Un terzo della popolazione mondiale è in sovrappeso e gli USA guidano le classifiche

Il 12 giugno è stato pubblicato dal New England Journal of Medicine lo studio che ha analizzato l’andamento del sovrappeso e dell’obesità in 195 paesi durante gli ultimi 25 anni.

Lo studio ha rilevato come tra il 1980 e il 2015 i tassi di obesità siano raddoppiati in 73 paesi, tra cui la Turchia, il Venezuela e il Bhutan.

Più di 2 miliardi di adulti e bambini nel mondo – l’equivalente di un terzo della popolazione globale – sono in sovrappeso o obesi e soffrono di problemi di salute correlati.

Gli Stati Uniti hanno la più grande percentuale (13%) di bambini e giovani adulti obesi, mentre l’Egitto guida la classifica dell’obesità adulta con quasi il 35%.

Un numero crescente di decessi a livello mondiale è legato al sovrappeso e alle malattie cardiovascolari ad esso associate. Il tasso di mortalità pro capite è aumentato del 28% dal 1990 e il 40% di decessi si sono osservati tra i soggetti in sovrappeso.

I livelli di obesità sono aumentati in tutti i paesi, indipendentemente dal loro livello di reddito, il che significa che non dipende semplicemente dalla ricchezza. Le modifiche nell’ambiente alimentare, nei sistemi alimentari, ma anche nella ridotta attività fisica, associata all’aumento dell’urbanizzazione sono motori importanti di questa “pandemia”.

“Bisogna controllare l’obesità e le sue conseguenze a livello globale, aiutando le persone obese a perdere peso”, afferma Goodarz Danaei, professore di Salute Globale alla Harvard T.H. Chan School of Public Health, che ribadisce anche la necessità di intervenire con investimenti sia nella ricerca che nella sanità pubblica.

di B.A.

http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa1614362#t=article

La pillola: sessant’anni di lotta e le conseguenze della “gag rule”

Il 5 giugno ricadeva il 60esimo anniversario dell’approvazione della pillola per il trattamento dei disturbi mestruali da parte della Food and Drug Administration, degli Stati Uniti d’America.

Un anniversario importante che permette di riflettere sui progressi e sui benefici, ma anche sulla continua battaglia per l’accesso ai contraccettivi – farmaci che nell’uso comune hanno assunto la denominazione di “pillola”.

La pillola, fu creata inizialmente per trattare disturbi mestruali, ma presto si vide  che poteva essere utilizzata anche come contraccettivo.  Questo uso però rimase a lungo un tabù. Trascorsero tre anni prima che i medici potessero prescriverla come contraccettivo e un decennio perché le donne la potessero ottenere prima del matrimonio.

La pillola ha assunto e assume un’importanza rilevante nel mondo, considerando che il mercato di farmaci contraccettivi nel 2015 ha fatturato più di 6,1 miliardi di dollari a livello globale e soprattutto osservando la trasformazione apportata alle società, almeno in quelle in cui il farmaco è accessibile. Ad esempio è stato dimostrato un aumento dell’istruzione e dei guadagni per le donne negli Stati Uniti e in Europa occidentale. In un rapporto del 2007 che analizzava i dati degli anni ’60 e ’70 negli Stati Uniti, è emerso un aumento del 17% delle donne iscritte all’università negli Stati dove la pillola veniva prescritta a 18 anni rispetto a quelli in cui era proibita fino ai 21 anni. Altro interessante cambiamento è stato il rallentamento della crescita della popolazione, esempio emblematico è il Bangladesh dove nel 1970 la media di figli per donna era pari a sette, mentre oggi è due.

Nonostante questi miglioramenti tangibili, rimangono grandi lacune nell’accesso, associate al sessismo, alla povertà, ai tabù culturali e attualmente anche alla politica.

In Sudafrica ad esempio, i contraccettivi sono legalizzati da lungo tempo, ma le giovani donne si lamentano della difficoltà nel parlare di sessualità da parte delle infermiere nelle cliniche di salute riproduttiva. Sempre in Sudafrica le gravidanze in età adolescenziale sono pari al 4,4%, dato associato all’elevata incidenza di HIV, una tra le più alte al mondo. Proprio per questo motivo i laboratori per HIV offrono spesso anche assistenza alla salute riproduttiva.

La difficoltà all’accesso è stata accentuata anche dalla recente “gag rule” messa in atto dal presidente statunitense Donald Trump, ovvero una regola che limita o proibisce di trattare alcuni argomenti da parte di organi legislativi o di governo. Il ripristino di questa politica conservativa fa sì che i fondi statunitensi per lo Sviluppo Internazionale non vengano più investiti in nessuna organizzazione che lavori all’estero e che tratti di aborto.

I tagli di bilancio proposti al Dipartimento di Stato e all’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale riducono i fondi ai servizi che forniscono contraccettivi per le donne nei paesi in via di sviluppo di circa 523 milioni di dollari. Una relazione dell’Istituto Guttmacher, stima che per ogni 10 milioni di dollari non investiti sulla pianificazione familiare, 433.000 donne in meno riceveranno contraccettivi, ciò provocherà 128.000 gravidanze non intenzionali. Studi hanno dimostrato che il risultato di questa politica si tradurrà nell’aumento della pratica di aborti, che spesso essendo inaccessibili vengono effettuati illegalmente.

Chissà se oggi l’infermiera Margaret Sanger – fondatrice della Planned Parenthood – sarebbe più orgogliosa del miglioramento apportato alla vita di milioni di donne dalla pianificazione familiare, o sarebbe profondamente delusa nel sapere che, dopo un secolo, milioni di donne non hanno ancora accesso ai contraccettivi per mancanza di volontà politica.

di B.A.

