Malaria: viaggiare informati

Nel 2015, secondo le stime elaborate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni e hanno portato alla morte di circa 429 mila persone, principalmente tra gli abitanti delle aree tropicali del mondo, in particolare nell’Africa Sub-Sahariana.

Per l’alta incidenza della patologia in queste aree geografiche-definite endemiche per malaria- e per i rischi per la salute ad essa correlati, risulta necessario che ogni viaggiatore che intenda recarsi in queste zone sia adeguatamente informato e conosca le misure preventive da attuare per ridurre il rischio di infezione.

A seconda del luogo del viaggio, della durata della permanenza, del periodo dell’anno in cui il viaggiatore si trova nella zona endemica, della sistemazione che avrà nel paese tropicale e delle condizioni di salute pre-esistenti, potrà essere definito il profilo di rischio di ogni viaggiatore, che determinerà il tipo di profilassi che dovrà mettere in atto.

L’area geografica di destinazione è uno dei maggiori determinanti di rischio. L’OMS divide i paesi tropicali in paesi ad alto, basso o minimo rischio a seconda dell’incidenza della malaria- misurata come i casi di malaria su 1000 abitanti in un anno- e del numero di viaggiatori infettati in un anno su 100.000.

Le linee guida della Società Italiana di Medicina Tropicale e salute Globale (SIMET), sottolineano che l’entità della trasmissione della malaria può essere molto variabile all’interno della stessa zona geografica o dello stesso Paese, per esempio è maggiore nelle zone rurali- solitamente più umide- che nelle aree urbane. I dati relativi alla distribuzione geografica della malaria e i profili di rischio di ogni paese possono essere reperiti sul sito web dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Un altro importante determinante di rischio è il periodo dell’anno in cui il viaggiatore si recherà nella zona endemica; infatti la stagione umida o delle piogge (periodo estivo) espone il viaggiatore a un maggior rischio di infezione poiché il clima umido è più favorevole alla riproduzione della zanzara Anopheles (vettore della malaria e responsabile dell’infezione). Anche la durata di permanenza e la sistemazione scelta dal viaggiatore incidono sul rischio di infezione: i viaggi di breve durata e la sistemazione all’interno di un albergo con aria condizionata, zanzariere impregnate al letto e zanzariere fisse, espongono il viaggiatore a un minor rischio.

Oltre ai determinanti ambientali esistono anche fattori individuali che predispongono maggiormente al rischio di infezione e di complicanze gravi e che dunque devono essere presi in considerazione. Tra le persone esposte a un rischio maggiore, le linee guida SIMET inseriscono le donne in gravidanza, i bambini, gli anziani e i portatori di patologie croniche nonché gli individui originari di zona endemica che si sono stabiliti in area non endemica; infatti “questi individui hanno perso la loro pur parziale protezione immunitaria, e possono avere minore accesso a corrette informazioni sulla prevenzione, soggiornare in sistemazioni meno protette, ed avere una ridotta percezione del rischio” [SIMET 2013].

Partendo dal profilo di rischio del viaggiatore, risulta di importanza fondamentale personalizzare la strategia di prevenzione della malaria, che, secondo l’OMS, si basa su 5 punti fondamentali: la consapevolezza del rischio, la prevenzione delle punture d’insetto, la chemioprofilassi, la diagnosi e il trattamento presuntivo di emergenza.

La consapevolezza e la prevenzione delle punture devono essere considerati indipendentemente dal rischio a cui si espone il viaggiatore; infatti la consapevolezza di soggiornare o di aver soggiornato in una zona dove la malaria è presente permette di adottare misure pratiche di prevenzione adeguate e di sospettare l’infezione nel caso di episodi febbrili e garantire una cura tempestiva, mentre la prevenzione dalle punture riduce l’esposizione al vettore infettante.

La prevenzione può essere fatta attraverso l’adozione di comportamenti atti a evitare la puntura, come la protezione durante le ore notturne nel caso in cui si trascorra del tempo all’aperto o si dorma in ambienti non protetti- indossando indumenti a maniche lunghe, calze spesse e di colore chiaro o utilizzando prodotti chimici insetto-repellenti- oppure tramite l’utilizzo di zanzariere da letto a maglie strette, zanzariere fisse alle finestre e di aria condizionata.

La chemioprofilassi antimalarica, la diagnosi e il trattamento presuntivo d’emergenza devono essere considerate a seconda dell’entità del rischio.

In un paese ad alto rischio le linee guida raccomandano la chemioprofilassi come prima scelta e la diagnosi o il trattamento presuntivo nel caso in cui la prima scelta non sia possibile, mentre in un paese a basso rischio viene indicata come prima scelta la diagnosi e/o il trattamento presuntivo d’emergenza. Per i viaggiatori che si recano in una zona in cui il rischio è minimo viene raccomandato solamente di rivolgersi a un presidio medico per l’eventuale diagnosi.

Nel caso in cui un viaggiatore presenti segni e sintomi compatibili con una malaria (in primis la febbre) deve farsi valutare da un medico entro 24 ore dalla loro insorgenza, anche nel caso in cui stia assumendo la chemioprofilassi antimalarica o sia tornato da meno di un anno dal viaggio.  La diagnosi deve essere effettuata in un centro in cui sia disponibile l’esame microscopico (goccia spessa) o, nel caso in cui non sia presente, un kit per il test immunologico.

