OMS: per la prima volta 3 Direttori Generali si riuniscono per discutere di Copertura Sanitaria Universale

Ginevra, 25 Maggio 2017 – Per la prima volta nella storia 3 Direttori Generali dell’OMS si sono riuniti per discutere di Copertura Sanitaria Universale (UHC).

La Dr.ssa Brundtland, la Dr.ssa Chan e il neo eletto Direttore Generale il Dr. Tedros, hanno da poco concluso un dibatto sull’UHC.

“È importante essere qui insieme per affermare con forza che l’UHC è un imperativo etico per l’OMS” dice la Dr.ssa Chan.

“In tutto il mondo si dovrebbe ricevere l’assistenza sanitaria necessaria senza andare incontro a conseguenti difficoltà finanziarie” afferma la Dr.ssa Brundtland.

Prende parola il Dr. Tedros che definisce “un crimine lasciare che la gente muoia per mancanza di assistenza sanitaria”.

Sottolinea la Chan: “La copertura sanitaria universale è un sogno accessibile, anche per i paesi a risorse limitate”.

“Ascoltate la società civile. Le organizzazioni sociali sono la vera coscienza della società.” Ultimo discorso di Margaret Chan

Ginevra, 22 Maggio 2017- Si conclude il decennio di dirigenza Chan all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Si è concluso ora l’ultimo discorso di Margaret Chan, nel quale risalta il ruolo dell’OMS come rete sicura che abbraccia l’intero globo, che si fonda sulle persone, sul pianeta, sulla pace e sulla partnership.

E’ il momento dei saluti, dei bilanci e dell’eredità.

La Dr.ssa Chan riconosce umilmente gli errori compiuti nella gestione dell’epidemia 2014 di Ebola, che – seppur con ritardo – ha condotto allo sviluppo di un programma di emergenza e alla formulazione di un vaccino.

La Chan lascia consigli non solo al suo successore, ma all’intera comunità.

Raccomanda all’OMS di essere sempre promotrice di equità e principi etici.

Sottolinea l’importanza della società civile, come vera e propria “coscienza della società”

Afferma inoltre: “Ricordatevi delle persone… dietro ad ogni numero c’è una persona che definisce la nostra umanità e che merita la nostra attenzione.”

Per ultimo, ringrazia David (qualcuno sospetta un endorsement al candidato come nuovo Direttore Generale, il britannico David Nabarro? – in effetti uno dei momenti più attesi di questa Assemblea è l’elezione della/del successore; in lizza anche la pakistana Dr Sania Nishtar, e l’etiope Dr Tedros Adhanom Ghebreyesus ).
Poi specifica: “David è il nome di mio marito”.

Un accordo sul clima è anche un accordo per la salute

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) presenta il secondo capitolo della raccolta “Dieci anni nella salute pubblica 2007 – 2017”: OMS guardiana della salute globale: cambiamento climatico, inquinamento dell’aria, resistenza agli antibiotici.

L’OMS pone l’accento sull’importanza di riconoscere il cambiamento climatico come il maggiore problema del 21esimo secolo. E’ oramai accertato che l’impatto del cambiamento climatico ha dirette conseguenze sulla distribuzione, frequenza e severità delle patologie infettive. “Per le malattie infettive, il cambiamento climatico è una minaccia a più volti. Tocca le minacce già esistenti – dall’epidemia del colera, alla diffusione del Virus Zika a nuove aree geografiche, al peggioramento della siccità che porta malnutrizione severa – e le incrementa.”

Il resoconto ricorda il trattato sul cambiamento climatico di Parigi come un passaggio storico in cui “i paesi si sono impegnati a ridurre le emissioni di gas a effetto serra e incrementare le misure di contenimento del cambiamento climatico.” Ma subito dopo viene sottolineato come molto deve essere ancora fatto. La Dottoressa Chan, Direttore Generale dell’OMS a mandato oramai scaduto, più volte ha ricordato come il mondo sia considerevolmente in ritardo nell’accettare la gravità del problema e di prendere decisioni nel merito.

