (Ghana, Kenya e Malawi) con il vaccino RTS,S che verrà somministrato in 4 dosi ai bambini di 5-17 mesi nell’ambito del normale programma di vaccinazioni dell’infanzia. Pur trattandosi di un vaccino con tasso di efficacia non elevato (diminuzione del 32% dei casi di malaria grave dopo 48 mesi di osservazione), la sua introduzione costituisce un passo importante di natura concettuale, a significare che l’unione di differenti strategie – diagnosi, terapia, prevenzione immunologica e con zanzariere impregnate – è considerata la strada maestra

 

La Strategia Globale per la Malaria 2016-2030 pone degli obiettivi ambiziosi. Tale strategia indica dei traguardi intermedi da raggiungere entro il 2020, come la riduzione dei nuovi casi del 40%, la riduzione della mortalità del 40% e l’eliminazione della malaria in almeno 10 paesi. A suo parere, questi traguardi intermedi sono raggiungibili?

Eliminare la malaria in 10 paesi è un obiettivo realizzabile, anche se eliminare non significa eradicare, ma vuol dire far sì che una specifica malattia non sia più un problema di salute pubblica. Ovviamente i 10 paesi saranno probabilmente paesi in cui l’endemia malarica è molto modesta, come si verifica in alcune zone dell’America Latina o del Medio Oriente.

Ridurre del 40% la mortalità e la morbilità mi sembra sinceramente un po’ ambizioso, se l’orizzonte temporale è il 2020. Oggi abbiamo oltre 400.000 morti stimati per malaria all’anno ed il target di riduzione del 40% della mortalità entro il 2010 mi sembra troppo ambizioso. Detto questo, gli obiettivi servono non necessariamente per essere raggiunti, ma per indirizzare il percorso da compiere. Guardando al 2030 invece, sono sicuramente obiettivi raggiungibili.

 

Quali sono le sue considerazioni a riguardo delle resistenze ai farmaci antimalarici, con particolare riferimento alle resistenze emergenti nell’area del fiume Mekong?

È stato osservato che tutte le resistenze ai farmaci della malaria sono nate in un’area compresa tra Laos, Cambogia, Tailandia e Myanmar. La causa di ciò non è nota e si possono solo fare delle ipotesi.

Un motivo potrebbe essere ricercato nella genetica dei parassiti. Si pensa che il P. falciparum di quella zona, anche sottoposti a una pressione selettiva, siano in qualche modo più propensi alle mutazioni e quindi a sviluppare una resistenza farmacologica. In queste zone è nata la resistenza a diversi farmaci antimalarici, come la clorochina, il chinino, la meflochina e, più di recente, l’artemisinina.

Una seconda osservazione, va fatta a riguardo delle caratteristiche farmacologiche dell’artemisinina. Nonostante sia un ottimo farmaco, va detto che presenta un’emivita molto breve (3-4 ore) e non può essere somministrata in monoterapia. La somministrazione in monoterapia infatti, può facilitare lo sviluppo di resistenze. Per questi motivi si cerca di associarla sempre ad un altro farmaco a lunga emivita. Nelle aree in questione, vengono consumati infusi a base di foglie contenenti artemisinina, che viene quindi assunta a dosaggi scarsamente controllabili.

 

Quali sono le principali sfide della lotta alla malaria da affrontare nei prossimi anni?

Ritengo che, per eradicare la malaria nel lungo periodo sia necessario agire attraverso tre strade: l’elaborazione di un vaccino più efficace, la lotta al riscaldamento climatico e la lotta alla povertà.

Per quanto diagnosi e cura – elementi portanti del programma Roll Back Malaria – siano essenziali per ridurre la mortalità, nel lungo termine sarà necessaria lo sviluppo di un vaccino. Infatti, combinare le terapie con un vaccino efficace è essenziale per eradicare una malattia infettiva (ne è l’esempio il vaiolo).

La seconda sfida, seppure indiretta, è la lotta ai cambiamenti climatici, ai fini di ostacolare la diffusione di tutte le malattie vettoriali.

La terza sfida è la lotta alla povertà, che è, tra l’altro, uno degli Obiettivo di Sviluppo Sostenibile. Infatti la diffusione della malaria – come avviene per la tubercolosi, l’AIDS e molte altre malattie infettive – è intimamente legata alle condizioni socioeconomiche. La povertà e tutto ciò che ne consegue, rende l’ambiente più favorevole alla persistenza dei vettori e, di conseguenza, alla diffusione della malaria.

di Giulia Ambrosi, Benedetta Armocida, Lorenzo De Min