Il trattamento presuntivo d’emergenza o autotrattamento, che consiste nell’assunzione di un ciclo completo di terapia, è una misura temporanea che il viaggiatore può utilizzare nel caso in cui non possa recarsi dal medico entro 24 ore dalla comparsa della febbre.

Per rendere l’aderenza effettiva tutte le misure elencate dovranno essere modellate sulle esigenze del viaggiatore.

di Sara Gaiera

OMS/OPS: il Messico è il primo paese delle Americhe ad aver eliminato il tracoma

Il 24 aprile 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato che il tracoma in Messico non è più un problema di salute pubblica.

Il tracoma è la principale causa infettiva di cecità nel mondo. L’agente causale, è il microorganismo Clamidia trachomatis  che si trasmette da persona a persona  per contatto tramite secrezioni oculari e nasali, e  La trasmissione, ancora attiva in 41 paesi,  è legata alle condizioni igieniche, quindi colpisce popolazioni povere e isolate; nelle Americhe è ancora endemico in Brasile, Guatemala e Colombia.

Il Messico è il primo paese delle Americhe e il terzo al mondo, dopo l’Oman e il Marocco, a ricevere la convalida da parte dell’OMS per aver eliminato il tracoma.

“Questo è un momento storico per la salute pubblica in Messico e in America”, ha affermato Carissa F. Etienne, direttrice dell’Organizzazione Pan-Americana di Salute (OPS), ufficio regionale dell’OMS per le Americhe. “L’eliminazione di una malattia non viene raggiunta ogni giorno”, riconoscendo “gli sforzi decennali delle autorità messicane, degli operatori sanitari e delle comunità per migliorare la loro salute e la qualità di vita e per porre fine a questa malattia della povertà”.

In Messico, la malattia era endemica in 246 comunità di cinque comuni dello Stato del Chiapas, con un totale di 146.207 persone affette. Le azioni per combattere il tracoma sono state rafforzate nel 2004 con la creazione del programma di prevenzione e controllo del Tracoma del Ministero della Salute del Chiapas e il rafforzamento della strategia “SAFE” dell’OMS.

La strategia SAFE, utilizzata dalla maggior parte dei Paesi in cui il tracoma è endemico per eliminare la malattia entro il 2020, consiste in un pacchetto completo di interventi tra cui: la chirurgia per le condizioni più avanzate di malattia, gli antibiotici per la cura dell’infezione e il miglioramento delle condizioni igieniche e ambientali per ridurre la trasmissione. Nel 2015, sono stati stimati in ​​tutto il mondo più di 185.000 interventi correttivi di trichiasi (ciglia invertite) e 56 milioni di persone trattate con antibiotici per il tracoma.

Lo Stato del Chiapas ha creato inoltre un’unità operativa di medici, infermieri e personale tecnico addestrato per combattere il tracoma, le Brigadas de Tracoma, che hanno lavorato localmente riducendo il numero di casi da 1.794 nel 2004 a zero casi nel 2016, secondo i dati del programma governativo.

Utilizzando questo approccio, il Paese ha raggiunto i criteri internazionali di prevalenza di meno del 5% nei bambini di età compresa tra 1- 9 anni e di un caso su 1.000 abitanti di trichiasi, che l’hanno fatto rientrare tra i paesi in cui il tracoma è stato eliminato.

Il Ministro della Salute del Messico, José Ramón Narro, ha dichiarato di essere entusiasta dell’obiettivo ottenuto, raggiunto grazie a “Una lunga storia di duro lavoro e di sforzi da parte di molte persone, nel corso delle generazioni”.

Per mantenere l’eliminazione e prevenire una ripresa della malattia l’OMS/OPS raccomanda il monitoraggio continuo del tracoma e la distribuzione di cure ai pazienti affetti.

http://www2.paho.org/hq/index.php?option=com_content&view=article&id=13179%3Amexico-eliminates-trachoma-leading-infectious-cause-blindness&catid=740%3Apress-releases&Itemid=1926&lang=en

di Benedetta Armocida

Il primo vaccino contro la Malaria: Inizia il progetto pilota in Africa

Il 24 aprile 2017, l’Ufficio Regionale per l’Africa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS / AFRO) ha annunciato l’inizio di un ambizioso programma pilota al fine di testare il primo vaccino contro la malaria.
Ghana, Kenya e Malawi saranno i paesi che parteciperanno al progetto coordinato dall’OMS, il cui obiettivo è di rendere disponibile il vaccino nel 2018.

Secondo i dati OMS, nel 2015 i nuovi casi di malaria nel mondo sono stati 212 milioni, causando circa 429 mila decessi, la maggior parte dei quali bambini. Nonostante gli sforzi globali abbiano portato a una riduzione generale dell’incidenza della malattia e dei tassi di mortalità, la malaria continua ad essere oggi in Africa una delle malattie più diffuse tra gli adulti e una delle maggiori cause di morte per i bambini.