I numeri parlano chiaro. Il cambiamento climatico causa decine di migliaia di morti. Nel 2030 si stima che la mortalità causata dal cambiamento climatico salirà a 250 000 morti all’anno, le cui cause saranno riconducibili a malattie quali malaria, diarrea, dengue, colera, problemi legati alla sola malnutrizione e ai disastri ambientali. Da qui, se si riconosce che i cambiamenti climatici hanno un diretto effetto sulla morbosità e la mortalità, ma più in generale sulla salute umana globale, si può comprendere come l’accordo di Parigi non sia solo un patto sulla protezione ambientale del nostro pianeta, ma rappresenti un’alleanza globale di salute pubblica.

Nel rapporto si sottolinea che le politiche già intraprese vanno nella direzione giusta, ma anche che esse necessitano di attuazione per arginare il surriscalmento del pianeta e contrastare gli effetti che quest’ultimo ha sulla salute dell’uomo. “I ricercatori hanno stimato che agire sulle sovvenzioni energetiche globali potrebbe ridurre l’emissione di diossina di più del 20%, riducendo a più della metà i morti causati dall’inquinamento dell’aria, facendo risparmiare ai governi quasi tre mila miliardi di dollari.”

Un altro passaggio richiamato dal rapporto è la creazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici il cui scopo è quello di “indurre i ministri della salute e altri soggetti coinvolti a includere la salute nei negoziati sul clima.” Il lavoro della Commissione è finalizzato ad evidenziare quelle azioni volte ad arginare il cambiamento climatico – “la scelta di puntare verso fonti di energia più pulite, il trasporto pubblico e la promozione della bicicletta e degli spostamenti a piedi” –, le quali hanno effetti diretti e riscontrabili sulla salute dell’uomo.

In conclusione, si riaffermano gli sforzi che dovranno essere ancora affrontati. Ricordando che lavorare nella giusta direzione significa crearsi “l’opportunità di proteggere la risorsa più preziosa del pianeta, le persone. Un pianeta rovinato non può sostenere la vita umana in buona salute.”

F.O.

OMS: Dalle cure primarie per la salute alla copertura universale. Il sogno realizzabile – “10 anni nella sanità pubblica 2007-2017”

Dopo il lancio del rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha elaborato il primo di vari capitoli in cui si valutano i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Il primo capitolo ripercorre la strada compiuta dalle cure primarie per la salute alla copertura universale.

Nel 1978 la Dichiarazione di Alma-Ata lanciò un pensiero rivoluzionario, individuando  le cure primarie per la salute  (Primary Health Care) come la strategia per raggiungere l’obiettivo della  Salute per tutti entro il 2000, stabilito l’anno prima dalla Assemblea Mondiale della Sanità.
La conferenza internazionale sulle cure primarie per la salute, tenutasi nell’allora capitale della Repubblica socialista sovietica del Kazhakistan e che coinvolse 134 paesi e 67 organizzazioni internazionali, sollecitava un’urgente azione per assicurare a tutti le cure primarie per la salute, in ogni parte del mondo, con particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo.

Il cambio di paradigma fu da subito ostacolato e tacciato di utopistico. Poi, con l’emergere di HIV/AIDS, l’aggravarsi della tubercolosi e l’aumento dei casi di malaria, l’attenzione della salute pubblica internazionale si è andata concentrando progressivamente sulla gestione di quelle tre malattie.

Nel 2000, i capi di Stato e di Governo dei 193 stati membri delle Nazioni Unite sottoscrissero gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG), impegnandosi a raggiungere gli otto obiettivi entro il 2015.
Le iniziative sanitarie globali messe in atto  nel perseguire specificamente gli obiettivi di salute, hanno raggiunto importanti risultati, facilmente misurabili nel numero di interventi erogati, morti evitate, e prolungata aspettativa di vita.
Le strategie seguite, al fine di ottenere un impatto più rapido, invece di rafforzare i deboli sistemi sanitari di quei paesi hanno: sviluppato sistemi paralleli, prodotto un’onerosa duplicazione degli interventi, spesso erogati da enti diversi con approcci differenti, e frammentato i servizi.
Per rendere gli aiuti più efficaci si richiedeva piuttosto: il rispetto delle priorità e delle strategie fissate da ciascun Paese, l’allineamento delle iniziative internazionali con i sistemi nazionali, nonché l’armonizzazione degli interventi e delle responsabilità e il reciproco rendiconto degli attori coinvolti.
I paesi beneficiari dichiararono di aver bisogno di competenza, non di carità.
Sostenere e rafforzare i servizi nazionali è considerata la miglior strategia di assistenza allo sviluppo.