MAKE OUR PLANET GREAT AGAIN – L’impatto sulla salute delle scelte climatiche statunitensi

3 giugno 2017 – Il presidente statunitense Donald Trump ha deciso che gli Stati Uniti si ritireranno dall’Accordo di Parigi.

Quest’ultimo entrato in vigore lo scorso novembre, invita i paesi a combattere il cambiamento climatico e ad accelerare e intensificare le azioni e gli investimenti necessari per un futuro sostenibile a basse emissioni di carbonio. Mira inoltre a rafforzare la capacità dei paesi ad affrontare gli impatti del cambiamento climatico, chiedendo un ampliamento dei flussi finanziari e un rafforzamento delle azioni nei paesi in via di sviluppo.

Il ritiro statunitense dall’Accordo è una grande sconfitta per gli sforzi globali al fine di promuovere la sicurezza globale e avrà certamente un impatto sulla salute. Con la dott.ssa Maria Neira – direttore del Dipartimento di Ambiente e Determinanti Sociali all’Organizzazione Mondiale della Sanità – intervistata durante la 70ma Assemblea Mondiale della Sanità –abbiamo parlato di come il cambiamento climatico stia influenzando la salute e le conseguenze su quest’ultima della decisione statunitense.

“Il cambiamento climatico influisce notevolmente sulla salute, specialmente sulle basi che sostengono la nostra salute – l’acqua, il cibo e la localizzazione geografica in cui viviamo.” afferma la Neira, che continua: “tra le conseguenze dirette del cambiamento climatico, da associare soprattutto ai disastri naturali, troviamo la distruzione dei raccolti agricoli, con conseguenze gravi sull’alimentazione, e il limitato accesso all’acqua. Un altro importante impatto riguarda la necessità delle persone di migrare a causa dei disastri naturali e il cambiamento climatico. È emerso infatti che nei prossimi anni le cause principali degli spostamenti saranno proprio la ricerca di fonti di acqua e cibo. Inoltre il riscaldamento globale sta creando condizioni ambientali che facilitano la trasmissione di malattie trasmesse da vettori, come la malaria e la dengue, in zone che precedentemente non ne erano colpite. Bisogna inoltre menzionare l’impatto dell’inquinamento dell’aria, che si stima essere correlato con la morte di 6,5 milioni di persone l’anno.”

Alla domanda quali sono i Paesi che sono intervenuti con misure strategiche per gestire la problematica del clima, la Neira risponde che: “Gli Stati Europei si sono impegnati notevolmente in ambito ambientale e la firma dell’Accordo di Parigi è stata cruciale. Adesso è necessario vigilare perché questo accordo venga mantenuto e perché ci si impegni ad applicarlo”. Riguardo l’eventuale recessione dell’Accordo di Parigi da parte degli Stati Uniti e dell’eventuale influenza di quest’ultimi su altri Paesi la dott.ssa Neira una settimana fa dichiarava: La posizione degli USA sta indubbiamente generando dibattito, ma allo stesso tempo sta creando un fronte comune tra coloro che credono che sia importante e urgente fare qualcosa per il cambiamento climatico. Penso inoltre che le idee del presidente Donald Trump non rappresentino il pensiero comune degli americani e di altri esponenti politici, che in molti casi non torneranno indietro sulle linee politiche riguardo il cambiamento climatico. In ogni modo, penso sia doveroso rimanere ottimisti e pensare che queste teorie siano principalmente questioni politiche, che mi auguro supereremo”.

La dott.ssa Neira ricorda inoltre la necessità di intervenire e di applicare misure strategiche, per evitare che il cambiamento climatico abbia un impatto negativo sulla salute. Dichiara inoltre che “dovremmo spiegare ai politici, e in questo ambito la società civile riveste un ruolo fondamentale facendo pressione politica, che è importante investire sul tema del cambiamento climatico. Nonostante l’investimento economico sia oneroso, questo produrrà un ritorno quasi quattro volte superiore all’investimento iniziale e ridurrà notevolmente il costo sanitario dell’ospedalizzazione per malattie croniche associate all’inquinamento”.

Per l’amministrazione Obama la Salute Globale è una priorità di politica estera

Martedi 3 luglio l’Amministrazione Obama ha annunciato la chiusura dell’ufficio della Global Health Initiative (Iniziativa per la Salute Globale) e il suo direttore esecutivo Lois Quam in un’intervista al “Global Pulse” ha detto che il compito di quell’ufficio viene “elevato”  all’ufficio del Dipartimento di Stato per la Diplomazia Globale. Una mossa che secondo l’alta funzionaria “porta la salute globale ai più alti livelli della diplomazia del governo degli Stati Uniti”.

La Salute Globale rimarrà una priorità del Governo degli Stati Uniti e funzionerà sotto la direzione congiunta delle tre agenzie governative – USAID, CDC, OGAC – per assicurare che gli obiettivi della iniziativa per la Salute Globale (lanciata da Obama all’inizio del suo mandato) siano raggiunti.

La Quam ha sottolineato che si tratta di un ampliamento di orizzonte, prima circoscritto ad una viione piuttosto interna e ora inserito nel più ampio panorama della politica estera. Riconoscere la Salute Globale come uno dei compiti della diplomazia “ci consente di lavorare con più forza con i paesi partner e gli altri donatori” ha aggiunto l’alta funzionaria (http://smtp01.kff.org/t/32074/542507/33454/0/).(EM)