RTS,S, questo il nome del primo vaccino contro la malaria ad aver ottenuto un parere positivo dall’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), è stato realizzato dall’azienda farmaceutica britannica GlaxoSmithKline (GSK). Il vaccino è stato sviluppato tra il 2009 e il 2014 attraverso una partnership che ha coinvolto l’organizzazione internazionale PATH Malaria, con il sostegno della Bill & Melinda Gates Foundation, e una rete di ricerca in sette paesi africani, inclusi Ghana, Kenya e Malawi .
Il vaccino iniettabile è stato sviluppato al fine di prevenire la trasmissione della forma più mortale di malaria, causata dal Plasmodium falciparum veicolato dalle zanzare del genere Anopheles.

Il vaccino sarà somministrato ai bambini di età compresa tra i 5 e i 17 mesi tramite iniezione intramuscolare e distribuito attraverso i programmi nazionali di immunizzazione.
L’OMS sta lavorando con i tre paesi al fine di facilitare la regolamentazione del vaccino attraverso il Forum Africano per la Regolamentazione del Vaccino (AVAREF). Il programma pilota valuterà la fattibilità nel fornire le quattro dosi richieste di RTS,S, l’efficacia nella riduzione della mortalità infantile, e la sicurezza nel contesto di utilizzo.

I governi di Kenya, Ghana e Malawi decideranno autonomamente come gestire il progetto, dando priorità alle aree ad alto rischio di trasmissione. Gli studi condotti durante la sperimentazione contribuiranno ad un possibile utilizzo del vaccino su larga scala.

“La prospettiva di un vaccino contro la malaria è una grande novità. Le informazioni raccolte a seguito del programma pilota ci aiuteranno a prendere decisioni sull’uso su più larga scala di questo vaccino “, ha affermato il dottor Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa. “In combinazione con gli interventi per la prevenzione e cura della malaria già esistenti, un vaccino di questo tipo avrebbe la possibilità di salvare decine di migliaia di vite in Africa”, ha aggiunto.

http://www.afro.who.int/en/media-centre/pressreleases/item/9533-ghana-kenya-and-malawi-to-take-part-in-who-malaria-vaccine-pilot-programme.html

di Beatrice Formenti

GIORNATA MONDIALE DELLA MALARIA (WORLD MALARIA DAY): L’OMS DELINEA LE NUOVE STRATEGIE PER L’ELIMINAZIONE GLOBALE DELLA MALARIA

 

25 Aprile 2017, Giornata Mondiale della Malaria – L’Organizzazione Mondiale della Sanità insiste sulla prevenzione come strategia cruciale per ridurre l’impatto della malaria sulla salute a livello mondiale.  Il tema conduttore della giornata di quest’anno è  “Porre fine alla malaria una volta per tutte ” (“End Malaria for Good”).

La malaria è una malattia infettiva provocata da protozoi del genere Plasmodium, trasmessa da persona a persona attraverso la puntura di zanzare del genere Anophele . E’ la più diffusa fra tutte le parassitosi, con segni di gravità diversa a seconda della specie del Plasmodio infettante.

Solo nel 2015 sono stati stimati 212 milioni di casi di malaria, la maggior parte dei quali registrati prevalentemente in Africa Sub-Sahariana (90%) e nella regione del sud est asiatico (7%). È una malattia potenzialmente letale, con un tasso di mortalità del 29% . Solo nel 2015 nella regione africana sono state stimate 429 000 morti correlate alla malaria, corrispondenti al 90% delle morti totali da malaria.

La Strategia Globale per la Malaria 2016-2030 è stata adottata dall’Assemblea Mondiale della Sanità a maggio 2015, a seguito di un ampio processo di consultazione con più di 400 esperti provenienti da 70 Stati membri. Essa fornisce un quadro di riferimento per tutti i paesi che lavorano per controllare ed eliminare la malaria, con approcci che sono flessibili e su misura per contesti locali. La strategia fissa obiettivi ambiziosi ma raggiungibili per il 2030, indicando traguardi intermedi per monitorarne i progressi. Le tappe a breve termine per il 2020 sono: ridurre l’incidenza di nuovi casi di malaria del 40%, ridurre la mortalità per malaria del 40%, eliminare la malaria in almeno 10 Paesi e prevenire il ritorno della malaria in paesi in cui la patologia è già stata eliminata.

“A framework for Malaria Elimination”, un piano strategico per l’eliminazione della malaria, è stato presentato al meeting del Malaria Policy Advisory Committee (MPAC), tenutosi a Ginevra tra il 22 e il 24 marzo 2017. Nell’ambito di quel Piano strategico, i Paesi partecipanti si sono dati come obiettivo l’eliminazione della malaria entro il 2020. Rispetto al programma precedente sono molte le novità. Il Dr. Pedro Alonso, direttore del Programma Mondiale per l’Eliminazione della Malaria, afferma: “ci sono nuove strategie e nuovi strumenti che dieci anni fa non erano ancora disponibili. Molti Paesi stanno già eliminando la malaria o sono sulla buona strada per il conseguimento dell’obiettivo e tutti questi progressi richiamano l’attenzione sull’esigenza di adeguare le nostre strategie alla situazione attuale”.

Nel 2007 ci si rivolgeva solo ai Paesi in cui l’incidenza di malaria era più bassa, oggi il piano si rivolge a tutti i Paesi in cui è una patologia endemica. Quindi, si prefigge un’azione decisamente più ampia allo scopo di conseguire l’obiettivo di eliminare la malaria in almeno 35 paesi entro il 2030″.