Una significativa spinta per il cambiamento arrivò nel 2008, quando il Rapporto mondiale della sanità pubblicò Primary Health Care. Now more then ever – Cure primarie per la salute. Ora più che mai, in occasione del 30° anniversario della dichiarazione di Alma-Ata. Da quel rapporto emergevano dati impietosi riguardanti l’organizzazione, l’appropriatezza e l’efficacia dei sistemi sanitari, mentre si  richiamavano le cure primarie come la miglior strada da percorrere al fine di costruire sistemi sanitari che garantissero il diritto universale alle cure.
Dal confronto tra paesi di uguale livello di sviluppo economico si evince come, quelli con il sistema sanitario organizzato in funzione ai principi di assistenza primaria, abbiano un più alto livello di salute.
La copertura sanitaria universale è dunque promossa anche come strategia per la lotta contro le disuguaglianze.
In ultima analisi, la distribuzione della salute all’interno di una popolazione è correlata all’equità assicurata dalle strategie politiche, economiche e sociali.

In quello stesso anno, con la pubblicazione dei risultati dei lavori della Commissione dell’OMS sui determinanti sociali della salute, l’accento venne posto sull’importanza dei determinanti sociali nella produzione della salute, superando una visione centrata sugli interventi medici.
Seguendo questa linea, la Commissione suggeriva sistemi di salute che agissero sui determinanti sociali della salute. In un momento di crescente allarme per l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili, la prevenzione attuata in settori non sanitari divenne un nuovo importante obiettivo.

Simultaneamente, la crisi finanziaria globale del 2008, condizionò un passaggio rapido dalla prosperità all’austerità, riportando in auge la ricerca di risultati rapidi e misurabili, propri di un approccio basato sul prodotto (il farmaco, il vaccino, etc.).

Una serie di articoli pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet concludevano però, ricordando ancora una volta, che le cure primarie per la salute rimanevano il modo migliore per ridurre gli sprechi e per migliorare l’efficienza nella fornitura dei servizi.

Su questa linea si va dunque affermando l’idea della copertura sanitaria universale, principio fondante delle cure sanitarie primarie e strategia correttiva potente, in grado di determinare un fondamentale riorientamento dei sistemi sanitari.

Con il Rapporto OMS sulla Salute Mondiale del 2010, Finanziamento del sistema sanitario: il percorso verso la copertura universale quell’approccio acquisì rinnovato consenso.

In un momento di aumento dei costi era fondamentale che i paesi prima di tagliare le spese sanitarie riducessero gli sprechi e le inefficienze; il rapporto stimava infatti che gli sprechi costituivano tra il 20% e il 40% di tutta la spesa sanitaria.

Tutti i paesi, qualunque fosse la loro fase di sviluppo, avrebbero potuto adottare misure immediate per procedere verso una copertura universale. Un commento su The Lancet descrive il movimento verso la copertura sanitaria universale come una “grande transizione” che sta “investendo il pianeta, cambiando il modo in cui l’assistenza sanitaria è finanziata e in cui sono organizzati i sistemi sanitari.”

Nel 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’obiettivo di copertura sanitaria universale mediante una risoluzione sponsorizzata da più di 90 paesi, di tutte le regioni del mondo.

La copertura sanitaria universale è stata definita dal premio Nobel Amartya Sen un “sogno realizzabile” anche per i paesi più poveri. In quest’ultimi l’assistenza sanitaria di base può essere fornita ad un notevole livello con costi molto bassi sempreché la società, ivi inclusa la leadership politica e intellettuale, s’impegnasse con forza in tal senso. Veniva quindi smentita l’ipotesi comune che un paese povero dovesse prima diventare ricco per sostenere i costi di assistenza sanitaria per tutti.

L’inclusione della copertura sanitaria universale come obiettivo nell’Agenda globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030 ne sintetizza lo spirito per cui: “nessuno deve essere lasciato indietro”. Viene inoltre definita come la piattaforma unificante per l’espressione di tutti gli altri obiettivi di salute. È la massima espressione di equità e uno dei più grandi equalizzatori sociali tra tutte le opzioni politiche, contribuendo alla coesione sociale e alla stabilità – in tutti i paesi.