Nel nuovo piano strategico, i Paesi a cui l’azione è rivolta sono suddivisi in base all’incidenza e la prevalenza della malattia, ovvero al numero di nuovi casi e alla sua diffusione (alta, moderata, bassa o molto bassa).  Il programma dell’OMS delinea delle strategie valide globalmente che tuttavia andranno adattate alle diversità dei contesti locali.

http://who.int/malaria/news/2017/new-guidance-on-elimination/en/

http://www.who.int/campaigns/malaria-day/2017/en/

di Andrea Casale e Silvia Coffaro

LE VACCINAZIONI FUNZIONANO!

Tra il 24 e il 30 aprile l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) celebra la “Settimana Mondiale dell’Immunizzazione”, un’iniziativa che punta a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’utilizzo delle vaccinazioni come sistema di prevenzione di numerose malattie, anche in funzione del raggiungimento degli Obiettivi del Millennio per lo Sviluppo Sostenibile fissato per il 2030.

Piani appropriati di vaccinazioni possono prevenire l’insorgenza di numerose patologie infettive tra cui  tetano, difterite, morbillo, pertosse e poliomielite.  L ’immunizzazione è per diverse malattie l’intervento di salute pubblica che con il miglior rapporto costo-efficacia e rappresenta a tutt’oggi uno strumento di centrale importanza anche per affrontare altre questioni materia di sanità tra cui la riduzione della resistenza antimicrobica, il miglioramento delle cure antenatali e neonatali e il controllo dell’epatite virale. Ad oggi, più di 20 milioni di bambini non vengono vaccinati o non terminano il piano vaccinale per loro previsto, specialmente nei Paesi a risorse limitate: la ragione di ciò risiede nella scarsità di risorse, in sistemi sanitari fragili e in un’insufficiente attività di sorveglianza.

Lanciata nel 2012 dall’Assemblea Mondiale della Sanità con l’obiettivo di raggiungere l’accesso universale alle vaccinazioni entro il 2020, l’iniziativa giunge quest’anno alla sua sesta edizione. Tra i risultati più incoraggianti raggiunti sinora c’è il dato sulla copertura mondiale del vaccino contro il morbilo, che è aumentata del 12% dal 2000 ad oggi.

Ogni anno, la settimana ha uno slogan e un tema diverso, sempre inerente al tema delle vaccinazioni. Il tema di quest’anno è “Le vaccinazioni funzionano” (Vaccination works), un titolo sicuramente molto appropriato considerando il contesto attuale in cui teorie anti scientifiche minacciano il benessere della salute pubblica. L’importanza delle vaccinazioni è sottolineata dagli importantissimi traguardi raggiunti negli ultimi anni: la Poliomielite, ad esempio, è diminuita del 99% in tutti i Paesi del Mondo ed è, al momento, endemica soltanto in Pakistan, Nigeria e Afghanistan. Come spiegato dal sito ufficiale dell’Organizzazione Mondiale Sanità  “ l’OMS e i suoi partner mirano a: evidenziare l’importanza dell’immunizzazione come una priorità assoluta dell’investimento sanitario globale, promuovere la comprensione dei passi d’azione necessari per raggiungere il piano d’azione globale sui vaccini, sottolineare il ruolo della vaccinazione  nello sviluppo sostenibile e nella sicurezza sanitaria globale”.

http://www.who.int/campaigns/immunization-week/2017/en/

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs378/en/

di Andrea Casale

OMS: 325 milioni di persone hanno l’epatite. Le cure ci sono, la sfida è garantire l’accesso

Ginevra, 21 aprile – L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato nuovi dati sull’epatite, stimando che circa 325 milioni di persone in tutto il mondo convivono con l’infezione del virus dell’epatite B (HBV) o con quello dell’epatite C (HCV) ed indicando che la grande maggioranza di queste persone non ha accesso a test e trattamenti curativi.

Di conseguenza, milioni di persone rischiano una progressione verso malattie croniche epatiche, cancro e morte.

L’epatite B e C sono responsabili del 96% della mortalità epatica globale.

“L’epatite virale è una grande sfida per la salute pubblica e richiede una risposta urgente”, ha affermato Margaret Chan, direttore generale dell’OMS. “I vaccini e i farmaci per combattere l’epatite esistono e l’OMS si impegna a garantire che questi strumenti raggiungano tutti coloro che ne hanno bisogno”.

Il rapporto suggerisce 5 direzioni strategiche: informazione, interventi, equità, finanziamento e innovazione. Sono questi i pilastri della Strategia globale del settore sanitario (GHSS) per facilitare il monitoraggio dei progressi nei paesi, nelle regioni e globalmente e per misurare l’impatto degli interventi sulla riduzione delle nuove infezioni e salvare vite tra il 2015 e il 2030.

Nel 2015 sono stati registrati 1.34 milioni di morti per epatite virale, un numero paragonabile a quelli causati dalla tubercolosi e dall’HIV e, mentre la mortalità per quest’ultime si sta riducendo, le morti per epatite sono in aumento. È stato stimato che circa 1.75 milioni di persone hanno contratto il virus dell’epatite C nel 2015, portando a 71 milioni il numero totale di persone che ne sono affette.

Nonostante le morti complessive per epatite siano in aumento, le nuove infezioni da HBV sono in diminuzione, grazie ad una maggiore copertura vaccinale nei bambini. Globalmente l’84% dei bambini nati nel 2015 ha ricevuto le 3 dosi raccomandate di vaccino contro l’epatite B. Tra l’epoca pre-vaccino (che secondo l’anno di introduzione può variare dagli anni ’80 agli inizi del 2000) e il 2015 la percentuale di bambini sotto i 5 anni con nuove infezioni è scesa dal 4,7% all’1,3%. La Cina, nel 2015, ha ottenuto un’elevata copertura (96%) per la dose tempestiva di vaccino HBV alla nascita e ha raggiunto l’obiettivo di controllo dell’epatite B, con una prevalenza di HBV di meno dell’1% nei bambini al di sotto dei 5 anni.

La relazione rileva inoltre che nel 2015 sono state diagnosticate solo il 9% di tutte le infezioni da HBV e il 20% di quelle da HCV. Soltanto l’8% dei diagnosticati con infezione da HBV (1,7 milioni di persone) erano in trattamento e il 7% di quelli con infezione da HCV (1,1 milioni di persone) avevano iniziato il trattamento curativo durante quell’anno.

L’infezione da HBV richiede un trattamento permanente e l’OMS attualmente raccomanda il farmaco Tenofovir, già ampiamente utilizzato nel trattamento dell’HIV. L’epatite C può essere curata in un tempo relativamente breve utilizzando gli antivirali ad azione diretta ad alta efficacia. L’attuale accesso alla cura dell’epatite C ha ricevuto una spinta alla fine di marzo 2017, quando l’OMS ha pre-qualificato l’ingrediente farmaceutico attivo generico Sofosbuvir. Questo passo permetterà a più paesi di produrre medicinali a prezzo accessibile.

In Egitto, la concorrenza dei prodotti generici ha ridotto il prezzo della cura trimestrale per l’epatite C da 900 dollari nel 2015, a meno di 200 dollari nel 2016. Oggi in Pakistan, lo stesso percorso di trattamento costa poco più di 100 dollari.

La strategia globale dell’OMS in merito all’epatite virale mira a testare il 90% e a trattare l’80% delle persone con HBV e HCV entro il 2030.

“Siamo ancora in una fase iniziale della lotta all’epatite virale, ma la via da seguire sembra promettente”, ha dichiarato il dottor Gottfried Hirnschall, direttore del Dipartimento dell’HIV dell’OMS e del programma globale sull’epatite. “Più Paesi stanno rendendo accessibili i servizi per l’epatite alle persone che ne necessitano, un test diagnostico costa meno di 1 dollaro e la cura per l’epatite C può essere inferiore a 200 dollari, ma i dati evidenziano chiaramente l’urgenza con cui dobbiamo affrontare le lacune rimanenti nello screening e nel trattamento”.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/global-hepatitis-report/en/

di Giulia Ambrosi

OMS: Dalle cure primarie per la salute alla copertura universale. Il sogno realizzabile – “10 anni nella sanità pubblica 2007-2017”

Dopo il lancio del rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017”, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha elaborato il primo di vari capitoli in cui si valutano i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Il primo capitolo ripercorre la strada compiuta dalle cure primarie per la salute alla copertura universale.

Nel 1978 la Dichiarazione di Alma-Ata lanciò un pensiero rivoluzionario, individuando  le cure primarie per la salute  (Primary Health Care) come la strategia per raggiungere l’obiettivo della  Salute per tutti entro il 2000, stabilito l’anno prima dalla Assemblea Mondiale della Sanità.
La conferenza internazionale sulle cure primarie per la salute, tenutasi nell’allora capitale della Repubblica socialista sovietica del Kazhakistan e che coinvolse 134 paesi e 67 organizzazioni internazionali, sollecitava un’urgente azione per assicurare a tutti le cure primarie per la salute, in ogni parte del mondo, con particolare attenzione ai paesi in via di sviluppo.

Il cambio di paradigma fu da subito ostacolato e tacciato di utopistico. Poi, con l’emergere di HIV/AIDS, l’aggravarsi della tubercolosi e l’aumento dei casi di malaria, l’attenzione della salute pubblica internazionale si è andata concentrando progressivamente sulla gestione di quelle tre malattie.

Nel 2000, i capi di Stato e di Governo dei 193 stati membri delle Nazioni Unite sottoscrissero gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDG), impegnandosi a raggiungere gli otto obiettivi entro il 2015.
Le iniziative sanitarie globali messe in atto  nel perseguire specificamente gli obiettivi di salute, hanno raggiunto importanti risultati, facilmente misurabili nel numero di interventi erogati, morti evitate, e prolungata aspettativa di vita.
Le strategie seguite, al fine di ottenere un impatto più rapido, invece di rafforzare i deboli sistemi sanitari di quei paesi hanno: sviluppato sistemi paralleli, prodotto un’onerosa duplicazione degli interventi, spesso erogati da enti diversi con approcci differenti, e frammentato i servizi.
Per rendere gli aiuti più efficaci si richiedeva piuttosto: il rispetto delle priorità e delle strategie fissate da ciascun Paese, l’allineamento delle iniziative internazionali con i sistemi nazionali, nonché l’armonizzazione degli interventi e delle responsabilità e il reciproco rendiconto degli attori coinvolti.
I paesi beneficiari dichiararono di aver bisogno di competenza, non di carità.
Sostenere e rafforzare i servizi nazionali è considerata la miglior strategia di assistenza allo sviluppo.