“La copertura sanitaria universale è l’unico e il più potente strumento che la salute pubblica ha da offrire”, ha dichiarato il direttore della OMS, Margareth Chan.

In un momento storico in cui le politiche, in così tanti settori, tendono ad aumentare le disuguaglianze sociali, è particolarmente gratificante immaginare che la salute possa guidare il mondo verso una maggiore equità.

http://www.who.int/publications/10-year-review/universal-coverage/en/

di Beatrice Formenti e Benedetta Armocida

OMS: “I dieci anni di Margaret Chan”

A metà maggio l’Organizzazione Mondale della Sanità (OMS) eleggerà il suo nuovo direttore generale. In vista del passaggio del testimone, il 13 aprile 2017 l’OMS ha pubblicato il rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017” che analizza l’evoluzione della salute globale nel decennio che ha visto la Dr.ssa Margaret Chan alla guida dell’Organizzazione.

Il rapporto si svilupperà in una serie di capitoli, che verranno pubblicati nel corso delle prossime sei settimane, valutando i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Nella lettera con cui introduce il rapporto la Dr.ssa Chan ricorda: “Insieme abbiamo fatto enormi progressi. La salute e l’aspettativa di vita sono migliorate un po’ ovunque. Milioni di vite sono state salvate. Il numero di morti per malaria ed HIV è stato dimezzato. Gli sforzi dell’OMS per fermare la tubercolosi hanno salvato 49 milioni di vite dall’inizio di questo secolo. Nel 2015, il numero di decessi infantili è sceso sotto 6 milioni all’anno per la prima volta, una diminuzione del 50% dei decessi annuali dal 1990. Ogni giorno muoiono 19’000 bambini in meno. Siamo in grado di contare questi numeri grazie alla cultura della misurazione e della responsabilità instillato nell’OMS.”

Chan segnala anche le sfide per la salute che caratterizzano il XXI secolo; senza precedenti per la complessità e per l’universalità del loro impatto. Eppure, è possibile fronteggiarle, come nel caso dell’epidemia di Ebola del 2014, che si è riuscita ad affrontare e superare nonostante l’eccezionale complessità, portando allo sviluppo di un programma di Emergenze, che consentirà una risposta più veloce ed efficace alle epidemie e alle emergenze.

Il rapporto rivela poi l’altra fondamentale priorità dell’OMS: l’equità nell’accesso alle cure come imperativo etico. A nessuno dovrebbe essere negato l’accesso alle cure salva-vita o ad interventi di promozione della salute, come invece avviene a causa delle ingiustizie economiche o sociali che continuano a caratterizzare le nostre società.

Il principio di equità è riaffermato dal lavoro dell’OMS per la copertura sanitaria universale, indicata come la massima espressione di equità sociale e che sarà il tema preso in esame nel primo capitolo del rapporto.

“In un mondo di fronte a profonde incertezze, lo sviluppo della salute internazionale è una forza unificante – ed edificante – per il bene dell’umanità. Sono orgogliosa di aver assistito a questo suggestivo spirito di collaborazione e solidarietà globale.” dice la Chan.

http://www.who.int/publications/10-year-review/dg-letter/en/

di Benedetta Armocida

OMS: I governi non si facciano intimidire dalle case farmaceutiche

pills-drugs-perscription-healthcare-health-doctors-sick-medicineE’ la storia che si ripete, come spesso succede. La tensione astiosa tra diritto alla salute e regole del commercio che ha assunto i contorni di una guerra. Di una guerra senza tregua.

Correva l’anno 2000 quando la comunità internazionale riunita a Ginevra nella sala del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la stessa in cui questa settimana è convocata una porzione non irrilevante di paesi, prendeva posizione a sostegno del Sudafrica di Nelson Mandela. Una brutta storia.  139 case farmaceutiche si erano associate in un micidiale cartello per sfidare il governo sudafricano impugnando in tribunale il Medicines Act  del 1997, ovvero la legge con cui il Sudafrica – in quel momento la nazione al mondo più colpita dall’HIV/AIDS e dalla tubercolosi – intendeva assicurare maggiore accesso per i pazienti alle terapie salvavita, e controllare così gli effetti dirompenti le sue emergenze sanitarie.  Lo faceva con una legge che, pionieristicamente, dava piena attuazione a tutte le clausole di salvaguardia adottate solo due anni prima in seno all’Organizzazione del Commercio, con l’accordo TRIPS sulla proprietà intellettuale, a parziale difesa di alcuni fondamentali diritti umani, salute inclusa. Il costo di una terapia antiretrovirale, nel 2000, era di oltre 10.000 dollari all’anno per paziente.  A partire da quella prima vicenda di scontro fra profitto e diritto alla salute, il movimento globale per l’accesso ai farmaci essenziali prese il via, nel 1999. Solo alla fine del 2001 il cartello delle industrie, sotto pressione da parte della Corte Suprema sudafricana, decisero di ritirarsi dall’azione legale. Fu quello, anche, l’inizio della guerra fra i portatori degli interessi collettivi – professionisti della salute, associazioni nazionali, gruppi di pazienti, organizzazioni non governative – e i titolari d’interessi commerciali.

Quindici anni sono passati, e ci risiamo. Nel settembre 2013, il ministero del commercio sudafricano ha aperto una consultazione pubblica su un disegno di legge  contenente nuove norme in materia di proprietà intellettuale (i brevetti). La nuova proposta legislativa include una ampia gamma di clausole compatibili con il quadro normativo internazionale (accordo TRIPs) volte ad evitare quello che in termini tecnici va sotto il nome di frivolous patenting, cioè la brevettazione di processi o prodotti che innovativi non sono: l’introduzione della possibilità di impugnare una applicazione brevettuale prima o dopo il suo esame (pre-grant e post-grant patent opposition); alti standard di brevettabilità per premiare l’innovazione ed limitare il prolungamento dei lunghi monopoli brevettuali (evergreening); limitazione del brevetto ad un massimo di 20 anni, senza eccezione; no all’esclusività dei dati clinici; la semplificazione dei meccanismi di importazione parallela e licenza obbligatoria previsti dai TRIPs; un meccanismo di cautela per scongiurare il coinvolgimento del Sudafrica in qualunque accordo commerciale e sugli investimenti bilaterale che limiti il ricorso alle norme di flessibilità contenute nei trattati multilaterali (la UE preme per un accordo bilaterale con Angola, Botswana, Lesotho, Mozambico, Namibia, Swaziland e Sudafrica, come Southern African Development Community).

L’industria farmaceutica non si è fatta attendere, con una strategia di deragliamento del piano di governo che il ministro della salute sudafricano, Aaron Motsoaledi, non ha esitato a qualificare “genocidio”, “cospirazione di magnitudine satanica”. I primi dettagli sono emersi dalla stampa sudafricana, l’autorevole Mail and Guardian, il 17 gennaio. A questi si sono aggiunti i dettagli di un documento fatto pervenire a Knoweledge Ecology International (KEI), ad oggi di dominio pubblico, in cui si descrive come la farmindustria sudafricana (Innovative Pharmaceutical Association of South Africa, IPASA) e l’omologa associazione americana PhRAMA (Pharmaceutical Researchers & Manufacturers of America) abbiano commissionato ad un’agenzia di consulenza “di alto calibro” con sede negli Stati Uniti, la Public Affairs Engagement (PAE) il compito di sovvertire il percorso del disegno di legge.  Il piano consiste in un investimento di 600.000 dollari (ripartiti fra farmaceutiche americane e sudafricane) destinati a una campagna volta a “mobilitare le voci nazionali ed internazionali” in un unico messaggio: la riforma della proprietà intellettuale è una svolta pericolosa per la più grande economia dell’Africa. L’iniziativa spauracchio, breve ed “energica”, è stata congegnata nel solco della campagna politica per le elezioni in Sudafrica, con l’intento appunto di ritardare l’approvazione del disegno di legge almeno fino a dopo il voto, previsto a maggio. Nell’analizzare i contenuti della corrispondenza fra IPASA e PhRMA, il prof. Brook Baker della associazione americana Health GAP, ha confermato che sotto l’accattivante titolo di “Forward South Africa”, la campagna pilotata oltre oceano da un ex funzionario del governo americano, uomini dell’imprenditoria e del mondo accademico, garantiva un rigoroso scrutinio di tutte le attività di ricerca e di comunicazione sull’argomento della riforma sudafricana.