Una significativa spinta per il cambiamento arrivò nel 2008, quando il Rapporto mondiale della sanità pubblicò Primary Health Care. Now more then ever – Cure primarie per la salute. Ora più che mai, in occasione del 30° anniversario della dichiarazione di Alma-Ata. Da quel rapporto emergevano dati impietosi riguardanti l’organizzazione, l’appropriatezza e l’efficacia dei sistemi sanitari, mentre si  richiamavano le cure primarie come la miglior strada da percorrere al fine di costruire sistemi sanitari che garantissero il diritto universale alle cure.
Dal confronto tra paesi di uguale livello di sviluppo economico si evince come, quelli con il sistema sanitario organizzato in funzione ai principi di assistenza primaria, abbiano un più alto livello di salute.
La copertura sanitaria universale è dunque promossa anche come strategia per la lotta contro le disuguaglianze.
In ultima analisi, la distribuzione della salute all’interno di una popolazione è correlata all’equità assicurata dalle strategie politiche, economiche e sociali.

In quello stesso anno, con la pubblicazione dei risultati dei lavori della Commissione dell’OMS sui determinanti sociali della salute, l’accento venne posto sull’importanza dei determinanti sociali nella produzione della salute, superando una visione centrata sugli interventi medici.
Seguendo questa linea, la Commissione suggeriva sistemi di salute che agissero sui determinanti sociali della salute. In un momento di crescente allarme per l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili, la prevenzione attuata in settori non sanitari divenne un nuovo importante obiettivo.

Simultaneamente, la crisi finanziaria globale del 2008, condizionò un passaggio rapido dalla prosperità all’austerità, riportando in auge la ricerca di risultati rapidi e misurabili, propri di un approccio basato sul prodotto (il farmaco, il vaccino, etc.).

Una serie di articoli pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet concludevano però, ricordando ancora una volta, che le cure primarie per la salute rimanevano il modo migliore per ridurre gli sprechi e per migliorare l’efficienza nella fornitura dei servizi.

Su questa linea si va dunque affermando l’idea della copertura sanitaria universale, principio fondante delle cure sanitarie primarie e strategia correttiva potente, in grado di determinare un fondamentale riorientamento dei sistemi sanitari.

Con il Rapporto OMS sulla Salute Mondiale del 2010, Finanziamento del sistema sanitario: il percorso verso la copertura universale quell’approccio acquisì rinnovato consenso.

In un momento di aumento dei costi era fondamentale che i paesi prima di tagliare le spese sanitarie riducessero gli sprechi e le inefficienze; il rapporto stimava infatti che gli sprechi costituivano tra il 20% e il 40% di tutta la spesa sanitaria.

Tutti i paesi, qualunque fosse la loro fase di sviluppo, avrebbero potuto adottare misure immediate per procedere verso una copertura universale. Un commento su The Lancet descrive il movimento verso la copertura sanitaria universale come una “grande transizione” che sta “investendo il pianeta, cambiando il modo in cui l’assistenza sanitaria è finanziata e in cui sono organizzati i sistemi sanitari.”

Nel 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’obiettivo di copertura sanitaria universale mediante una risoluzione sponsorizzata da più di 90 paesi, di tutte le regioni del mondo.

La copertura sanitaria universale è stata definita dal premio Nobel Amartya Sen un “sogno realizzabile” anche per i paesi più poveri. In quest’ultimi l’assistenza sanitaria di base può essere fornita ad un notevole livello con costi molto bassi sempreché la società, ivi inclusa la leadership politica e intellettuale, s’impegnasse con forza in tal senso. Veniva quindi smentita l’ipotesi comune che un paese povero dovesse prima diventare ricco per sostenere i costi di assistenza sanitaria per tutti.

L’inclusione della copertura sanitaria universale come obiettivo nell’Agenda globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030 ne sintetizza lo spirito per cui: “nessuno deve essere lasciato indietro”. Viene inoltre definita come la piattaforma unificante per l’espressione di tutti gli altri obiettivi di salute. È la massima espressione di equità e uno dei più grandi equalizzatori sociali tra tutte le opzioni politiche, contribuendo alla coesione sociale e alla stabilità – in tutti i paesi.

“La copertura sanitaria universale è l’unico e il più potente strumento che la salute pubblica ha da offrire”, ha dichiarato il direttore della OMS, Margareth Chan.

In un momento storico in cui le politiche, in così tanti settori, tendono ad aumentare le disuguaglianze sociali, è particolarmente gratificante immaginare che la salute possa guidare il mondo verso una maggiore equità.

http://www.who.int/publications/10-year-review/universal-coverage/en/

di Beatrice Formenti e Benedetta Armocida

OMS – MALATTIE TROPICALI NEGLETTE. UN NUOVO RAPPORTO ANALIZZA I PROGRESSI

19 aprile 2017- Ginevra – l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) afferma che dal 2007 sono stati raggiunti notevoli risultati nella lotta contro le cosiddette “malattie tropicali neglette” (NTDs). Si stima che 1 miliardo di persone abbiano ricevuto un trattamento nel solo 2015.