La vicenda ha suscitato non poca fibrillazione nella comunità delle ONG, ed è scoppiata giovedì pomeriggio nel consiglio esecutivo dell’OMS, in margine al dibattito sull’accesso ai farmaci. Prendendo la parola, la direttora del Ministero della Salute Precious Matsoso, ex coordinatrice del dipartimento OMS-Salute Pubblica, Innovazione e Proprietà Intellettuale (PHI), ha ricordato non senza emozione gli attacchi senza scrupoli di Big Pharma negli anni passati, in un Sudafrica devastato dalla co-infezione HIV e tubercolosi. Spiegando le ragioni di questa riforma, che si ispira ai modelli di Stati Uniti, Europa, Brasile e India, Matsoso ha contestato che “la nuova politica sui brevetti intende modernizzare il Sudafrica e allineare il paese alle norme internazionali, fissando un esempio per  gli altri paesi africani impegnati nella riforma del regime brevettuale”. Si tratta appunto di promuovere la salute pubblica e nel contempo premiare l’innovatività delle imprese sudafricane. “Il Sudafrica brevetta ciecamente senza esaminare la qualità dei prodotti industriali, e somministra più brevetti nel campo farmaceutico di Stati Uniti e Europa; per questo i farmaci generici non sono disponibili nel mio paese (se non contro l’HIV/Aids). Per il farmaco antitumorale Imatinib, il Sudafrica paga 35 volte di più degli altri paesi, in cui la concorrenza dei farmaci equivalenti è un dato di mercato acquisito”.

Alle sue parole è seguito un lungo applauso, ma in plenaria solo i paesi del sud hanno sostenuto Pretoria apertamente, pronti ad appoggiare iniziative contro l’indebita influenza del settore privato nelle politiche di un governo sovrano. Margaret Chan, che non ha voluto prendere posizione contro Big Pharma apertamente, si è limitata al generico commento che “nessun governo dovrebbe essere intimidito dai portatori di interessi per il fatto di fare la cosa giusta in salute” .

Un silenzio rumoroso, invece, dai paesi industrializzati.  Dopo anni di dibattiti, iniziative, dichiarazioni, la storia non si ripete soltanto. Marcia a ritroso.

Nicoletta Dentico

Presidente Osservatorio sulla Salute Globale

La difficile strada dell’OMS per distinguere la natura degli attori non statali che si occupano di salute

WHOPiù di un anno fa, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha preso la decisione di riformare il modo in cui si relaziona con i vari attori esterni che interagiscono con la agenzia. In molti hanno visto in questo passo un’opportunità di mettere mano alla credibilità e migliorare l’immagine dell’OMS, di recente sotto il proiettore per essere stata troppo contigua agli interessi dell’industria farmaceutica o di quella del cibo spazzatura (qui un esempio).

Nel 2011, l’Assemblea mondiale della salute prese la decisione di regolamentare queste relazioni con due politiche separate, volte rispettivamente alle Organizzazioni non governative (ONG) e alle entità private che perseguono fini di lucro. Questa differenziazione da un lato faciliterebbe la collaborazione dell’OMS con molte ONG che sostengono gli stessi principi fondamentali dell’agenzia e dall’altro permetterebbe all’OMS di difendersi in modo adeguato dall’influenza crescente e inadequata del settore commerciale e di altri organismi legati al profitto economico, spesso in diretto conflitto con la salute pubblica.

Al Segretariato dell’OMS era stato affidato il mandato di presentare le bozze di queste due politiche alla sessione del Consiglio Esecutivo del maggio 2013. Il rapporto preparato a questo scopo dal Segretariato ha deluso molti, e sopratutto le ONG e la società civile: non solo non proponeva alcuna bozza di politica da discutere, ma ignorava del tutto la decisione dell’Assemblea di considerare le ONG come un ambito separato rispetto al settore privato. Il rapporto invece parla in generale di ‘attori non-statali’, raggruppando in un unico calderone tutti coloro che interagiscono con l’OMS e non sono Stati membri e ignorando l’esistenza di interessi diversi e spesso divergenti tra i vari attori esterni all’OMS.

La spaccatura non si è fatta attendere. In seno al 133esimo Consiglio esecutivo dell’OMS il problema della differenziazione tra i diversi attori esterni non-statali è stato il punto più caldo del dibattito e ha segnato una divisione chiara tra le posizioni dei diversi stati membri. Da un lato alcuni Paesi industrializzati come la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada e la Norvegia hanno appoggiato l’approccio del Segretariato e si sono espressi contro la differenziazione tra gli attori esterni all’OMS. L’argomento è che la separazione in categorie dei vari organismi non-statali è troppo difficile; inoltre occorre ottemperare ai principi di inclusività, trattamento equo e dialogo con tutti gli attori. Per niente sorprendente l’eco che è venuta a questa posizione dalla Federazione internazionale dei produttori e delle associazioni farmaceutiche, IFPMA, legata agli interessi dell’industria farmaceutica, che ha definito la distinzione tra il settore privato e le ONG un criterio opinabile e discriminatorio.

Su posizioni di segno opposto si è invece schierata la maggioranza degli Stati membri, che rappresentano soprattutto i Paesi in via di sviluppo, ricordando i vari interessi in campo quando si parla attori non-statali, e chiedendo all’OMS di regolarsi di conseguenza. Paesi come il Senegal – a nome dei 47 Paesi del gruppo africano – molti fra i Paesi del Sud America, come Argentina, Brasile, Panama, Ecuador, e ancora l’Egitto, l’India e lo Sri Lanka hanno chiesto al Segretariato di sviluppare una tipologia differenziata di attori non statali, più aderente alla realtà, e di redigere norme specifiche per ciascuna categoria. Molte ONG, come Corporate Accountability International, International Baby Food Action Network e People’s Health Movement, hanno appoggiato la stessa posizione (clicca qui).

Sembra evidente che in prima battuta il Segretariato dell’OMS abbia deliberatamente scelto di favorire la posizione dei principali Paesi donatori e di trascurare le pur numerose posizioni degli altri Stati membri. Una consuetudine di approccio che non paga quasi mai. Il Consiglio esecutivo ha deciso di ‘notare’ e non di ‘approvare’ il rapporto del Segretariato dell’OMS, come testimoniato dal resoconto della discussione. Trovandosi di fronte a una maggioranza in disaccordo con il rapporto proposto, la Direttrice generale Margaret Chan, nel suo intervento di chiusura, ha fatto un passo indietro e ha riconfermato che il Segretariato si adopererà per sviluppare le due politiche decise dalla 65esima Assemblea.

Intanto si è perso dell’altro tempo, e la confusione degli interessi non fa bene alla salute!

 

Ina Verzivolli

Coordinatrice attività diritti umani, International Baby Food Action Network

L’OMS cerca nuove regole d’ingaggio per la società civile

WHOL’OMS rilancia il dialogo con la società civile e cerca nuove regole di interazione con il complesso mondo delle organizzazioni non governative (ONG) dopo anni di acuminate resistenze, incidenti di percorso, progressiva riduzione degli spazi di parola imposta a suon di regole non scritte, volte a delimitare la voce critica nei confronti dell’agenzia e dei suoi stati membri.

La novità di dialogo, che ha registrato un primo appuntamento formale il 18 ottobre scorso a Ginevra alla presenza della direttrice Margaret Chan, si inquadra nel faticoso cammino di riforma che l’OMS ha avviato  nel 2011, e dà attuazione agli indirizzi della 65ma Assemblea Mondiale della Salute, con cui gli stati membri hanno chiesto al segretariato la messa a punto di una nuova “policy” per regolare la collaborazione del’OMS con la società civile. Un tentativo simile era stato perseguito con la “Civil Society Initiative” nei primi anni del 2000, ma era abortito nel 2004 per via della resistenza di alcuni paesi che non vedevano di buon occhio un allargamento del ruolo delle ONG nelle dinamiche diplomatiche dell’organizzazione.

Oggi le cose sono cambiate, dicono al segretariato dell’OMS, e vale la pena riprendere il discorso laddove si era interrotto nel 2004, con tutti gli aggiornamenti del caso. Va detto peraltro che questa virata di atteggiamento deriva in buona misura dal lavoro di pressione che il gruppo della società civile più impegnato sulla riforma dell’OMS, Democratising Global Health for the WHO Reform (DGH), ha portato avanti per oltre un anno con il segretariato ed alcuni stati membri. Uno dei capitoli più significativi della riforma dell’OMS in senso democratico ha decisamente a che fare con l’allargamento delle maglie di un’interazione tra OMS e ONG assai asfittica, poco proficua, sostanzialmente avvelenata da un clima di ostilità non riscontrabile in altre agenzie delle Nazioni Unite. Il documento di lavoro con cui il Segretariato ha preparato l’incontro del 18 ottobre, cui hanno partecipato una cinquantina di organizzazioni presenti a Ginevra e una decina in streaming, segnala il recepimento delle proposte delle ONG di interesse pubblico (PINGOs), a partire dal riconoscimento del ruolo che le ONG giocano nell’arena della salute globale, sia sul piano nazionale che internazionale, ivi inclusi i movimenti sociali ed i vari networks che perseguono il diritto alla salute.