“Collaborare. Accelerare. Eliminare”, i risultati di questa strategia sono stati celebrati oggi a Ginevra nel corso della riunione dei Partner Globali, a cui hanno partecipato ministri della sanità, rappresentanti dell’industria, filantropi e donatori.

“Negli ultimi 10 anni, milioni di persone sono state salvate dalla disabilità e dalla povertà, grazie ad uno dei più efficaci partenariati globali della salute pubblica moderna” ha detto Margaret Chan, direttore generale dell’OMS.

Dal 2007, quando un gruppo di partner globali si incontrarono con lo scopo comune di contrastare le NTDs, una serie di partner locali e internazionali hanno lavorato insieme ai ministeri della salute dei paesi più colpiti per fornire farmaci, cure e gestione a lungo termine. Giungendo, nel 2012, all’approvazione di una tabella di marcia dell’OMS sulle NTDs, in cui si impegnavano ad eliminare le 10 malattie neglette più comuni.

Oggi, nel 5° anniversario della tabella di marcia dell’OMS sulle NTDs, è stato lanciato il rapporto L’integrazione delle malattie tropicali neglette nella salute e nello sviluppo globale.

Il rapporto osserva i progressi compiuti nel conseguimento degli obiettivi della tabella di marcia per il 2020, sottolinea le sfide che persistono e considera le implicazioni di integrazione di queste malattie nella più ampia agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030.

L’integrazione delle malattie tropicali neglette nella salute e nello sviluppo globale dimostra come il forte sostegno politico, le generose donazioni di farmaci e il miglioramento delle condizioni di vita possono portare allo sviluppo di programmi di controllo delle NTDs nei paesi in cui queste sono più diffuse.

Viene inoltre mostrato che con l’attuazione dei cinque interventi raccomandati dall’OMS si sia verificato, nel 2015, un significativo progresso nel raggiungimento delle mete della tabella di marcia. I 5 interventi, descritti dettagliatamente nel rapporto, sono:

  • chemioterapia preventiva;
  • gestione innovativa e intensificata della malattia;
  • ecologia vettoriale e gestione;
  • servizi di sanità pubblica veterinaria;
  • fornitura di acqua potabile e servizi igienici

Tra questi spicca la chemioterapia preventiva, sia in termini di efficacia che in termini di risorse impiegate ed investite. Tuttavia va sottolineato che tutti e cinque i provvedimenti sono di vitale importanza e che andando avanti sarà essenziale garantire a ciascuno di essi la giusta attenzione per ottenere risorse necessarie al conseguimento degli obiettivi.

I risultati che secondo il Rapporto sono stati raggiunti includono:

  • 1 miliardo di persone trattate per almeno una malattia negletta nel solo 2015.
  • 556 milioni di persone hanno ricevuto un trattamento preventivo per la filariosi linfatica (elefantiasi).
  • Più di 114 milioni di persone hanno ricevuto un trattamento per l’oncocercosi
  • Solo 25 casi umani della malattia del verme di Guinea sono stati segnalati nel 2016, mettendo l’eradicazione a portata di mano
  • I casi di tripanosomiasi africana umana (malattia del sonno) sono stati ridotti da 37,000 nuovi casi nel 1999 a meno di 3000 casi nel 2015.
  • Il tracoma – prima causa infettiva di cecità a livello mondiale – è stato eliminato come un problema di salute pubblica in Messico, Marocco e Oman. In tutto il mondo più di 185,000 pazienti affetti da tracoma sono stati sottoposti ad intervento chirurgico per trichiasi e più di 56 milioni di persone hanno ricevuto antibiotici nel solo 2015.
  • Nel 2015 la leishmaniosi viscerale è stata eliminata nell’82% dei subdistretti in India, nel 97% dei subdistretti in Bangladesh e nel 100% dei distretti in Nepal.
  • Nel 2015, sono stati segnalati solo 12 decessi umani attribuibili alla rabbia nella Regione OMS delle Americhe, portando la regione vicino all’obiettivo di eliminare la rabbia negli esseri umani entro il 2015.

Molto è stato fatto e come detto da Dirk Engels, Direttore del Dipartimento di Controllo delle Malattie Tropicali Neglette “L’ulteriore crescita nella lotta contro le malattie neglette dipenderà da un più ampio progresso verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile”.

Tuttavia, come mette in guardia il rapporto, rimangono sfide significative. Alcuni obiettivi di eradicazione da raggiungere entro il 2015 non sono stati raggiunti, nonostante la disponibilità di validi interventi. La lotta più difficile dei programmi delle NTDs è quella contro le limitate risorse finanziarie, le capacità inadeguate, compresa quella di attuare una sorveglianza efficace, e le importanti barriere per l’accesso ai servizi sanitari necessari, che vanno dalla povertà alla stigmatizzazione.