L’incontro del 18 ottobre ha cominciato a definire i nodi da affrontare. Primo tra tutti la classificazione della galassia del non governativo a seconda degli interessi diversi, e divergenti, che i vari attori della società civile perseguono. Accanto alle PINGOs infatti sedevano le ONG nate a tutela del settore corporate privato (BINGOs), in parte preoccupate per le inattese aperture del documento di lavoro dell’OMS, e le reti di associazioni dei pazienti di malattie croniche nate negli ultimi decenni e prevalentemente finanziate dalle case farmaceutiche. Ma la classificazione della società civile, include molte altre categorie, e la definizione di criteri condivisi da tutti: esercizio arduo e rischioso per tutti. Altra questione cruciale attiene al conflitto di interessi, ambito assai poco regolamentato in seno all’OMS, e radice di recenti inciampi dell’organizzazione, a detrimento della sua stessa credibilità (un caso per tutti, la gestione della influenza pandemica H1N1).

Il segretariato ha promesso trasparenza nella messa a punto della nuova policy sulle ONG. Incluse nuove consultazioni aperte, anche on line. Intanto, serve sapere che un percorso parallelo è stato messo a punto per l’interazione dell’OMS con il settore privato, e molto probabilmente una politica specifica verrà definita anche per regolamentare il ruolo del settore della filantropia non profit. Eppure, malgrado tutto, forse qualcosa finalmente si muove. (ND)

Dopo Rio+20

Rio+20Calato il sipario sulla United Nations Conference on Sustainable Development (Rio+20) il 22 giugno 2012, agenzie e osservatori internazionali tirano le somme.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda come Rio+20 abbia adottato misure con il “potenziale di contribuire a un pianeta più equo, pulito, verde e prospero” e come abbia riconosciuto l’importante legame tra salute e sviluppo.

The Future We Want, il documento finale della conferenza sottolinea come la salute sia precondizione, termine e indicatore di uno sviluppo che possa dirsi anche sostenibile.

Il documento riporta anche che l’universalità della copertura sanitaria può “combattere la povertà e costruire comunità più forti e prospere”, come, per altro, già ricordato da Margaret Chan nel suo messaggio d’insediamento per il secondo mandato a Direttore Generale dell’OMS, durante la 65° Assemblea Mondiale della Salute.

Molte, tuttavia, le criticità sollevate sulla conferenza, ad esempio sulla tiepida apertura verso i diritti della donna (si veda qui) o sulla difficoltà con cui auspici e indicazioni possano tradursi in azioni (si veda qui). (GB)

Secondo mandato per Margaret Chan

chan_official_portraitOggi, 23 maggio 2012, la World Health Assembly ha nominato Margaret Chan per la seconda volta Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Nel suo messaggio d’insediamento la Chan, rivolgendosi ai ministri della salute e ai rappresentanti degli stati membri, ha ricordato come “la copertura universale [dell’assistenza sanitaria, ndr] è l’idea più potente che la salute pubblica possa offrire” e “il miglior modo per rafforzare i successi del decennio passato”.

Inoltre, ha voluto richiamare l’attenzione sul futuro dei finanziamenti per lo sviluppo definendolo “incerto”. Come già segnalava Eduardo Missoni, vicepresidente OISG, (si legga a riguardo il post L’OMS va in cerca d’identità) “nel tempo l’Organizzazione ha sempre più abdicato al suo ruolo di regista della salute globale ed è diventata dipendente dai fondi dei donatori volontari, per natura non prevedibili, incerti e ancorati a singoli progetti. Ben venga, quindi, la volontà di tornare a definire le priorità. Ma il tema centrale è vedere come si riuscirà ad assegnare adeguati finanziamenti a quelle priorità”.

Watchers di tutto il mondo attendono di vedere i prossimi sviluppi. (GB)