Viene lanciata la sfida oltre il 2020, definita nel rapporto nelle due grandi missioni di eliminare la trasmissione di NTDs e di garantire che la fornitura dei servizi sanitari soddisfi le esigenze di coloro che ne soffrono. La probabilità di raggiungere entrambi gli obiettivi dipenderà dall’integrazione delle attività e degli interventi inter e intra-settoriali dei programmi NTDs che dovranno essere in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e di copertura sanitaria universale.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/ntd-report/en/

http://www.who.int/neglected_diseases/resources/9789241565448/en/

di Benedetta Armocida

OMS: “I dieci anni di Margaret Chan”

A metà maggio l’Organizzazione Mondale della Sanità (OMS) eleggerà il suo nuovo direttore generale. In vista del passaggio del testimone, il 13 aprile 2017 l’OMS ha pubblicato il rapporto “Dieci anni nella sanità pubblica 2007-2017” che analizza l’evoluzione della salute globale nel decennio che ha visto la Dr.ssa Margaret Chan alla guida dell’Organizzazione.

Il rapporto si svilupperà in una serie di capitoli, che verranno pubblicati nel corso delle prossime sei settimane, valutando i successi, le battute d’arresto, le sfide e il modo in cui queste sono state superate durante l’ultimo decennio.

Nella lettera con cui introduce il rapporto la Dr.ssa Chan ricorda: “Insieme abbiamo fatto enormi progressi. La salute e l’aspettativa di vita sono migliorate un po’ ovunque. Milioni di vite sono state salvate. Il numero di morti per malaria ed HIV è stato dimezzato. Gli sforzi dell’OMS per fermare la tubercolosi hanno salvato 49 milioni di vite dall’inizio di questo secolo. Nel 2015, il numero di decessi infantili è sceso sotto 6 milioni all’anno per la prima volta, una diminuzione del 50% dei decessi annuali dal 1990. Ogni giorno muoiono 19’000 bambini in meno. Siamo in grado di contare questi numeri grazie alla cultura della misurazione e della responsabilità instillato nell’OMS.”

Chan segnala anche le sfide per la salute che caratterizzano il XXI secolo; senza precedenti per la complessità e per l’universalità del loro impatto. Eppure, è possibile fronteggiarle, come nel caso dell’epidemia di Ebola del 2014, che si è riuscita ad affrontare e superare nonostante l’eccezionale complessità, portando allo sviluppo di un programma di Emergenze, che consentirà una risposta più veloce ed efficace alle epidemie e alle emergenze.

Il rapporto rivela poi l’altra fondamentale priorità dell’OMS: l’equità nell’accesso alle cure come imperativo etico. A nessuno dovrebbe essere negato l’accesso alle cure salva-vita o ad interventi di promozione della salute, come invece avviene a causa delle ingiustizie economiche o sociali che continuano a caratterizzare le nostre società.

Il principio di equità è riaffermato dal lavoro dell’OMS per la copertura sanitaria universale, indicata come la massima espressione di equità sociale e che sarà il tema preso in esame nel primo capitolo del rapporto.

“In un mondo di fronte a profonde incertezze, lo sviluppo della salute internazionale è una forza unificante – ed edificante – per il bene dell’umanità. Sono orgogliosa di aver assistito a questo suggestivo spirito di collaborazione e solidarietà globale.” dice la Chan.

http://www.who.int/publications/10-year-review/dg-letter/en/

di Benedetta Armocida

OMS: 2 miliardi di persone usano acqua contaminata

Un rapporto pubblicato oggi 13 aprile 2017 dall’OMS, a nome di UN-Water, lancia l’allarme.

Quasi 2 miliardi di persone sono ancora oggi costrette ad utilizzare una fonte di acqua contaminata, rischiando di contrarre malattie potenzialmente mortali come colera, dissenteria, tifo e poliomielite.

“È stimato che la contaminazione delle acque sia la causa di oltre 500.000 morti per diarrea ogni anno; è inoltre uno dei maggiori fattori di rischio per diverse malattie tropicali neglette, quali le parassitosi intestinali, la schistosomiasi ed il tracoma,” afferma Dr. Maria Neira, direttore del dipartimento di Sanità Pubblica, Ambientale e dei Determinanti Sociali di Salute dell’OMS.

Come indicato dal report, i Paesi non investono adeguatamente per raggiungere gli obiettivi dell’accesso universale ad acqua e servizi igienico-sanitari sicuri, previsti negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), fissati dall’Agenda 2030. Infatti, in accordo con il report del GLAAS (UN-Water Global Analysis and Assessment of Sanitation and Drinking-Water) del 2017, nonostante negli ultimi 3 anni sia stato osservato un incremento del 4.9% annuo dei fondi per aumentare l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari, nell’80% dei Paesi il finanziamento è ancora insufficiente per arrivare ai traguardi che sono stati definiti.

Per raggiungere gli OSS la Banca Mondiale stima che gli investimenti nelle infrastrutture devono essere triplicati portandoli a 114 miliardi di dollari all’anno – cifra che non include i costi di funzionamento e manutenzione.

L’obiettivo globale, mette in guardia l’OMS, non sarà raggiunto a meno che non si utilizzino risorse finanziarie più efficienti e non si identifichino nuove fonti di finanziamento.

“È una sfida che possiamo risolvere” dice Guy Ryder, capo del UN-Water e direttore generale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). “L’aumento degli investimenti nell’acqua e nei servizi igienico-sanitari possono portare benefici per la salute e lo sviluppo umano, creare occupazione e fare in modo che nessuno venga lasciato indietro”.

http://www.who.int/mediacentre/news/releases/2017/water-sanitation-investment/en/

di Benedetta Armocida